Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Incubo in un centro per anziani: gli ospiti di una casa di riposo erano costantemente sottoposti a umiliazioni e sevizie dal personale che avrebbe dovuto accudirli.

È una notizia che, recentemente, ha occupato i mezzi di informazione di tutta Italia.

Le reazioni tra chi assisteva ai telegiornali, leggeva i quotidiani o, semplicemente, faceva scorrere le pagine dei social network, si sono disposte lungo un range che andava dall’indignazione alla rabbia, dalla richiesta di pene esemplari allo sgomento.

Ci si chiedeva come fosse possibile che alcuni professionisti avessero potuto essere così spietatamente crudeli con altri esseri umani, per di più anziani e con un’autosufficienza limitata.

Purtroppo, non è stata l’unica notizia simile su cui ci siamo trovati a riflettere negli ultimi mesi; anzi, a scorrere la cronaca del periodo recente, l’elenco appare abbastanza corposo: un gruppo di docenti e operatori di un asilo maltrattavano regolarmente i bambini a loro affidati disumanizzandoli e sottoponendoli a vessazioni degradanti; una persona affidata alla tutela dei medici (agenti o infermieri) è stata oggetto di sevizie e percosse; un gruppo di giovani ha circondato un senzatetto e lo ha pestato brutalmente.

La cronaca degli ultimi mesi è stata puntuale nel proporci episodi in cui un gruppo di persone approfittava della propria condizione di vantaggio (numerico, di ruolo, di forza fisica) per esercitare soprusi su un altro gruppo meno forte, o su una persona in particolare in quanto appartenente a un gruppo minoritario (stranieri, clochard, anziani).

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Le motivazioni della violenza

Se ampliamo lo sguardo, sia dal punto di vista temporale che delle dimensioni dell’evento, abbiamo quasi l’impressione che la discriminazione e la prevaricazione siano fenomeni costanti nelle relazioni tra gruppi sociali.

E, come spesso accade davanti a notizie come quelle riportate, la prima domanda che ci viene in mente è: Perché? Cosa rende possibile che alcuni individui si accaniscano in questa maniera contro altri esseri umani?

Che è, poi, una delle domande fondamentali che i pensatori, i filosofi, gli artisti, si sono posti: cosa rende cattivi gli esseri umani? Cosa implica che le persone si comportino in maniera pro o anti sociale?

La prima spiegazione che ci viene in mente, d’istinto, è connessa alla malvagità individuale. Solo esseri malvagi possono concepire un’azione simile

Solamente criminali con turbe gravi possono essere capaci di isolare un uomo o una donna e ferirli, fisicamente o psicologicamente. È una spiegazione che, sulle prime, ci appare soddisfacente.

Ci consente di mantenere il nostro mondo in un ordine dotato di coerenza apparente, anche a costo di cadere in quello che viene solitamente chiamato errore fondamentale di attribuzione: ricondurre la maggior parte delle azioni umane a cause individuali.

Però, se vogliamo contrastare questi eventi, dobbiamo essere sicuri che la spiegazione che ci diamo sia quella giusta. E, dunque, chiederci se davvero solo le persone malvagie compiano atti malvagi, o se invece esista qualcosa, nel contesto in cui viviamo, che può spingerci a comportarci in una maniera o nell’altra.

La prigione di Stanford

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

È l’esatto quesito da cui è partito Philip Zimbardo, attualmente professore emerito all’Università di Stanford ed ex presidente dell’Associazione di Psicologia Americana (APA): è possibile che il contesto sia molto più importante di quanto saremmo portati a credere? Che una persona in partenza buona possa approcciarsi a una determinata situazione e comportarsi in maniera malvagia o sadica?

È la situazione che Zimbardo provò a riprodurre in quello che è diventato uno degli esperimenti più famosi della psicologia sociale: l’esperimento della Prigione di Stanford.

L’obiettivo era quello di ricreare un contesto che potenzialmente potesse indurre i partecipanti ad adottare condotte scorrette, assicurandosi, tuttavia, che queste persone non fossero sospettabili di essere preventivamente cattive.

Zimbardo e i suoi organizzarono un finto, ma realistico, carcere all’interno dell’Università di Stanford; quindi, reclutarono ventiquattro persone e le sottoposero a test psicologici che permettessero loro di escludere la possibilità che fra questi ci fossero individui con predisposizione alla violenza, o alla prevaricazione.

In pratica, si accertarono di non aver inserito nel loro cestino nessuna mela marcia.

