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Quando ci vuole, ci vuole! - La rabbia come fonte di benessere

Ci insegnano fin da bambini ad essere buoni e pacati, perché dare sfogo alla rabbia è qualcosa di sbagliato.

Qualche bambino, crescendo, diventa talmente bravo da imparare perfino a soffocarla. A lasciar perdere.

Tuttavia, la rabbia è una delle emozioni fondamentali degli esseri umani e per quanto possa sembrare controintuitivo è perfino funzionale al nostro benessere.

Alcuni recenti studi, fra cui quello condotto dal Dott. Miguel Kazen e i suoi colleghi della Università di Osnabrück in Germania, dimostrano che esprimere la rabbia abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone prodotto dal corpo durante i periodi di forte stress.

La rabbia, quindi, riduce i potenziali effetti negativi dello stress.

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Perché la rabbia ci fa bene

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la rabbia causa un incremento di attività in alcune aree del cervello, fra cui la corteccia cingolata anteriore e la corteccia frontale dell’emisfero sinistro.

Queste aree del cervello hanno a che fare con la motivazione ed il comportamento e sono presenti in entrambi gli emisferi, ma con ruoli diversi: l’attivazione di queste aree nell’emisfero destro produce reazioni di fuga ed evitamento, mentre la loro attivazione nell’emisfero sinistro produce reazioni di attacco (non necessariamente un attacco in senso fisico, piuttosto un attacco al problema, cioè la predisposizione a tentare di risolverlo).

È come se la rabbia ci dicesse questa situazione non va bene! Trova una soluzione e agisci!

Addirittura, alcuni studi hanno evidenziato che provare rabbia rende le persone un po’ più ottimiste; in questo modo i pericoli anziché essere temuti vengono affrontati con più coraggio.

L’approccio opposto, quello che ci porta a non affrontare di petto il problema, non porta a nessuna soluzione, così il problema potrebbe continuare a persistere anche per lunghi periodi, finendo per procurarci ansia e stress.

Inoltre, in alcuni casi sopprimere la rabbia, o i suoi potenziali sfoghi, si traduce in comportamenti passivo-aggressivi, cioè in atteggiamenti ostili non apertamente dichiarati.

Attenzione però a non confondere la rabbia con l’aggressività: la prima è un’emozione, la seconda una modalità di agire.

Considerato lo stadio evolutivo della specie umana per cui non dobbiamo più litigare per un pezzo di carne o di terra (almeno così si spera!), è consigliabile tenere a bada la seconda!

Ascoltare la propria rabbia, quindi, non vuol dire necessariamente comportarsi in maniera aggressiva. La si può e la si deve esprimere senza prevaricare l’altro.

Per tornare all’educazione dei bambini, quindi, bisognerebbe educarli al riconoscimento delle proprie emozioni, fra le quali appunto la rabbia, e all’espressione delle stesse tramite comportamenti adeguati.

Guarire dal ridere il potere curativo della risata

La medicina non è divertente,
ma c’è molta medicina nel divertimento.
L. & M. Cowan

Ridere allunga la vita!

Non è solo una delle tante frasi che dilagano sulla psicologia positiva, sulla necessità di essere felici a tutti i costi, sull’occidentalizzazione di concetti orientali sulla pace della mente tristemente distorti, ma è la scienza a dirlo.

Adesso sappiamo che le emozioni negative danneggiano il corpo: ansia, stress, rabbia possono alterare i sistemi biologici fino ad arrivare a veri e propri danni organici.

Al contrario, ridere contribuisce al nostro benessere e alla nostra salute.

La risata è istintiva, governata dal cervello primitivo.

Ridere quando stiamo male può aiutare a sentirci meglio più velocemente: il riso aiuta a superare situazioni difficili.

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Il caso di Norman Cousins

Il caso di Norman Cousins è un classico esempio del potere curativo della risata. Nel suo libro Anatomia di una malattia descrive i benefici della risata nel combattere quella che era stata la sua malattia: una spondiloartrite anchilosante grave e dolorosa.

