R come rifiuto

r come rifiuto

Sentirsi allontanati, esclusi dalle persone vicine, dagli amici, dai colleghi.

Scartati dall’ambiente lavorativo. Messi al bando dalla famiglia, esiliati dalla comunità.

Abbandonati da una persona speciale con la quale siamo coinvolti sentimentalmente.

I vissuti di rifiuto sono diversi. A volte, soprattutto se ripetuti, possono infettarsi e causare complicazioni psicologiche che attaccano il nostro equilibrio.

Sappiamo infatti che il rifiuto ha effetti che si ripercuotono sulle emozioni, sul pensiero e sul comportamento.

Ecco alcuni aspetti di questo vissuto doloroso affrontati dalla scienza.

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Dolore emotivo e fisico sono elaborati dal nostro cervello allo stesso modo

Tecniche di neuroimaging mostrano che quando sperimentiamo rifiuto sociale e quando proviamo dolore fisico si attivano le stesse aree cerebrali.

Quelle che si innescano anche se assistiamo semplicemente ad esperienze di esclusione di altre persone.

Ulteriori studi hanno indicato che il cervello rilascia antidolorifici naturali, gli oppioidi, in risposta al dolore sociale così come a quello fisico.

E’ stato visto inoltre che l’uso di farmaci antidolorifici attenua il dolore emotivo del rifiuto, intervento inefficace per altri tipi di emozioni negative come imbarazzo o paura.

Sorprendentemente, a livello fisiologico, dolore del rifiuto e fisico sono strettamente legati e forse – ma è solo un’ipotesi – chi è meno sensibile ad un tipo di dolore, lo è anche all’altro.

Il rifiuto ha sempre un impatto emotivo

Quando lo viviamo il cervello reagisce con rabbia e tristezza anche se a farlo sono degli estranei, delle persone che non ci piacciono o gruppi dei quali non vorremmo far parte.

Fa molto più male di altre ferite.

L’entità del dolore smosso dal rifiuto è superiore rispetto ad ogni altra emozione negativa.

Secondo alcune indagini, viene paragonato ad un pugno nello stomaco o una pugnalata al petto, qualcosa che colpisce le nostre parti più delicate. E’ fisico, viscerale.

Il dolore si ripete con il ricordo

Mentre ricordare il dolore fisico non porta a sperimentarlo ancora, cioè non sentiamo di nuovo il male, il ricordo del rifiuto invade emotivamente, ripresenta la sofferenza e scatena nel cervello una risposta biologica simile a quella vissuta al momento del rifiuto.

Essere rifiutati crea inoltre ondate di rabbia: esiste un forte legame con l’aggressività verso gli altri, la violenza e il bullismo.

L’aggressività può inoltre essere diretta verso se stessi.

Il rifiuto diminuisce la prestazione in compiti cognitivi

Vivere un’esperienza di rifiuto abbassa temporaneamente il quoziente intellettivo, il risultato in prove di test di intelligenza, di memoria a breve termine e processo decisionale.

Può compromettere l’autostima.

Quando si è rifiutati si è critici con sé stessi in modo distruttivo: tendiamo ad abbatterci, renderci responsabili, colpevoli, difettosi, sbagliati.

Siamo tutti sensibili al rifiuto però se stiamo già male a livello emotivo, siamo più fragili.

Ma la vulnerabilità al rifiuto è soprattutto correlata negativamente con l’autostima che tende a funzionare da protettivo.

Più viene sperimentato più ce lo aspettiamo.

Diventiamo ipersensibili, cadiamo in meccanismi di pensiero che peggiorano le situazioni fino ad autoescludersi, evitando relazioni per paura di non essere accettati. Si tende ad isolarci.

Buona parte del danno è provocato da noi stessi perché proprio quando stiamo più male e abbiamo bisogno di aiuto da parte degli altri, danneggiamo le possibilità di farlo.

Rifiuto e salute

Evidenze scientifiche indicano che il rifiuto sociale è correlato a processi infiammatori, a depressione, interferisce perfino sulla qualità del sonno e sul funzionamento del sistema immunitario.

Il rifiuto destabilizza il bisogno di appartenenza.

Siamo fondamentalmente animali sociali. Essere esclusi, allontanati porta dolore emotivo.

In un’ottica di psicologia evolutiva, l’esperienza umana del rifiuto riconduce alle nostre radici antiche, quando eravamo cacciatori-raccoglitori appartenenti a tribù il cui prezzo dell’allontanamento era praticamente la morte. Ma si ricollega anche alla nostra storia personale.

Il rifiuto può essere una delle esperienze più dolorose della vita.

Il rifiuto è insopportabile se si ripete e arriva da chi amiamo di più. Perché la paura del rifiuto è qualcosa di potente che si nasconde nelle profondità della psiche.

Tocca le corde dell’attaccamento, una tendenza innata fortissima scritta nel patrimonio genetico che porta a stabilire relazioni emotive significative, ci fa attaccare agli altri, ad una persona, un gruppo, una comunità.

Perché, al di là della coppia, abbiamo bisogno di relazioni positive, profonde e durature.

Appartenere a qualcosa di più grande di noi espande i nostri confini, ci fa sentire più forti e sicuri.

Che fare, come reagire.

Il recupero per il dolore del rifiuto ha bisogno di ripartire proprio dalle relazioni.

E’ questo il pronto soccorso emotivo per trattare le nostre ferite e promuovere il processo di guarigione.

L’ambito dove possiamo affrontare gli strappi subiti e ricucirli, riconoscendo innanzitutto la sofferenza e dando nome alle nostre emozioni.

E’ all’interno dei rapporti umani, attraverso il sostegno, il confronto, l’accettazione, l’inclusione, l’accoglienza, lo scambio che possiamo ripararci e guarire.

Un’altra persona, un gruppo, una comunità sono in questo senso la nostra sopravvivenza dal punto di vista psicologico.

Perché nessuno si salva da solo.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico. Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.