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La timidezza e la fobia sociale nei bambini

Tutti i bambini attraversano un periodo in cui si sentono a disagio con persone che non conoscono bene e con estranei.

L’ansia dell’estraneo, come viene spesso chiamata, di solito compare la prima volta fra uno e i due anni e scompare intorno ai due anni e mezzo.

Alcuni bambini continuano a manifestare dei segni di timidezza dopo questa età, ma quando iniziano la scuola e trascorrono più tempo con altri bambini di solito tutto si risolve.

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Timidezza o fobia sociale?

In alcuni casi, però, l’aumento di interazioni sociali non aiuta il bambino a sentirsi più a proprio agio. La timidezza si intensifica e diventa più di un semplice problema, causando al bambino un notevole grado di angoscia e interferendo con la capacità di vivere in contesti sociali.

Quando questo accade, dovremmo considerare la possibilità che si tratti di una fobia sociale.

Anche se la timidezza spesso è un precursore della fobia sociale, si tratta di due situazioni che presentano importanti differenze.

I bambini timidi di solito hanno degli amici, mentre i bambini con fobia sociale spesso non ne hanno nessuno, o solo uno o due.

I bambini timidi possono essere riluttanti a partecipare a determinate situazioni sociali ma raramente le evitano, mentre è vero il contrario per i bambini con una fobia sociale.

I bambini timidi spesso sono a disagio – almeno all’inizio – in alcuni contesti sociali, ma non sperimentano l’elevato livello di arousal fisiologico, come gli attacchi di panico, e l’angoscia tipica della fobia sociale.

Infine, i bambini timidi di solito conducono vite relativamente normali, mentre quelli con una fobia sociale no. Non riescono a fare molte cose che i bambini della stessa età invece fanno.

La fobia sociale generalizzata

La fobia sociale può presentarsi sotto due forme, la prima forma è il tipo generalizzato.

I bambini con una fobia sociale generalizzata sono estremamente ansiosi in gran parte delle situazioni sociali.

Hanno grandi difficoltà a interagire con i bambini della stessa età, ma possono avere problemi anche con i bambini più grandi o più piccoli e con gli adulti.

Questi bambini hanno difficoltà a iniziare e mantenere conversazioni con altri bambini, tendono a ritrarsi dal contatto (spesso preferiscono stare vicini ad adulti familiari), sono fortemente a disagio in gruppi di coetanei, possono rifiutarsi di partecipare a giochi di gruppo (magari scelgono di stare ai bordi del campo) e possono essere ansiosi all’idea di parlare con figure di autorità come gli insegnanti.

La fobia sociale non sparisce da sola. In realtà, non solo continua, ma di solito peggiora con la crescita, in particolare al momento dell’adolescenza e nei primi anni dell’età adulta.

Gli adolescenti con fobia sociale non solo sono limitati nelle amicizie; ma si sentono anche estremamente a disagio nelle interazioni con l’altro sesso. Non hanno appuntamenti con nessuno, non partecipano ai balli scolastici e non vanno a passeggiare, si sentono isolati e fuori posto e questo, in alcuni casi, può portare a una depressione.

Quando arriva il momento dell’università, spesso hanno paura di lasciare la scuola, a volte preferiscono un’università locale e continuano a vivere in casa.

Come giovani adulti spesso hanno un limitato potenziale di carriera perché sono timidi e ansiosi nei confronti dei superiori.

Cosa fare per aiutare i propri figli

Se nostro figlio ha una fobia sociale non deve per forza andare incontro a un futuro così limitato. Ci sono molte cose che possiamo fare adesso per aiutarlo a superare questo problema.

È anche possibile prevenire la fobia sociale o bloccarla subito al suo primo manifestarsi, per impedire che si intensifichi e diventi cronica.

Tra le cose che i genitori possono fare per prevenire l’insorgenza della fobia sociale, o per attenuare tale fobia dopo che si è manifestata, vi sono le seguenti:

  1. Evitare bruschi cambiamenti nel contesto sociale dei bambini;
  2. Fare attenzione a eventuali episodi di bullismo o prese in giro;
  3. Non permettere ai figli di fuggire le situazioni in cui devono fare qualcosa davanti ad altri;
  4. Assicurarsi che i figli abbiano scambi sociali con molti bambini della loro età;
  5. Aumentare la sicurezza in sé dei bambini anche in altri ambiti (cioè in ambiti diversi da quello sociale);
  6. Assicurarsi che i figli affrontino gradualmente – e superino – le paure;
  7. Insegnare ai figli alcune tecniche di rilassamento;
  8. Migliorare le competenze sociali dei figli;
  9. Insegnare ai figli a utilizzare le autoaffermazioni positive;
  10. Insegnare ai figli a sostituire i pensieri negativi e catastrofici con pensieri positivi.

Riconoscere l'ansia da separazione nei bambini

I bambini con un disturbo d’ansia da separazione hanno una paura costante di essere separati dalle mamme, dai papà o da altre persone a cui sono molto legati.

Quasi tutti attraversano un periodo, fra i sei mesi e i due anni e mezzo, in cui hanno paura della separazione dalla mamma.

Anche dopo questa età, in alcune circostanze, è comunque normale avere difficoltà a separarsi dalle figure parentali, magari in concomitanza con l’inizio dell’asilo o della scuola.

Nei casi normali l’ansia di solito va avanti per qualche giorno o, al massimo, per una o due settimane e non ha alcun effetto importante o durevole sui bambini e sulle loro famiglie.

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Il disturbo d’ansia da separazione

Diverso invece è il caso di quei bambini che, superata l’età classica dell’ansia da separazione, continuano a manifestare una forte angoscia nel corso di eventuali distacchi.

Quando l’ansia va avanti per settimane o mesi e interferisce con la capacità dei bambini di svolgere le normali attività previste per la loro età, potremmo trovarci di fronte a un disturbo d’ansia da separazione.

Mentre l’ansia da separazione normale ed evolutiva scompare da sola con la crescita, il disturbo d’ansia no. Si tratta di un disturbo a carattere episodico: ci sono periodi distinti in cui si manifesta e altri in cui scompare.

A volte, proprio quando pensiamo che i nostri figli abbiano superato quella fase, restiamo spiacevolmente sorpresi nel vederlo ripresentarsi, in particolare durante periodi di stress o transizione.

Inoltre, molti bambini che soffrono di un disturbo d’ansia da separazione sono a maggiore rischio di sviluppare altri disturbi d’ansia nel corso dell’adolescenza o da giovani adulti.

Le manifestazioni dell’ansia da separazione

Fra tutti i disturbi d’ansia dell’infanzia quello da separazione è il più comune e può manifestarsi in vari modi, tra cui i seguenti:

  • Malessere eccessivo del bambino quando avviene la separazione dalla figura di attaccamento, di solito un genitore, o da casa o quando anticipa con il pensiero un possibile allontanamento;
  • Preoccupazione eccessiva del bambino riguardo alla perdita delle principali figure di attaccamento o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso;
  • Preoccupazione eccessiva del bambino riguardo la possibilità si subire un evento dannoso che separerà per sempre il bambino dalle figure di attaccamento principali o da casa;
  • Persistente riluttanza o rifiuto del bambino di andare a scuola o in altri posti senza il genitore per paura della separazione;
  • Eccessiva paura del bambino a restare in a casa senza le figure di attaccamento principali;
  • Riluttanza o rifiuto del bambino di dormire senza avere vicino la figura di attaccamento oppure di dormire lontano da casa;
  • Presenza nel bambino di incubi ricorrenti sul tema del distacco (essere rapiti o uccisi);
  • Lamentele del bambino inerenti a sintomi fisici quando si prospetta una separazione.

La caratteristica fondamentale del disturbo d’ansia da separazione è quindi l’angoscia che provano i bambini quando anticipano con il pensiero o si trovano ad affrontare un distacco.

Alcuni sono angosciati dalle separazioni che implicano la lontananza da casa, anche in compagnia dei genitori; mentre altri hanno difficoltà ad allontanarsi da una figura di attaccamento primaria; sia che debbano uscire o restare a casa senza questa persona; altri ancora temono entrambe le situazioni.

