Non si può non comunicare!

Non si può non comunicare!

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

Flavio Cannistrà per Psicologia 24

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.