Una cura a base di film comici, registrazioni di candid camera, 10 minuti di risate al giorno gli portarono un importante effetto analgesico, fino a una completa guarigione.

I consigli dei saggi

Sin dall’antichità, i medici hanno sempre raccomandato di ridere 10 minuti al giorno per essere in buona salute. Invece, ridiamo pochi secondi al giorno.

Non è un caso che i buddisti sono secoli che ce lo dicono: un quarto d’ora di risata al giorno è come sei ore di meditazione. E sappiamo quanto sia importante la meditazione nel buddismo.

Lo stesso vale per la medicina cinese: il riso deriva dallo shen cardiaco, il centro della totalità psicosomatica dell’essere umano, ridendo si libererebbe un’esplosione di luce e di energia.

I benefici della risata tra mente e corpo

Guarire dal ridere: il potere curativo della risata

Dalla seconda metà del secolo scorso sono state condotte e continuano a prodursi varie ricerche scientifiche sui benefici psicofisici della risata.

È stato provato che ridere ha un impatto positivo, sia dal punto di vista fisico che psichico.

Una risata provoca una serie di benefici:

  • diminuisce il livello di cortisolo, un ormone prodotto dalle cellule della fascicolata del surrene, conosciuto anche come ormone dello stress, e dell’adrenalina, con conseguente aumento del senso di benessere e capacità di fronteggiare le avversità della vita;
  • produce endorfine, sostanze chimiche prodotte dal cervello, conosciute anche come ormoni del benessere, e dotate di potenti attività analgesiche ed eccitanti, con conseguente aumento del buon umore e prevenzione della depressione;
  • causa la contrazione e la successiva distensione della muscolatura, ciò porta a un rilascio delle tensioni psicofisiche;
  • provoca l’aumento e il successivo rallentamento del battito cardiaco, con conseguente sensazione di pace e tranquillità e miglioramento dei processi del sonno;
  • aumenta l’ossigenazione del sangue, ciò può aiutarci a sentirsi meglio e a essere più attivi;
  • provoca un aumento della temperatura corporea e delle difese immunitarie incrementando il numero di linfociti T nel corpo, con conseguente potenziamento della qualità della vita;
  • allontana l’anidride carbonica, con conseguente funzione depurativa dell’organismo e miglioramento delle funzioni intestinali ed epatiche.

… un minuto di riso irrefrenabile

Un minuto di riso irrefrenabile equivale a 45 minuti di relax: perché privarcene?

Quante volte abbiamo esclamato Sono morto dal ridere?

Iniziamo anche a guarire dal ridere!

In fondo, come recita un famoso proverbio Yiddish:

Una risata è per l’anima

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Un nuovo test per la valutazione dei Disturbi dell'Apprendimento

Il Test PML è una batteria di strumenti per la misurazione oggettiva delle abilità di memoria, di facile e veloce somministrazione, che consente di individuare profili cognitivi correlati alle difficoltà di apprendimento.

Uno dei fattori causali che può essere riscontrato alla base di alcune tipologie di difficoltà di apprendimento e disturbi dell’apprendimento è infatti la memoria a breve termine, conosciuta anche come working memory o memoria di lavoro.

La Batteria PML misura la memoria a breve termine ed è articolata in una serie di prove di base e in prove di approfondimento.

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Utilità del Test PML

Le prove di base contengono una serie di compiti selezionati secondo il tradizionale modello teorico di Baddeley e Hitch e sono in parte ispirate ai più noti compiti utilizzati nella letteratura scientifica nazionale e internazionale per la misurazione della memoria di lavoro.

Le prove di approfondimento della batteria PML esaminano invece in maniera analitica i singoli processi esecutivi (shifting, updating e inibizione) e includono anche compiti che esaminano la velocità di elaborazione delle informazioni e la velocità di accesso alle informazioni a lungo termine.

Secondo le autrici del PML , AntoneIla D’Amico e Claudia Lipari, i campi di applicazione del test sono piuttosto vasti.

