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V come vita vegetale

Forse siamo solo replicanti.

Ci sentiamo avanti oggi grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi sistemi digitali ma probabilmente abbiamo solo duplicato qualcosa che esiste già nel mondo naturale. Arriviamo secondi.

Perché i vegetali sono da sempre connessi tra di loro, collegati ad una grande Bio-Rete naturale attraverso la quale comunicano, si scambiano segnali, messaggi, informazioni. Un sistema unico e intercomunicante.

Con il satellite immaginario di Pandora, l’idea di una forza vitale condivisa chiamata Grande Madre, di una foresta interattiva, di una rete di comunicazione biochimica tra gli alberi simile a quella dei neuroni di un cervello umano, dell’Albero delle Anime capace di estrarre dal terreno le sue radici e usarle per connettersi al sistema nervoso di una qualunque altra creatura vivente, l’immaginazione degli sceneggiatori del film Avatar ha preannunciato quello che oggi la neurobiologia vegetale sembra a poco a poco dimostrare.

I vegetali infatti non sono passivi, fermi, succubi dell’ambiente, così come li immaginiamo.

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La neurobiologia vegetale

Gli studi del Professor Stefano Mancuso, fisiologo vegetale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, dimostrano cose davvero sorprendenti.

Ce le racconta nei suoi affascinanti libri, l’ultimo dei quali Verde brillante scritto con la collega Alessandra Viola.

In un modo diverso dal nostro, i vegetali comunicano con il mondo circostante, sono sensibili e intelligenti.

Utilizzano un vocabolario chimico per il loro linguaggio. Producono molecole che diventano messaggi in codice con funzione di allarme o di avvertimento. Riescono perfino ad apprendere.

Possiedono una personalità, si scambiano informazioni e interagiscono con gli animali.

Per sopravvivere adottano strategie mirate, hanno una vita sociale, sfruttano al meglio le risorse energetiche.

Sono capaci di scegliere, ricordare, sentono perfino la gravità. Sono degli esseri.

Sembra che i segnali che si scambiano soprattutto tra le radici siano capaci di guidare verso il cibo, di allontanarsi dal pericolo, di collaborare con insetti, funghi e microbi del terreno.

Due alberi vicini crescendo possono intrecciare le loro chiome oppure allontanarle in una sorta di simpatia o inimicizia. Risulta inoltre che una pianta possa chiedere aiuto agli insetti quando avverte che un’altra vicina sta soffrendo.

Qualcosa che somiglia all’empatia, alla compassione e alla solidarietà.

Sembra che il mondo vegetale sappia utilizzare una rete comunicativa sotterranea per sostenersi, difendersi, fare squadra. Concetti ai quali l’uomo ancora non è così bene arrivato.

Esiste inoltre una ricca letteratura sugli effetti benefici delle piante. E’ provato che la loro presenza silenziosa ma saggia influisce sulla nostra psiche, ci rilassa, ci aiuta a guarire, ad apprendere, ad essere più attenti. Ci nutre psicologicamente.

Ci passa in modo misterioso gli influssi potenti della linfa vitale che muove la Natura.

La vita vegetale come esempio

I vegetali dovrebbero essere davvero un modello di ispirazione per ognuno di noi. Esempi di come si può essere produttivi senza frenesia. Di come potersi fermare, di tanto in tanto, rimanendo vivi e vegeti.

Ci offrono lo spunto per riflettere sul sottile ma robusto legame che raccoglie tutti gli esseri viventi, quel filo invisibile che unisce rendendo ognuno parte di un insieme al quale noi umani dobbiamo riconnetterci. Riconsiderando il concetto che abbiamo degli esseri vegetali.

Fare la pianta non vuol dire non fare nulla o essere inutili. Si dimentica come una pianta sia capace di crescere tenace in una crepa in mezzo al cemento, come possa sfondare marciapiedi, come alcune radici siano in grado di sollevare il terreno, distruggere muri. Fare il vegetale non vuol dire essere passivo o inutile.

Si vive in una cultura che ritiene il fare sempre meglio del non fare, dove siamo quello che realizziamo e valiamo quanto più produciamo.

Anche se a volte ci viene detto che non è importante quello che facciamo ma come lo facciamo, in un certo senso siamo invitati a diventare consapevoli e stare meglio comunque nella smania di fare.

Anche alcune tecniche di gestione dello stress o del tempo sono volte a gestire la nostra frenesia.

Invece è necessario in molti casi fare i vegetali, semplicemente smettere di fare, essere meno convulsi.

Sostare in uno stato vegetativo, prendere spazio tra noi e quello che facciamo. Mettere distanze con ciò che ci pesa.

Produrre in altri sensi, in termini psicologici per noi stessi.

Perché la stanchezza dello strafare annebbia intuito e saggezza. Se riusciamo a fermarci può apparirci subito chiaro cosa sta succedendo.

Talvolta è necessario sostare in quello stato allentato, senza obiettivi e orari, rinunciando ad andare da qualche parte, evitando soluzioni rapide.

Essere produttivi per la propria vita interiore non facendo apparentemente niente, proprio come un vegetale. Smorzando passioni ed esuberanza, attenzioni e interessi.

Gli studi indicano che uno stato apparentemente passivo, libero da intenzioni, predispone alla creazione di nuove connessioni neurali, altri collegamenti, idee innovative, soluzioni, spiegazioni diverse.

Essere sempre protesi verso qualcosa non è la posizione più comoda. Stare su se stessi in molti casi lo è. Proprio come una pianta.

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Autismo ragionamento fluido ed abilità cognitive

I bambini autistici presentano importanti deficit nella comunicazione e nell’interazione sociale, con una marcata assenza di reciprocità emotiva e di condivisione affettiva.

Non bisogna però dare per scontato l’assunto che un programma riabilitativo per l’autismo basato proprio sulla corporeità e la relazionalità possa contribuire ad incrementare non solo l’intelligenza fluida dei soggetti a questo sottoposti ed il loro livello cognitivo generale, ma anche ridurre la severità stessa del disturbo.

E’ ciò che ha provato sperimentalmente e descritto in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Reports la Dott.ssa Magda di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio terapie dell’Istituto di Ortofonologia di Roma.

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Il Progetto Tartaruga

Nello specifico l’autrice ha cercato di dimostrare l’efficacia del Progetto Tartaruga, che parte dall’assunto per il quale le componenti affettive e cognitive di cui il bambino fa esperienza sono strettamente interrelate ed il linguaggio e l’intelligenza, così come le competenze emotive e sociali, si acquisiscono attraverso le relazioni e gli scambi affettivi.

Concretamente il progetto, che mira ad attribuire un significato agli atteggiamenti del bambino e a sintonizzare le cure parentali con i suoi bisogni più autentici, si struttura sulla base di una serie di attività ambulatoriali e domiciliari, interventi educativi, sessioni di psicoterapia, psicomotricità e musicoterapia, riabilitazione neurocognitiva e laboratori di natura linguistica.

