La donna oggettivata

La donna oggettivata

Essere oggettivate come donne significa diventare strumenti per scopi di altri. Merce di scambio. Cose di proprietà.

Non essere riconosciute nella nostra autonomia, capacità di agire. Prive di confine e quindi violabili, divisibili.

Negate nella personalità, trascurate nei sentimenti. Oggetti dunque e non soggetti.

La donna oggi è emancipata, intraprendente, determinata, libera. E si confronta su piani diversi.

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L’immagine distorta della donna

Eppure il suo racconto nei media, ma anche nell’immaginario collettivo, è ancora contraddittorio, banalizzante e pericoloso. Spesso umiliante.

Le concezioni tradizionalistiche e le credenze sulla diversità dei generi sono forti e radicate, contribuiscono a giustificare lo status quo e le disparità tra i generi, le discriminazioni nei confronti del genere femminile in ambito sociale, lavorativo, politico. Accentuano la tolleranza di stereotipi e indirettamente anche di molestie, oltraggi, violenze.

Siamo corpi che camminano più che persone, da guardare, commentare per strada, di cui usufruire, eventualmente.

Possiamo essere brave ma prima di tutto dobbiamo essere belle. Siamo un po’ tutte uguali, interscambiali, prive di personalità.

Compresse in un’età adulta ma giovane, con bambine ipersessualizzate e donne mature infantilizzate.

Nella pubblicità siamo confezionate ossessivamente in corpi irrealisticamente vellutati e magri, se non in versioni inespressive, isteriche, passive, ridicole.

E anche un po’ cretine, estasiate per uno sgrassatore efficace.

Diventiamo molte volte oggetti presentati con doppi sensi squallidi, con un’ironia che legittima discriminazioni, sottintesi pericolosi, ammiccamento collegati a sopraffazione e sottomissione.

In politica diventiamo quote rosa, donna tangente, regali sessuali, ministre che si vestono bene o male, provocanti o inguardabili, topless da copertina di rotocalchi.

Studi e indagini concordano nell’evidenziare come, nel mondo delle parole e delle immagini, il corpo femminile venga sessualizzato, mercificato e oggettivato in modo quantitativamente e qualitativamente diverso da quello maschile.

Aspetto che accomuna tutti i paesi occidentali, ma particolarmente accentuato in Italia: nella nostra televisione il modello sessista è in crescita e l’immagine della donna risulta fortemente oggettivata.

Analisi di film, annunci pubblicitari, programmi televisivi, video musicali, giornali e periodici concordano nell’indicare protagonista dell’oggettivazione sessuale il corpo femminile.

Varie ricerche dimostrano come i mass media rinforzino stereotipi sessisti.

E’ stato inoltre provato che una donna presentata puntando soprattutto sul suo aspetto, porta gli osservatori a vederla meno umana, intellettualmente meno capace e moralmente poco degna di considerazione rispetto ad una – ma anche un uomo – proposto in modo non oggettivato.

La donna oggettivata

L’oggetto femminile

La letteratura sull’oggettivazione ha ampiamente dimostrato anche la relazione, per le donne, tra esposizione a modelli mediatici oggettivati e insoddisfazione corporea, calo di autostima, percezione distorta della propria possibilità di attrarre – e quindi delle proprie abilità relazionali -, insorgenza di disturbi alimentari.

In particolare la riduzione della donna a oggetto/corpo disponibile per uso e piacere di altri, costituisce un’esperienza che connota fortemente la vita delle donne.

Il nostro valore passa comunemente attraverso l’apparenza fisica, rappresentativa della nostra persona.

Questo fenomeno ci riguarda così tanto da vicino da risultare spesso inosservato. Siamo noi stesse molte volte a prestarci a questo gioco.

Rivendicando potere e vittorie unicamente attraverso la capacità di attrarre sessualmente, essere approvate dal sesso maschile.

Utilizzando il corpo come strumento per rivendicare libertà. Sembra che ci dobbiamo sempre spogliare e farci vedere nude per difendere il diritto ad essere come si è.

In questo senso, in parte, ci oggettiviamo da sole.

Gli studi dicono che l’esposizione alle immagini sessualizzate delle donne – ma sempre più anche degli uomini – influenza il concetto che i giovani hanno di sé e della propria sessualità, diffondendo una visione stereotipata dei ruoli di genere, aumentando l’auto-oggettivazione.

In altre parole le donne imparano a definirsi non in termini di capacità e competenze, ma di apparenza fisica. Interiorizzando la prospettiva dell’osservatore, trattando se stesse come cose da misurare sull’aspetto.

Trascurando emozioni ed esigenze, può succedere di concentrarsi sul controllo costante del corpo alla ricerca di un Sé ideale, limitando ricordi, desideri, opportunità e affermazione personale.

Stravolgendo il modo di vederci, si diventa più inclini a trattare e farsi trattare dagli altri come oggetti.

Un processo che inizia sempre prima – alcuni studi individuano l’infanzia – strettamente connesso all’esposizione di immagini mediatiche. Che tende ad attenuarsi solo nei periodi più avanzati della vita.

Bisogna imparare a raccontarci in modo nuovo.

A rappresentare noi stesse non solo attraverso la figura del nostro corpo.

Consapevolezza e resistenza alla cultura dell’oggettivazione sono i punti di partenza per individuare e proporre modelli femminili soggetto affermativi e assertivi, capaci di azione, capacità e sentimento.

Brunella Gasperini per Psicologia24