Le cause del disturbo

Il disturbo d’ansia da separazione sembra essere determinato sia da fattori ambientali sia da fattori genetici; e, molto probabilmente, da un’interazione fra tali due tipologie di fattori.

Tra i fattori ambientali sono stati rilevati il cambio di scuola, il trasloco in un’altra casa, la malattia o la morte di uno dei genitori, la morte di un animale domestico o altri eventi traumatici.

Per quanto riguarda gli aspetti genetici, i risultati di alcune ricerche hanno messo in evidenza che l’ereditarietà di questo disturbo può essere stimata intorno al 70%.

Il disturbo d’ansia da separazione sembra essere leggermente più frequente nelle bambine rispetto ai bambini.

Le manifestazioni del disturbo possono variare tra maschi e femmine: nelle bambine è più frequente la riluttanza a frequentare la scuola, nei bambini sono più frequenti alcune manifestazioni indirette, come una limitata attività indipendente e il disagio nel rimanere da soli con estranei.

In molti casi, nei bambini il disturbo d’ansia da separazione si presenta insieme ad altri disturbi d’ansia, come l’ansia generalizzata e alcune fobie specifiche.

In tali casi, o quando l’ansia da separazione è eccessivamente intensa e persistente, possono rivelarsi utili alcuni interventi psicologi che aiutano a superare, o alleviare, il disturbo.

A seconda delle caratteristiche specifiche del disturbo, della situazione ambientale e delle caratteristiche dei genitori può variare il tipo di intervento psicologico

In molti casi sono particolarmente efficaci gli interventi di tipo cognitivo-comportamentale, ma anche altre tipologie di intervento psicologico possono essere utili.

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica, come il linguaggio, è un’attività esclusivamente umana.

È una forma di comunicazione, ha valore simbolico e spesso è definita un mezzo di comunicazione universale per il fatto che è una capacità innata, comprensibile a tutti e che appartiene ad ogni essere umano.

Tuttavia la musica è un’attività legata anche all’apprendimento, si pensi alla pratica dello strumento musicale.

Diversi fattori hanno reso difficile la comprensione della relazione tra musica e linguaggio, soprattutto nei bambini.

In primis per le definizioni eccessivamente restrittive della musica che hanno imposto delle ipotesi fatte sugli adulti e riportate direttamente sui bambini.

In secondo luogo, la musica e il linguaggio sono spesso stati trattati come sistemi in gran parte indipendenti la cui convergenza dipendeva da fattori quali ad esempio la formazione musicale.

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Il Disturbo Specifico del Linguaggio e la musica

Un disturbo del linguaggio che può riflettere un problema di fondo con l’udito musicale è il Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL.

Il DSL è un disturbo dell’infanzia comune che risulta in difficoltà di comprensione e/o di utilizzo del linguaggio, nonostante ci sia un’intelligenza normale e un ambiente di apprendimento sufficiente, assenza di deficit uditivi o problemi di tipo psicopatologico.

Dove non trattate, queste difficoltà di linguaggio hanno implicazioni di vasta portata su altri aspetti dello sviluppo del bambino, come il successo scolastico, sociale, comportamentale ed emozionale.

Le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL possono presentarsi in diversi domini del linguaggio a livello della struttura delle frasi (sintassi), nella struttura delle parole (morfologia), nel significato delle parole (semantica) e nell’organizzazione dei suoni per formare le parole (fonologia) nonché nell’utilizzo del linguaggio a livello sociale (pragmatica).

Anche se i bambini con DSL rappresentano una popolazione eterogenea, una caratteristica peculiare è la loro particolare difficoltà nell’area della sintassi e della morfologia.

Molti bambini dislessici hanno difficoltà a parlare a tempo con un metronomo, a percepire un ritmo e a percepire un tempo.

È tuttavia interessante notare che per alcuni dislessici la lettura musicale può risultare più semplice di quella delle parole, mentre per altri accade il contrario.

Come nella dislessia i bambini che sviluppano un Disturbo Specifico del Linguaggio hanno difficoltà nell’elaborazione e nella discriminazione dei contrasti di tempo (Corriveau et al., 2007).

Un bambino con DSL sembra mostrare una ridotta sensibilità alla durata dei suoni, già visibile a 2 mesi di età, (Friedrich et al., 2004; Corriveau et al., 2007) e ha principalmente un deficit di elaborazione sintattica che si estende anche alla sintassi musicale (Jentschke et al. ,2008).

Molti deficit di apprendimento linguistico sembrano essere legati a deficit dell’elaborazione degli stimoli uditivi in ingresso (musicali – sonori).

Questa definizione più ampia del disturbo può aiutare a sviluppare e a sostenere varie tipologie di intervento attraverso la musica, o meglio attraverso la musicoterapia.

In che modo la musica influisce sul linguaggio?

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

Uno degli scopi delle strategie d’intervento su sintassi e morfologia per l’acquisizione del linguaggio è aumentare la salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche.

Questo approccio è influenzato dalle teorie che suggeriscono che le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL siano dovute a competenze di elaborazione uditiva molto povere.

L’aumento della salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche è stato ipotizzato che possa ridurre la domanda di elaborazione cognitiva, che a sua volta porta il bambino a porre più enfasi sull’apprendimento del linguaggio.

Modificando gli elementi prosodici del linguaggio, come rendere le caratteristiche delle parole più lunghe o più lente, o produrre parole con una dinamica più variabile, può aumentarne la salienza.

L’effettivo ruolo della modificazione della prosodia nell’apprendimento di nuove parole è stato già ampiamente dimostrato con i bambini con DSL.

La modificazione degli elementi prosodici del linguaggio è esagerata nelle canzoni – che in sostanza sono una combinazione di linguaggio, melodia e ritmo.

L’aggiunta della melodia e del ritmo può fornire un aumento naturale della salienza delle caratteristiche specifiche del linguaggio.

Diversi studi con varie popolazioni hanno comparato gli effetti delle canzoni rispetto al parlato durante la presentazione di stimoli consistenti in apprendimento di parole, produzione verbale e di testi scritti.

Questi studi hanno fornito indicazioni positive sull’utilizzo della canzone per la riabilitazione e l’apprendimento del linguaggio. La melodia e il ritmo costituiscono così due componenti principali della musica utilizzati come mezzo di riabilitazione/rieducazione.

Il disturbo specifico del linguaggio è stato descritto da alcuni, come abbiamo visto prima, attraverso un deficit di elaborazione, ovvero i bambini mostrano difficoltà di percezione, di mantenimento, di interpretazione e di integrazione dell’input uditivo (Leonard & Weber-Fox, 2012).

Quindi è possibile che l’aggiunta dell’indizio musicale fornito attraverso il ritmo e la melodia possa ridurre la richiesta cognitiva per l’elaborazione dei segnali uditivi, così che i bambini possano focalizzarsi sull’apprendimento del linguaggio.

I modelli ritmici del linguaggio che sono esagerati nella canzone faciliterebbero e intensificherebbero la percezione e l’apprendimento del linguaggio.

Uno studio di Schon (2016) e colleghi ha dimostrato che durante l’apprendimento di una nuova lingua, gli indizi melodici e ritmici assistono i partecipanti nel riconoscere i contorni delle parole e quindi essi apprendono nuove parole con più facilità rispetto ai partecipanti a cui vengono presentate solo sequenze di parlato.

Questo fatto continua a fornire una prova evidente di come ci siano elementi della canzone che possano essere efficaci nell’intervento sul linguaggio per i bambini con DSL, che presentano problemi di elaborazione.

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Il ritmo

Risultati da studi di elettroencefalografia – EEG suggeriscono che il ritmo, in particolare il metro musicale nella canzone che si allinea con gli accenti linguistici, migliora la comprensione dei testi attraverso la sincronizzazione dell’attività neurale con le sillabe forti (Gordon, 2011).

Questo fatto fornisce una prima evidenza neurologica per l’abilità del ritmo nel facilitare l’apprendimento e il richiamo dei testi delle canzoni.

È anche in linea con le ipotesi che suggeriscono che il ritmo inerente alla canzone fornisca una struttura metrico-temporale che permette di raggruppare a livello percettivo e di suddividere le informazioni in unità più maneggevoli a livello cognitivo, tanto da facilitarne il richiamo in memoria.