L’obiettivo è quello di incrementare le abilità di ragionamento fluido dei soggetti a questo sottoposti in base all’assunto per il quale un miglioramento in questo senso potrebbe essere associato ad una riduzione significativa non solo delle eventuali difficoltà cognitive che spesso accompagnano la patologia autistica, ma anche della severità della sintomatologia stessa.

Autismo: ragionamento fluido ed abilità cognitive

In effetti la ricerca condotta dimostra che i bambini precocemente sottoposti a questo programma di trattamento, quando si approcciano al Test Leiter-R (che fornisce una misura dell’intelligenza fluida, del ragionamento non verbale, delle abilità visive, della memoria spaziale e dell’attenzione), ottengono un punteggio significativamente superiore rispetto a coloro che non hanno usufruito della proposta terapeutica: ciò indica un incremento progressivo del parametro correlato all’intelligenza fluida nel corso del trattamento stesso.

Anche per quanto riguarda le abilità cognitive generali, misurate attraverso il parametro del Quoziente Intellettivo, la ricerca dimostra che questo valore si incrementa in misura rilevante nel corso dei quattro anni di trattamento e che tale crescita appare superiore nei soggetti più piccoli, di età compresa tra i 2,5 ed i 5 anni, rispetto a quelli più grandi.

Sulla base di queste evidenze e delle successive analisi statistiche si può dunque dedurre un intervento basato sulla relazione potrebbe incrementare le competenze cognitive future del bambino e che le abilità di ragionamento fluido possono essere considerate come un buon indice predittivo del futuro sviluppo cognitivo del bambino affetto da autismo, indipendentemente dal livello intellettivo di base e dalla severità della sintomatologia autistica.

Probabilmente il risultato più sorprendente è che l’autrice ravvisa una correlazione significativa anche tra le abilità cognitive generali e la fenomenologia della sindrome autistica.

Sottoposti al test Autism Diagnostic Observation Schedule (che fornisce una valutazione nel merito delle abilità di comunicazione e di interazione sociale, la capacità di utilizzare gli oggetti in modo funzionale, i comportamenti stereotipati e la ristrettezza degli interessi) i bambini che hanno avuto modo di ampliare le proprie competenze cognitive mostrano infatti una netta riduzione della severità del loro disturbo.

Ciò indica che, come è stato provato dalle analisi statistiche, il ragionamento fluido può avere un ruolo di rilievo nel cambiamento della sintomatologia autistica, portando addirittura ad una revisione della diagnosi che potrebbe migrare da un disturbo autistico ad un maggiormente circoscritto spettro autistico oppure dallo spettro autistico ad uno stato non propriamente patologico.

La ricerca dimostra dunque che l’unica variabile in grado di determinare una riduzione della sintomatologia autistica al test ADOS è il parametro dell’intelligenza non condizionata dagli apprendimenti verbali e che in questo processo non hanno alcun tipo di ruolo altre fattori come il sesso, l’età e le condizioni socio-economiche della famiglia di appartenenza.

Questa evidenza appare in linea con il presupposto di base precocemente esplicitato, in base al quale il linguaggio e l’intelligenza, così come le competenze emotive e sociali, si acquisiscono attraverso le relazioni e gli scambi affettivi.

Veronica Tresoldi per Psicologia 24

Il linguaggio degli occhi

La comunicazione non verbale spesso veicola più informazioni della comunicazione verbale.

Il linguaggio degli occhi, i gesti, la postura, le espressioni del volto, gli aspetti non verbali del parlato (tono della voce, velocità dell’eloquio, ecc.) veicolano informazioni importanti.

In Italia uno dei maggiori ricercatori scientifici nel campo della comunicazione non verbale è il Prof. Mauro Cozzolino, autore del libro La Comunicazione Invisibile: gli aspetti non verbali della comunicazione edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing.

Il prof. Cozzolino ha effettuato ricerche sul significato comunicativo di gesti, posture e espressioni del volto.

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L’attaccamento mediante lo sguardo

Per quanto riguarda in particolare il linguaggio degli occhi, il Prof. Cozzolino ritiene che lo sguardo e il comportamento visivo rappresentano un elemento fondamentale per raccogliere informazioni sul modo in cui la persona vive la propria realtà interna e si rapporta al mondo esterno.

Gli studi di psicologia dello sviluppo hanno mostrato che esiste un interesse innato per gli occhi altrui.

Il linguaggio degli occhi

Fin dalle prime settimane, i neonati sono attratti dagli occhi dalla madre. Essi rappresentano l’oggetto che più attira l’attenzione del bambino.

Il contatto visivo e lo sguardo assumono un ruolo centrale nello sviluppo dell’attaccamento e della competenza sociale.

Nel rapporto tra madre e bambino determinanti sono la varietà e l’intensità degli sguardi reciproci.

Occhi che sanno parlare

Le pupille degli occhi si dilatano quando si guarda qualcosa che eccita o stimola.

Le persone con una maggiore dilatazione delle pupille sono ritenute più attraenti.

D’altra parte, la dilatazione delle pupille ricopre un importante ruolo anche all’interno dei processi di attrazione sessuale.

La dilatazione delle pupille non avviene solo in presenza di stimoli eccitanti sessualmente ma anche in risposta all’interesse che si prova per le opere d’arte come quadri e sculture.

Il linguaggio degli occhi

Nelle relazioni interpersonali lo sguardo, il guardare e l’essere guardati, è un elemento cruciale della comunicazione.

Le ricerche scientifiche condotte sul rapporto tra sguardo e atteggiamenti interpersonali hanno evidenziato che l’ascoltatore che non guarda la persona che gli sta parlando comunica indifferenza e rifiuto, oppure sottomissione e timore reverenziale.

Ma anche guardare troppo chi ci sta parlando può essere indice di comunicazione non adeguata.

Generalmente, chi guarda in maniera fissa e persistente la persona che gli sta parlando viene considerato strano o deviante.

La frequenza e l’intensità degli sguardi reciproci varia comunque in base al tipo di relazione tra le persone.

Le coppie innamorate mostrano una frequenza di sguardi reciproci superiore a quella mostrata dalle coppie il cui sentimento d’amore è meno forte.

Esistono anche delle differenze nell’intensità e nella frequenza dello sguardo tra persone con differenti tratti di personalità come, ad esempio, tra introversi e estroversi.

Alcune ricerche hanno anche evidenziato alcune differenze tra donne e uomini nell’uso dello sguardo.

Le donne usano più degli uomini lo sguardo e presentano differenti pattern visivi. Le donne tendono a guardare di più mentre parlano, mentre gli uomini tendono a guardare di più mentre ascoltano.

Le persone che guardano l’altro frequentemente e in maniera prolungata vengono percepite come più sicure di sé e dominanti, ma solo fino a un certo punto, perché quando la frequenza e l’intensità dello sguardo superano una certa soglia comincia ad insorgere (in chi è guardato) una sensazione di fastidio e di disagio.

