L’attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Una buona presa è necessaria per mantenersi saldi.

Lo sanno bene gli scalatori che si arrampicano sulle rocce, ce ne rendiamo conto noi stessi se scivoliamo inavvertitamente in acqua e cerchiamo un appiglio per mantenerci a galla.

Anche a livello psicologico a volte abbiamo bisogno di aggrapparci.

Quando il dolore ci piega e non sentiamo più appoggi o pretesti per continuare a tenere la testa alta.

Quando abbiamo paura e allora rimaniamo stretti a qualcosa o qualcuno, puntellati ad un ricordo, una speranza, un’attesa.

Ci aggrappiamo ad un sacco di cose, pensandoci: oggetti, punti di vista, piaceri, dolori, routine.

Inconsciamente anche a ciò e chi vorremmo spingere via dalla nostra mente, dalla nostra vita.

Perché non lasciare andare via, non riuscire a staccarsi è una forma di attaccamento.

Molte volte sembriamo saldati irrimediabilmente a persone vicine che ci fanno stare male, e che forse addirittura odiamo.

Alcuni tipi di attaccamento invece sono necessari.

Nei primi mesi di vita il nostro corredo genetico dispone del riflesso innato di afferrare e aggrapparsi quando il palmo della mano viene stimolato (grasping reflex) e nasciamo con il bisogno di attaccarci psicologicamente ad una figura di accudimento, di costruire una relazione speciale, profonda e fondante.

Il modo in cui la viviamo determina il nostro stile di attaccamento anche verso altre persone, il modo in cui staremo nei rapporti più significativi durante l’intero corso della vita.

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Aderire all’altro o restare sospesi

L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Aggrapparsi è in realtà diverso da attaccarsi, e sempre molto costoso in termini emotivi.

Ci tiene in tensione, richiede fatica, può portare sensazioni sgradevoli fino al disagio, esponendoci al rischio di affondare se perdiamo la presa.

Stare aggrappati ad una relazione è inoltre sfavorevole alla nostra esigenza di evolvere. Significa con facilità diventare insistenti, opprimenti, ossessivi.

Controllanti. Impegnarsi tanto ma contemporaneamente demolire la coppia.

Farsi abbandonare in poco tempo, molte volte.

Dare vita ad un attaccamento ansioso, insicuro, divenendo suscettibili ad ogni segnale del partner, terrorizzati dal rifiuto.

È come dare un giro in più, avanzare nel tentativo di tenere a sé l’altro e la relazione.

Fare un passo di troppo nel desiderio di agguantare e mantenere ciò che ci piace, che vogliamo.

Afferrare, spingere, resistere sono in effetti i segni di una presa esagerata, non di attaccamento solido e sereno.

Forse ci aggrappiamo molto se ci sentiamo in emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico. Quando non siamo realizzati, centrati individualmente.

A volte invece ci fissiamo sulla fantasia dell’amore.

Alla quale abbiamo iniziato a lavorare presto, ascoltando le fiabe da piccoli, tra principi in armature scintillanti e donzelle docili e accomodanti.

Un’illusione cresciuta nel tempo che ci fa muovere alla ricerca del nostro pezzo mancante, dell’anima gemella. Di qualcuno che ci completi perché ci sentiamo indefiniti.

Non siamo interi da soli e in una relazione diventiamo totalizzanti, esclusivi. Abbiamo bisogno dell’altro, della storia.

Ci sosteniamo ad un’idea ristretta, confinata tra quattro mura, dove c’è poco spazio vitale.

E quando l’altro denuncia il disagio allora ci aggrappiamo ancora più ferocemente, nel tentativo illusorio di avere tutto come vogliamo.

E se questa persona ci fa soffrire, abusando di noi, paradossalmente ci saldiamo ancora di più.

Perché ci sembra che il rapporto sia comunque accettabile, ne abbiamo disperato bisogno per sopravvivere.

Realizzata la presa, risulta impossibile allentare ma solo affondare, insistere, irrigidirsi.

In altri casi interpretiamo la coppia come mezzo per realizzarci e salvarci.

Una zattera sulla quale investire tutte le nostre forze, pensando di essere in un posto sicuro, immodificabile, perfetto che ci traghetterà verso la felicità. Mi basterà, pensiamo. Dimenticando e trascurando noi stessi.

Mollare la presa è invece necessario per non affondare. Anche nella nostra mente.

Lasciare fluire i sentimenti in modo naturale, allentarci dall’altro per vedere poi cosa rimane senza costrizione o vincolo.

Dovremmo adottare la visuale di un drone che ci fa vedere le cose dall’alto per scoprire che ci aggrappiamo in genere a qualcosa di piccolo su uno sfondo grande.

Che a volte diventiamo spietati e ci accaniamo su particolari. Non stringendo troppo l’altro invece possiamo stargli vicino senza pressarlo, evitando motivi di scontro.

Alleggerire il navigare della relazione, mettere in prospettiva le cose.

L’amore, quando non si aggrappa, può affiorare in modo straordinario.

Brunella Gasperini per Psicologia24