Le canzoni

Per cui sembra chiaro che l’apprendimento linguistico sia molto facilitato dall’utilizzo delle canzoncine influendo sia a livello ritmico che melodico.

La presenza di contorni ritmici può migliorare la discriminazione fonologica, dal momento che il cambiamento delle sillabe è spesso accompagnato da un cambiamento di intonazione, e accentuazione.

Inoltre la strutturazione costante degli aspetti musicali e linguistici ottimizza il funzionamento dei meccanismi di apprendimento: è più semplice imparare il testo di una canzone cantandola che solo parlando.

Se dovessimo prendere in considerazione che la musica è simile alla prosodia, questi risultati sarebbero in linea con gli studi che dimostrano come la prosodia sia fondamentale per la segmentazione del linguaggio.

Al di là degli studi scientifici che supportano il ruolo della canzone nel facilitare il linguaggio, la canzone è uno stimolo piacevole per i bambini, che fornisce loro un contesto in cui possono apprendere meglio.

Poiché la canzone è piacevole e motivante, essa permette al bambino di fare pratica attraverso la ripetizione senza il senso di un’esercitazione monotona. Questa ripetizione è cruciale nell’intervento linguistico.

L’utilizzo di ripetizioni e routine familiari durante l’apprendimento del linguaggio è anche influenzato dall’idea di assegnare le risorse, cioè quando le sequenze vengono ripetute è dato per certo che i bambini possano ridurre la quantità di risorse assegnate alla comprensione e si possano focalizzare maggiormente sull’apprendimento.

L’utilizzo della musicoterapia nei disturbi del linguaggio

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica è un mezzo attrattivo, appetibile, accessibile che incoraggia e motiva i bambini a comunicare in maniera più intensa, più efficiente e confidenziale.

Nel momento in cui i bambini cominciano ad esplorare la loro voce, essi scoprono la loro forza nel creare i suoni che emergono da loro stessi e infatti la musica e la voce umana aiutano a liberare l’espressione di sé.

La prosodia, ripetiamo l’elemento musicale dell’espressività vocale, è ritenuta essere il contributo fondamentale e l’aspetto principale dello sviluppo del linguaggio nell’infanzia e durante la vita.

La musicoterapia può effettivamente sviluppare le abilità ritmiche e prosodiche quando sono deficitarie, consentendo in tale direzione una maggiore efficienza della memoria di lavoro per l’elaborazione e la comprensione del linguaggio (Grosz et al., 2010).

La ricerca indica che il musicoterapeuta può implementare le strategie e le tecniche per soddisfare i bisogni comunicativi del bambino.

Grosz (2010) parla di un approccio individualizzato, particolarmente inerente all’improvvisazione che incorpora e riflette l’espressione musicale e vocale di ogni bambino.

Nella pratica musicoterapeutica si parla semplicemente di improvvisazione creativa seppur finalizzata: l’idea è quella di elicitare le risposte dell’altro in modo da portarlo a vocalizzare, a crescere e a rispecchiare diversi modelli ritmici e melodici.

Vengono di seguito riportati esempi pratici di come possono essere utilizzati gli strumenti all’interno di un lavoro di musicoterapia sullo sviluppo del linguaggio

Quando i bambini suonano uno strumento favorito o uno strumento che comunque li motivano a comunicare, i bambini sono coinvolti e contribuiscono da soli al miglioramento delle loro capacità linguistiche, nonché anche dell’attività senso-motoria.

I bambini sono molto interessati e motivati agli strumenti che creano suoni di animali, ad esempio un guiro può rappresentare il verso di una rana.

Questi strumenti forniscono uno stimolo a suonare e a creare i suoni degli animali. Un altro modo è utilizzare degli shakers di diversa forma come se fossero dei frutti, ad esempio una mela, una banana o un’arancia.

Questo utilizzo permette di poter sfruttare canzoni che supportino l’attività del mangiare (quindi le azioni di routine), ma anche la scelta e l’utilizzo di nomi che aiutino la categorizzazione attraverso il gioco.

Ancora gli strumenti a fiato possono risultare molto utili per sviluppare la chiusura delle labbra, il tono muscolare orale e la coordinazione del flusso d’aria.

Inoltre l’esplorazione libera dello strumento facilita anche la vocalizzazione e l’eccessiva salivazione. Il potenziale di poter evocare attraverso l’attività strumentale e vocale questi effetti include la possibilità di dare luogo a un gioco creativo, spontaneo, centrato sul bambino e collaborativo.

La musicoterapia come terapia di supporto al linguaggio

Sembra evidente come la terapia musicale sia funzionale alle qualità musicali e prosodiche, nonché allo sviluppo del linguaggio.

Durante le sessioni di musicoterapia i bambini sembrano accedere al proprio potenziale e sono anche in grado di adattarsi ad un altro ambiente così come alle nuove situazioni come ad esempio l’utilizzo di proposte musicali simboliche d’immaginazione, l’uso di canzoni con temi di fantasia o del gioco con i suoni.

Il miglioramento delle capacità cognitive sembra poi avere un risvolto anche sui modelli d’azione che sembrano più coordinati e integrati tra loro.

L’integrazione del pensiero e quindi dell’azione richiede necessariamente una significativa capacità cognitiva. La musicoterapia può potenziare tali risorse e promuovere questa integrazione tra il pensare e il fare.

Le sequenze ripetitive e l’utilizzo di pause e interruzioni alla fine di ogni frase di canzoni familiari possono motivare il bambino ad anticipare e contribuire a terminarle, mentre le canzoni create di persona, con l’immaginazione e la fantasia, possono evocare un senso di identità musicale e appartenenza personale.

I terapisti del linguaggio e i musicoterapeuti devono sviluppare approcci sistematici insieme, in un contesto multidisciplinare e di lavoro collaborativo.

Condividendo gli obiettivi e lavorando insieme sull’intensità e la velocità del linguaggio, nonché su l’intelligibilità, musicoterapia e logopedia possono creare un processo terapeutico flessibile ed efficace, ma soprattutto ideale per i bambini con disturbi del linguaggio.

Aurora Merciaro per Psicologia24

Fonti:

Awareness of rhythm patterns in speech and music in children with specific language impairments

Musical Rhythm discrimination explains individual differences in grammar skills in children

Songs as an aid for language acquisition

Short and long term rhythmic interventions: perspectives for language rehabilitation

An fMRI study of music sight-reading

Processing prosodic and musical patterns: a neuropsychological investigation

Music, Language and the Brain

Dislexia, Temporal processing and music: the potential of music as an early learning aid for dyslexic children

Musical Rhythm and Language Development

Effects of music therapy in the treatment of children with delayed speech development – results of a pilot study

Il Disturbo di Apprendimento Non Verbale

Marco è un bambino di 9 anni a cui piace ascoltare le favole e condividere con gli amici le storie che gli racconta la nonna. Marco parla e legge bene, è un bambino intelligente.

Ciò che proprio non gli riesce è disegnare, e non ne ha nemmeno tanta voglia!

A scuola ogni tanto la maestra gli chiede di illustrare una storia, e Marco finisce puntualmente per disegnare scenette di ispirazione picassiana.

La maestra ha ormai imparato a sorvolare sul disegno, ma chiede a Marco di impegnarsi quantomeno per una grafia più leggibile, le lettere sul suo quaderno fluttuano come barche al vento.

E poi c’è un’altra cosa che Marco proprio non sopporta: la camicia con i bottoni! Chiuderli è per lui un’impresa!

Alla fine del quarto anno di scuola primaria le maestre di Marco, preoccupate per le difficoltà persistenti del bambino, suggeriscono alla famiglia di portarlo da uno psicologo per un approfondimento clinico; l’ipotesi delle maestre è che Marco abbia un disturbo specifico della scrittura, la cosiddetta disgrafia.

Lo psicologo rileva che le difficoltà di Marco sono più pervasive del previsto e non si limitano alla sola scrittura.

Marco ha problemi a capire le relazioni spaziali e il contenuto non verbale della comunicazione.

