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attaccamento

S come separazione

Ogni volta che vai via (Every time you go away) è il titolo di un brano di Paul Young piuttosto popolare degli anni ottanta. Racconta del dolore che si prova quando la persona che amiamo si allontana.

Non andare via, non lasciarmi, senza te non posso stare sono ritornelli romantici piuttosto ricorrenti.

E in effetti la scienza ha dimostrato che in incorriamo in una vera sindrome da separazione quando il nostro partner ci lascia, anche per brevi periodi.

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I cambiamenti nella separazione

Si registrano cambiamenti fisiologici e comportamentali significativi in entrambi i partner, particolarmente in coloro che rimangono e che esprimono un attaccamento ansioso, mentre la lunghezza, la soddisfazione del rapporto e l’abitudine agli allontanamenti non sembrano influire sullo stress da separazione.

Una lontananza a lungo termine porta aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

La ricerca sta studiando i meccanismi neurochimici alla base di questi effetti comportamentali del tutto simili all’astinenza, segnalati anche in animali monogami, come alcuni roditori.

Un indice significativo, registrato persino in coloro che non esibiscono forti sintomi di ansia, è l’aumento del livello del cortisolo, l’ormone dello stress. Nell’attaccamento e nella separazione di tutti i legami importanti sono implicate le stesse sostanze neurochimiche: ossitocina, vasopressina, e dopamina.

L’attaccamento nella relazione

Questi dati fanno capire come in una coppia i partner si attacchino l’uno all’altro in modo del tutto simile a quello che avviene tra neonato e genitori. Di come si tenda a creare un’unità psicologica (tra amanti, tra genitore e figlio) dove le esigenze di essere vicini, prendersi cura e resistere alla separazione sono molto forti.

Talmente forti, da portare in alcuni casi ad estrema angoscia se si è divisi da qualcuno a noi molto vicino come una madre e un padre per un bambino o il partner per un adulto. Condizione definita in termini clinici come disturbo d’ansia da separazione.

Per John Bowlby, lo psicoanalista britannico che ha studiato approfonditamente i legami affettivi, l’angoscia suscitata dalla perdita o dalla separazione di uno stretto rapporto con la figura di riferimento è una caratteristica che definisce il legame di attaccamento.

Alcuni studi dimostrano che l’ansia da separazione in età adulta è però un’estensione di uno stile di attaccamento disfunzionale stabilito nella prima infanzia con le figure primarie, che rende vulnerabili alle separazioni, soprattutto in caso di forte stress.

Per dire che anche se numerose ricerche supportano l’idea che una relazione sentimentale possa rappresentare una dimensione di rifugio, appoggio, sostegno emotivo, un attacco insicuro (ansioso – ho bisogno di te – o evitante – vieni qui/ vai via) rovina questa possibilità.

Coppia e autonomia

S come separazione

Il bisogno di rimanere uniti non deve impedire in ogni caso la possibilità di rendersi autonomi, allontanarsi, esplorare.

A volte in una relazione può esserci addirittura bisogno di separarsi, almeno per un po’. Anche se si crede che la coppia debba stare sempre e comunque appiccicata e che prendere le distanze sia un rimedio per coppie finite, utile solo a riorganizzarsi da soli.

Perché la distanza fa paura, pone di fronte ad una situazione dove perdiamo controllo sull’altro e sulla relazione.

Quando sentiamo scivolare via il partner, infatti, ci viene spontaneo avvicinarsi ancora di più. E insistere nelle stesse modalità esasperando così situazioni già instabili.

In alcune condizioni particolari separarsi può probabilmente riuscire a rafforzare il rapporto.

Il tempo da soli non risolve magicamente i problemi dello stare vicini, ovvio, ma può smuovere cambiamenti quando si torna insieme, se ci sono impegno e volontà.

