Mollare tutti per trovare se stessi?

Mollare tutti per trovare se stessi?

Christopher McCandless – personaggio reale la cui storia è stata narrata nel libro Nelle Terre Estreme (1996) e che ha ispirato il film Nelle Terre Selvagge (Into the wild) del 2007 – decise di andare in Alaska per trovare se stesso.

Riteneva che per essere veramente se stessi, e di conseguenza felici, bisognasse rendersi completamente indipendenti dalle aspettative degli altri e dall’opprimente conformismo che appiattisce le individualità.

Sembra un ragionamento intuitivo, ma la ricerca condotta dalla Dott.ssa Alison Lenton e dal suo team di ricercatori dell’Università di Southampton lo mette fortemente in dubbio.

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Individualismo o socialità?

I ricercatori hanno condotto uno studio, pubblicato sull’European Journal of Personality, che ha coinvolto 300 soggetti di età compresa fra i 18 e i 79 anni.

I partecipanti hanno iniziato compilando un questionario in cui veniva chiesto di indicare il livello medio di autenticità percepita nella loro vita.

Successivamente, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di ricordare 10 episodi del giorno precedente, e per ogni episodio dovevano indicare cosa stessero facendo, in compagnia di chi e quali fossero le loro sensazioni, specificando il livello di autenticità percepita (indicato dal grado di accordo con l’espressione ho agito coerentemente con i miei valori e le mie credenze), di alienazione (non so come mi sentivo) e di accettazione dell’influenza esterna (mi sono comportato come gli altri si aspettavano mi comportassi).

Nell’ultima parte dello studio i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scaricare sul proprio smartphone un’applicazione (ideata appositamente per l’esperimento) che per una settimana e in orari diversi della giornata chiedeva loro di prendere nota di che cosa stessero facendo, in compagnia di chi e quali fossero le loro sensazioni. Anche questa volta dovevano indicare il livello di autenticità percepita, di alienazione e di accettazione dell’influenza esterna.

Trovare se stessi grazie agli altri

I risultati hanno mostrato che sentirsi autentici è una sensazione che varia più nel singolo individuo che fra individui diversi – detto in altre parole, la sensazione di autenticità sembra essere maggiormente influenzata dalle persone con cui stiamo e da cosa stiamo facendo, piuttosto che essere un tratto stabile della nostra personalità. Un altro dato molto interessante è che i soggetti hanno riportato di sentirsi autentici con una frequenza maggiore quando erano in compagnia di altre persone (sia amici che membri della famiglia o colleghi) e che la percezione era più forte quando agivano conformemente alla aspettative esterne.

In generale, sentirsi autentici era correlato con emozioni positive, umore più allegro e maggiore energia, mentre sensazioni opposte venivano sperimentante nei momenti di alienazione.

Le attività maggiormente associate a stati di autenticità erano quelle che non solo coinvolgevano altre persone, ma richiedevano uno sforzo attivo da parte dei soggetti, tra cui fare attività all’aperto, andare al teatro, ad un concerto o al museo, prendersi cura degli altri e svolgere attività religiose.

Comportamenti passivi e solitari, come ad esempio navigare su internet o guardare la tv, sono stati associati con livelli più bassi di autenticità.

Se da una parte questi risultati possono sembrare inaspettati e richiedono ulteriori approfondimenti, dall’altra è opportuno ricordare che l’individualismo è una caratteristica abbastanza recente nello sviluppo dell’umanità.

Gli esseri umani sono una specie squisitamente sociale che deve il successo evolutivo alla capacità di collaborare con gli altri, il che può anche essere il motivo per cui abbiamo sviluppato una consapevolezza cosciente, condizione indispensabile allo sviluppo dell’identità.

E sul concetto di felicità anche Christopher McCandless dovette ricredersi e prima di morire da solo in Alaska scrisse: happiness is only real when shared, la felicità è reale solo quando la si condivide.