La WISC – Wechsler Intelligence Scale for Children, uno strumento clinico e diagnostico per la valutazione delle abilità intellettuali dei bambini, evidenzia un profilo caratterizzato da buone competenze verbali e scarse abilità visuospaziali.

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Che tipo di disturbo ha Marco?

Marco presenta alcuni sintomi del Disturbo di Apprendimento Non Verbale, una sindrome non ancora riconosciuta dai principali manuali psicodiagnostici (DSM-V e ICD-10), ma sulla quale i ricercatori stanno lentamente facendo luce grazie alle recenti acquisizioni in campo psicologico e neuroscientifico.

Il consenso all’interno della comunità scientifica è un requisito indispensabile per affermare l’esistenza stessa del disturbo e per identificare criteri diagnostici affidabili e condivisi.

Recentemente Cornoldi, Mammarella e Fine (2016) hanno condotto una critica della letteratura scientifica sul disturbo di apprendimento non verbale e hanno proposto un aggiornamento dei criteri diagnostici.

Ne parleremo a Milano il 10 e 11 novembre in occasione del Convegno Internazionale sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento organizzato dall’Istituto Galton.

In questa due giorni di eventi, workshop e tanto altro, verrà presentato il libro Il Disturbo di Apprendimento Non Verbale di Cornoldi, Mammarella e Fine, edito in Italia dalla casa editrice Edizioni Galton.

Per informazioni sul convegno e sulle pubblicazioni di Edizioni Galton visitare il sito www.galton.it

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Il sintomo psicosomatico nel bambino

Quando si parla di somatizzazione infantile si fa riferimento al fragile rapporto tra psiche e soma in età evolutiva: più il bambino è piccolo, più il suo disagio psicologico è veicolato attraverso i sintomi corporei.

Di primaria importanza nell’ambito della psicosomatica infantile è la relazione che il bambino instaura con la figura principale di accudimento, generalmente la madre.

Grazie al comportamento di cura materno e all’atteggiamento corporeo assunto dalla madre quando lo tiene in braccio, il bambino svilupperà un’integrazione psicosomatica, cioè la psiche riuscirà ad abitare il soma attraverso lo sviluppo di un Sé allo stesso tempo sia fisico che psichico.

Di contro, una mancata sintonizzazione affettiva con la madre può tradursi in dolore del corpo, manifestato attraverso disturbi psicosomatici di varia natura.

La relazione tra madre e bambino è intesa come un vero e proprio sistema interattivo che regola sia il comportamento che la fisiologia del bambino.

Anche la figura paterna contribuisce, con la sua presenza attiva, a realizzare l’ambiente idoneo alla maturazione psicosomatica del bambino.

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Il bambino come inventore di patologia

Nella somatizzazione e nei disturbi a essa correlati il bambino ha sintomi di sofferenza fisici, pensa eccessivamente ai sintomi e fa cose a essi collegati.

Nell’equilibrio psicosomatico del bambino giocano un ruolo fondamentale sia le esperienze corporee che le esperienze affettive.

Il bambino che presenta un ridotta capacità di elaborazione mentale manifesta frequentemente sintomi somatici connessi a situazioni di stress familiare e/o individuale.

Il corpo è per il bambino lo strumento, prima del linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica.

Attraverso la somatizzazione l’emozione viene spostata su un organo o apparato, trovando così una via di sfogo e un modo per richiamare l’attenzione su di sé.

Il bambino che sviluppa un sintomo psicosomatico è come un inventore di patologia: il sintomo che si manifesta è forviante rispetto alla causa reale del disturbo; l’organo oggetto della malattia è un organo su cui il bambino scarica un disturbo di altro genere.

I disturbi da somatizzazione infantile

I disturbi psicosomatici più ricorrenti nei bambini sono:

  • Cefalea idiopatica precoce può esordire nella prima infanzia con dolori addominali ricorrenti, vomiti ciclici, vertigini, febbri senza causa, dolori articolari.
    Il bambino con cefalea idiopatica sembra avere peculiarità caratteriologiche ben precise che contribuiscono al determinare l’insorgenza e il mantenimento della patologia: tristezza, vulnerabilità alla frustrazione e all’ansia, minore fiducia di base e ottimismo, sensazioni di incapacità e timore di rimproveri e abbandoni.
    Situazioni ambientali strettamente legate alla cefalea idiopatica sono: depressione materna, genitori con rapporti conflittuali, separazione dei genitori.
  • Sintomi gastrointestinali – riguardano soprattutto la regione addominale, periombelicale, nel quadrante inferiore destro.
    Il contesto psicologico riguarda un bambino ansioso che vive in una famiglia altrettanto ansiosa che orienta tutte le sue attenzioni sull’addome del bambino, favorendone il vantaggio di benefici secondari.
    Frequenti sono i casi di fobia scolare: paura della scuola e paura di staccarsi dalla madre.
  • Sintomi respiratori – come crisi pseudo-asmatiche e tosse psicogena.
    Dal punto di vista psicologico, sono direttamente responsabili i fattori di stress cronico e acuto.
    Attraverso il respiro la vita scorre dentro di noi: il bambino che somatizza con sintomi respiratori esprime vissuti conflittuali nelle relazioni con l’ambiente esterno.
  • Dermatopatie: è il risultato di vissuti negativi legati a dinamiche interpersonali, come l’esistenza di un evento stressante specifico o la permanenza di una condizione di stress diffuso, e si manifesta con acne, alopecia, orticaria, dermatite atopica, vitiligine.
    Gli indicatori di disagio psicologico che possono predisporre alle dermatopatie sono la presenza di comportamenti estremi e inadeguati, atteggiamenti rinunciatari, problematiche a carico dell’interazione e dell’adattamento sociale

Il sintomo come comunicazione

La comunicazione attraverso il sintomo nel bambino è molto più comune di quanto si pensi; spesso è lieve e passeggera, altre volte richiede una presa in carico del bambino e della sua famiglia.

I disturbi psicosomatici possono insegnare ai genitori a conoscere i bisogni e le paure nascoste del loro bambino. 

Questi disturbi generalmente richiedono un intervento psicologico, ma ciò che farà la differenza è riuscire a cogliere e a comprendere il messaggio in codice che il bambino sta inviando attraverso la somatizzazione. Il bambino, in questo modo, ci insegna molto di lui.

In fondo, chi non impara nulla dai bambini, certamente non imparerà nulla dai grandi.

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La malattia organica del bambino, soprattutto quando richiede un ricovero in ospedale, produce disagio psicologico sia nel bambino stesso sia nella sua famiglia.

La malattia fisica determina conseguenze psicologiche nel malato di qualsiasi età, ma nel bambino tali conseguenze assumono caratteristiche e peculiarità specifiche.

La rappresentazione mentale della malattia nel bambino dipende dal modo in cui vive l’esperienza della patologia organica e può variare in base a diversi fattori: il tipo e la gravità della malattia, le reazioni e i comportamenti dei familiari, l’atteggiamento dei medici e delle altre figure sanitarie, ecc.

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La percezione del bambino

Il ricovero in ospedale può provocare semplice disagio psicologico oppure, se viene a mancare un’adeguata rielaborazione cognitiva da parte del bambino, un vero e proprio trauma.

Il tipo di reazione dipenderà sia dall’età del bambino sia dalla natura dei conflitti psicologici generati dalla malattia stessa.

Malgrado si manifesti inizialmente come problema di natura fisica e organica, la malattia tende a generare una frattura nell’equilibrio psicologico precedentemente raggiunto dal bambino.

Il ricovero in ospedale, in modo particolare, costringe il bambino a cambiamenti nei ritmi e nelle attività della vita quotidiana e induce l’esigenza di cercare nuovi legami sicuri che possano proteggerlo dalle situazioni più disagevoli e disturbanti.

In ospedale il bambino dovrà necessariamente subire cambiamenti negli abituali rapporti con il mondo esterno (la famiglia, gli amici, la scuola, ecc.) e dovrà inevitabilmente affrontare delle limitazioni (nelle possibilità di movimento fisico, nel regime alimentare, ecc.).