A quel punto, assegnarono ai partecipanti, in maniera del tutto casuale, il ruolo di guardia o carcerato.

Rimaneva da vedere cosa sarebbe successo. Se, davvero, escludere le mele marce sarebbe bastato a scongiurare il verificarsi di atti di prevaricazione, o se invece il cestino in sé avrebbe fatto marcire le mele.

I risultati furono sorprendenti: nell’arco di sei giorni, l’esperimento dovette essere sospeso, perché quello che accadde tra i sanissimi occupanti della finta prigione di Stanford fu esattamente ciò che abbiamo visto, anni dopo, nelle carceri di Abu Ghraib, in Iraq, o nei locali della Diaz e di Bolzaneto, in Italia.

Prigionieri de-umanizzati, privati di ogni possibile connotazione personale, forzati dalle guardie a compiti degradanti come utilizzare le mani, nude, per la pulizia dei sanitari, o umiliati dal punto di vista fisico e sessuale, costretti, nudi, a simulare atti sessuali.

La situazione degenerò a tal punto che cinque ragazzi, sanissimi prima dello studio, furono preda di sindrome acuta da stress.

Il parallelo con Abu Ghraib rende particolarmente, non solo per la tragica similitudine tra le umiliazioni patite dai prigionieri; ma anche perché la spiegazione ufficiale, in quel caso, parlò di “mele marce”, di individui che con la propria condotta (im)morale avevano rovinato un contesto altrimenti sano.

Ciò che ci ha invece dimostrato Zimbardo, già da quel primo studio fondamentale, è che invece troppo spesso, per concentrarci sulle mele marce, dimentichiamo di focalizzare la nostra attenzione sul cestino.

È il cestino, se insano, a far marcire le mele che, come il gatto di Schrodinger, hanno in sé la possibilità di essere sia buone che cattive, fino a che non interviene il contesto.

Ma quali sono le caratteristiche che rendono “marcio” il cestino? Cosa accomuna il carcere di Zimbardo, la casa di riposo e l’asilo di cui ci hanno parlato le cronache?

Le cause degli abusi

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Il primo fattore comune è lo squilibrio di potere: in tutti questi casi, a un gruppo di persone veniva dato potere su un altro gruppo, senza che fosse previsto alcun tipo di supervisione che controllasse, o limitasse, questo dislivello.

Il secondo è la de-umanizzazione delle vittime: il gruppo dominante agiva come se non avesse a che fare con individui singoli, dotati di un proprio vissuto e di una propria individualità.

In tutte queste situazioni erano infatti previste delle routine che tendevano a omogeneizzare il gruppo dotato di minor potere (come le divise dei carcerati o i numeri utilizzati al posto dei nomi per indicarli).

Per contro, gli individui del gruppo che ha in mano il potere agiscono spesso nell’anonimato, al punto da potersi fondere in un gruppo che, come nelle bianche divise del film arancia meccanica, faciliti l’identificazione e, quindi, la possibilità di vedere allentata la responsabilità personale in favore di una responsabilità collettiva.

In questi contesti si notava anche la tendenza ad adeguarsi in maniera rigida alle norme del gruppo, in parte per conformismo e, in parte, per la presenza di un’autorità difficile da mettere in discussione.

Tanto che, spesso, chi ha provato a opporsi alle norme è stato oggetto di violenza e minacce fisiche o verbali.

Sapere tutto questo non ci serve certo per scusare eventuali atti simili, anzi; ma è utile per capire che, se vogliamo davvero ridurre il numero di questi episodi, dobbiamo allontanarci dal modello attualmente dominante, medico, centrato sull’individuo, per includere nel nostro ragionamento un approccio più sociale, che consideri anche le variabili contestuali. Anche perché modificare il contesto sociale significa agire, contemporaneamente, su più persone.

E, dunque, dobbiamo iniziare a ripensare il modo in cui alcune strutture, o società, sono concepite, valorizzando le individualità dei membri di entrambi i gruppi; riducendo l’omogeneizzazione; tutelando, dal punto di vista organizzativo, la possibilità di critica alle autorità, individuali o di gruppo che siano; e prevedere un’adeguata supervisione in tutte quelle situazioni o istituzioni nelle quali un gruppo abbia la possibilità di esercitare potere su un altro.

Per concludere citando ancora Philip Zimbardo: dare alle persone potere senza supervisione è una ricetta per ottenere abusi.

Renato Troffa per Psicologia24