E se questo tempo da separati non è vissuto come modo per testarsi, cioè non è: ci separiamo per un po’ per vedere se possiamo fare da soli, con la cintura di sicurezza attaccata all’altro però, in caso si scopra di non essere in grado

Quando finisce un amore…

A volte invece nei legami, le separazioni sono già avvenute da tempo, stanno nelle pieghe profonde della relazione. Volontà, interesse, entusiasmo non ci sono più, solo serrature chiuse, arresti emotivi. Ad un certo punto ci siamo lasciati, senza ufficializzarlo. Mantenendo tutto intatto in superficie.

Quando la separazione invece è inevitabile, ci si lascia e dobbiamo distaccarci, arriva il momento nel quale mettiamo a fuoco dolorosamente quanto si è condiviso con il partner.

L’altro ha fatto parte della nostra quotidianità, è stato nelle piccole cose ma anche nella nostra testa, nelle decisioni, nei comportamenti. Ha abitato la nostra anima.

Condiviso il nostro Sé, in una sorta di duplex emotivo. Adesso invece, con il distacco, c’è bisogno di iniziare a definirsi in relazione a se stessi. Di uscire da quell’intimità per riorganizzarsi.

Secondo alcuni studi, i partner più disastrati dopo una separazione sono quelli che dimostrano un attaccamento evitante (che preferiscono rimanere a distanza) e che hanno difficoltà a regolare le proprie emozioni.

In modo sorprendente invece gli attaccati in modo ansioso (dipendenti) dimostrano di ritrovare meglio, nel corso del tempo, il modo di sopravvivere alla rottura e rimettere di nuovo insieme i pezzi della propria identità.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche gli altri della rubrica L’Alfabeto delle Donne!

L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Una buona presa è necessaria per mantenersi saldi.

Lo sanno bene gli scalatori che si arrampicano sulle rocce, ce ne rendiamo conto noi stessi se scivoliamo inavvertitamente in acqua e cerchiamo un appiglio per mantenerci a galla.

Anche a livello psicologico a volte abbiamo bisogno di aggrapparci.

Quando il dolore ci piega e non sentiamo più appoggi o pretesti per continuare a tenere la testa alta.

Quando abbiamo paura e allora rimaniamo stretti a qualcosa o qualcuno, puntellati ad un ricordo, una speranza, un’attesa.

Ci aggrappiamo ad un sacco di cose, pensandoci: oggetti, punti di vista, piaceri, dolori, routine.

Inconsciamente anche a ciò e chi vorremmo spingere via dalla nostra mente, dalla nostra vita.

Perché non lasciare andare via, non riuscire a staccarsi è una forma di attaccamento.

Molte volte sembriamo saldati irrimediabilmente a persone vicine che ci fanno stare male, e che forse addirittura odiamo.

Alcuni tipi di attaccamento invece sono necessari.

Nei primi mesi di vita il nostro corredo genetico dispone del riflesso innato di afferrare e aggrapparsi quando il palmo della mano viene stimolato (grasping reflex) e nasciamo con il bisogno di attaccarci psicologicamente ad una figura di accudimento, di costruire una relazione speciale, profonda e fondante.

Il modo in cui la viviamo determina il nostro stile di attaccamento anche verso altre persone, il modo in cui staremo nei rapporti più significativi durante l’intero corso della vita.

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Aderire all’altro o restare sospesi

L’attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Aggrapparsi è in realtà diverso da attaccarsi, e sempre molto costoso in termini emotivi.

Ci tiene in tensione, richiede fatica, può portare sensazioni sgradevoli fino al disagio, esponendoci al rischio di affondare se perdiamo la presa.

Stare aggrappati ad una relazione è inoltre sfavorevole alla nostra esigenza di evolvere. Significa con facilità diventare insistenti, opprimenti, ossessivi.

Controllanti. Impegnarsi tanto ma contemporaneamente demolire la coppia.

Farsi abbandonare in poco tempo, molte volte.