Il bambino e i suoi familiari vengono quindi a trovarsi in una situazione in cui si rende necessario compiere una rielaborazione cognitiva della malattia e delle sue conseguenze.

Se tale rielaborazione non è adeguata possono insorgere reazioni emotive che compromettono l’equilibrio psicologico e la capacità di affrontare la malattia fisica in modo efficace

La psicologia pediatrica

Il bambino e la malattia: la psicologia pediatrica

La psicologia pediatrica è un settore della psicologia che si occupa dello studio degli aspetti psicologici del bambino malato e del bambino ospedalizzato.

Da un punto di vista applicativo, la psicologia pediatrica ha lo scopo di fornire un supporto e un sostegno psicologico al bambino malato e alla sua famiglia.

Attraverso la consulenza ai genitori e ai medici, il sostegno al bambino e alla sua famiglia, l’organizzazione di varie attività (ludiche, didattiche, ecc.) lo psicologo pediatrico fornisce un contributo importante per l’assistenza al bambino malato e ospedalizzato.

Gli interventi dello psicologo pediatrico vengono attuati basandosi su alcuni presupposti di base, come il coinvolgimento di tutte le figure professionali, il coinvolgimento della famiglia e dei caregiver, il curare il bambino preservando il suo mondo relazionale.

Un buon intervento di psicologia pediatrica può contribuire in maniera determinante a rendere la malattia del bambino meno disturbante e più sopportabile per il bambino stesso e per i suoi familiari.

Può anche contribuire ad aiutare i vari caregiver e i medici stessi ad affrontare in maniera più adeguata e più serena il loro lavoro a contatto con la malattia.

In alcuni ospedali italiani lo psicologo pediatrico è una figura professionale già presente, anche se spesso in forma precaria e saltuaria. Sarebbe auspicabile una maggiore presenza di tale figura professionale in tutti i reparti di pediatria degli ospedali ed anche una collaborazione tra tale figura e i pediatri di famiglia.

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ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Nell’ambito della Psicologia dell’Infanzia, con il termine Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività ci si riferisce ad una difficoltà del bambino nel mantenere l’attenzione su quanto gli viene proposto e ad una serie di comportamenti che denotano impulsività.

Questi problemi, che si verificano in almeno due contesti di vita abituali come la famiglia, l’ambiente scolastico o lo spazio di gioco, derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

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I bambini e la disattenzione

Nello specifico, il bambino caratterizzato da disattenzione fatica a rimanere concentrato su di uno stesso compito per un tempo sufficientemente prolungato e si lascia continuamente distrarre da qualsiasi stimolo anche di lieve entità.

Nell’ambito domestico i bambini, oltre ad essere caratterizzati da un ritmo sonno-veglia particolarmente irregolare, manifestano interessi molto variabili, si stancano facilmente nello svolgere le attività che gli vengono proposte e passano da un gioco all’altro senza prima averlo concluso.

Anche a scuola faticano a portare a termine le attività, appaiono sbadati e disorganizzati ed assolutamente incapaci di seguire le istruzioni fornite nell’ambito della didattica.

ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Questi alunni presentano inoltre alcune difficoltà nell’ambito della memoria di lavoro ed una scarsa capacità di pianificazione e di problem solving che li inducono a sviluppare una percezione di sé come cattivo studente.

Bambini iperattivi

I bambini iperattivi manifestano un forte grado di impulsività che li induce a giocare in modo spericolato e rumoroso e a muoversi in continuazione ed in modo frenetico anche quando dovrebbero rimanere tranquilli.

Questi bambini faticano ad inibire i comportamenti inappropriati o a controllare l’espressione dei propri stati emotivi che avviene in modo poco controllato, quasi senza freni, spesso non appaiono in grado di attendere il proprio turno di parola ed intervengono nelle discussioni altrui in modo inopportuno, pur senza rendersene conto.

I genitori e gli insegnanti lamentano spesso una fatica nella loro capacità di riconoscere il pericolo, nel contenere reazioni aggressive o esplosioni di rabbia in risposta a stimoli di lieve entità ed una difficoltà nel tollerare il differimento della gratificazione, con la pretesa di poter soddisfare i propri bisogni nel momento stesso in cui questi emergono ed una volontà particolarmente impositiva.

Ad oggi, nell’ambito della neuropsichiatria, non esiste un parere unanime rispetto alle possibili cause sottese al disturbo, ma la stragrande maggioranza degli scienziati concorda nel presumere un malfunzionamento neurobiologico o di natura genetica che induce il soggetto a distrarsi con facilità e ad agire in modo impulsivo.

Come comportarsi con un bambino con ADHD?

ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Queste difficoltà non devono essere interpretate come determinate della scarsa motivazione del bambino o come la conseguenza di un atteggiamento scontroso e maleducato, bensì come l’incapacità del soggetto, assolutamente indipendente dalla sua volontà, di essere rispondente alle richieste sociali.

Per queste ragioni il bambino che presenta un disturbo di questo genere non deve essere punito con la riduzione delle attività piacevoli che implicano movimento o con l’esecuzione di richieste di attenzione ulteriore.

Nell’ambito della scuola e della didattica è importante cercare di eliminare tutte le possibili fonti di distrazione, predisponendo un ambiente tranquillo e privo di iper-stimolazioni; mantenere il contatto oculare nel corso delle spiegazioni per accertare il livello di attenzione ed incentivare l’interesse; interagire frequentemente con il soggetto sia a livello verbale che a livello fisico; consentire all’alunno di concordare delle pause di breve durata durante l’esecuzione dei compiti più impegnativi.

Nel corso delle spiegazioni è importante che l’adulto fornisca consegne brevi e semplici e che si assicuri siano state adeguatamente comprese.

In molti casi può essere opportuno supportare il ragazzo nella comprensione delle istruzioni di lavoro o di alcuni contenuti didattici aiutandolo ad individuarne le parti importanti e a focalizzarsi solo su queste.

Altrettanto utile appare la chiara definizione dei tempi di lavoro e la suddivisione delle attività in piccole parti.

Per quanto riguarda l’intervento terapeutico da attuare anche nell’ambito del contesto familiare, i trattamenti di natura cognitiva e comportamentale sembrano essere i più efficaci.

Questi consistono nell’insegnare ai genitori dei bambini in oggetto o agli stessi ragazzi a ridurre gli atteggiamenti negativi e ad incrementare quelli positivi pianificando ed acquisendo delle opportune conseguenze sia ai comportamenti problematici che a quelli attesi.

Ecco quindi che un obiettivo generale può essere suddiviso in una serie di piccoli step ben strutturati che implicano premi e riconoscimenti affettivi nel momento stesso in cui vengono raggiunti.

Il bambino viene inoltre abituato ad acquisire una sorta di dialogo interno che lo guidi nella soluzione delle situazioni problematiche e che lo stimoli a riconoscere il problema, generare soluzioni alternative, valutare l’efficacia di ciascuna soluzione, pianificare le procedure di risoluzione e valutare la qualità del risultato ottenuto.

Per i bambini che presentano questo tipo di difficoltà sembra essere estremamente importante riuscire a stabilire delle attività programmate e di routine, possibilmente il meno destrutturate possibili anche in termini di spazi, materiali e tempi, definire con chiarezza le eventuali consegne di lavoro, ma anche le regole del vivere civile che devono essere semplici, ben definite e di effettiva attuazione.

Molto importanti risultano essere tutte quelle attività che aiutano il bambino ad ampliare le proprie capacità di previsione e che consentono al genitore di individuare gli eventuali nessi causali ed i segnali anticipatori dei comportamenti dirompenti, al fine di prevederli, prevenirli o meglio contenerli.

Veronica Tresoldi per Psicologia 24

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

Prima che il nostro bambino impari a leggere, scrivere e far di conto è fondamentale che alcune abilità più semplici si consolidino e inizino a lavorare in sinergia.

Immaginiamo queste abilità come dei mattoncini dell’apprendimento con i quali il bambino può costruire competenze via via più complesse.

Lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento segue dei ritmi leggermente diversi da bambino a bambino.

Gli insegnanti sono solitamente i primi a notare la precocità di alcuni bambini rispetto ad altri nell’apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo.