Saper usare lo sguardo con la giusta intensità e la giusta frequenza può quindi facilitare la comunicazione e le relazioni interpersonali.

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

Prima che il nostro bambino impari a leggere, scrivere e far di conto è fondamentale che alcune abilità più semplici si consolidino e inizino a lavorare in sinergia.

Immaginiamo queste abilità come dei mattoncini dell’apprendimento con i quali il bambino può costruire competenze via via più complesse.

Lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento segue dei ritmi leggermente diversi da bambino a bambino.

Gli insegnanti sono solitamente i primi a notare la precocità di alcuni bambini rispetto ad altri nell’apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo.

Questa variabilità individuale durante le prime fasi dell’apprendimento è normale e non deve destare particolari preoccupazioni, essa infatti tende a ridursi intorno ai 7-8 anni.

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La prevenzione dei disturbi dell’apprendimento

In un’ottica di prevenzione delle difficoltà di apprendimento, tuttavia, sarebbe opportuno monitorare lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento e intervenire con potenziamenti mirati quando necessario.

La sede ottimale per la valutazione e il potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento è la scuola.

La valutazione può essere condotta durante l’ultimo anno di scuola dell’infanzia o il primo anno di scuola primaria. Il periodo ideale è la prima metà dell’anno scolastico.

La valutazione può essere fatta da insegnanti adeguatamente formati in materia, tuttavia se la scuola dispone della collaborazione di altre figure professionali qualificate, quali psicologi scolastici, educatori e pedagogisti, queste possono coadiuvare il lavoro dell’insegnante.

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

La valutazione si svolge attraverso l’uso di strumenti standardizzati (solitamente test e questionari osservativi) che restituiscono un profilo non solo delle diverse aree dell’apprendimento, ma anche delle abilità trasversali (capacità motorie, visuo-spaziali, fonologiche, etc.).

Per i bambini che ad una prima valutazione dovessero riportare delle difficoltà significative dovrebbe essere predisposto un piano di potenziamento della durata di almeno uno o due mesi da attuarsi direttamente a scuola.

Il potenziamento dovrebbe andare a rafforzare quelle specifiche aree in cui il bambino ha difficoltà.

Per verificare l’efficacia dell’intervento, al termine del percorso di potenziamento si raccomanda una seconda valutazione con gli stessi strumenti utilizzati durante la prima fase.

Se nonostante il potenziamento un bambino dovesse continuare ad avere difficoltà significative, la scuola deve darne comunicazione ai genitori e indirizzarli verso un approfondimento clinico in altra sede.

È importante ricordare che la valutazione dell’apprendimento condotta a scuola non costituisce in alcun modo una diagnosi di DSA, si configura, invece, come una buona prassi per l’individuazione dei casi a rischio.

Laddove le scuole non attivassero percorsi di valutazione delle difficoltà di apprendimento (anche detti screening DSA), i genitori possono farne richiesta formale alla direzione.

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Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

L’analisi del rapporto tra cause e conseguenze sociali dei comportamenti umani include, necessariamente, una riflessione sugli effetti della copertura mediatica delle notizie più importanti.

Negli ultimi anni, una percentuale consistente di news riguarda eventi che implicano una dimensione violenta, diretta verso gli altri o verso se stessi.

È il caso, per esempio, degli atti criminali che hanno toccato le strade d’Europa, o di suicidi eclatanti che hanno portato le persone a interrogarsi, e parecchio, sulle loro cause e implicazioni.

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Suicidio e imitazione

Episodi come il suicidio del pilota tedesco, compiuto mentre era ai comandi di un aereo colmo di passeggeri, hanno necessariamente un impatto importante su tutti noi, sia perché risuonano tra quelli che sono i timori che più ci colpiscono (quelli incontrollabili, che hanno dimensioni catastrofiche, che implicano un numero di vittime altissimo), sia perché riguardano qualcosa che siamo abituati a considerare come afferente, in prevalenza se non in maniera esclusiva, alla sfera personale e privata della persona.

Nella rappresentazione sociale comune, la decisione di togliersi la vita è frutto di esperienze, traumi, sofferenze e riflessioni individuali, che non ci sembra possano essere facilmente influenzate da informazioni che arrivano dall’esterno, attraverso i media, e riguardano persone sconosciute e lontane.

In realtà una notevole quantità di studi sottolinea come i mezzi di comunicazione siano in grado di influire anche sul numero dei suicidi, in maniera anche significativa; nella stessa maniera in cui sono in grado di influenzare i comportamenti e gli atteggiamenti politici, sociali, economici delle persone.

Nelle zone in cui gli episodi di suicidio hanno avuto una maggiore copertura mediatica, il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita è aumentato.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dei media da questo punto di vista: il numero degli episodi di suicidio è maggiore quanto più è ampio lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno dato alla prima notizia.

Dalla letteratura classica al citizen journalist

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

Non è un fenomeno del tutto nuovo, a dire il vero.

All’epoca in cui Goethe pubblicò il suo capolavoro I dolori del giovane Werther, nel quale il giovane protagonista si toglie la vita per sfuggire alle proprie sofferenze umane e sentimentali, le cronache riportano come un gran numero di persone abbia imitato il protagonista del romanzo, togliendosi la vita con le stesse modalità e facendo riferimento all’opera in maniera esplicita o implicita, portando con sé una copia del libro, vestendosi in maniera simile al protagonista, o citando l’opera nel messaggio di addio.

Ovviamente, nel tardo diciottesimo secolo il controllo statistico dei dati non era accurato come ce lo potremmo aspettare oggi, ma questi eventi furono sufficienti a far richiedere, in varie nazioni d’Europa, la proibizione del libro.

E portarono il sociologo David Phillips, negli anni settanta, a utilizzare il termine effetto Werther per indicare il fenomeno, assolutamente moderno, che stava studiando: il numero dei suicidi tende ad aumentare notevolmente nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio da prima pagina; e questo effetto era ulteriormente incrementato, assumendo una dimensione più che doppia, quando la notizia non si limitava ad apparire su uno dei due quotidiani presi in esame (il Times), ma era ripresa anche dal secondo (News).

L’analisi degli effetti della diffusione geografica della notizia rafforzò la scoperta di Phillips: le storie che avevano un’eco mediatica negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, provocavano un aumento dei suicidi solo nella prima nazione; viceversa, i casi che non venivano riportati negli USA ma solo in Regno Unito, causavano un aumento degli episodi di suicidio solo in quest’ultimo Stato.