Esso può infatti essere utilmente impiegato in ambito scolastico, per conoscere meglio le potenzialità di apprendimenti dei singoli alunni; in ambito diagnostico può consentire di formulare un profilo analitico del funzionamento dei diversi processi di memoria e dei fattori attentivi coinvolti; può essere infine molto utile per l’avvio di un percorso riabilitativo, al fine di individuare i punti di maggiore forza nelle abilità di memoria del bambino e le aree di particolare carenza.

Il test PML è edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing e distribuito in Italia da Edizioni Galton.

Presso l’Istituto Galton sono in corso una serie di ricerche scientifiche che mirano a valutare l’efficacia del test PML negli interventi di assessment e riabilitazione inerenti a difficoltà di apprendimento e disturbi specifici dell’apprendimento.

Si può dire di No!

Essere sensibili ai bisogni degli altri è una qualità fondamentale nei rapporti sociali: rispondere alla richiesta di aiuto di un amico o accogliere la supplica del nostro capo che ci chiede di fare un turno extra perché il collega è malato sono comportamenti che denotano un atteggiamento positivo e di disponibilità verso gli altri.

L’accondiscendenza alle richieste degli altri ha però un limite: mettere costantemente in primo piano le esigenze altrui a discapito delle proprie non solo è indice di fragilità, ma è anche un comportamento solo raramente motivato da una sana spinta altruistica.

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Perché diciamo No

Secondo la psicologa inglese Linda Tillman della Emory University una persona che mai riesce a dire di No alle richieste degli altri manca della capacità di valutare da sé il valore delle proprie azioni e pertanto cerca negli altri una convalida.

Secondo lo psicologo Jay Earley, invece, le radici di questo atteggiamento affondano nel timore di non essere accettati e amati in modo incondizionato.

I genitori che premiano l’obbedienza dei figli, veicolando il messaggio che l’unico modo che i bambini hanno per essere amati è quello di soddisfare le richieste dei loro genitori, secondo Earley sono responsabili dell’emergere in età adulta di un atteggiamento eccessivamente subordinato alle esigente altrui.

Le persone esageratamente accondiscendenti spendono talmente tanta energia nel cercare di soddisfare i bisogni degli altri che solitamente perdono di vista i propri desideri, si sentono disorientate e non in controllo della propria vita.

Sempre secondo Earley questi vissuti emotivi possono condurre a comportamenti passivo-aggressivi nei confronti di chi esercita su di loro le richieste.

Spezzare questo pattern comportamentale non è un compito semplice. La cura non è la negligenza nei confronti dei bisogni degli altri (tipica delle personalità narcisiste), quanto piuttosto l’adozione di un atteggiamento equilibrato: è importante mantenere tratti positivi quali amichevolezza e sensibilità, ma allo stesso tempo è fondamentale dare maggiore importanza ai propri bisogni.

Un atteggiamento sano deriva dal desiderio di voler essere genuinamente connessi agli altri e non dal sentirsi obbligati a compiacere il prossimo.

Capire le motivazioni dietro le proprie azioni, assecondare i propri bisogni e allenarsi a saper dire di no sono piccoli passi verso un atteggiamento più sano nei confronti di se stessi e degli altri.

La bellezza dell'età

Fammi invecchiare è il suggestivo titolo di una recente campagna di Save the Children.

Nel manifesto un bambino africano ci guarda e chiede di farlo invecchiare, di avere cioè la possibilità di vivere a lungo e in modo dignitoso, ricordandoci come anche solo crescere in molte parti del mondo purtroppo non sia scontato.

Una richiesta, un appello che, scollato dalla triste realtà a cui si riferisce, potrebbe essere preso in prestito con significati diversi anche nella nostra società, dove invece invecchiare è vissuto con timore.

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Le donne e l’età

In modo particolare dalle donne. Questa frase potrebbe allora diventare il loro slogan per rivendicare il diritto di avanzare negli anni con libertà, senza preconcetti e stereotipi:

Fammi invecchiare, permettimi di vivere i miei anni, di esibirli senza paura e imbarazzo.

Di fare in modo che l’ansia non mi assalga scoprendo il mio corpo segnato dal tempo.

Di non spaventarmi di fronte a rughe, grigiori, macchie, crolli.

