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Le modificazioni corporee in psicoanalisi

In questo articolo proverò ad esporre le motivazioni sottostanti il ricorso all’utilizzo compulsivo delle modificazioni corporee come piercing, tatuaggi e chirurgia estetica.

Dopo un breve excursus sulla nascita e sulla diffusione di queste pratiche passerò ad analizzare le motivazioni inconsce riguardanti l’utilizzo di tali pratiche in modo patologico.

 

Origini della pratica del tatuaggio

La parola tatuaggio deriva dal francese tatouage, proveniente dal verbo tatouer, e dall’inglese tattoo, adattamento dal termine samoano tatau.

Questa pratica ha avuto ed ha tutt’oggi diverse funzioni e scopi. Ad esempio, nelle popolazioni primitive, come i maori della Nuova Zelanda, è un segno di integrazione sociale.

I maori sono soliti tatuarsi il viso con un disegno chiamato moko, che è un segno di distinzione di rango e che rende unico ogni individuo.

Sono molto diffusi in tutta l’Oceania, tra i popoli del monte Hagen in Nuova Papua Guinea, tra i giapponesi, i cinesi e gli inuit; ognuna di queste popolazioni ha i suoi caratteristici simboli e significati.

Il tatuaggio in passato è stato utilizzato anche per finalità terapeutiche come quelli ritrovati in Asia centrale sulla mummia dell’Uomo di Pazyryk, sul cui corpo erano presenti complicati tatuaggi che rappresentavano animali, e quello, di elevato livello artistico, rappresentante un animale immaginario trovato sul corpo della Mummia dell’Altai (principessa di Ukok).

Nell’antica Roma erano molto diffusi tra i cristiani che, per marcare la propria identità spirituale, erano soliti tatuarsi simboli religiosi, tuttavia, ai tempi della conversione al Cristianesimo da parte dell’imperatore Costantino, furono vietati.

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Origini dell’utilizzo del piercing

La pratica del piercing (dall’inglese to pierce, perforare) consiste nel praticare fori in alcune parti superficiali del corpo come orecchie, naso, labbra, lingua, sopracciglia, capezzoli, ombelico, e talvolta anche genitali.

All’interno di questi fori vengono introdotti oggetti prevalentemente in metallo, sovente arricchiti da pietre preziose, ma che possono essere anche in osso, in pietra o in altri materiali.

Le origini di questa pratica affondano le loro radici nell’antichità, in cui veniva utilizzata dai membri delle varie tribù per distinguere il proprio ruolo sia all’interno della vita quotidiana che durante le cerimonie.

Molto diffusa anche oggi in maniera trasversale tra le diverse culture, e i suoi scopi sono, oltre a quelli legati alla religione, alla spiritualità, alla tradizione, anche quelli legati alla moda, all’erotismo, e al conformismo o per identificarsi con una particolare sottocultura.

Al giorno d’oggi, nella nostra cultura, entrambe queste pratiche vengono utilizzate con lo scopo di distinguersi, e per costruire e affermare la propria identità.

Origini della chirurgia estetica

Le prime testimonianze della chirurgia estetica si possono trovare negli antichi testi sacri indiani dei Veda, in cui sono presenti riferimenti riguardo pratiche di innesti cutanei per finalità ricostruttive.

Alcuni studiosi ritengono che tali pratiche fossero nate per ricostruire determinate parti del corpo danneggiate dalla pratica indiana della mutilazione giudiziaria, attraverso la quale venivano amputate alcune parti del corpo, principalmente il naso, come pena per la trasgressione di alcune leggi Manu.

Altri, invece, ritengono che la pratica sia nata per ricostruire i lobi delle orecchie lacerati dall’utilizzo di orecchini eccessivamente pesanti.

All’inizio dell’800 la chirurgia estetica, fino ad allora in mano ai barbieri, crebbe notevolmente grazie allo sviluppo dell’anestesia, divenendo così una pratica medica.

A cavallo tra l’800 e il ‘900, in particolar modo negli Stati Uniti, questa pratica fu utilizzata come possibilità di assimilazione sociale, per eliminare i tratti fisici caratteristici delle diverse razze o dell’appartenenza etnica per non essere stigmatizzati come diversi.