Questa variabilità individuale durante le prime fasi dell’apprendimento è normale e non deve destare particolari preoccupazioni, essa infatti tende a ridursi intorno ai 7-8 anni.

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La prevenzione dei disturbi dell’apprendimento

In un’ottica di prevenzione delle difficoltà di apprendimento, tuttavia, sarebbe opportuno monitorare lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento e intervenire con potenziamenti mirati quando necessario.

La sede ottimale per la valutazione e il potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento è la scuola.

La valutazione può essere condotta durante l’ultimo anno di scuola dell’infanzia o il primo anno di scuola primaria. Il periodo ideale è la prima metà dell’anno scolastico.

La valutazione può essere fatta da insegnanti adeguatamente formati in materia, tuttavia se la scuola dispone della collaborazione di altre figure professionali qualificate, quali psicologi scolastici, educatori e pedagogisti, queste possono coadiuvare il lavoro dell’insegnante.

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

La valutazione si svolge attraverso l’uso di strumenti standardizzati (solitamente test e questionari osservativi) che restituiscono un profilo non solo delle diverse aree dell’apprendimento, ma anche delle abilità trasversali (capacità motorie, visuo-spaziali, fonologiche, etc.).

Per i bambini che ad una prima valutazione dovessero riportare delle difficoltà significative dovrebbe essere predisposto un piano di potenziamento della durata di almeno uno o due mesi da attuarsi direttamente a scuola.

Il potenziamento dovrebbe andare a rafforzare quelle specifiche aree in cui il bambino ha difficoltà.

Per verificare l’efficacia dell’intervento, al termine del percorso di potenziamento si raccomanda una seconda valutazione con gli stessi strumenti utilizzati durante la prima fase.

Se nonostante il potenziamento un bambino dovesse continuare ad avere difficoltà significative, la scuola deve darne comunicazione ai genitori e indirizzarli verso un approfondimento clinico in altra sede.

È importante ricordare che la valutazione dell’apprendimento condotta a scuola non costituisce in alcun modo una diagnosi di DSA, si configura, invece, come una buona prassi per l’individuazione dei casi a rischio.

Laddove le scuole non attivassero percorsi di valutazione delle difficoltà di apprendimento (anche detti screening DSA), i genitori possono farne richiesta formale alla direzione.

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Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Occorre allargare lo sguardo quando si parla di bullismo: non possiamo rimanere sulle caratteristiche del bullo o del bullizzato fermandoci agli aspetti individuali.

Perché, come per ogni fenomeno, esistono risvolti relazionali, sociali e culturali: presenze coprotagoniste che caratterizzano la vita del bambino o del ragazzo che attua certi comportamenti.

Per certi versi, possiamo parlare di famiglia bulla e, perché no, anche di società bulla.

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Fattori di rischio familiari del bullismo

Gli studi su questo delicato fenomeno mettono in evidenza l’esistenza di fattori di rischio familiari, relativi all’ambiente domestico.

Ci sono delle caratteristiche che riguardano il modo di stare insieme in famiglia, di confrontarsi e interagire, di vivere il rapporto tra genitori, di gestire emozioni e sentimenti che predispongono i più piccoli verso comportamenti antisociali.

Si tratta di probabilità, ovvio, non di certezze perché ognuno di questi aspetti, attinenti le relazioni, rappresenta solo una delle possibili cause all’origine del bullismo.

Non esistono invece correlazioni significative tra livello di istruzione, condizione socioeconomica, stato civile dei genitori – sposati, separati o divorziati – e percentuale di atti di bullismo messa in atto dai figli.

Insomma, il genitore del bullo rozzo e aggressivo è solo un mito.

Modelli familiari disfunzionali

Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo
Gli aspetti domestici denunciati come probabili presupposti per comportamenti da bullo possono essere molteplici.

Mancanza di relazioni calde tra genitori e figli: freddezza, presa in giro eccessiva, assenza degli adulti, poca attenzione, condivisione, interesse per i problemi dei più piccoli.

La persona bulla ha dei vuoti rispetto ad alcuni bisogni fondamentali come rispetto, stima, sicurezza, comprensione, amore.

Eccessiva disciplina, uso della vergogna, degli insulti, delle minacce, delle umiliazioni o di mezzi fisici per educare.

Ma anche atteggiamenti genitoriali energici volti a contenere figli con temperamento attivo, incontenibile, agitato che finiscono spesso per diventare a loro volta agitati.

Punire un comportamento negativo, del resto, non riduce la probabilità che lo stesso venga rimesso in atto quanto invece rinforzarne uno positivo.

Inoltre, perché i bambini dovrebbero cambiare atteggiamenti da bullo quando li vedono ricompensati?

In termini di popolarità, attenzione, potere, trattamenti speciali. Anche questi aspetti possono influire.

Esposizione a modelli violenti di comportamento.

Non pensiamo solo ai contenuti che arrivano tramite tv o Internet ma alle azioni di mamma e papà, primi modelli del bambino, come prese in giro, insulti, mancanza di empatia verso altre persone o gruppi.

Incoraggiamento nell’uso della violenza per risolvere gli scontri, ad esempio, incitando il figlio a rispondere alle provocazioni di altri bambini con aggressività (dagli un pugno, un calcio, ecc.).

Indagini mirate dimostrano che nei nuclei dei bulli i valori condivisi non solo quelli che la famiglia racconta a se stessa: apertamente dice rispetto ed educazione, in realtà offese e minacce sono motivo di vanto.

Mancanza di rispetto, conflitti accesi in casa, abuso o violenza domestica assistita.

E un clima familiare acceso dove si alza sempre la voce, con genitori che continuamente si danno addosso, si scontrano, anche se poi con i figli sono attenti e sereni.

Pressione eccessiva sui bambini per la scuola o altre attività con punizioni nel caso deludano le aspettative.

Stile educativo: il modo in cui i genitori decidono di crescere i figli è una variabile importantissima per il bullismo.

Genitori troppo permessivi possono portare ad una condotta aggressiva così come adulti distratti o disinteressati che non permettono di apprendere empatia e reciprocità emotiva alla base di ogni forma di relazione.

Mamma e papà rigidi, controllanti, che si arrabbiano e puniscono, mentre poi insegnano che il tiranno vince.

Alcuni comportamenti correttivi possono identificare, secondo vari educatori, una sorta di bullismo dei genitori nei confronti dei figli: quando l’autorità serve al genitore insoddisfatto di rifarsi da insoddisfazioni e mancanza di potere in altre aree personali.

L’intervento sulla famiglia del bullo

Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Però gli studi confortano perché dicono che un intervento efficace, prevenendo o fermando i fattori di rischio, può ridurre il bullismo e altri tipi di violenza giovanile.

Questi aspetti possono in effetti essere spunto per farsi domande da genitori, come suggeriscono gli psicologi Gianluca Daffi e Cristina Prandolini nel loro libro del 2012.

Possono aiutarci a considerare il comportamento con i nostri figli per far sentire loro che come genitori siamo attenti a quello che fanno, che ci sono regole da rispettare, alcune molto importanti sulle quali non transigiamo. Riflettendo se siamo noi stessi i primi a rispettarle, quale esempio stiamo dando.

Inoltre ci portano a pensare come ci comportiamo nei confronti dei nostri bambini o ragazzi, se riusciamo a dimostrare davvero di essere disposti a sostenerli, ascoltarli e accoglierli.

Se sappiamo dare loro calore, se conosciamo i loro bisogni, cosa facciamo per gratificarli quando rispettano le regole dimostrando di aver fatto propri i valori familiari, i più importanti per noi.

Giornata contro il bullismo a scuola

Il 7 febbraio è la prima giornata nazionale contro il bullismo a scuola.

Il fenomeno del bullismo a scuola è sempre esistito, ma negli ultimi anni, come diversi dati e i risultati di alcune ricerche mostrano, il fenomeno è in costante crescita.

Non è facile capire con esattezza quali fattori hanno determinato tale crescita e diverse ipotesi sono state avanzate per spiegare le cause che hanno prodotto l’incremento del fenomeno.

Fattori sociali, psicologici e educativi molto probabilmente interagiscono tra di loro nel determinare i comportamenti da bullo.