Fai in modo che non mi senta impaurita di cambiare, di perdere la muta della gioventù per infilarmi nella maturità.

Di non pensare che il mio fascino venga dirottato chissà dove da Madre Natura al compimento di qualche decina di anni in più.

Di rendermi libera dal giudizio che mi sento addosso ogni volta che apro una rivista, accendo uno schermo, passeggio per strada.

Di rifiutare quei messaggi minacciosi sull’importanza di rimanere giovane e bella perché invecchiare vuol dire appassire irrimediabilmente.

Di non dovermi nascondere dietro travestimenti per rimandare il presente, vivendo dietro una maschera di bellezza.

Di rendermi libera dall’illusione della gioventù, di non cercare approvazione negli altri per convalidare questa illusione.

Di sentirmi bella per qualcosa che ho fatto, realizzato, sentito, vissuto, visto, provato, non solo per la taglia o la tonicità della mia pelle.

La bellezza dell'età

Di pensare alla bellezza come qualcosa che non ha bisogno del chirurgo plastico ma di lifting interiori volti all’autoconsapevolezza, accettazione, flessibilità.

Di diventare sorda di fronte a quel coro vociante che ripete la strofa sei vecchia, brutta, grassa e inutile.

Di disintossicarmi dall’idea che la gioventù sia l’unico momento di felicità.

Di disertare le fantasie dei maschi, aspirando a rimanere sexy e provocante, appetibile secondo il loro occhio.

Di non interpretare la mia anima sulla base della sessualità, delle mestruazioni e della menopausa, come se la fine della fertilità fosse sinonimo di inutilità e il mio valore in quanto donna legato al mio sistema riproduttivo.

Di non farmi raggirare dalla fase di sessismo che ancora mi attende, quella dove il corpo femminile è invisibile, discriminato, da occultare come oggetto di vergogna.

Di non credere che le cinquantenni di oggi sono le trentenni di ieri, pensando di essere sempre in auge, in pista, in mezzo, rivendicando sex appeal e dinamismo, conformandomi così alle aspettative banali sulle donne mature.

Di abbandonare il controllo assillante del mio aspetto.

Di non entrare nella pienezza degli anni in punta di piedi, con vergogna e ansia ma pensarmi invece rilevante, tonica interiormente, capace di intervenire in modo significativo nel mondo.

Di non essere condannata a cancellare la parte di vita che mi attende, calibrandola su ciò che è stato e non è più.

Di ristrutturarmi sulle possibilità e non solo sulle perdite.

Di esistere e avere valore anche se segnata, appesantita, passata di moda.

Di avere diritto all’amore e ai sentimenti, di non essere ridicolizzata per le mie passioni.

Fammi invecchiare riprogettandomi sulla base di quello che oggi so di me stessa, sulle risposte che so darmi e posso avere dalle persone che ho scelto di avere nella mia vita.

Pensando che gli anni possono regalarmi soddisfazione, meno solitudine e più apprezzamento da parte degli altri, se lo permetto.

Concentrandomi sui segni interiori del tempo invece che su quelli apparenti.

Rivalutando la forza psicologica di cui adesso sono dotata, i punti di forza della mia identità, le risorse emotive che mi aiuteranno nei cambiamenti, nelle perdite, nelle crisi, nelle difficoltà.

Sentendomi energica per la forza relazionale di cui dispongo in questo momento, i rapporti stretti che ho costruito, la fiducia, l’empatia, l’ascolto e la cura che posso scambiare con chi mi è vicino.

Fammi invecchiare avanzando con stabilità, familiarizzando con quel senso crescente di vulnerabilità, imparando a sentirmi precaria.

Appropriandomi di materie prime per questa età invece di vedere solo mancanze, privazioni, debolezze.

Stando comoda nella tristezza e nella nostalgia, acquisendo una diversa prospettiva di me stessa più aperta, flessibile, alleggerita da schemi mentali che non servono più.

Guardando in faccia il mio disagio, arrivando a questa nuova dimensione leggera e curiosa. Vissuta ma pronta.