Ad esempio, gli ebrei erano soliti modificare il loro naso, gli asiatici gli occhi, e gli afroamericani il naso e le labbra.

Questa pratica è assai diffusa anche al giorno d’oggi nella società occidentale, in cui viene praticata sia come chirurgia ricostruttiva, nei casi di incidente, sia come chirurgia plastica migliorativa, solitamente eseguita su soggetti clinicamente sani per cercare di assomigliare quanto più possibile ai modelli di bellezza dettati dalla cultura e dalla società o per modificare parti del proprio corpo ritenute non gradevoli al punto tale da minacciare l’autostima e la qualità della vita percepita dall’individuo.

Quest’ultima pratica non è necessariamente di natura psicopatologica, come nel caso della dismorfofobia (dal greco antico dis – morphé, forma distorta e phobos, timore; eccessiva preoccupazione riguardo parti del proprio corpo), in quanto, parafrasando Freud, talvolta un naso brutto è semplicemente un naso brutto.

Dopo queste doverose premesse sorge spontanea una domanda: quando un comportamento (tatuaggio, piercing, intervento di chirurgia estetica, o un qualsiasi altro comportamento) diventa patologico?

La risposta, apparentemente semplice, è quando questo comportamento diventa necessario, non è possibile fare a meno di metterlo in atto, e compulsivo, la messa in atto del comportamento non esaurisce la sua necessità di essere messo in atto; in parole povere, nel nostro caso, dopo l’ennesimo tatuaggio/piercing/intervento di chirurgia estetica, si ripresenta immediatamente il bisogno di un nuovo tatuaggio/piercing/intervento di chirurgia estetica.

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Il corpo dato

Le modificazioni corporee in psicoanalisi

Nell’opera Sotto la Pelle, la psicoanalista Alessandra Lemma affronta l’argomento del corpo e delle motivazioni che portano alle sue modificazioni massicce e disfunzionali.

All’interno dell’opera viene messo in evidenza come non sia possibile considerare uno sviluppo del corpo a priori, senza tener conto delle caratteristiche affettive, sociali e relazionali che fanno parte del mondo interno ed esterno dell’individuo.

L’autrice afferma come Non possiamo non tenere conto di come il corpo non si sviluppi in un vuoto, ancora, Il corpo è un corpo sociale, connotato secondo il genere, e di come l’esperienza di essere-in-un-corpo-femminile sia diversa dall’esperienza di essere-in-un-corpo-maschile.

Dalle parole di Lemma è evidente quindi come non esista qualcosa come un corpo naturale ma che dipendiamo tutti, oltre che dalla società e dal genere, dallo sguardo dell’altro e da quanto è premuroso.

Per questo la modificazione corporea viene ad essere dunque, utilizzando un linguaggio psicoanalitico, la realizzazione di una relazione d’oggetto interiorizzata attraverso la relazione con il corpo, ed è la qualità di questa relazione che distingue l’uso patologico fatto del corpo dall’uso quotidiano, ma non meno significativo, per definire ed esprimere la nostra identità.

Come si può raggiungere uno sviluppo sano del corpo?

Per rispondere a questa domanda si rende inevitabile il ricorso agli insegnamenti di Donald Winnicott, pediatra prima che psicoanalista, secondo cui il bambino può imparare ad abitare in modo confortevole il proprio corpo solo se, nelle interazioni tattili con la madre, ha imparato a mettere in relazione ciò che immagina accada nel e sul corpo con le sensazioni somatiche suscitate dall’handling materno (poppate, bagnetti, ninne nanne) e che gli restituisce un’immagine del suo corpo piacevole e degna d’amore, componente necessaria e fondamentale per i primi legami di attaccamento.

Quando questo non avviene, quando le cure genitoriali non sono sufficientemente buone, per usare nuovamente le parole di Winnicott, possono essere messe in atto tre tipi di fantasie individuate da Lemma: la fantasia di corrispondenza perfetta, la fantasia di autocreazione, e la fantasia di rivendicazione.

Quando le cure non sono sufficientemente buone

Nei casi di neglect genitoriale, in presenza di gravi carenze e difetti nel contatto e nel contenimento del bambino, si possono verificare le distorsioni dell’immaginario corporeo che ci descrive Lemma.