Dal 1978 a oggi,  l’effetto Werther ha ricevuto una notevole attenzione da parte degli studiosi, che si sono concentrati anche su quanto le persone tendano a imitare maggiormente suicidi commessi da individui a loro simili, per esempio rimanendo più influenzati dal suicidio di un coetaneo o di una celebrità; sottolineando come alcuni fattori tendano ad aumentare il rischio del prodursi dell’effetto Werther: dare notizie riguardanti persone note, o rappresentanti di categorie facilmente identificabili, in cui si divulghi il metodo, si semplifichino le ragioni del gesto riconducendole a una sola (è stato il caso delle notizie riguardanti i cosiddetti suicidi per la crisi) e trascurando tutte le altre variabili (il supporto ricevuto, il pregresso della persona) incluse quelle riferibili alla presenza di possibili disagi mentali.

Numerosi studi recenti hanno dimostrato, per esempio, che la notizia di un suicidio con arma da fuoco commesso da una celebrità aumenta il numero di suicidi con arma da fuoco nella zona; a distanza di quasi duecentocinquant’anni dall’uscita dell’opera, l’effetto Werther giustifica ancora il proprio nome.

Le linee guida dell’OMS

Il ruolo dei media in questo contagio è spesso sottostimato, ma risulta invece tanto rilevante da aver portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a emanare una serie di linee guida che possano limitare la possibilità di un effetto negativo dell’esposizione a notizie simili, per esempio incoraggiando a evitare di sottolineare le notizie di suicidi in maniera sensazionalista, di normalizzare il suicidio, di fornire una descrizione esplicita del metodo utilizzato, o di presentare il suicidio come una soluzione.

L’OMS, consapevole del ruolo dei mezzi di comunicazione, li incoraggia anche a fornire informazioni su come e dove cercare aiuto.

In questo, ci introduce a un fenomeno ancora non studiato quanto l’effetto Werther e che potrebbe essere considerato come il suo complementare: la possibilità che i media possano avere un effetto riduttivo riguardo il numero di suicidi, attraverso la diffusione di notizie riguardanti casi di risoluzioni positive di crisi suicidarie.

Per rimanere in ambito letterario, lo studioso Niederkrotenthaler ha proposto, per questo fenomeno, il nome di Papageno, protagonista del Flauto Magico di Mozart dissuaso all’ultimo momento dal togliersi la vita.

Renato Troffa per Psicologia24

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

L’analisi del rapporto tra cause e conseguenze sociali dei comportamenti umani include, necessariamente, una riflessione sugli effetti della copertura mediatica delle notizie più importanti.

Negli ultimi anni, una percentuale consistente di news riguarda eventi che implicano una dimensione violenta, diretta verso gli altri o verso se stessi.

È il caso, per esempio, degli atti criminali che hanno toccato le strade d’Europa, o di suicidi eclatanti che hanno portato le persone a interrogarsi, e parecchio, sulle loro cause e implicazioni.

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Suicidio e imitazione

Episodi come il suicidio del pilota tedesco, compiuto mentre era ai comandi di un aereo colmo di passeggeri, hanno necessariamente un impatto importante su tutti noi, sia perché risuonano tra quelli che sono i timori che più ci colpiscono (quelli incontrollabili, che hanno dimensioni catastrofiche, che implicano un numero di vittime altissimo), sia perché riguardano qualcosa che siamo abituati a considerare come afferente, in prevalenza se non in maniera esclusiva, alla sfera personale e privata della persona.

Nella rappresentazione sociale comune, la decisione di togliersi la vita è frutto di esperienze, traumi, sofferenze e riflessioni individuali, che non ci sembra possano essere facilmente influenzate da informazioni che arrivano dall’esterno, attraverso i media, e riguardano persone sconosciute e lontane.

In realtà una notevole quantità di studi sottolinea come i mezzi di comunicazione siano in grado di influire anche sul numero dei suicidi, in maniera anche significativa; nella stessa maniera in cui sono in grado di influenzare i comportamenti e gli atteggiamenti politici, sociali, economici delle persone.

Nelle zone in cui gli episodi di suicidio hanno avuto una maggiore copertura mediatica, il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita è aumentato.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dei media da questo punto di vista: il numero degli episodi di suicidio è maggiore quanto più è ampio lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno dato alla prima notizia.

Dalla letteratura classica al citizen journalist

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

Non è un fenomeno del tutto nuovo, a dire il vero.

All’epoca in cui Goethe pubblicò il suo capolavoro I dolori del giovane Werther, nel quale il giovane protagonista si toglie la vita per sfuggire alle proprie sofferenze umane e sentimentali, le cronache riportano come un gran numero di persone abbia imitato il protagonista del romanzo, togliendosi la vita con le stesse modalità e facendo riferimento all’opera in maniera esplicita o implicita, portando con sé una copia del libro, vestendosi in maniera simile al protagonista, o citando l’opera nel messaggio di addio.

Ovviamente, nel tardo diciottesimo secolo il controllo statistico dei dati non era accurato come ce lo potremmo aspettare oggi, ma questi eventi furono sufficienti a far richiedere, in varie nazioni d’Europa, la proibizione del libro.

E portarono il sociologo David Phillips, negli anni settanta, a utilizzare il termine effetto Werther per indicare il fenomeno, assolutamente moderno, che stava studiando: il numero dei suicidi tende ad aumentare notevolmente nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio da prima pagina; e questo effetto era ulteriormente incrementato, assumendo una dimensione più che doppia, quando la notizia non si limitava ad apparire su uno dei due quotidiani presi in esame (il Times), ma era ripresa anche dal secondo (News).

L’analisi degli effetti della diffusione geografica della notizia rafforzò la scoperta di Phillips: le storie che avevano un’eco mediatica negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, provocavano un aumento dei suicidi solo nella prima nazione; viceversa, i casi che non venivano riportati negli USA ma solo in Regno Unito, causavano un aumento degli episodi di suicidio solo in quest’ultimo Stato.

Dal 1978 a oggi,  l’effetto Werther ha ricevuto una notevole attenzione da parte degli studiosi, che si sono concentrati anche su quanto le persone tendano a imitare maggiormente suicidi commessi da individui a loro simili, per esempio rimanendo più influenzati dal suicidio di un coetaneo o di una celebrità; sottolineando come alcuni fattori tendano ad aumentare il rischio del prodursi dell’effetto Werther: dare notizie riguardanti persone note, o rappresentanti di categorie facilmente identificabili, in cui si divulghi il metodo, si semplifichino le ragioni del gesto riconducendole a una sola (è stato il caso delle notizie riguardanti i cosiddetti suicidi per la crisi) e trascurando tutte le altre variabili (il supporto ricevuto, il pregresso della persona) incluse quelle riferibili alla presenza di possibili disagi mentali.

Numerosi studi recenti hanno dimostrato, per esempio, che la notizia di un suicidio con arma da fuoco commesso da una celebrità aumenta il numero di suicidi con arma da fuoco nella zona; a distanza di quasi duecentocinquant’anni dall’uscita dell’opera, l’effetto Werther giustifica ancora il proprio nome.