Permettimi di invecchiare con naturalezza.

Brunella Gasperini per Psicologia24

La bellezza dell'età

Fammi invecchiare è il suggestivo titolo di una recente campagna di Save the Children.

Nel manifesto un bambino africano ci guarda e chiede di farlo invecchiare, di avere cioè la possibilità di vivere a lungo e in modo dignitoso, ricordandoci come anche solo crescere in molte parti del mondo purtroppo non sia scontato.

Una richiesta, un appello che, scollato dalla triste realtà a cui si riferisce, potrebbe essere preso in prestito con significati diversi anche nella nostra società, dove invece invecchiare è vissuto con timore.

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Le donne e l’età

In modo particolare dalle donne. Questa frase potrebbe allora diventare il loro slogan per rivendicare il diritto di avanzare negli anni con libertà, senza preconcetti e stereotipi:

Fammi invecchiare, permettimi di vivere i miei anni, di esibirli senza paura e imbarazzo.

Di fare in modo che l’ansia non mi assalga scoprendo il mio corpo segnato dal tempo.

Di non spaventarmi di fronte a rughe, grigiori, macchie, crolli.

Fai in modo che non mi senta impaurita di cambiare, di perdere la muta della gioventù per infilarmi nella maturità.

Di non pensare che il mio fascino venga dirottato chissà dove da Madre Natura al compimento di qualche decina di anni in più.

Di rendermi libera dal giudizio che mi sento addosso ogni volta che apro una rivista, accendo uno schermo, passeggio per strada.

Di rifiutare quei messaggi minacciosi sull’importanza di rimanere giovane e bella perché invecchiare vuol dire appassire irrimediabilmente.

Di non dovermi nascondere dietro travestimenti per rimandare il presente, vivendo dietro una maschera di bellezza.

Di rendermi libera dall’illusione della gioventù, di non cercare approvazione negli altri per convalidare questa illusione.

Di sentirmi bella per qualcosa che ho fatto, realizzato, sentito, vissuto, visto, provato, non solo per la taglia o la tonicità della mia pelle.

La bellezza dell'età

Di pensare alla bellezza come qualcosa che non ha bisogno del chirurgo plastico ma di lifting interiori volti all’autoconsapevolezza, accettazione, flessibilità.

Di diventare sorda di fronte a quel coro vociante che ripete la strofa sei vecchia, brutta, grassa e inutile.

Di disintossicarmi dall’idea che la gioventù sia l’unico momento di felicità.

Di disertare le fantasie dei maschi, aspirando a rimanere sexy e provocante, appetibile secondo il loro occhio.

Di non interpretare la mia anima sulla base della sessualità, delle mestruazioni e della menopausa, come se la fine della fertilità fosse sinonimo di inutilità e il mio valore in quanto donna legato al mio sistema riproduttivo.

Di non farmi raggirare dalla fase di sessismo che ancora mi attende, quella dove il corpo femminile è invisibile, discriminato, da occultare come oggetto di vergogna.

Di non credere che le cinquantenni di oggi sono le trentenni di ieri, pensando di essere sempre in auge, in pista, in mezzo, rivendicando sex appeal e dinamismo, conformandomi così alle aspettative banali sulle donne mature.

Di abbandonare il controllo assillante del mio aspetto.

Di non entrare nella pienezza degli anni in punta di piedi, con vergogna e ansia ma pensarmi invece rilevante, tonica interiormente, capace di intervenire in modo significativo nel mondo.

Di non essere condannata a cancellare la parte di vita che mi attende, calibrandola su ciò che è stato e non è più.

Di ristrutturarmi sulle possibilità e non solo sulle perdite.

Di esistere e avere valore anche se segnata, appesantita, passata di moda.

Di avere diritto all’amore e ai sentimenti, di non essere ridicolizzata per le mie passioni.

Fammi invecchiare riprogettandomi sulla base di quello che oggi so di me stessa, sulle risposte che so darmi e posso avere dalle persone che ho scelto di avere nella mia vita.

Pensando che gli anni possono regalarmi soddisfazione, meno solitudine e più apprezzamento da parte degli altri, se lo permetto.