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Il bullismo a scuola

Arginare il fenomeno del bullismo non è facile, anche perché adesso tale fenomeno si manifesta non solo dentro la scuola ma, sempre più spesso, anche al di fuori della scuola, soprattutto attraverso i social network.

Il bullismo tramite i social network sta assumendo proporzioni preoccupanti, tanto da avere indotto alcuni parlamentari a presentare un disegno di legge contro il cyberbullismo.

Alcuni interventi in ambito scolastico si sono rilevati utili nella prevenzione di tale fenomeno.

Soprattutto gli interventi basati sulla stimolazione dello sviluppo della metacognizione morale, della metacognizione sociale e dei comportamenti pro-sociali si sono rivelati utili nel prevenire, o ridurre, i fenomeni di bullismo.

Una certa utilità nel contrasto delle conseguenze negative che si manifestano in chi lo subisce (le conseguenze per le vittime di bullismo possono anche essere gravi, come ansia persistente, depressione, tentativo di suicidio) possono averla i programmi di supporto tra coetanei.

Tra i più utili programmi di supporto tra coetanei vi sono il peer counselling, il befriending e la mediazione tra pari.

Un interessante programma mistodi prevenzione del bullismo e di contrasto delle conseguenze negative sulle vittime dei bulli è stato proposto dall’Associazione Italiana Psicologi Scolastici – AIPS e dall’Istituto Galton.

Tale programma, differenziato per classi di età e basato sulle più recenti acquisizioni scientifiche nel campo della psicologia del bullismo, può essere attuato sia nella scuola primaria che nella scuola secondaria.

 

Un nuovo test per la valutazione dei Disturbi dell'Apprendimento

Il Test PML è una batteria di strumenti per la misurazione oggettiva delle abilità di memoria, di facile e veloce somministrazione, che consente di individuare profili cognitivi correlati alle difficoltà di apprendimento.

Uno dei fattori causali che può essere riscontrato alla base di alcune tipologie di difficoltà di apprendimento e disturbi dell’apprendimento è infatti la memoria a breve termine, conosciuta anche come working memory o memoria di lavoro.

La Batteria PML misura la memoria a breve termine ed è articolata in una serie di prove di base e in prove di approfondimento.

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Utilità del Test PML

Le prove di base contengono una serie di compiti selezionati secondo il tradizionale modello teorico di Baddeley e Hitch e sono in parte ispirate ai più noti compiti utilizzati nella letteratura scientifica nazionale e internazionale per la misurazione della memoria di lavoro.

Le prove di approfondimento della batteria PML esaminano invece in maniera analitica i singoli processi esecutivi (shifting, updating e inibizione) e includono anche compiti che esaminano la velocità di elaborazione delle informazioni e la velocità di accesso alle informazioni a lungo termine.

Secondo le autrici del PML , AntoneIla D’Amico e Claudia Lipari, i campi di applicazione del test sono piuttosto vasti.

Esso può infatti essere utilmente impiegato in ambito scolastico, per conoscere meglio le potenzialità di apprendimenti dei singoli alunni; in ambito diagnostico può consentire di formulare un profilo analitico del funzionamento dei diversi processi di memoria e dei fattori attentivi coinvolti; può essere infine molto utile per l’avvio di un percorso riabilitativo, al fine di individuare i punti di maggiore forza nelle abilità di memoria del bambino e le aree di particolare carenza.

Il test PML è edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing e distribuito in Italia da Edizioni Galton.

Presso l’Istituto Galton sono in corso una serie di ricerche scientifiche che mirano a valutare l’efficacia del test PML negli interventi di assessment e riabilitazione inerenti a difficoltà di apprendimento e disturbi specifici dell’apprendimento.

Madre-bambino: la base di tutti i legami

Nasciamo programmati per entrare in relazione con gli altri e formare legami.

Già nella vita intrauterina il feto è in grado di connettersi con ciò che lo circonda, addirittura di condividere le emozioni con la madre.

Studi di psicologia prenatale hanno infatti scoperto che il nascituro interagisce, risponde agli stimoli, si turba in alcune situazioni, stabilendo un misterioso e profondo legame con la propria mamma ben prima del parto.

La predisposizione a sviluppare un legame fin dalla nascita con chi si prende cura di noi è una necessità predisposta geneticamente.

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La necessità dell’attaccamento

Si ha bisogno da subito di essere accolti, rassicurati, amati, riconosciuti.

Di essere addomesticati, secondo le parole tra il Piccolo Principe e la volpe di Antoine de Saint-Exupéry: se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

In effetti il meraviglioso e delicato processo di attaccamento tra genitore e neonato è la misura di quanto diventano speciali l’uno per l’altro.

Subito dopo la nascita c’è un periodo sensibile durante il quale circolano insolitamente livelli molto alti di endorfine nella coppia madre/neonato, significativi per l’attaccamento.

Questo primo legame forte e specifico che fa attaccare madre – o un’altra figura di accudimento – e bambino e prosegue negli anni della crescita è la dimensione nella quale impariamo molto su chi siamo, come si sta con gli altri, come si conducono i rapporti.

È lì che avviene l’imprinting sociale, che capiamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, sono accettati, compresi, ricambiati. È in questo ambito emotivo che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sintonizzarci con l’altro, a ritmare le relazioni in una reciprocità emotiva.

Un attaccamento inefficace, insufficiente impone costi enormi in termini emotivi. Segna per sempre.

La trascuratezza, il rifiuto, il distacco, l’insensibilità materna, e quindi l’impossibilità di attaccarsi in modo sicuro, di scoprire e stare in intimità, rende poveri in empatia, insensibili al dolore altrui, aggressivi, instabili, inesperti di legami anche in età adulta.

Grezzi, incapaci di muoversi nei rapporti. Furtivi e paurosi. Risulta esserci una correlazione anche con bassa autostima, sensi di inadeguatezza, aggressività, e forte dipendenza.

Apprendere la relazione

Un rapporto emotivamente positivo stabile e reciprocamente gratificante tra bambino e adulti di riferimento invece è il punto di partenza per ricreare legami affettivi forti con altre persone speciali nella vita, provare piacere e gioia nell’interagire con loro, essere confortati dalla loro vicinanza.

Senza aggrapparsi in modo ossessivo, né rifuggire in modo ansioso.

L’importanza di un efficace attaccamento per lo sviluppo del cucciolo è del resto conosciuto anche negli animali. La separazione precoce dalla madre, ad esempio, rende alcune razze di cane pericolosamente aggressive.

Sono famosi in questo ambito gli studi della teoria dell’attaccamento degli studiosi Bowlby, Spitz, Harrow sull’importanza del legame con la madre per sviluppare la propria sicurezza, sul ritardo dell’accrescimento del bambino a seguito della mancanza o inefficacia della figura materna (sindrome da deprivazione materna), sulle scimmiette che prediligono una mamma surrogata calda e accogliente rispetto a quella fredda ma dispensatrice di cibo.

Anche le moderne neuroscienze ci mostrano le radici fisiologiche della nostra necessità di vicinanza, contatto, scambio con gli altri.

Nel nostro cervello le relazioni attivano i circuiti cerebrali della ricompensa. Ci fanno sentire bene, in altre parole.

Si è scoperto che le aree corticali rispondono in modo decisamente unico alla vista di altre persone o alle immagini di esseri umani.

Le emozioni negli altri sono registrate dal nostro cervello con forte intensità, i neuroni specchio ci permettono di empatizzare ed entrare in relazione quando osserviamo gli altri.

Relazioni e benessere

Le relazioni sociali sembrano implicate in complessi meccanismi biologici come la replica delle cellule e il funzionamento immunitario.

La scienza oggi ci porta numerose evidenze per farci capire come il benessere sia profondamente legato alla connessione e all’intimità sociale.

Gli studi provano che la qualità dei legami sociali è correlata alla salute fisica, ad una migliore immunità alle malattie infettive, a più bassi livelli di depressione. Anche ad un positivo senso di sé, di autostima.

La promozione della salute in questo senso passa necessariamente per il rafforzamento di legami sociali positivi.