Le linee guida dell’OMS

Il ruolo dei media in questo contagio è spesso sottostimato, ma risulta invece tanto rilevante da aver portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a emanare una serie di linee guida che possano limitare la possibilità di un effetto negativo dell’esposizione a notizie simili, per esempio incoraggiando a evitare di sottolineare le notizie di suicidi in maniera sensazionalista, di normalizzare il suicidio, di fornire una descrizione esplicita del metodo utilizzato, o di presentare il suicidio come una soluzione.

L’OMS, consapevole del ruolo dei mezzi di comunicazione, li incoraggia anche a fornire informazioni su come e dove cercare aiuto.

In questo, ci introduce a un fenomeno ancora non studiato quanto l’effetto Werther e che potrebbe essere considerato come il suo complementare: la possibilità che i media possano avere un effetto riduttivo riguardo il numero di suicidi, attraverso la diffusione di notizie riguardanti casi di risoluzioni positive di crisi suicidarie.

Per rimanere in ambito letterario, lo studioso Niederkrotenthaler ha proposto, per questo fenomeno, il nome di Papageno, protagonista del Flauto Magico di Mozart dissuaso all’ultimo momento dal togliersi la vita.

Comunicare senza parole

Quando un gattino, verso l’ora di pranzo, comincia a strusciarsi, a fare le fusa e a miagolare insistentemente, non ti sta dicendo: Dammi i croccantini, sta dicendo Fammi da mamma.

Questa fu una descrizione che l’antropologo Gregory Bateson utilizzò per introdurre il concetto di comunicazione analogica. Una comunicazione che funziona per analogia, appunto.

Tutti comunichiamo analogicamente. Tutti, cioè, oltre alle parole utilizziamo altri mezzi di comunicazione che rappresentano il concetto che vogliamo esprimere.

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Agli italiani, per esempio, viene riconosciuto il fatto di essere grandi comunicatori gestuali, di usare cioè i gesti per esprimere o colorire un concetto: una cosa che ne esprime un’altra.

Addirittura, l’economista italiano Piero Sraffa mise in seria difficoltà uno dei più grandi filosofi contemporanei, Ludwig Wittgenstein, quando, passandosi le dita sotto il mento dall’interno verso l’esterno nel tipico gesto napoletano indice di menefreghismo, gli chiese: E quale sarebbe la forma logica di questo?. Wittgenstein si accorse che tutto ciò che aveva scritto fino allora (in buona sostanza un solo libro) andava del tutto rivisto (e ne scrisse un secondo, ancora più dirompente del primo).

Comunichiamo quindi con altro, oltre che con le parole.

A volte per colorire o rafforzare ciò che stiamo dicendo, come quando il bambino a cui non vanno i broccoli gira la testa dall’altra parte mentre dice Non mi va.

Altre volte per trasmettere un intero concetto, come quando, senza parole, alziamo il dito medio verso qualcuno che ci ha fatto uno sgarro.

Possiamo dire che comunichiamo sostanzialmente attraverso due moduli.

Il primo è detto digitale o numerico, perché può essere facilmente quantificato, reso in modo chiaro e cristallino: se dico tavolo non intendo gatto. Questo modulo è composto essenzialmente dalle parole, dette o scritte.

Il secondo modulo è detto analogico, perché comunica appunto per analogia: non è una rappresentazione fedele di ciò che si intende, è qualcosa che gli somiglia o che lo richiama, o che, per convenzione, indica quella cosa.

E così il gatto che si struscia non ci chiede chiaro e tondo Dammi i croccantini, ma usa una serie di comportamenti (strusciarsi, miagolare, fare le fusa…) tesi a rievocare il sistema di accudimento con la madre, che tra i vari compiti aveva anche quello di nutrirlo.

Lo stesso vale per gli esseri umani, e al lettore sarà ora più chiara la frase che i Baci Perugina riportano da anni nei loro foglietti: Un bacio vale più di mille parole (che poi s’intenda il bacio delle labbra o il bacio di cioccolata è tutt’altra questione).

Per lo stesso motivo, un sorriso comunica, per analogia, felicità, piacere, soddisfazione (e un sacco di altre cose), ma con precisione nessuna di queste: è un sorriso di gioia o di malizia, sincero o accondiscendente?

Tutti comunichiamo costantemente tramite analogie, oltre che con le parole. Lo facciamo tutte le volte che utilizziamo la comunicazione non verbale, che può essere dinamica o statica.

Quella dinamica è data, ad esempio, da gesti, espressioni facciali, toni di voce ecc. Quella statica è invece data da elementi come l’abbigliamento e gli accessori che indossiamo.

Ma a che serve saperlo?

Di Renzi e Berlusconi è stato detto che si somigliano molto, in molti aspetti. Che sia vero o no, di sicuro entrambi hanno dato largo spazio allo studio della comunicazione, sia nei suoi aspetti digitali che analogici.

Sapere come gli uni si incastrano con gli altri può rendere la comunicazione più efficace, più convincente, più persuasiva.

Alcuni studi mostrano come tendiamo a votare i politici con una voce più grave, rispetto a quelli con una voce più acuta; e fare un manifesto propagandistico in cui l’immagine del politico pone in bella mostra la sua mano sinistra con l’anulare cinto da una fede nuziale… beh, non devo spiegarvi quale significato vuol veicolare.

A noi che non dobbiamo essere eletti, sapere di comunicazione digitale e analogica può comunque tornare utile.

Se infatti la comunicazione digitale è molto ricca dal punto di vista del contenuto (come accennato, se ti dico che in casa mia manca un tavolo sono piuttosto certo che non ti presenterai con un gatto), è molto povera dal punto di vista della relazione, cioè di tutti quegli aspetti che ci dicono che tipo di rapporto tu ed io stiamo intrattenendo.

Ad esempio, nel film The Prestige la moglie di uno dei due protagonisti gli rimproverava il fatto che a volte il suo Ti amo era sincero, a volte no (i curiosi dovranno vedere e aspettare la fine del film per svelare l’arcano).

E se ti dico Quanto ti amo, il mio tono di voce e la mia espressione facciale, nonché il contesto in cui te lo dico, ti aiuteranno a capire se sono serio o sarcastico: le parole, da sole, non bastano.

Quindi, accompagnare la propria comunicazione digitale con la corretta comunicazione analogica è di sicuro vantaggioso, ed è il motivo per cui utilizziamo le emoticon su WhatsApp.

Provate ad ometterle per una settimana e contate il numero di fraintendimenti ricevuti: Perché hai scritto ‘Non hai capito’ con quel tono? Non sono mica stupido (ma quale tono? È una chat!).

Allo stesso modo, le comunicazioni analogiche (gesti, toni di voce, espressioni verbali, abbigliamento, ma anche immagini, strumenti e altro ancora) sono piuttosto ricche dal punto di vista della relazione (un dolce abbraccio vuole stabilire una relazione positiva tra me e te), ma povere dal punto di vista del contenuto (mi stai abbracciando perché mi ami? O perché per te sono come un fratello? O magari perché ti faccio pena in quanto tutti pomiciano attorno al falò mentre io suono la chitarra? Amore, amicizia o pena?! …nel dubbio continuo a suonare).