Concentrandomi sui segni interiori del tempo invece che su quelli apparenti.

Rivalutando la forza psicologica di cui adesso sono dotata, i punti di forza della mia identità, le risorse emotive che mi aiuteranno nei cambiamenti, nelle perdite, nelle crisi, nelle difficoltà.

Sentendomi energica per la forza relazionale di cui dispongo in questo momento, i rapporti stretti che ho costruito, la fiducia, l’empatia, l’ascolto e la cura che posso scambiare con chi mi è vicino.

Fammi invecchiare avanzando con stabilità, familiarizzando con quel senso crescente di vulnerabilità, imparando a sentirmi precaria.

Appropriandomi di materie prime per questa età invece di vedere solo mancanze, privazioni, debolezze.

Stando comoda nella tristezza e nella nostalgia, acquisendo una diversa prospettiva di me stessa più aperta, flessibile, alleggerita da schemi mentali che non servono più.

Guardando in faccia il mio disagio, arrivando a questa nuova dimensione leggera e curiosa. Vissuta ma pronta.

Permettimi di invecchiare con naturalezza.

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La nostra autostima si forma a 5 anni?

L’autostima e l’opinione positiva di sé stessi sono elementi fondamentali per il benessere psicologico.

Chi ha una bassa autostima tende infatti a manifestare più frequentemente depressione, ansia e altri disturbi psicologici.

In passato si riteneva che l’autostima cominciasse a consolidarsi nell’adolescenza o nella prima giovinezza.

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Quando si forma l’autostima?

Una ricerca scientifica condotta da un team di psicologi dell’Università di Washington, pubblicata nel numero di gennaio 2016 della rivista scientifica Journal of Experimental Social Psychology, ha mostrato che, contrariamente a quanto si credeva in passato, già a 5 anni comincia a prendere forma e a consolidarsi la nostra autostima.

A 5 anni alcuni bambini hanno un’alta stima di sé stessi mentre altri hanno una bassa considerazione di sé.

La nostra autostima si forma a 5 anni?

Il Prof. Dario Cvencek, uno degli autori della ricerca, ritiene che il senso di autostima formatosi a 5 anni possa perdurare nel tempo, anche se alcuni eventi successivi della vita potrebbero forse modificarne il livello, in una certa misura.

Ciò comporta che le esperienze del bambino nei primi 5 anni di vita, comprese le esperienze relative ai metodi educativi dei genitori, sono fondamentali per il formarsi di una sana autostima che perdura nel tempo.

I ricercatori vogliono ora condurre altre ricerche per cercare di capire quali esperienze, quali metodi educativi e quali circostanze ambientali possano favorire lo sviluppo di una sana autostima nei bambini.

Al momento ci sono opinioni contrastanti sui fattori che determinano lo sviluppo di una buona autostima, ma le prossime ricerche scientifiche in questo campo potranno fornire utili indicazioni per capire quali sono quelli più importanti.

Tecniche cognitivo comportamentali per timidezza e fobia sociale

L’ansia sociale e la timidezza possono rappresentare una fonte di disagio per molte persone.

Nei casi più gravi la timidezza eccessiva può assumere la forma di una vera e propria fobia sociale.

Questa fobia in alcune persone comincia già a manifestarsi nell’infanzia e nell’adolescenza, con sintomi di forte ansia o paura in situazioni sociali o prestazionali, nell’interazione con gli altri o anche semplicemente nell’essere osservati da altri.

Si tratta di una sorta di vergogna del proprio essere quando si è osservati da altri, caratterizzata anche dalla paura che gli altri possano accorgersi di tale vergogna.

La persona con fobia sociale teme che gli altri possano osservarla mentre trema, balbetta, arrossisce in viso o si mostra impacciata nei movimenti.

Generalmente i fobici sociali si rendono conto che le loro paure sono esagerate e irrazionali, ma non riescono a superarle e avvertono un continuo senso di disagio nell’affrontare varie situazioni sociali.

