S come separazione

S come separazione

Ogni volta che vai via (Every time you go away) è il titolo di un brano di Paul Young piuttosto popolare degli anni ottanta. Racconta del dolore che si prova quando la persona che amiamo si allontana.

Non andare via, non lasciarmi, senza te non posso stare sono ritornelli romantici piuttosto ricorrenti.

E in effetti la scienza ha dimostrato che in incorriamo in una vera sindrome da separazione quando il nostro partner ci lascia, anche per brevi periodi.

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I cambiamenti nella separazione

Si registrano cambiamenti fisiologici e comportamentali significativi in entrambi i partner, particolarmente in coloro che rimangono e che esprimono un attaccamento ansioso, mentre la lunghezza, la soddisfazione del rapporto e l’abitudine agli allontanamenti non sembrano influire sullo stress da separazione.

Una lontananza a lungo termine porta aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

La ricerca sta studiando i meccanismi neurochimici alla base di questi effetti comportamentali del tutto simili all’astinenza, segnalati anche in animali monogami, come alcuni roditori.

Un indice significativo, registrato persino in coloro che non esibiscono forti sintomi di ansia, è l’aumento del livello del cortisolo, l’ormone dello stress. Nell’attaccamento e nella separazione di tutti i legami importanti sono implicate le stesse sostanze neurochimiche: ossitocina, vasopressina, e dopamina.

L’attaccamento nella relazione

Questi dati fanno capire come in una coppia i partner si attacchino l’uno all’altro in modo del tutto simile a quello che avviene tra neonato e genitori. Di come si tenda a creare un’unità psicologica (tra amanti, tra genitore e figlio) dove le esigenze di essere vicini, prendersi cura e resistere alla separazione sono molto forti.

Talmente forti, da portare in alcuni casi ad estrema angoscia se si è divisi da qualcuno a noi molto vicino come una madre e un padre per un bambino o il partner per un adulto. Condizione definita in termini clinici come disturbo d’ansia da separazione.

Per John Bowlby, lo psicoanalista britannico che ha studiato approfonditamente i legami affettivi, l’angoscia suscitata dalla perdita o dalla separazione di uno stretto rapporto con la figura di riferimento è una caratteristica che definisce il legame di attaccamento.

Alcuni studi dimostrano che l’ansia da separazione in età adulta è però un’estensione di uno stile di attaccamento disfunzionale stabilito nella prima infanzia con le figure primarie, che rende vulnerabili alle separazioni, soprattutto in caso di forte stress.

Per dire che anche se numerose ricerche supportano l’idea che una relazione sentimentale possa rappresentare una dimensione di rifugio, appoggio, sostegno emotivo, un attacco insicuro (ansioso – ho bisogno di te – o evitante – vieni qui/ vai via) rovina questa possibilità.

Coppia e autonomia

S come separazione

Il bisogno di rimanere uniti non deve impedire in ogni caso la possibilità di rendersi autonomi, allontanarsi, esplorare.

A volte in una relazione può esserci addirittura bisogno di separarsi, almeno per un po’. Anche se si crede che la coppia debba stare sempre e comunque appiccicata e che prendere le distanze sia un rimedio per coppie finite, utile solo a riorganizzarsi da soli.

Perché la distanza fa paura, pone di fronte ad una situazione dove perdiamo controllo sull’altro e sulla relazione.

Quando sentiamo scivolare via il partner, infatti, ci viene spontaneo avvicinarsi ancora di più. E insistere nelle stesse modalità esasperando così situazioni già instabili.

In alcune condizioni particolari separarsi può probabilmente riuscire a rafforzare il rapporto.

Il tempo da soli non risolve magicamente i problemi dello stare vicini, ovvio, ma può smuovere cambiamenti quando si torna insieme, se ci sono impegno e volontà.

E se questo tempo da separati non è vissuto come modo per testarsi, cioè non è: ci separiamo per un po’ per vedere se possiamo fare da soli, con la cintura di sicurezza attaccata all’altro però, in caso si scopra di non essere in grado

Quando finisce un amore…

A volte invece nei legami, le separazioni sono già avvenute da tempo, stanno nelle pieghe profonde della relazione. Volontà, interesse, entusiasmo non ci sono più, solo serrature chiuse, arresti emotivi. Ad un certo punto ci siamo lasciati, senza ufficializzarlo. Mantenendo tutto intatto in superficie.

Quando la separazione invece è inevitabile, ci si lascia e dobbiamo distaccarci, arriva il momento nel quale mettiamo a fuoco dolorosamente quanto si è condiviso con il partner.

L’altro ha fatto parte della nostra quotidianità, è stato nelle piccole cose ma anche nella nostra testa, nelle decisioni, nei comportamenti. Ha abitato la nostra anima.

Condiviso il nostro Sé, in una sorta di duplex emotivo. Adesso invece, con il distacco, c’è bisogno di iniziare a definirsi in relazione a se stessi. Di uscire da quell’intimità per riorganizzarsi.

Secondo alcuni studi, i partner più disastrati dopo una separazione sono quelli che dimostrano un attaccamento evitante (che preferiscono rimanere a distanza) e che hanno difficoltà a regolare le proprie emozioni.

In modo sorprendente invece gli attaccati in modo ansioso (dipendenti) dimostrano di ritrovare meglio, nel corso del tempo, il modo di sopravvivere alla rottura e rimettere di nuovo insieme i pezzi della propria identità.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico.Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.