Quante volte vi sarà capitato di aver fatto un bel gesto e averlo visto completamente frainteso dagli occhi di chi lo riceveva?

Per fortuna, con un po’ di attenzione e tanta osservazione si può diventare dei comunicatori sufficientemente bravi a cavarsela nelle vicissitudini quotidiane, poiché madre natura ci ha da sempre reso capaci di utilizzare piuttosto bene le nostre capacità comunicative.

Flavio Cannistrà per Psicologia24

Il punto di vista che non avevi considerato

Marta e Luca vengono da me.

Mi dicono entrambi che sono ai ferri corti, che hanno problemi irrisolvibili e che, nonostante si amino ancora, se non riusciranno a risolverli non vedono altra via che la separazione.

Raccolgo qualche informazione e poi chiedo a Luca di uscire.

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Il punto di vista di Marta

A quel punto Marta mi racconta tutta la storia:

Fin da quando ci siamo conosciuti ho capito quanto Luca fosse dolce e gentile, il ragazzo che avevo sempre cercato e mai trovato. Ero al settimo cielo quando ci fidanzammo, non potevo crederci.

Però notai subito una cosa: era molto chiuso. Credevo che avesse bisogno di tempo, di conoscermi, di fidarsi di me, così diedi il massimo: ero vicina, propositiva, coinvolgente. Organizzavo uscite sempre nuove, diverse e stimolanti.

Luca non ha mai detto di no, però continuava a rimanere introverso, poco coinvolto.

Tuttavia non posso dire che il nostro rapporto fosse infelice, così, dopo tre anni andammo a vivere insieme.

Ero sicura che le cose sarebbero cambiate, invece fu un disastro: Luca si ritirò ancora di più in se stesso.

Il punto di vista che non avevi considerato

Quando proponevo, lui rispondeva un ‘Sì’ poco convinto, quasi gli pesasse. Allora cercavo di spronarlo, gli chiedevo cosa volesse fare, sondavo i suoi interessi, cercavo di entrargli in testa… ma niente, non c’è stato modo di smuoverlo.

Pensavo non mi desiderasse, ma perché sarebbe venuto a vivere con me, allora? E poi stiamo davvero bene insieme: ci rispettiamo, andiamo d’accordo. Ma allora perché è così chiuso e ritirato?

Più cerco di spronarlo, meno interagisce, meno prende iniziative, meno si lascia coinvolgere.

Lo amo, ma non posso continuare così.

Ascoltai senza dire nulla e alla fine la ringraziai e le chiesi di uscire, facendo entrare Luca.

Il punto di vista di Luca

Il quale cominciò con un inaspettato fiume di parole:

Amo Marta, mi creda: è dolce, premurosa, una donna piena di idee. Forse anche troppe.

Io sono più orso, però mi diverto tutte le volte che organizza qualcosa. Solo che… a volte vorrei un po’ di tranquillità, di calma. Io sono un diesel: ci metto un po’ a partire.

Marta è un razzo. Fin da quando ci siamo conosciuti aveva un sacco di idee, organizzava un sacco di gite.

All’inizio mi piaceva: questa ragazza così estroversa e carica di energie compensava il mio lato pantofolaio.

Piano piano, però, sentii il bisogno di trovare dei ritmi più vicini ai miei. Non dico che dovevamo stare tutti i weekend a casa, ma nemmeno fare un’avventura ognuno di essi!

Il punto di vista che non avevi considerato

Ho cercato di farglielo capire, ma niente: più aumentava il suo entusiasmo, più mi sentivo demoralizzato.

Quando siamo andati a vivere insieme ho pensato che i ritmi si sarebbero calmierati: d’altronde, a quel punto, ci saremmo visti tutti i giorni.

Pensa che sia andata così? Neanche per sogno, è andata peggio.

Sta sempre lì a dirmi: “Vuoi fare questo? Vuoi fare quello? Andiamo di qua? Andiamo di là? Ma che hai? Perché hai sempre quel muso? Perché non rispondi?”.

Io ho ‘quel muso’ perché sto cercando di dirle: “Vai piano! Mi piace fare cose con te ma… con calma!”, ma lei non sembra capire, anzi, addirittura aumenta la dose.

Amo Marta, ma se le cose continuano così io proprio non riesco a vedere un futuro tra noi.

Questione di punteggiatura

Un’immagine che vidi tempo fa recava scritte due frasi: Vado a mangiare nonna e Vado a mangiare, nonna.

Accanto, una terza frase esplicativa diceva: Una virgola può salvare una vita. Usa la punteggiatura, salva la nonna.

E se la punteggiatura potesse salvare Marta e Luca?

È possibile che un’interazione possa essere punteggiata, e quindi letta in modo diverso?

Lungo una strada interurbana, pochi chilometri prima di una rinomata osteria, il cartello pubblicitario di quest’ultima reclamava: Guida poco, che devi bere. Invertendo l’ordine degli addendi, il risultato… cambia.

Così, ascoltando Marta potremmo riassumere il suo racconto nella frase: Più lo cerco, più lui si ritira; mentre ascoltando Luca raccontare la stessa storia, il riassunto sarebbe: Più mi ritiro, più lei mi cerca.

Stessa situazione, diversa punteggiatura.

Tanto che gli studiosi della comunicazione umana decretarono che questo è un vero e proprio assioma, il terzo: la punteggiatura della sequenza degli eventi.

La quale, a seconda di come la si pone, cambia il significato degli eventi stessi: la nonna viene salvata o mangiata.

Paul Watzlawick notò che questo discorso è talmente universale da poter essere allargato persino alla comprensione delle dinamiche tra nazioni.

In piena Guerra Fredda, osservò che più gli Stati Uniti si armavano per scopi difensivi, più questo veniva visto dall’Unione Sovietica come una ragione per armarsi a sua volta; comportamento che gli Stati Uniti interpretavano come conferma che facevano bene ad armarsi e che, anzi, dovevano farlo ancora di più, cosa che a sua volta incrementava gli sforzi dell’Unione Sovietica; e così via in un gioco senza fine dove ognuno dei due poteva sostenere che: Più lui si arma, più io devo armarmi.

D’altronde se non ci si chiarisce che possibilità si hanno di capire l’errore di punteggiatura?

Sempre Watzlawick ricorda di un suo amico che, il primo giorno di convivenza, dopo la luna di miele, si trovò la colazione preparata con latte e cereali. Lui odiava i cereali.

Ma per non offendere la moglie li mangiò tutti. Sedici anni dopo mangiava ancora cereali ogni mattina.