Dare vita ad un attaccamento ansioso, insicuro, divenendo suscettibili ad ogni segnale del partner, terrorizzati dal rifiuto.

È come dare un giro in più, avanzare nel tentativo di tenere a sé l’altro e la relazione.

Fare un passo di troppo nel desiderio di agguantare e mantenere ciò che ci piace, che vogliamo.

Afferrare, spingere, resistere sono in effetti i segni di una presa esagerata, non di attaccamento solido e sereno.

Forse ci aggrappiamo molto se ci sentiamo in emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico. Quando non siamo realizzati, centrati individualmente.

A volte invece ci fissiamo sulla fantasia dell’amore.

Alla quale abbiamo iniziato a lavorare presto, ascoltando le fiabe da piccoli, tra principi in armature scintillanti e donzelle docili e accomodanti.

Un’illusione cresciuta nel tempo che ci fa muovere alla ricerca del nostro pezzo mancante, dell’anima gemella. Di qualcuno che ci completi perché ci sentiamo indefiniti.

Non siamo interi da soli e in una relazione diventiamo totalizzanti, esclusivi. Abbiamo bisogno dell’altro, della storia.

Ci sosteniamo ad un’idea ristretta, confinata tra quattro mura, dove c’è poco spazio vitale.

E quando l’altro denuncia il disagio allora ci aggrappiamo ancora più ferocemente, nel tentativo illusorio di avere tutto come vogliamo.

E se questa persona ci fa soffrire, abusando di noi, paradossalmente ci saldiamo ancora di più.

Perché ci sembra che il rapporto sia comunque accettabile, ne abbiamo disperato bisogno per sopravvivere.

Realizzata la presa, risulta impossibile allentare ma solo affondare, insistere, irrigidirsi.

In altri casi interpretiamo la coppia come mezzo per realizzarci e salvarci.

Una zattera sulla quale investire tutte le nostre forze, pensando di essere in un posto sicuro, immodificabile, perfetto che ci traghetterà verso la felicità. Mi basterà, pensiamo. Dimenticando e trascurando noi stessi.

Mollare la presa è invece necessario per non affondare. Anche nella nostra mente.

Lasciare fluire i sentimenti in modo naturale, allentarci dall’altro per vedere poi cosa rimane senza costrizione o vincolo.

Dovremmo adottare la visuale di un drone che ci fa vedere le cose dall’alto per scoprire che ci aggrappiamo in genere a qualcosa di piccolo su uno sfondo grande.

Che a volte diventiamo spietati e ci accaniamo su particolari. Non stringendo troppo l’altro invece possiamo stargli vicino senza pressarlo, evitando motivi di scontro.

Alleggerire il navigare della relazione, mettere in prospettiva le cose.

L’amore, quando non si aggrappa, può affiorare in modo straordinario.

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L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Una buona presa è necessaria per mantenersi saldi.

Lo sanno bene gli scalatori che si arrampicano sulle rocce, ce ne rendiamo conto noi stessi se scivoliamo inavvertitamente in acqua e cerchiamo un appiglio per mantenerci a galla.

Anche a livello psicologico a volte abbiamo bisogno di aggrapparci.

Quando il dolore ci piega e non sentiamo più appoggi o pretesti per continuare a tenere la testa alta.

Quando abbiamo paura e allora rimaniamo stretti a qualcosa o qualcuno, puntellati ad un ricordo, una speranza, un’attesa.

Ci aggrappiamo ad un sacco di cose, pensandoci: oggetti, punti di vista, piaceri, dolori, routine.

Inconsciamente anche a ciò e chi vorremmo spingere via dalla nostra mente, dalla nostra vita.

Perché non lasciare andare via, non riuscire a staccarsi è una forma di attaccamento.

Molte volte sembriamo saldati irrimediabilmente a persone vicine che ci fanno stare male, e che forse addirittura odiamo.

Alcuni tipi di attaccamento invece sono necessari.