Molto probabilmente, la fobia sociale è causata da una serie di fattori concomitanti e interagenti (biologici, psicologici, sociali) anche se tra gli studiosi non vi è ancora un accordo unanime sulle modalità con cui i diversi fattori interagiscono nel determinare il disturbo.

Si tratta comunque di un disturbo che se adeguatamente trattato può risolversi (o attenuarsi) in una buona percentuale di casi.

Le recenti ricerche scientifiche condotte dal Prof. Stafan Hofmann, direttore del Social Anxiety Program presso l’Università di Boston, hanno mostrato che alcune specifiche tecniche cognitivo-comportamentali, se adeguatamente applicate, in un’alta percentuale di casi attenuano i sintomi della fobia sociale e in alcuni casi consentono anche la completa scomparsa del disturbo.

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Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla nostra salute mentale

Il clima influisce sul nostro benessere psicofisico: una bella giornata di sole può renderci felici, soprattutto se abbiamo del tempo libero e possiamo sfruttarla per stare con le persone a cui vogliamo bene.

Allo stesso modo un weekend di pioggia può influire negativamente sul nostro umore.

Ma se la variabilità quotidiana del meteo può modificare il nostro umore, i cambiamenti climatici nel medio e lungo periodo possono impattare in maniera più significativa sulla nostra psiche.

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Benessere psichico e cambiamenti climatici

Dell’influenza dei cambiamenti climatici sulle nostre vite ne parla il report Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance redatto da American Psychological Association e da ecoAmerica: esistono differenti effetti del clima sul nostro benessere psichico.

Secondo tale rapporto, i disastri naturali e i cambiamenti indotti dai repentini mutamenti di clima possono avere un effetto immediato sulla nostra salute mentale, causandoci traumi e shock a causa di ferite, perdita di cari o danni alla proprietà.

Questo genere di eventi hanno perlopiù effetti sfavorevoli: inizialmente prevalgono le emozioni negative come paura e rabbia; in seguito si manifesta con frequenza il disturbo post traumatico da stress.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla nostra salute mentale

Anche i cambiamenti climatici a medio e lungo termine hanno importanti effetti sulla nostra vita e sul nostro benessere psicologico: il clima ridisegna l’economia, le infrastrutture e la vivibilità delle società.

La lenta trasformazione di un’area geografica può portare alla perdita di posti di lavoro a causa dei cambiamenti ambientali dovuti al clima: ciò influisce sulla qualità della vita e determina una perdita dell’identità lavorativa, sociale e individuale.

In linea generale i cambiamenti climatici nel lungo periodo provocano elevati livelli di stress e ansia: ciò ha ripercussioni sul benessere mentale e può portare ad abuso di sostanze, disturbi d’ansia e depressione; ma anche sulla salute fisica, ad esempio con l’indebolimento del sistema immunitario.

Comunità e resilienza

I cambiamenti climatici possono essere considerati come un problema della società: spesso nelle comunità che si riorganizzano a causa di un evento climatico si osservano alti tassi di ostilità tra i membri che la compongono ed aumentano il numero di aggressioni.

Ciò contribuisce a una perdita di coesione comunitaria e di identità sociale.

L’impatto del clima sulle società che maggiormente dipendono dall’ambiente, come i gruppi di indigeni o le comunità con un’economia prevalentemente agricola, è poi devastante.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla nostra salute mentale

Secondo gli autori del report, la strategia migliore per affrontare i disagi causati dalle mutazioni ambientali è aiutare gli individui a migliorare la propria capacità di resilienza: la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

In questo caso la prima raccomandazione è quella di supportare e mantenere le proprie reti sociali: la prima fonte di stress in queste situazioni è la perdita dell’identità di gruppo.

Un altro modo per alleviare lo stress ed affrontare i cambiamenti climatici è inoltre l’adottare uno stile di vita environmentally friendly: vivere in armonia col nostro pianeta ci aiuta a vivere meglio.

Relazionarci in modo responsabile all’ambiente può inoltre contribuire ad evitare cambiamenti climatici: rispettare la natura ci tutela garantendoci una migliore qualità della vita, sia dal punto di vista fisico che psichico!

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