Pascal, nei suoi Pensieri, sostenne che pochi sono disposti ad affermare che la propria prospettiva è sbagliata, ma quasi tutti ammetteranno che ci sono altri modi di vedere le cose.

Questo ci ricorda che, appunto, le cose possono essere viste in modi diversi, i quali generano diversi comportamenti.

Condividere le prospettive è un primo passo, ma non sempre è possibile.

In questi casi può essere allora necessario un disarmo unilaterale: una delle due nazioni deve smettere di armarsi.

La soluzione al problema

Il punto di vista che non avevi considerato

Così a Marta, quella dei due con cui era più facile lavorare, data la sua espansività ed energia, dissi:

Tutte le volte che lo insegui, lui scappa; tutte le volte che lo stimoli, lui si ritira.

Fai questa prova: per quindici giorni cessa qualunque tentativo di inseguimento.

Niente telefonate quand’è al lavoro, niente proposte per il weekend, niente domande volte a stimolare una risposta.

Parlate, chiacchierate, discorrete, ma bada bene di non inseguirlo né spronarlo per quindici giorni.

Marta fu un po’ sorpresa e insicura, temendo che così le cose sarebbero addirittura peggiorate e che lui si sarebbe definitivamente rinchiuso in un bozzolo; convenne però che quanto aveva fatto fino ad allora non li aveva portati da nessuna parte, quindi accettò.

Quindici giorni dopo tornò con un sorriso soddisfatto. Quando la vidi da sola, mi raccontò:

Ho fatto come ha detto, e… Non so se Luca si è accorto che ho modificato il mio comportamento, fatto sta che dopo un po’ si è avvicinato sempre di più: fisicamente ed emotivamente, intendo.

Io l’ho lasciato fare, ovviamente, però non ho ripreso a spronarlo e a proporre cose. Così, il primo sabato non abbiamo fatto nulla, ma domenica pomeriggio è stato lui a proporre una passeggiata, che io ho accettato ben volentieri.

Naturalmente ho continuato come lei mi aveva detto, e lo scorso weekend ha proposto lui (lui!) una gita fuori città: nemmeno ricordo quand’è stata l’ultima volta!

E poi, non mi chieda perché, è diventato anche più affettuoso, fa più coccole di sua spontanea volontà. Il mio Luca!.

Luca, naturalmente, raccontò la sua versione:

Non so cosa sia successo, dottore, però ora Marta è più… tranquilla.

Sento che possiamo fare tutto, ma con i tempi e i modi giusti. Non sento più che devo… fare, fare, fare, se capisce cosa intendo.

Ho preso anche qualche iniziativa e pare che a lei vada bene. Mi piace quello che stiamo facendo insieme, è quasi una nuova coppia, la nostra.

Parafrasando Marcel Proust, a volte dobbiamo semplicemente vedere ciò che abbiamo di fronte con nuovi occhi – e agire di conseguenza.

Flavio Cannistrà per Psicologia24

 

Il linguaggio è una prerogativa degli esseri umani?

Il linguaggio degli esseri umani è qualcosa di straordinariamente sofisticato: complesso e allo stesso tempo flessibile.

Da una parte le regole della grammatica, dall’altra l’uso creativo delle parole.

È un sistema che ci permette creare infinite combinazioni di suoni, parole e frasi per esprimere concetti nuovi.

Certamente anche gli animali comunicano. Scambiano informazioni attraverso canali visivi, olfattivi, chimici, tattili e anche sonori.

Gli uccelli maschi di alcune specie sono in grado variare la combinazione di toni semplici e personalizzare il proprio canto, cosicché le femmine possano riconoscere non solo la specie ma anche il proprio compagno.

Scimpanzé e scimmie utilizzano un’ampia gamma di suoni, gesti ed espressioni facciali per interagire con gli altri esemplari.

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Comunicazione o linguaggio?

Ma la comunicazione animale può essere considerata una forma di linguaggio?

Gli animali possono imparare quello umano?

Negli anni ’40 alcuni psicologi allevarono cuccioli di scimpanzé come se fossero dei bambini e cercarono di insegnare loro a parlare.

Nonostante gli sforzi, gli animali impararono pochissime parole.

In parte ciò potrebbe essere dovuto alla posizione della laringe che impedisce agli scimpanzé di pronunciare alcuni suoni tipici del linguaggio umano.

studi più recenti, si è pensato allora di insegnare a scimpanzé e gorilla il linguaggio dei segni.

Sebbene gli animali siano riusciti a imparare il significato di molti gesti, nella comunità scientifica sono rimaste aperte delle questioni: gli animali possono combinare i gesti in modo creativo? Possono apprendere il sistema di sintassi? Possono esprimere concetti nuovi e più complessi?

Qui l’opinione degli scienziati si divide.

Il linguaggio è una prerogativa degli esseri umani?

I sostenitori dell’esistenza di un linguaggio animale citano esperimenti nei quali gli animali usano combinazioni di simboli per descrivere situazioni nuove.

Ad esempio, dopo aver imparato i segni di acqua e uccello uno scimpanzé, trovandosi accanto ad un cigno, unì i due simboli per indicare uccello d’acqua.

Gli scienziati che ritengono che il linguaggio sia una prerogativa umana controbattono affermando che lo scimpanzé avrebbe potuto fare i due gesti in maniera separata.

Infatti, il più delle volte gli animali combinano i simboli in maniera illogica o incomprensibile e solo raramente esprimono qualcosa di simile ad una inferenza come uccello d’acqua.

Non è facile rispondere alla domanda se sequenze apparentemente logiche di simboli riflettono momenti di lucidità linguistica oppure siano solo una coincidenza.

La questione della presenza del linguaggio negli animali sembra un problema di definizione.

Gli animali certamente comunicano, e per alcuni scienziati i loro sistemi di comunicazione sono sufficientemente sofisticati da essere considerati una forma rudimentale di linguaggio.

Per altri, le differenze tra linguaggio umano e animale sono troppo grandi per poter affermare che gli animali utilizzino un linguaggio.

Problemi di comunicazione? Ecco cosa potrebbe esserci dietro

Perché ogni volta che voi e il vostro partner dovete prendere una decisione finite in scontri acerbi?

Perché il vostro capo sembra rifiutare a priori ogni vostra nuova proposta, o comunque sia deve sempre modificare qualcosa?

E come mai i vostri amici finiscono sempre per ribattere a ogni vostra comunicazione, magari deridendovi o svalutandola?

Forse c’è un problema di relazione.

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Comunicazione: contenuto e relazione

Immaginate la scena seguente. Marzia dice a suo marito Franco che le piacerebbe avere più spesso ospiti a casa e Franco concorda.

Un giorno, quando lui scopre per caso che un amico comune che non vedevano da anni sarebbe passato dalle loro parti, lo invita a cena e gli propone di restare a dormire. Ma quando lo comunica a Marzia quest’ultima s’infuria.

Cosa è successo?

