P come perfezione

P come perfezione

Ci farebbe bene adattarci alla nostra imperfezione.

Convivere con le nostre insufficienze, inadeguatezze, impossibilità. Prendere confidenza con gli errori, i guasti, le limitazioni. Renderci conto di non essere sempre completi e precisi eppure poter ugualmente sfruttare le nostre occasioni.

Affrontare le situazioni senza puntare alla medaglia, come si fa nelle gare sportive, ma ad una propria performance che ci regali soddisfazione nel momento in cui la svolgiamo, al di là dei risultati. Anche se imprecisa, inesatta, mediocre.

Considerare meno i dettagli approcciando globalmente le cose, diminuire la portata delle aspettative, sintonizzarsi con la realtà.

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Diventare normali

Saper perdere di vista gli obiettivi, godersi il percorso che può non portare lì dove crediamo.

Imparare ad essere meno bravi, meno belli, meno pronti, meno sicuri, meno precisi. Attivare modalità più sciolte di noi, abbandonare le critiche, allentare il controllo.

Sfilarsi da regole inviolabili su come le cose devono essere fatte, da regolamenti serrati, diventando banali, conformisti, ossessionati dal controllo, incapaci di improvvisare.

Rendimento, produttività e successo sono del resto trappole culturali che ci schiacciano nell’angolo della mediocrità, nella maggioranza dei casi.

Il perfezionismo si traveste di puntualità e affidabilità, aspetti felicemente accolti in molti ambiti di vita, a partire da quello lavorativo.

In una cultura focalizzata sulla performance come la nostra, c’è una forte pressione alla perfezione, a fare sempre di più e sempre meglio.

A riuscire, in ogni caso. Ad essere impeccabili. Più siamo perfetti, più siamo premiati.

Come nei giochi olimpici. Si concorre per un posto sul podio, per vincere una medaglia, per essere più bravi.

Bianco o nero, si vince o si perde, si riesce o si fallisce, siamo capaci o si fa schifo.

Vita da perfezionista

Ma quello del perfezionista è un regime psichico stressante tra ideali, autocritica e sensi di impotenza.

Scrupolo e rigore si muovono sul filo della fragilità.

Voler essere assoluti vuole dire mettersi di continuo alla prova, testarsi in ogni situazione con un occhio ipercritico puntato addosso, pronto a rilevare errori.

Significa ripensare a tutto quello che avremmo potuto e non siamo riusciti a fare, mettersi una catena al collo con il passato, misurarsi, a volte con gli altri e fermarsi se non siamo in grado di distinguerci.

Sentirci mediocri se non brilliamo. Voler essere bravi, completi, validi, efficienti altrimenti ci deludiamo.

Essere sconvolti da un errore. Ingigantirlo al punto di contagiare tutto quello che siamo, mettere in dubbio le nostre capacità, sprofondare: se sbagliamo non valiamo.

Il perfezionismo può diventare anche ricerca dell’impossibile. Sempre in corsa con se stessi, affrontando tutto come una prova.

Rimuginare sugli errori del passato, dubitare delle scelte fatte, ruminare pensando a come rendere tutto preciso.

Oppure bloccati per l’impossibilità di realizzare obiettivi ambiziosi. Iper-controllati, iper-responsabili, iper-efficienti, iper-coscienziosi. Mancanti però di parti vitali e spontanee.

Anche verso gli altri il perfezionismo è distruttivo.

Nella coppia ci trasforma in partner criticoni, pronti a correggere, a riprendere, a far notare mancanze.

In famiglia rende genitori performanti, esigenti e frustranti.

La scienza della perfezione

Gli studi dicono che una madre o un padre con perfezionismo elevato, lo accrescono anche nei figli.

La scienza spiega anche che i perfezionisti si demoralizzano facilmente, hanno difficoltà a portare a termine i compiti iniziati, sono vittime di sbalzi di umore, cali di autostima, frustrazione, depressione.

Tendono a rimanere delusi delle loro prestazioni. In modo paradossale, più importanza danno all’eccellenza impegnandosi a fondo, più rischiano di minare il loro successo.

Il perfezionismo è definito come il desiderio di raggiungere i più alti standard prestazionali e presenta la tendenza ad una eccessiva autocritica.

Tra le dimensioni che lo rappresentano si trovano l’eccessiva preoccupazione di commettere errori, le critiche e le aspettative genitoriali, il bisogno eccessivo di organizzazione, gli elevati standard personali.

Si tratta di un tratto implicato nel mantenimento di stati emotivi o affetti negativi che si esprimono con umore ansioso e depresso.

E anche con pensieri ripetuti e ripetitivi sul proprio stato d’animo negativo che impediscono, alla fine, comportamenti attivi e quindi risolutivi.

Il perfezionismo è praticamente una trappola. Che porta a sentirsi perennemente insoddisfatti, scontenti, sfiduciati, in corsa con se stessi.

Severi. Rigidi. Mai abbastanza bravi, credendo di dover fare di più e meglio sempre, senza essere mai soddisfatti per quello che si è.

Sbagliare e riprovare

Se vogliamo evolvere in modo creativo abbiamo senza dubbio bisogno dello stimolo a fare sempre meglio.

Per tracciare un successo personale, andare avanti nella vita.

Per realizzare ciò che si desidera è necessario sfidare se stessi, essere stimolati, tirare fuori attenzione e impegno.

Provare e sbagliare. Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio sono le parole dello scrittore Samuel Beckett per esortare ad una continua ricerca e analisi.

Perché non fare bene stimoli a riprovare con soddisfazione e non a renderci perfetti, demoralizzandosi.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico. Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.