Blaming the victim: “In fondo, te la sei andata a cercare!”

Blaming the victim:

Attualità e cronaca sono per la psicologia sociale un immenso bacino da cui trarre spunti di riflessione e analisi, e non solo per i fatti in sé, ma anche per l’interessante lettura che si può fare delle reazioni delle persone alle notizie, delle frasi dei personaggi pubblici, delle discussioni sui social network.

Del resto, una vulgata ormai talmente vecchia da rendere impossibile citarne l’autore primo sostiene che lo scienziato sociale sia un po’ come colui, o colei, che va allo stadio e, invece di guardare la partita, passa il tempo a osservare il pubblico.

E, dunque, anche oggi facciamo scorrere il nostro sguardo sulle reazioni suscitate dalla cronaca, soprattutto su quelle che ci lasciano interdetti, o che non riusciamo a comprendere a fondo.

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Le responsabilità della vittima

Negli ultimi giorni, purtroppo, tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con la tragedia di Orlando, in cui un uomo si è introdotto in un locale aprendo il fuoco e compiendo una strage.

Non era un luogo qualunque, però, bensì un club notturno frequentato da un’alta percentuale di persone appartenenti alla comunità LGBT+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali e altri gruppi di minoranze sessuali e di genere).

Il che, non solo è stato fondamentale per la scelta dell’obiettivo da parte dell’assassino, ma ha anche avuto un effetto enorme sulle reazioni della società.

Dal punto di vista della psicologia sociale ci sarebbe veramente molto da scrivere su quanto è accaduto.

Dalla descrizione che i media hanno dato dell’evento, fino alla peculiarità della condivisione del cordoglio, passando per le dinamiche discriminatorie che hanno influenzato il fatto che proprio la comunità LGBT+ diventasse il bersaglio di un episodio simile.

In questo articolo, però, voglio concentrarmi su un aspetto in particolare: in tanti, nel commentare l’accaduto, hanno aggiunto una riflessione sul fatto che se non si fossero baciati in pubblico; se a baciarsi fossero stati alcuni eterosessuali; se avessero fatto le loro cose a casa la strage non sarebbe accaduta.

Non è, purtroppo, l’unico contesto in cui abbiamo letto di reazioni simili; non molti giorni prima della strage, si è diffusa la notizia dell’ennesima ragazza morta in seguito a violenze fisiche e sessuali.

E, come accade spesso quando una donna subisce un’aggressione simile, un numero considerevole di persone attribuisce alla vittima la responsabilità di quanto accaduto, perché era vestita in modo non consono; frequentava una zona non sicura; o ancora perché seguiva uno stile di vita che la esponeva a troppi rischi.

Così se una cooperante viene rapita durante la sua attività in una zona a rischio, o un ricercatore perde la vita mentre si trova in un qualche Paese straniero, è diffusa la reazione che attribuisce al suo comportamento, e non all’autore del crimine, la responsabilità prima di quanto accaduto.

E, in generale, attribuisce in qualche modo ai comportamenti della vittima una quota di responsabilità.

Blaming the victim

Perché accade? Cosa spinge a questa colpevolizzazione della vittima?

È un fenomeno noto in psicologia sociale come blaming the victim, ed è in realtà una delle tante distorsioni a cui la nostra cognizione provvede per aiutarci a vivere nel nostro mondo sociale e, al tempo stesso, a cercare di crearcene un’immagine quanto più comprensibile.

Una di queste semplificazioni consiste, appunto, nel cercare di percepire il mondo in cui viviamo come caratterizzato, quanto più possibile, da ordine e sicurezza.

Fare i conti, quotidianamente, con i molteplici rischi del vivere nel mondo richiede uno sforzo mentale elevatissimo, e implica, o meglio implicherebbe, un costo enorme in termini di tensione costante, preoccupazioni e stress.

Per questo motivo, alcuni processi ci portano a ridurre questa insicurezza, rendendo il nostro ambiente sociale più familiare e confortevole.

È la ragione per la quale gli esseri umani si trovano molto più a proprio agio se possono coltivare la credenza in un mondo giusto; in un mondo, cioè, nel quale gli eventi positivi sono la norma, e gli accadimenti negativi riguardano solamente coloro che, in qualche modo, se lo meritano o se la sono andati a cercare.

Così quando arriva la notizia di una vittima innocente, la nostra credenza in un mondo giusto è messa a rischio, e, insieme a lei, il nostro benessere.

Gli individui, messi davanti alla consapevolezza della propria vulnerabilità, hanno a disposizione due strade: la prima consiste nel concludere che il mondo sia effettivamente un posto ingiusto, in cui le tragedie e le disgrazie accadono anche a chi non se le merita (questo è il percorso più complesso dal punto di vista cognitivo); la seconda consiste nel negare o depotenziare la sofferenza della vittima, attribuendole la responsabilità della propria condizione (strategia che ripristina il nostro equilibrio cognitivo).

Prendere le distanze

La credenza in un mondo giusto non agisce però solo nei casi di violenza, anche se sono, ovviamente, quelli più eclatanti.

Per esempio, nel momento in cui ci si rende conto che alcune persone hanno condizioni di vita peggiori di altre, biasimare la vittima della disuguaglianza, incolpando la sua scarsa voglia di impegnarsi, o la sua tendenza a dedicarsi ad attività poco produttive, ci consente di rimanere al sicuro, nella nostra sfera di (relativo) benessere, senza doverci chiedere quale potrebbe essere il rischio di incappare nella stessa cattiva sorte.

È qui che questo fenomeno psicologico incontra il pregiudizio e lo stereotipo nei confronti dei gruppi sociali, e ci spiega perché la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nei casi in cui essa faccia parte di un gruppo minoritario.

Ci fa anche capire perché, nel caso delle violenze e delle molestie di genere, le reazioni siano influenzate dal genere e dall’orientamento sessuale, e la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nel caso delle donne e degli omosessuali.

Perché incolpare il loro modo di essere (che consideriamo in qualche maniera differente dal nostro) ci consente di sentirci al riparo dai pericoli e di sottostimare la nostra percezione di coinvolgimento, fisico ed emotivo.

Renato Troffa per Psicologia24