Ad esempio, una madre troppo presa da se stessa e dai propri bisogni che non riesce a vedere suo/a figlio/a può diventare una madre-specchio-unidirezionale opaco che fa la pelle annientando il Sé del/la bambino/a.

Questa esperienza può essere vissuta in modo persecutorio come un non potersi liberare dalla presa dell’oggetto che lascia il/la bambino/a con il bisogno di corrispondere a un ideale che garantirà, finalmente, lo sguardo amorevole dell’altro, generando a una fantasia di corrispondenza perfetta.

Questa fantasia si può veder concretizzata, ad esempio, in quelle donne più o meno giovani che ricorrono in maniera massiccia e compulsiva alla chirurgia estetica, desiderando quel seno, poi quei glutei, quel naso, quelle labbra, eccetera, e/o facendo ricorso a innumerevoli iniezioni di botulino, con il desiderio, più o meno inconscio, di contrastare e rimandare il più possibile una vecchiaia incombente, cercando senza tregua quell’apparenza perfetta idealizzata che garantirà loro lo sguardo amorevole dell’altro.

Può accadere anche l’oggetto interno materno sia uno specchio-distorcente, che si verifica nel caso in cui la relazione di accudimento sia carica di ostilità interpersonale e, di conseguenza, il corpo del/lla figlio/a diventa il ricettacolo delle parti brutte, cattive e inaccettabili della madre.

In questo caso, un’alternativa per sopravvivere a questo tipo di madre è fare la pelle alla madre, soppiantandola e diventando la madre, non come la madre, agendo quindi una fantasia onnipotente di autocreazione.

Questa fantasia si può trovare alla base del ricorso massiccio e compulsivo alle pratiche dei piercing e dei tatuaggi, dove la modificazione del corpo ha la funzione di creare il Sé negando che il proprio corpo sia dato dalla madre.

In questi casi, un’alternativa potrebbe essere mettere in atto una fantasia di rivendicazione, rivendicando la proprietà della pelle o del corpo centimetro per centimetro, sempre tramite l’utilizzo dei piercing e dei tatuaggi, come se lo si volesse liberare dall’occupazione di un nemico, l’oggetto materno cattivo introiettato.

Carlo Romano per Psicologia24

Quanto siamo influenzabili nel valutare il nostro aspetto?

In uno studio condotto recentemente alla Macquaire University di Sydney il Prof. Kevin Brooks e il suo team di ricercatori hanno dimostrato che la percezione del nostro corpo può cambiare in soli 2 minuti.

La ricerca ha coinvolto un gruppo di volontari a cui è stato chiesto di esprimere un giudizio (magro/in sovrappeso) sul proprio corpo e su quello degli altri, dopo aver osservato per due minuti immagini che li raffiguravano, ma che erano state modificate al computer per farli apparire più magri o più grossi che nella realtà.

I risultati hanno mostrato che quando venivano presentate immagini in cui loro stessi, o gli altri, sembravano più magri, i soggetti tendevano ad assumere come standard di riferimento, e di normalità, la versione più magra di sé stessi e degli altri, per cui si giudicavano, o giudicavano gli altri, in sovrappeso.

Di contro, quando erano esposti alle immagini in cui apparivano più grossi che nella realtà, si percepivano magri.

Lo studio del Prof. Kevin Brooks dimostra che la percezione del proprio corpo è altamente sensibile alle immagini a cui siamo esposti: gli altri, infatti, vengono immediatamente assunti come termine di paragone per giudicare il proprio aspetto.

E se anche pochi minuti sono sufficienti a spostare la percezione di sé stessi e di ciò che è normale, oppure bello, risulta evidente quanto forte e invasivo possa essere l’effetto della prolungata esposizione alle immagini dei media, soprattutto perché spesso è un unico (e quasi irraggiungibile) modello di fisicità ad essere proposto.

Lo sviluppo dell’autostima può essere influenzato da diversi fattori.

Negli ultimi 20 anni, in psicologia, una corrente di ricerca si è focalizzata sullo studio delle differenze di autostima legate al genere e all’età.

La ricerca ha mostrato che in media gli uomini hanno un’autostima maggiore delle donne e che per entrambi i sessi l’autostima tende ad aumentare con l’età.

