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Cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

L’amor che move il sole e l’altre stelle causa nel nostro organismo dei cambiamenti: chi di voi non ha mai provato la sensazione delle farfalle nello stomaco?

Ma cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

Attraverso le moderne tecniche di neuroimmagine si è riusciti a vedere che alcune aree cerebrali si attivano quando osserviamo le foto della persona amata: non sono solo i nostri occhi a brillare, ma anche la nostra materia grigia si illumina.

Ma ciò accade quando siamo già innamorati, vi spiegherò invece cosa accade al momento del colpo di fulmine.

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Uno studio sull’innamoramento

Uno studio pubblicato su Nature ha trovato che c’è una particolare connessione neurale nel cervello femminile che unisce due diverse aree: l’una comunica all’altra che lui è quello giusto.

Onde evitare polemiche a sfondo sessista sul perché sia stato studiato solo il cervello femminile, chiariamo subito che i soggetti dello studio erano le arvicole: questi roditori sono stati scelti per via della loro tendenza a stabilire relazioni sentimentali di lunga durata e per la difficoltà metodologica oggettiva di tracciare il momento dell’innamoramento negli umani.

Questi simpatici animali venivano quindi messi nello stesso ambiente e gli sperimentatori provvedevano ad osservare cosa accadeva a livello neurale nel momento in cui si manifestava il side by side huddling, un comportamento indicante la formazione di un legame affettivo.

Le neuroscienze di Cupido

Durante lo studio sono state filmati i comportamenti delle arvicole e contemporaneamente sono state misurate le variazioni neurofisiologiche, per determinare cosa accadeva nel cervello al manifestarsi di particolari comportamenti.

Dalla ricerca di Robert Liu e dei suoi colleghi dell’Emory University è quindi emerso che la corteccia prefrontale mediale, un’area cerebrale coinvolta nel decision making, esercita un controllo sul nucleus accumbens, un’area associata ai meccanismi di ricompensa e delle dipendenze.

La connessione tra queste due aree suggerisce che la prima suggerisca all’altra come rispondere agli stimoli sociali, per fare in modo che questa li consideri attraenti.

Impariamo ad apprezzare l’odore, o la voce, o l’aspetto del partner – afferma il Dott. Liu – Presumibilmente questo è il modo in cui riusciamo a far sì che alcuni dettagli siano più significativi per noi.

Secondo gli autori dello studio ipotizzando la presenza di questo meccanismo neurale nel nostro cervello, si potrebbe pensare che il nostro innamoramento avvenga con le stesse modalità.

Sempre nelle arvicole dell’esperimento un maggiore livello di attivazione cerebrale si è dimostrato essere direttamente proporzionale al rapido stabilirsi di un legame tra i soggetti sperimentali.

Per generalizzare i risultati di questa ricerca sarà necessario quindi attendere che l’esperimento venga replicato sugli esseri umani, ma le già citate difficoltà tecniche e la nostra maggiore complessità a livello relazionale richiederanno un adattamento dello studio: oltre ai dettami etici, bisognerà comprendere quanto possa essere considerato romantico uno studio del genere!

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La fine di un amore

Clive Staples Lewis scriveva:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi.

Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura con passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo.

Ma in quello scrigno (al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto) esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile

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La fine di una relazione

Cos’è la mancanza?

Cosa accade quando una relazione sia essa amicale, sentimentale, lavorativa cui si è investito in termini di tempo, sentimenti, emozioni e progettualità improvvisamente termina? Una mente matura elabora ed accetta la perdita.

Ma cosa succede quando la mente non è pronta a riferire questo pensiero nella realtà?

Una mente fragile, non pronta cade in impasse, non trova soluzioni.

Iniziano a vacillare aspetti fondamentali del proprio Sé tali da creare nel profondo una frattura, tali da creare dei sospesi.

Sembra essere proprio questa la sensazione percepita prima e riferita poi, la sospensione, restare in attesa di un incontro, di un movimento.

