V come vita vegetale

V come vita vegetale

Forse siamo solo replicanti.

Ci sentiamo avanti oggi grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi sistemi digitali ma probabilmente abbiamo solo duplicato qualcosa che esiste già nel mondo naturale. Arriviamo secondi.

Perché i vegetali sono da sempre connessi tra di loro, collegati ad una grande Bio-Rete naturale attraverso la quale comunicano, si scambiano segnali, messaggi, informazioni. Un sistema unico e intercomunicante.

Con il satellite immaginario di Pandora, l’idea di una forza vitale condivisa chiamata Grande Madre, di una foresta interattiva, di una rete di comunicazione biochimica tra gli alberi simile a quella dei neuroni di un cervello umano, dell’Albero delle Anime capace di estrarre dal terreno le sue radici e usarle per connettersi al sistema nervoso di una qualunque altra creatura vivente, l’immaginazione degli sceneggiatori del film Avatar ha preannunciato quello che oggi la neurobiologia vegetale sembra a poco a poco dimostrare.

I vegetali infatti non sono passivi, fermi, succubi dell’ambiente, così come li immaginiamo.

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La neurobiologia vegetale

Gli studi del Professor Stefano Mancuso, fisiologo vegetale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, dimostrano cose davvero sorprendenti.

Ce le racconta nei suoi affascinanti libri, l’ultimo dei quali Verde brillante scritto con la collega Alessandra Viola.

In un modo diverso dal nostro, i vegetali comunicano con il mondo circostante, sono sensibili e intelligenti.

Utilizzano un vocabolario chimico per il loro linguaggio. Producono molecole che diventano messaggi in codice con funzione di allarme o di avvertimento. Riescono perfino ad apprendere.

Possiedono una personalità, si scambiano informazioni e interagiscono con gli animali.

Per sopravvivere adottano strategie mirate, hanno una vita sociale, sfruttano al meglio le risorse energetiche.

Sono capaci di scegliere, ricordare, sentono perfino la gravità. Sono degli esseri.

Sembra che i segnali che si scambiano soprattutto tra le radici siano capaci di guidare verso il cibo, di allontanarsi dal pericolo, di collaborare con insetti, funghi e microbi del terreno.

Due alberi vicini crescendo possono intrecciare le loro chiome oppure allontanarle in una sorta di simpatia o inimicizia. Risulta inoltre che una pianta possa chiedere aiuto agli insetti quando avverte che un’altra vicina sta soffrendo.

Qualcosa che somiglia all’empatia, alla compassione e alla solidarietà.

Sembra che il mondo vegetale sappia utilizzare una rete comunicativa sotterranea per sostenersi, difendersi, fare squadra. Concetti ai quali l’uomo ancora non è così bene arrivato.

Esiste inoltre una ricca letteratura sugli effetti benefici delle piante. E’ provato che la loro presenza silenziosa ma saggia influisce sulla nostra psiche, ci rilassa, ci aiuta a guarire, ad apprendere, ad essere più attenti. Ci nutre psicologicamente.

Ci passa in modo misterioso gli influssi potenti della linfa vitale che muove la Natura.

La vita vegetale come esempio

I vegetali dovrebbero essere davvero un modello di ispirazione per ognuno di noi. Esempi di come si può essere produttivi senza frenesia. Di come potersi fermare, di tanto in tanto, rimanendo vivi e vegeti.

Ci offrono lo spunto per riflettere sul sottile ma robusto legame che raccoglie tutti gli esseri viventi, quel filo invisibile che unisce rendendo ognuno parte di un insieme al quale noi umani dobbiamo riconnetterci. Riconsiderando il concetto che abbiamo degli esseri vegetali.

Fare la pianta non vuol dire non fare nulla o essere inutili. Si dimentica come una pianta sia capace di crescere tenace in una crepa in mezzo al cemento, come possa sfondare marciapiedi, come alcune radici siano in grado di sollevare il terreno, distruggere muri. Fare il vegetale non vuol dire essere passivo o inutile.

Si vive in una cultura che ritiene il fare sempre meglio del non fare, dove siamo quello che realizziamo e valiamo quanto più produciamo.

Anche se a volte ci viene detto che non è importante quello che facciamo ma come lo facciamo, in un certo senso siamo invitati a diventare consapevoli e stare meglio comunque nella smania di fare.

Anche alcune tecniche di gestione dello stress o del tempo sono volte a gestire la nostra frenesia.

Invece è necessario in molti casi fare i vegetali, semplicemente smettere di fare, essere meno convulsi.

Sostare in uno stato vegetativo, prendere spazio tra noi e quello che facciamo. Mettere distanze con ciò che ci pesa.

Produrre in altri sensi, in termini psicologici per noi stessi.

Perché la stanchezza dello strafare annebbia intuito e saggezza. Se riusciamo a fermarci può apparirci subito chiaro cosa sta succedendo.

Talvolta è necessario sostare in quello stato allentato, senza obiettivi e orari, rinunciando ad andare da qualche parte, evitando soluzioni rapide.

Essere produttivi per la propria vita interiore non facendo apparentemente niente, proprio come un vegetale. Smorzando passioni ed esuberanza, attenzioni e interessi.

Gli studi indicano che uno stato apparentemente passivo, libero da intenzioni, predispone alla creazione di nuove connessioni neurali, altri collegamenti, idee innovative, soluzioni, spiegazioni diverse.

Essere sempre protesi verso qualcosa non è la posizione più comoda. Stare su se stessi in molti casi lo è. Proprio come una pianta.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico.Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.