Quando ci accontentiamo di qualcosa al posto di qualcos’altro…

Quando ci accontentiamo di qualcosa al posto di qualcos'altro...

Siamo complessi. E contraddittori.

Mossi da spinte opposte a livello psichico. Che non sempre trovano punto di incontro.

Vogliamo stabilità e sicurezza mentre contemporaneamente un’altra parte di noi cerca novità e sfida.

Fatichiamo per trovare un posto dove fermarsi ma allo stesso tempo stare fermi ci pesa, combattiamo per esplorare e andare oltre.

Ci mettiamo delle regole – sociali, psicologiche – ma facciamo di tutto per trasgredirle.

Cerchiamo amore ma spesso lo rifuggiamo perché ne abbiamo paura, temiamo di esserne sopraffatti.

Facciamo di tutto per creare relazioni sentimentali stabili per scoprirci poi stretti e soffocati.

Vogliamo essere liberi e poi ci scopriamo terribilmente soli.

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I sostituti simbolici che frenano il nostro slancio

Un impulso evolutivo ci spinge sempre fuori, oltre.

Ci rende in parte comunque insoddisfatti. Non ci fa accomodare sulla poltrona della certezza.

Ci tiene attivi e attenti, chiama a compiere il nostro più grande potenziale: realizzare noi stessi.

Non possiamo fermarci mai veramente, dobbiamo assolvere il compito di crescita.

Abbiamo delle spinte, delle vocazioni, delle passioni che premono per farci diventare qualcosa di più, per svolgere il nostro destino.

Che spesso però contrastiamo, fermiamo.

Quando desideriamo qualcosa difficile da raggiungere, molte volte ci orientiamo su una sua approssimazione, qualcosa che gli somiglia, che lo ricorda e che in parte, attraverso significati personali, può prendere il suo posto. In termini psicoanalitici definito sostituto simbolico.

Un classico, tra i sostituti, molto spesso diventa il cibo, ad esempio.

Ci mancano stimoli, non abbiamo l’amore che vorremmo, e allora ci buttiamo sul cibo come supplente disponibile. Qualcosa che nutre, arriva dentro, ci riempie e colma vuoti, al posto dell’intimità che non abbiamo.

E in genere questo non ha niente di patologico. Non è criterio per un disagio. Ma una strategia brillante, utilizzata in parte da tutti.

In pratica troviamo qualcos’altro quando non possiamo arrivare ad avere ciò che vogliamo davvero.

Andare oltre i sostituti, ascoltando se stessi

I sostituti simbolici ci fanno compagnia, ci servono, ci sedano momentaneamente. Meglio averne a disposizione, utilizzarli, essere permissivi con la propria fragilità.

Ma non devono impedire di prestare attenzione anche alle parti più intime di noi, quelle che hanno bisogno di più tempo per comunicare.

Impariamo ad ascoltarci, al di là dei sostituti, ad avvertire ciò che sentiamo veramente, a decifrare i messaggi preziosi che arrivano da dentro.

Prendiamo confidenza con quello che la vita ci sta dicendo e indicando.

I sostituti diventano pericolosi se diventano i mezzi esclusivi per la nostra realizzazione, deviando esclusivamente su di loro i nostri bisogni emotivi.

Quando ci fermiamo a queste alternative che non possono rispondere davvero alle nostre vere esigenze.

In alcuni casi creiamo con loro un rapporto morboso, assoluto, distruttivo che può sfociare in eccessi anche seri, come i disturbi alimentari o altre dipendenze confermano.

A volte ci anestetizziamo con i sostituti – oltre al cibo, in alcuni casi sono persone, cose, luoghi o esperienze – e dimentichiamo che loro non sono il nostro vero amore, quello che in realtà stiamo cercando.

Sono dei rimpiazzi con cui fingiamo di appagarci, che crediamo indispensabili per calmarci, per sentirci completi.

Qualcosa che buttiamo dentro come pezzi mancanti, con i quali stabiliamo relazioni disturbate e che nascondono insoddisfazione, a volte vergogna, colpa, abuso di noi stessi.

In realtà di fondo sappiamo bene che ci stiamo accontentando, che i bisogni più veri non sono soddisfatti però ce li teniamo stretti, temiamo il vuoto che lascerebbero.

Ma niente di ciò che arriva dall’esterno può completarci in senso profondo.

In alcuni casi un sostituto è un obiettivo come la conquista di una data posizione lavorativa, oppure il raggiungimento di una forma fisica perfetta.

L’idea che essere magri, fare quel lavoro, conquistare una data posizione, avere una relazione sentimentale voglia dire essere amati, apprezzati, avere la vita in mano. Ma non è raro continuare a sentirsi soli, persi, incompleti anche quando queste cose sono raggiunte.

Forse, per quanto possa farci paura, lo snodo a livello psicologico avviene invece quando lasciamo andare i nostri sostituti simbolici preferiti.

Quelli che sentiamo forti, ai quali con difficoltà siamo disposti a rinunciare. Quelli che se abbandoniamo poi stiamo male, siamo sconvolti, tristi, nostalgici.

Quelli che provocano una vera e propria astinenza.

Quelle cose la cui mancanza smuove una sofferenza forte rimasta sotto copertura fino a quel momento: il disagio di non aver trovato risposta alle esigenze più vere e profonde.

Perché questa è l’occasione per lasciare andare questo dolore, una volta per tutte.

Brunella Gasperini per Psicologia24