Perché si resta sospesi

La fine di un amore

Questo accade poiché l’evento inaspettato genera uno stato di shock, che solo una mente strutturata può accogliere ed iniziare a rielaborare, perché il dolore c’è e non è possibile annullarlo, ma ciò che è importante rielaborare è l’evento traumatico in se stesso, che ha generato uno stato di blocco.

Quando il pensiero non è elaborato prima a livello cognitivo e rielaborato poi a livello espressivo si crea un sospeso che diventa un legame al quale è difficoltoso dare consapevolezza e movimento.

Questo non permette l’investimento in una nuova relazione poiché si è ancora intimamente legati, si è ancora a credito verso ciò che è stato.

Tra le conseguenze psicologiche che potrebbero dar moto d’angoscia ad una mente più fragile vi sono la depressione, stati d’ansia generalizzata, disturbi somatoformi, disturbi che riguardano il corpo, è come se si iniziasse a dar voce al dolore tramite il corpo piuttosto che la parola.

Tutto questo accade, perché inutile girarci attorno, la fine di un amore è dolore, è dolore lancinante.

Certamente il dolore provato è diverso per tutti, così come sono diverse le strategie utilizzare per farvi fronte, ma la voglia di restare legati al passato, quel legame sospeso, la negazione appartengono a tutti.

Ripartire dopo un addio

La fine di un amore

Si aprono delle possibilità che conducono a camminare con le nostre gambe verso la strada della totale accettazione del dolore.

La prima possibilità è abbandonare l’idea delle avventure facili, il rischio è un ulteriore diminuzione dell’autostima, del senso di autoefficacia, probabilmente la sensazione di piacere prodotta ci darà la sensazione, ma solo a breve termine d’avere superato il dolore, ma non è altro invece, che una veste diversa della negazione di questo dolore.

La seconda possibilità è provare a fare della propria vita un arcobaleno di colori in cui iniziare a fare entrare piccole novità possibili, sciogliendo le nostre passioni, la nostra creatività, queste piccole novità e realizzazioni contribuiscono notevolmente a riconquistare stima e fiducia in noi stessi.

Allontanarsi dall’idea che parlare con parenti ed amici della fine della storia sia funzionale, perché lo sfogo a lungo andare alimenta profondamente il nostro legame sospeso; impariamo invece a dar voce ai nostri sentimenti ed alle nostre emozioni veicolandole verso il nuovo, verso il possibile.

Accettiamo quindi, la nostra vulnerabilità, accettiamo la mancanza come motore verso il desiderio dell’altro, non abbandoniamoci al piacere che ci allontana dal nostro essere rendendoci soggetti pieni che non accolgono l’altro nella loro vita.

Evitiamo di pensare a noi stessi, ma ritorniamo ad amare in modo sano e costruttivo, solo così ciò che è sospeso lascerà posto alla possibilità del nuovo.

Concetta Sortino per Psicologia 24

di -
L'innamoramento, tra psicologia e biologia

Innamorarsi è tra le esperienze più dirompenti, totalizzanti e meravigliose, ma a volte anche deprimenti e tristissime, della nostra vita.

È qualcosa che ci porta in dimensioni nuove, che ancora non conosciamo di noi stessi.

Che non può essere controllato o guarito, ci fa diventare un po’ pazzi, stupidi, forse solo più divertenti.

Intensamente vivi. Carichi di energia. Pronti ad esprimersi, espandersi, aumentare le nostre capacità.

Posseduti da una passione irrefrenabile. Dall’altro. Tirati verso emozioni incontrollabili e travolgenti.

Fissati anche, monotematici. Incantati, ansiosi, pesanti. Angosciati e disperati, a volte.

In uno stato di coscienza alterato, siamo disturbati dal punto di vista psicologico.

In questo sentimento mettiamo infatti tanto di noi, le parti più intime, le fragilità, fratture, esigenze.

Ogni relazione segna la storia di un nuovo romanzo privato.

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La scienza dell’amore

Anche se l’amore porta in sé sempre qualcosa di misterioso e inafferrabile, le recenti scoperte nel campo delle scienze delle relazioni sono in grado di svelarci numerosi aspetti di questa potente esperienza.

