H come handicap emotivo

H come handicap emotivo

Quando si parla di handicap ci si riferisce ad una condizione di svantaggio dettata da limiti fisici, sociali o psicologici che condizionano l’interazione con l’ambiente, l’autonomia, l’espressione e la realizzazione di se stessi.

In senso ampio il termine definisce un disagio, un fastidio, una difficoltà. Un impedimento che può essere sganciato da una limitazione obiettiva.

Ma che deriva piuttosto da atteggiamenti mentali, dal modo di porsi psicologicamente verso di sé, dai muri che ci costruiamo, dalle aspettative ristrette che ci imponiamo.

Un’impotenza emotiva debilitante attraverso la quale sentiamo di non aver controllo su ciò che ci succede.

Un handicap emotivo o psicologico verso il quale rimaniamo indifferenti molte volte, concentrati su altri tipi di problemi.

Una difficoltà non riconosciuta legalmente come condizione di invalidità civile però ugualmente motivo di difficoltà, inabilità in alcuni casi.

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L’handicap emotivo

Un handicap emotivo può essere la fobia, ad esempio.

Quello sgomento inspiegabile, paradossale che porta a compiere sforzi notevoli pur di evitare ciò di cui si ha terrore, arrivando ad interferire con attività, compiti, intenti, desideri.

Che tiene in scacco mantenendoci in una condizione di dipendenza. Ci sminuisce e comanda. Limita la nostra vita.

In psicologia clinica è considerata un tipo di disturbo d’ansia, definita come una paura irrazionale, intensa, persistente di certe situazioni, attività, cose o persone, decisamente sproporzionata al pericolo reale.

Una sensazione che attanaglia, di cui razionalmente possiamo renderci conto ma che difficilmente riusciamo a disinnescare senza aiuto.

La fobia sociale

Tra le fobie quella sociale è particolarmente debilitante. Molto comune e forse anche la più incompresa.

Un vissuto che porta ad evitare qualsiasi situazione sociale, a rinchiudersi. Che pietrifica di fronte la possibilità di incontrare nuove persone, di esporsi in situazioni di gruppo.

Che porta a stringersi nel proprio guscio per la paura di avere gli occhi puntati contro, sentirsi criticati, respinti, disapprovati.

In una specie di meccanismo inverso a quello del narcisista che ha un senso gonfiato di sé e cerca riflettori e pubblico, l’ansia sociale rende sgonfi e schivi.

Risultando noiosi, freddi, un po’ strani agli occhi altrui, congelati nel modo di interagire. Paralizzati nella propria dimensione, bloccati in una tana mentale rassicurante.

Con l’imbarazzo addosso quando se ne esce. Tremendamente compromessi nel funzionamento, non solo sociale.

Un’ansia accompagnata da sintomi fisici importanti, dal panico vero e proprio in molti casi.

Dove, come in tutte le fobie, la paura dei sintomi può creare un circolo vizioso: la preoccupazione che si verifichino rende più probabile che in effetti accadano.

L’handicap relazionale

A volte invece il nostro handicap è parziale. Siamo idonei e funzioniamo bene in certi ambiti della nostra vita, scolastico o lavorativo ad esempio ma non in altri, come quello sociale o di relazione profonda.

Si risulta poco adatti nell’instaurare rapporti, nel condurli e mantenerli. Inabili sentimentalmente.

Anche i nostri timori come quello di non farcela, di non essere all’altezza, di non riuscire a farsi carico (condizioni ancora più comuni rispetto a disturbi inquadrati scientificamente come la fobia) possono determinare un handicap.

In una sorta di impotenza acquisita, ci tolgono affermazione e libertà.

Soprattutto le donne sembrano più brave rispetto agli uomini a costruirsi limiti psicologici, ad autosabotarsi con questi meccanismi. A rendersi inabili pensando di non essere abbastanza capaci, belle, svelte.

Non ritenendosi adeguate come madri, compagne, mogli, considerandosi inadatte al lavoro o allo studio. A pensarsi con qualche difetto nella propria immagine.

Dentro gabbie mentali perfette, rimandano, evitano, sfuggono occasioni di autoaffermazione, la possibilità di poterla spuntare.

Sono abituate ad affogare nell’inadeguatezza e nell’incapacità rimanendo così nei rassicuranti meccanismi conosciuti.

Lontano dalla possibilità di dover prendere in mano la propria vita, fare qualcosa e cambiare davvero, assumersi responsabilità.

In questo senso lo svantaggio, non di rado, le donne se lo costruiscono da sole, nei minimi dettagli.

Vivendo come succubi del destino di persone sbagliate, di situazioni inevitabili. Ripetendo a loro stesse: tanto ormai; è tutto inutile; se avessi fatto.

Rimanendo rigide negli atteggiamenti, irremovibili nelle proprie posizioni, negli stessi punti di vista. Incapaci di sentire ciò che provano, di darsi il permesso di essere ciò che sono, di intraprendere storie diverse. Osare.

Sono limiti enormi che impediscono la realizzazione, il compimento del proprio potenziale, la soddisfazione di se stessi.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico. Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.

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