Un limite di questi studi è stato quello di aver utilizzato campioni di persone provenienti esclusivamente da paesi occidentali: nazioni maggiormente istruite, industrializzate, ricche e democratiche rispetto ai paesi in via di sviluppo.

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L’autostima nelle donne

La cultura in cui viviamo influenza la nostra autostima?

Così un gruppo di ricercatori dell’Università della California ha deciso di compiere, per la prima volta, un’analisi sistematica cross-culturale degli effetti del genere e dell’età sull’autostima.

Il team di ricercatori, guidato dalla psicologa Wiebke Bleidorn, ha analizzato le risposte ad un sondaggio condotto su più di 985.000 uomini e donne, di età compresa fra i 16 e i 45 anni e appartenenti a 48 paesi diversi. I dati sono stati raccolti in un arco temporale di 10 anni.

I risultati della ricerca, pubblicati sul Journal of Personality and Social Psychology, hanno messo in luce degli aspetti molto interessanti.

Primo fra tutti quello che nelle nazioni sviluppate, ricche e individualiste, dove c’è una maggiore parità fra i sessi, il dislivello di autostima fra donne e uomini è più ampio di quello registrato in nazioni più povere, dove le disuguaglianze fra i sessi sono maggiori, e la cultura è generalmente di tipo collettivista.

In altre parole, nei paesi occidentali le donne hanno un livello di autostima mediamente e proporzionalmente più basso di quello delle donne non occidentali rispetto agli uomini della rispettiva cultura.

I risultati hanno anche confermato che sia nelle culture non occidentali che in quelle occidentali, gli uomini hanno un livello di autostima mediamente superiore a quello delle donne e che l’autostima in entrambi i sessi sembra aumentare con l’età.

Meccanismi universali e cultura

In generale, i risultati sembrano indicare che i diversi livelli di autostima riscontrati in uomini e donne e in fasi diverse della vita dipendano in parte da meccanismi universali, legati alla biologia e ai ruoli di genere, e in parte da influenze culturali specifiche che portano uomini e donne a percepire un livello diverso del proprio valore.

Ulteriori approfondimenti saranno necessari per capire con esattezza i processi attraverso cui le forze culturali influenzano lo sviluppo dell’autostima, e per permettere agli psicologi di progettare interventi per promuoverla o proteggerla.

La nostra autostima si forma a 5 anni?

L’autostima e l’opinione positiva di sé stessi sono elementi fondamentali per il benessere psicologico.

Chi ha una bassa autostima tende infatti a manifestare più frequentemente depressione, ansia e altri disturbi psicologici.

In passato si riteneva che l’autostima cominciasse a consolidarsi nell’adolescenza o nella prima giovinezza.

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Quando si forma l’autostima?

Una ricerca scientifica condotta da un team di psicologi dell’Università di Washington, pubblicata nel numero di gennaio 2016 della rivista scientifica Journal of Experimental Social Psychology, ha mostrato che, contrariamente a quanto si credeva in passato, già a 5 anni comincia a prendere forma e a consolidarsi la nostra autostima.

A 5 anni alcuni bambini hanno un’alta stima di sé stessi mentre altri hanno una bassa considerazione di sé.

La nostra autostima si forma a 5 anni?

Il Prof. Dario Cvencek, uno degli autori della ricerca, ritiene che il senso di autostima formatosi a 5 anni possa perdurare nel tempo, anche se alcuni eventi successivi della vita potrebbero forse modificarne il livello, in una certa misura.

Ciò comporta che le esperienze del bambino nei primi 5 anni di vita, comprese le esperienze relative ai metodi educativi dei genitori, sono fondamentali per il formarsi di una sana autostima che perdura nel tempo.

I ricercatori vogliono ora condurre altre ricerche per cercare di capire quali esperienze, quali metodi educativi e quali circostanze ambientali possano favorire lo sviluppo di una sana autostima nei bambini.

Al momento ci sono opinioni contrastanti sui fattori che determinano lo sviluppo di una buona autostima, ma le prossime ricerche scientifiche in questo campo potranno fornire utili indicazioni per capire quali sono quelli più importanti.

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