Ad esempio che siamo più orientati a legarci emotivamente a qualcuno quando siamo eccitati, se ci troviamo in situazioni avventurose o pericolose, oppure se si fanno insieme cose nuove.

Che bisogna abbassare le difese, disinibirsi per connettersi.

Che non sono gli opposti ad attrarsi ma in genere tendiamo ad accompagnarci e a rimanere con persone che ci somigliano, per intelligenza, formazione o aspetto.

Che divertirsi insieme è un collante per la coppia. Che l’impegno – questo forse ci piace meno – è un ingrediente per costruire l’amore, mentre la passione sfrenata non favorisce una relazione sana.

Gli studi sostengono che avvicinarsi fisicamente, entrare nello spazio personale dell’altro aiuta a sviluppare sensazioni di intimità.

Fissarsi intensamente negli occhi inoltre produce un rapido aumento dell’attrazione reciproca, anche tra persone sconosciute.

Guardandosi infatti, ci rendiamo vulnerabili l’uno all’altro, elemento chiave nella costruzione di ogni legame emotivo.

Vulnerabilità nel senso di rivelarsi, esporsi autenticamente, permettere a se stessi di essere chi siamo.

Proponendoci tecniche di affiatamento, di promozione della simpatia e dell’attrazione, la scienza dell’amore sembra volerci insegnare come possiamo acquisire il controllo della nostra vita sentimentale.

Soprattutto ci spiega che l’amore non è una forza oscura di cui si rimane succubi, che non si può vivere felici e contenti senza fare niente.

Riflettendo su alcuni aspetti di noi, possiamo infatti scoprire il potere che abbiamo nelle relazioni, sempre, anche quando ci sentiamo vittime o prigionieri.

La chimica dell’innamoramento

Le moderne neuroscienze ci spiegano inoltre i sentimenti in termini biochimici.

L’innamoramento fa balzare in alto il livello della dopamina, ad esempio, il neurotrasmettitore stimolante di intenso piacere, euforia, eccitazione, iperattività rilasciato allo stesso modo nell’uso di cocaina, anfetamina, nicotina, e coinvolta nelle principali dipendenze.

In questo senso l’amore dà dipendenza oppure è come una droga. Con la tossicodipendenza condivide in effetti molti aspetti come insonnia, perdita del senso del tempo, concentrazione assoluta sulla sostanza, tolleranza, astinenza.

Gli studi della professoressa Helen Fisher, antropologa e ricercatrice, esperta di biologia dell’amore, hanno dimostrato che il cervello innamorato e quello sotto effetto di cocaina, ad esempio, si somigliano molto, attivati dagli stessi mediatori chimici, segnati dagli stessi percorsi neuronali, coinvolti dal medesimo effetto stimolante e stato di coscienza positivo.

Questo dato forse può aiutarci a comprendere la forza di alcuni comportamenti ossessivi tipici degli innamorati, soprattutto di coloro che vengono lasciati.

La dopamina lavora inoltre insieme alla noradrenalina, provocando il classico batticuore. Bassi livelli di serotonina sono invece correlati all’idea fissa dell’altro, al fatto di pensare costantemente al proprio partner, condizione biochimica del tutto simile nel disturbo ossessivo-compulsivo.

L’innamoramento smuove inoltre ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, che spinge alla vicinanza e cementa il legame, spronando fiducia ed empatia.

L’ossitocina viene rilasciata durante l’attività sessuale, quando due persone si abbracciano, quando la mamma allatta il neonato.

Alcuni studi sembravano aver indicato la possibilità di un uso terapeutico nelle persone affette da disturbi come autismo o schizofrenia, ostacolate nello sviluppo di rapporti positivi.

Tuttavia la ricerca più recente ha suggerito il lato oscuro di questo ormone perché risulta amplificare anche comportamenti opposti come gelosia, invidia e sospetto. I suoi effetti variano cioè in persone diverse.

Innamorarsi nel suo insieme può essere fisicamente ed emotivamente benefico, riducendo addirittura il rischio di ammalarsi.