Nei primi mesi di vita il nostro corredo genetico dispone del riflesso innato di afferrare e aggrapparsi quando il palmo della mano viene stimolato (grasping reflex) e nasciamo con il bisogno di attaccarci psicologicamente ad una figura di accudimento, di costruire una relazione speciale, profonda e fondante.

Il modo in cui la viviamo determina il nostro stile di attaccamento anche verso altre persone, il modo in cui staremo nei rapporti più significativi durante l’intero corso della vita.

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L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Aggrapparsi è in realtà diverso da attaccarsi, e sempre molto costoso in termini emotivi.

Ci tiene in tensione, richiede fatica, può portare sensazioni sgradevoli fino al disagio, esponendoci al rischio di affondare se perdiamo la presa.

Stare aggrappati ad una relazione è inoltre sfavorevole alla nostra esigenza di evolvere. Significa con facilità diventare insistenti, opprimenti, ossessivi.

Controllanti. Impegnarsi tanto ma contemporaneamente demolire la coppia.

Farsi abbandonare in poco tempo, molte volte.

Dare vita ad un attaccamento ansioso, insicuro, divenendo suscettibili ad ogni segnale del partner, terrorizzati dal rifiuto.

È come dare un giro in più, avanzare nel tentativo di tenere a sé l’altro e la relazione.

Fare un passo di troppo nel desiderio di agguantare e mantenere ciò che ci piace, che vogliamo.

Afferrare, spingere, resistere sono in effetti i segni di una presa esagerata, non di attaccamento solido e sereno.

Forse ci aggrappiamo molto se ci sentiamo in emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico. Quando non siamo realizzati, centrati individualmente.

A volte invece ci fissiamo sulla fantasia dell’amore.

Alla quale abbiamo iniziato a lavorare presto, ascoltando le fiabe da piccoli, tra principi in armature scintillanti e donzelle docili e accomodanti.

Un’illusione cresciuta nel tempo che ci fa muovere alla ricerca del nostro pezzo mancante, dell’anima gemella. Di qualcuno che ci completi perché ci sentiamo indefiniti.

Non siamo interi da soli e in una relazione diventiamo totalizzanti, esclusivi. Abbiamo bisogno dell’altro, della storia.

Ci sosteniamo ad un’idea ristretta, confinata tra quattro mura, dove c’è poco spazio vitale.

E quando l’altro denuncia il disagio allora ci aggrappiamo ancora più ferocemente, nel tentativo illusorio di avere tutto come vogliamo.

E se questa persona ci fa soffrire, abusando di noi, paradossalmente ci saldiamo ancora di più.

Perché ci sembra che il rapporto sia comunque accettabile, ne abbiamo disperato bisogno per sopravvivere.

Realizzata la presa, risulta impossibile allentare ma solo affondare, insistere, irrigidirsi.

In altri casi interpretiamo la coppia come mezzo per realizzarci e salvarci.

Una zattera sulla quale investire tutte le nostre forze, pensando di essere in un posto sicuro, immodificabile, perfetto che ci traghetterà verso la felicità. Mi basterà, pensiamo. Dimenticando e trascurando noi stessi.

Mollare la presa è invece necessario per non affondare. Anche nella nostra mente.

Lasciare fluire i sentimenti in modo naturale, allentarci dall’altro per vedere poi cosa rimane senza costrizione o vincolo.

Dovremmo adottare la visuale di un drone che ci fa vedere le cose dall’alto per scoprire che ci aggrappiamo in genere a qualcosa di piccolo su uno sfondo grande.

Che a volte diventiamo spietati e ci accaniamo su particolari. Non stringendo troppo l’altro invece possiamo stargli vicino senza pressarlo, evitando motivi di scontro.

Alleggerire il navigare della relazione, mettere in prospettiva le cose.

L’amore, quando non si aggrappa, può affiorare in modo straordinario.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

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La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

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La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

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