È ampiamente dimostrato che cresciamo, definiamo chi siamo, costruiamo la nostra identità, l’autostima, la fiducia in noi stessi attraverso le relazioni, gli attaccamenti autentici con gli altri, con i nostri animali, anche.

Ogni legame, debole o forte, ha in sé un potenziale per aiutarci, così come farci del male. Perché legarsi vuol dire stringere una relazione profonda, connettersi, essere vicini. Entrare in intimità e quindi mettere in gioco le parti più intense e nascoste, esporsi alla vulnerabilità. Ma non si può prescindere dai rapporti profondi per conoscere se stessi ed esprimersi.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

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Psicologia dell'arte: gli impressionisti astratti visti dai bambini

Osservando un quadro di Pollock o di De Kooning ci si potrebbe sentire disorientati.

Gli espressionisti astratti sembrano mettere in discussione i riferimenti oggettivi e soggettivi della nozione di arte, generando perplessità soprattutto sulla tecnica pittorica.

E allora con tanta spontaneità davanti a Four Darks in Red di Mark Rothko ci si potrebbe trovare ad esclamare Anche il mio bambino di 5 anni saprebbe dipingerlo!

È possibile riconoscere agli impressionisti astratti capacità pittoriche superiori a quelle di un bambino?

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Una ricerca su arte e bambini

Questa domanda provocatoria ha scosso la sensibilità e la curiosità di un gruppo di ricercatori del Boston College, che hanno voluto indagare se i bambini stessi siano in grado di riconoscere agli impressionisti astratti capacità pittoriche superiori alle proprie o addirittura a quelle di alcuni animali: certi scimpanzé ad esempio sono in grado di dipingere.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Journal of Cognition and Development, ha coinvolto bambini di età compresa fra i 4 e i 10 anni.

A ogni bambino sono state presentate 18 coppie di immagini in cui una rappresentava un quadro di un famoso pittore espressionista astratto e l’altra un quadro realizzato da un bambino o da un animale.

Psicologia dell’arte: gli impressionisti astratti visti dai bambini

Sei coppie di immagini venivano presentate senza alcuna informazione su chi fosse l’autore del quadro, sei coppie con le informazioni pertinenti (opera di artista/opera di bambino/opera di animale) e le restanti sei con informazioni invertite (ad esempio il quadro di un artista veniva etichettato come fatto da un bambino).

Di volta in volta il bambino doveva esprimere la propria preferenza estetica e un giudizio sulla bravura dell’autore del quadro.

I risultati hanno mostrato che anche i bambini più piccoli, dai 4 ai 7 anni, sono stati in grado di distinguere le opere degli artisti da quelle realizzate dai loro coetanei o dagli animali, sia nella condizione in cui non erano presenti informazioni sull’autore sia in quella in cui le informazioni erano date in maniera invertita.

Inoltre, i bambini hanno ritenuto che i quadri degli artisti fossero fatti meglio – anche quando le loro preferenze estetiche erano orientate sui quadri realizzati da loro coetanei o da animali – sia nella condizione in cui non sapevano chi fosse l’autore sia in quella in cui avevano informazioni sbagliate.

Prova che il giudizio sull’abilità dell’autore non veniva influenzato dal conoscere chi fosse.

Al di là del significato culturale, filosofico e artistico dell’espressionismo astratto, anche la tecnica dei grandi maestri sembra aver acquistato una piccola prova a propria difesa. E stavolta è parola di bambino!

Chissà che per i più scettici non valga più che interi trattati di critica artistica.

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

Ti può interessare anche: Come trasmettere regole efficaci ai nostri figli

Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci;Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci; Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

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Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

Ti può interessare anche: Il sonno: un viaggio nella nostra dimensione solitaria

La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

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La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

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Responsabilizzare troppo un bambino, lo renderà in futuro un genitore inadeguato?

In una ricerca condotta dalla Prof.ssa Amy K. Nuttall presso il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia della Famiglia alla Michigan State University (ricerca in fase di pubblicazione sulla rivista scientifica Journal of Family Psychology) è emerso che i bambini a cui vengono affidate costantemente troppe responsabilità (ad esempio, prendersi cura di un fratello minore o gestire alcune incombenze domestiche) da grandi tenderanno ad essere genitori che si prendono poca cura (o che non riescono a prendersi cura in maniera adeguata) dei propri figli.

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Sembra quindi che l’eccessiva responsabilizzazione dei bambini (soprattutto quella relativa al prendersi cura di altri), anziché contribuire a sviluppare in loro senso di responsabilità e capacità di accudimento tende a sviluppare in loro qualità opposte.

Chi da bambino è stato indotto a prendersi cura costantemente di un fratello minore, o a svolgere un ruolo di supporto emotivo degli adulti, da grande tenderà ad essere un genitore meno capace di comprendere i bisogni emotivi e le esigenze affettive dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa Nuttal, quindi, non si dovrebbero responsabilizzare troppo i bambini, né affidando loro eccessivi compiti di cura dei fratelli minori, né affidando loro in maniera costante la gestione di incombenze domestiche. I bambini dovrebbero poter vivere la propria infanzia da bambini e non da piccoli adulti.

Saranno comunque probabilmente necessari ulteriori studi per capire esattamente come l’eccessiva responsabilizzazione da bambini influisce sulle future capacità genitoriali e per capire anche se in alcuni casi tale fenomeno non si manifesta.

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La biblioterapia come coadiuvante nel trattamento dei disturbi psicologici nei bambini

La biblioterapia può essere un utile coadiuvante nel trattamento di alcuni disturbi psicologici nei bambini.

Con il termine biblioterapia si definisce un tipo di intervento psicologico che utilizza i libri come strumento per facilitare, nel soggetto che li legge, cambiamenti comportamentali, emotivi e cognitivi.

Per mettere in pratica questa tecnica di intervento si utilizzano testi specifici scritti da professionisti quali psicologi, psichiatri o neuropsichiatri infantili ed aventi specifiche caratteristiche narrative.

Nel caso dei disturbi psicologici dei bambini, la terapia con l’ausilio dei libri è utilizzata soprattutto come strumento d’intervento per il trattamento di ansia, fobie, aggressività e disturbi del comportamento, ed è usata spesso in sinergia con interventi psicologici di tipo cognitivo-comportamentale o psicodinamico.

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Libri per la biblioterapia: dove trovarli

La biblioterapia come coadiuvante nel trattamento dei disturbi psicologici nei bambini

Tra gli editori che pubblicano libri per la biblioterapia, uno dei più importanti è APA Books (la casa editrice dell’American Psychological Association).

Anche in Italia alcune case editrici specializzate in psicologia stanno cominciando a pubblicare libri che possano essere strumenti terapeutici.

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Il linguaggio della madre influenza le capacità sociali dei bambini

In una ricerca longitudinale condotta dalla Prof.ssa Elizabeth Kirk, presso la University of York, è stato rilevato che il linguaggio che la madre utilizza per interagire con i figli nei primi mesi di vita, e in particolare tra i 10 mesi e i 20 mesi, influenza le capacità sociali dei bambini a 5 anni.

In questa ricerca, recentemente pubblicata nel British Journal of Developmental Psychology, è emerso infatti che i figli di madri che nei primi mesi di vita utilizzano per interagire con il figlio un linguaggio ricco di termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi a 5 anni hanno capacità sociali significativamente superiori a quelle dei figli di madri che invece nei primi mesi di vita utilizzano pochi termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi.

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Le capacità sociali superiori nei bambini si manifestano con una maggiore capacità di interagire con i coetanei, con un minor grado di egocentrismo, e con una maggiore capacità di mettersi nei panni dei coetanei intuendo i loro stati emotivi (felicità, ansia, rabbia, ecc.) in diversi contesti e in diversi momenti.

Le capacità sociali superiori, migliorando la qualità delle relazionali con i coetanei, determinano più alte probabilità che il bambino cresca con un equilibrio emotivo e comportamentale e con minori problematiche psicologiche.

I prossimi studi della Prof.ssa Elizabeth Kirk si orienteranno probabilmente verso la ricerca delle modalità con cui le mamme che lo desiderino possono acquisire le competenze necessarie per utilizzare con i loro figli un linguaggio che possa facilitare lo sviluppo delle capacità sociali.

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