Si tratta di un processo gioioso, di affermazione della vita, di una dipendenza costruttiva che non ha bisogno di essere trattata.

Anche se facilmente diventa ambito di sofferenza, pieno di imprevisti e complicazioni…

Brunella Gasperini per Psicologia24

La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

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La gelosia: differenze tra donne e uomini

La gelosia è un’emozione comune e naturale,nel senso che è biologicamente fondata, ma a volte può assumere caratteristiche tali da farla diventare una vera e propria patologia.

In termini evolutivi della specie umana, la gelosia nella relazione sentimentale di coppia si è sviluppata perché determina importanti vantaggi riproduttivi: è un comportamento che assicura il possesso esclusivo del partner e consente la propagazione dei propri geni a dispetto di quelli di un potenziale rivale.

Benché abbia un’evidente valenza come comportamento utile in termini evolutivi, il sentimento di gelosia può trasformarsi, in alcuni individui, in un sentimento distruttivo che può sfociare anche in comportamenti aggressivi.

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Qual è il confine tra gelosia normale e patologica?

La gelosia patologica è distruttiva, molto intensa e sempre associata a sentimenti di rabbia nei confronti del partner e nei confronti dei potenziali, a volte solo immaginari, rivali.

La gelosia patologica è spesso associata a comportamenti svalutanti quali l’esigenza di controllare e di punire il partner oppure di evitarlo.

Ha un andamento altalenante, legato alle emozioni contingenti, tende a placarsi temporaneamente quando la percezione di vicinanza con il partner è più intensa, per poi riesplodere potentemente quando questa percezione di vicinanza diminuisce.

La gelosia patologica può essere la conseguenza di determinate esperienze infantili, di distorsioni cognitive o della mancanza di una sufficiente autostima.

Chi ha poca autostima tende a ritenere di non essere degno d’amore e a temere che il partner, prima o poi, si innamorerà di qualcun altro.

In alcuni casi la gelosia eccessiva può anche sconfinare in pensieri ossessivi. La gelosia ossessiva è caratterizzata dal verificarsi persistente di immagini, pensieri e dubbi riguardanti l’infedeltà del partner.

Chi soffre di gelosia ossessiva cerca continuamente informazioni che possano smentire o confermare il dubbio, senza riuscire mai a ridurre il numero di pensieri persistenti.

La sindrome di Otello

Nei casi più gravi, la gelosia patologica può assumere la forma di Sindrome di Otello: la persona è fermamente convinta dell’infedeltà del partner e ricerca continuamente conferme del tradimento.

Cerca di strappare la confessione al partner e utilizza tutte le strategie possibili per far confessare il tradimento. Comportamenti innocui del partner o di sospettati rivali vengono male interpretati ed erroneamente considerati come prova della relazione, in realtà inesistente, tra il partner e il rivale immaginario.

La Sindrome di Otello può sfociare in attacchi di rabbia verso il partner o il sospettato rivale, con conseguente aggressività verbale e violenza fisica.

Uomini, donne e gelosia

Alcuni studi scientifici recenti hanno cercato di rilevare le cause più frequenti della gelosia patologica.

Vi è un consenso quasi unanime, tra i diversi studiosi, sul fatto che fattori biologici, psicologici e culturali interagiscono nel determinare i casi più gravi di gelosia patologica.

Un altro dato emerso in recenti ricerche scientifiche sull’argomento mostra che tra uomini e donne vi sono alcune differenze negli elementi scatenanti la gelosia: mentre per gli uomini è il tradimento, o il sospettato tradimento, sessuale a scatenare le reazioni più forti; nelle donne è il tradimento, o il sospettato tradimento, emotivo ed affettivo a scatenare le reazioni più forti.

Gli uomini tendono a reagire negativamente al tradimento fisico sessuale, anche nei casi in cui la sfera emotiva non è coinvolta.

Le donne invece tendono a reagire negativamente al tradimento emotivo ed affettivo, anche se non c’è alcun coinvolgimento sessuale tra il partner e la rivale.

