T come tristezza

T come tristezza

Mettiamoci seduti a guardare la nostra tristezza. Tiriamola fuori. Lasciamola defluire così come viene.

Aspettiamola, senza metterle sopra altre cose. Non spaventiamoci del suo arrivo.

Standoci insieme, frequentandola, possiamo sentirci vivi e scoprire cosa è veramente importante per noi.

Abbiamo bisogno di sentirla, e basta. Senza banalizzarla o drammatizzarla. Senza ruminarci sopra, autocommiserandoci.

La tristezza fa parte del nostro repertorio emozionale, ha un suo significato.

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Assaporare le emozioni

Sentire le emozioni, tutte, anche le più angoscianti, ci permette di sopravvivere e crescere.

Sopprimerle invece vuol dire perdere contatto con parti importanti, vivere attutiti. Togliere consistenza, spessore, profondità alla nostra vita.

Le emozioni, anche negative, ci collegano a noi stessi, ci fanno capire cosa vogliamo e chi siamo. Ci servono per rispondere in modo adattivo a ciò che succede.

La società ci pressa per essere contenti, ci spinge ad accantonare i momenti bui della nostra vita emotiva a favore di un’ostentata felicità, del sorriso a tutti i costi. Ci esorta ad evitare di esporre la vulnerabilità.

Nell’industria moderna della positività, la sofferenza è da curare, anestetizzare, annullare.

E così la tristezza imbarazza. Non sappiamo come approcciarla, non siamo abituati a trattarla, a farvi fronte anche se è uno degli stati affettivi più comuni e duraturi.

Nemmeno quella degli altri: anche ai più piccoli comunichiamo indirettamente che certi sentimenti è meglio evitarli, quando ad esempio diciamo loro che va tutto bene, di non piangere, in evidenti momenti di difficoltà.

Quando siamo giù tendiamo a fare tutto ugualmente, corriamo qua e là, lavoriamo, organizziamo, ci vogliamo convincere di essere troppo occupati per sentirsi scoraggiati.

Forse abbiamo paura che lo sconforto possa riaprire quel pozzo di emozioni sepolte che ognuno ha dentro di sé pieno di rifiuti, frustrazioni, delusioni, perdite. Preferiamo passarci sopra, lasciando tutto sul fondo.

Ignorando la tristezza, mascherandola o evitandola, inoltre non impariamo a conoscerla finendo per farci delle fantasie su di lei: che poi se ne va via, che basta non pensarci e ce ne sbarazziamo, che è il contrario della felicità e sinonimo di depressione.

Eppure la tristezza è una sensazione naturale legata ad esperienze significative di sofferenza e anche di gioia.

Mentre la depressione è una risposta non adattiva al dolore, che può travolgerci e intorpidirci emotivamente, renderci demotivati e fiacchi, la tristezza può spronarci a ripartire.

Qualunque dolore non è mai insignificante. La tristezza ci dice che qualcosa ha fatto male ai nostri sentimenti, che bisogna cambiare, che a volte siamo fragili, il contrario di quello che vorremmo essere.

Ma ci permette di rileggere il passato, di dare nuove interpretazioni agli eventi e significati a noi stessi.
T come tristezza

La letteratura scientifica sulla tristezza

In confronto all’enfasi della letteratura recente sui vantaggi delle emozioni positive, la scienza dimostra oggi che anche la tristezza può avere importanti conseguenze adattive, innesca infatti strategie adeguate in situazioni sociali impegnative.

Secondo uno studio del 2011 del Professor Joseph P. Forgas della Facoltà di Psicologia della New South Wales University in Australia, la tristezza è in grado di aiutare la memoria, ridurre pregiudizi, incrementare la motivazione e migliorare le interazioni sociali.

La tristezza può migliorare la memoria

Sembra che stato d’animo positivo alteri mentre quello negativo migliori l’attenzione per i dettagli dell’ambiente.

Così, in seguito le informazioni più accurate raccolte in tristezza permettono di rammentare meglio, essere più fedeli alla realtà delle cose e distorcere meno il ricordo.

La tristezza può ridurre i pregiudizi

E’ stato provato che le persone felici sono quelle più propense a fare errori di valutazione sociali a causa di pregiudizio.

Stati d’animo tristi invece riducono gli errori di giudizio comuni, come l’errore fondamentale di attribuzione (l’attribuzione di intenzionalità al comportamento degli altri ignorando fattori situazionali), l’effetto alone (il valutare globalmente qualcuno sulla base di pochi tratti) e il riporre troppa enfasi sulle informazioni iniziali ignorando i dettagli successivi.

Può incrementare la motivazione

La tristezza funziona come un leggero segnale di allarme, innesca impegno e motivazione per affrontare le sfide nel nostro ambiente.

Quando stiamo bene siamo meno motivati a muoverci, a fare qualcosa. Invece se stiamo male siamo più propensi a sforzarci e perseverare per cambiare lo stato delle cose.

Può migliorare le interazioni, in alcuni casi.

Ci sono alcune situazioni nelle quali la tristezza ci rende più cauti e attenti nelle interazioni.

Quando siamo giù di corda, in situazioni interpersonali incerte – come avere a che fare con persone sconosciute – tendiamo ad essere più gentili, meno diretti.

Più bravi a individuare strategie di comunicazione appropriate, ci fidiamo meno delle impressioni e più di ciò che sentiamo collegandoci agli altri. Risultiamo anche più convincenti, capaci di argomentare la nostra posizione.

Che la tristezza possa contribuire ad un contatto profondo, ad aumentare generosità e compassione, ad empatizzare con gli altri è da confermare ma i dati a disposizione sembrano andare in questa direzione.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico. Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.