Un team di psicologi della Norwegian University of Science and Technology ha recentemente condotto una ricerca scientifica dalla quale sono emerse le suddette differenze tra uomini e donne.

 

Ipersessualità e Narcisismo

L’ipersessualità, spesso definita con l’espressione sex addiction, è un disturbo psicologico nel quale il soggetto avverte una necessità, ossessiva e patologica, di avere rapporti sessuali o comunque di pensare continuamente al sesso, e che conduce quindi ad una vera e propria dipendenza dall’attività sessuale.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le ricerche scientifiche per cercare di scoprire i fattori biologici, in particolare ormonali, e psicologici che determinano questo disturbo.

In una ricerca condotta recentemente da un team di psicologi dell’Università di Liverpool è emerso che i soggetti con tratti di personalità narcisistici hanno una probabilità più alta di sviluppare comportanti tendenti all’ipersessualità.

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Narcisismo e coercitività

Questa ricerca ha inoltre messo in evidenza che i soggetti narcisisti tendono ad essere coercitivi nei confronti delle persone per cui provano attrazione sessuale: tendono cioè, nei casi in cui le persone per cui provano attrazione rifiutano i loro approcci sessuali, a mettere in atto comportamenti insistenti ed aggressivi per indurre queste persone ad avere un rapporto sessuale.

L’insistenza e l’aggressività per indurre gli altri a un rapporto sessuale assume però forme diverse nei narcisisti uomini e nelle narcisiste donne.

Dalla ricerca condotta dagli psicologi dell’Università di Liverpool è chiaramente emerso che gli uomini narcisisti tendono ad utilizzare l’aggressività verbale e fisica, mentre le donne narcisiste tendono ad utilizzare strategie di seduzione spinta, o a fare ricorso a bugie, promesse o minacce.

L'ormone dell'amore e dell'altruismo

L’ossitocina è un ormone prodotto in una parte del cervello chiamata ipotalamo.

Si sapeva già da tempo che questo ormone svolge un ruolo fondamentale nel provocare nelle neo mamme un forte legame affettivo verso i figli neonati.

Più recentemente si è scoperto che l’ossitocina tende a produrre un aumento dei comportamenti altruistici.

Alti livelli di tale ormone nel sangue sono correlati a un incremento della generosità e dell’empatia e a una maggiore propensione a fidarsi degli altri.

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Una ricerca sui livelli di ossitocina degli innamorati

L'ossitocina: l'ormone dell'amore e dell'altruismo

 

Si è inoltre scoperto che i livelli di ossitocina sono particolarmente alti nelle coppie di innamorati.

Alcuni ricercatori dell’Università Bar-Ilan di Tel Aviv hanno studiato i comportamenti di 326 giovani persone di età media di 20 anni: di queste persone, 120 si erano da poco messe insieme (60 coppie), mentre le altre erano single.

Le persone che facevano parte delle coppie appena formate avevano livelli di ossitocina molto più alti rispetto ai single. Inoltre, più era alto il livello di questo ormone e più erano grandi l’affiatamento e l’affetto che caratterizzavano la coppia di fidanzati.

Gli stessi ricercatori hanno scoperto che anche nelle coppie di anziani i livelli di ossitocina sono correlati all’affetto e all’affiatamento.

Nelle coppie di anziani che sono assieme da lungo tempo e che dichiarano di provare forte reciproco affetto, i livelli di ossitocina sono più alti rispetto a quelli delle persone che si sono separate dal coniuge.

Non è ancora chiaro però se le persone che hanno più ossitocina nel sangue sono più inclini ad innamorarsi e a rimanere in coppia per tanto tempo oppure se è una buona relazione di coppia a fare crescere il livello di ossitocina e a fare aumentare la possibilità di rimanere insieme.

Quel che è certo è che le ricerche scientifiche su questo ormone, che si stanno effettuando in diverse università e centri di ricerca, ci riserveranno ancora molte sorprese e ci faranno capire meglio come l’ossitocina influenza i nostri comportamenti e le nostre relazioni.

La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

Brunella Gasperini per Psicologia24

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