Potremmo dirla così: tra i due c’era accordo sul contenuto, ma non sulla relazione.

L’antropologo Gregory Bateson notò una cosa curiosa: in ogni comunicazione esiste un livello di contenuto e un livello di comando.

Il contenuto sappiamo tutti cos’è: né più né meno che l’oggetto del discorso o, ancor più semplicemente, ciò di cui si sta parlando.

Il comando invece non è altrettanto esplicito. Si tratta di ciò che il contenuto porta con sé, ed è detto comando perché è un ordine implicito dato all’altro. Un ordine che definisce la relazione tra i due interlocutori.

Così, se Franco comunica a Marzia di aver invitato a cena (e a dormire!) il loro comune amico, a livello di comando sta dicendo: Nella nostra relazione io posso invitare chi voglio e quando voglio, senza chiederti il permesso. Apriti cielo.

Detto in altri termini, qualunque cosa facciate, direttamente o indirettamente, nei confronti di qualcun altro, comunicherà a questi il tipo di relazione che c’è tra voi. O meglio, gli comunicherà la vostra personale visione di tale relazione.

Relazioni e accordi

E questo vale in qualunque tipo di relazione, persino in quelle internazionali. Nel momento in cui, alle 4:45 del 1° settembre 1939, la nave da guerra tedesca Schleswig Holstein aprì il fuoco contro il forte polacco di Westerplatte, a tutti gli Stati fu chiara la relazione che la Germania di Hitler aveva appena instaurato con loro – e ovviamente con la povera Polonia.

Non è un caso che ambasciate e ambasciatori siano figure chiave nella politica estera delle nazioni: devono appunto curarne le relazioni.

Sia chiaro: la relazione non viene stabilita a senso unico.

Così la nostra cara Marzia potrebbe rispondere in diversi modi al marito.

Potrebbe accogliere più o meno felicemente l’idea che ha avuto il marito: questa sarebbe una conferma della relazione stabilita da esso, un modo per dirgli: Sì, nella nostra relazione tu puoi invitare chi vuoi, senza chiedermi il permesso.

Oppure potrebbe andare su tutte le furie e addirittura costringere Franco a richiamare l’amico per annullare, il che significherebbe rifiutare la relazione posta da Franco e comunicare qualcosa come: Assolutamente no! Nella nostra relazione tu non fai un bel niente senza averne prima parlato con me, e se ci provi io farò ostracismo con tutte le mie forze.

Risulta chiaro che i problemi di coppia nascono spesso da un mancato accordo su quale sia la natura della relazione.

Ma quali comunicazioni la definiscono?

Potenzialmente tutte le comunicazioni e tutti i comportamenti.

Ad esempio, lo snervante protagonista della serie televisiva Dr. House era bravissimo a definire praticamente con chiunque una relazione del tipo Rispetto a noi due, io faccio un po’ come mi pare.

Frecciatine, freddure, bugie, ma anche punizioni, sgambetti, disobbedienze, scontri con qualunque forma di autorità, erano tutti mezzi comunicativi al servizio di House per definire con gli altri quel tipo di relazione.

Così, quando una coppia di genitori in pena per il figlio moribondo interruppe la sua pausa pranzo chiedendogli: Come fa a stare qui seduto?, House rispose Se mangio in piedi mi sporco. Una disconferma totale della relazione posta dai due.

La soluzione al problema

Da tutto questo ne deriva una conclusione importante: se il problema è la relazione è inutile dialogare sul contenuto.

Franco potrebbe passare l’intera notte a cercare di spiegare alla moglie che: Tu stessa avevi detto che ti avrebbe fatto piacere avere ospiti a casa!, e seppure Marzia effettivamente ha detto così, non servirebbe a nulla.

Non perché lei abbia avuto un’improvvisa amnesia, ma perché il problema, lo ripetiamo, non è il contenuto: è la relazione.

Avrebbe quindi una possibilità di risolvere la questione se dicesse: Scusa, hai ragione: ho preso una decisione che riguarda entrambi (avere un’ospite in casa nostra) senza considerare la tua opinione.

Ed ecco allora la soluzione ai problemi di relazione: parlare della relazione stessa.

Parlare, cioè, di quei comportamenti, e più in generale di quelle comunicazioni, che hanno definito un tipo di relazione che non ci piace, che ci fa sentire scomodi, che ci indispettisce, infastidisce o indispone in qualche modo.

Sia chiaro, qui non vendiamo elisir miracolosi. Se il vostro capo vi ha preso di mira, andare da lui e dirgli: Sai, vorrei che mi trattassi con più rispetto, perché quando stralci le mie idee mi fai sentire male non è sempre la migliore delle idee.

Eppure, anche qui, vi assicuriamo – per esperienza professionale – che un intervento riuscito è quello che opera sulla relazione.

Così ci viene in mente il caso di un giovane apprendista che s’impegnava talmente tanto per mostrare le sue capacità al capo da non rendersi conto di aver definito una relazione del tipo: Io so fare le cose meglio di te.

Non che fosse sua intenzione, ovviamente, ma a volte intendiamo una cosa e gli altri ne afferrano un’altra: è un errore insito in qualunque scambio comunicativo.

Fu allora necessario suggerirgli di continuare a impegnarsi, certo, ma di tartassare il superiore con affermazioni del tipo: Non credo che ti piacerà questo lavoro: dimmi tu – Puoi darci un’occhiata? Credo sia pessimo – Non ci ho capito proprio niente: ho bisogno di un tuo parere.

Dopo poche settimane, all’ennesima richiesta, il capo lo stoppò: Per favore, smettila con tutte queste richieste di rassicurazione: te la cavi benissimo da solo!

Flavio Cannistrà per Psicologia24

non si può non comunicare

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

Chi sta sopra e chi sta sotto

Cos’è successo tra Russia e Turchia? Perché nessuno dei due molla davvero?

Le analisi politiche hanno naturalmente proposto diversi scenari approfonditi, ma c’è una domanda di vitale importanza da porsi: che tipo di relazione emergere tra due Paesi, se uno dei due cede?

Se prendiamo i precedenti articoli di questa rubrica scopriamo due cose:

E se ogni relazione può essere definita in tanti modi, ci sono sicuramente due tipologie generiche da considerare.

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Relazioni simmetriche e complementari

Da un lato abbiamo le relazioni simmetriche (sarebbe più corretto parlare di interazioni, ma dato che una relazione non è altro che un’insieme di interazioni qui useremo i termini in modo equivalente), dove sostanzialmente i due soggetti si considerano alla pari.

Dall’altro lato abbiamo le relazioni complementari, dove un soggetto è in posizione superiore (one-up) e l’altro è subordinato (one-down).

Nel primo caso potremmo pensare a degli amici, nel secondo al rapporto mamma-bambino.

Il bello è che questo vale anche per le Nazioni.

Se volessimo riassumere una serie di critiche fatte alla Merkel dagli altri leader europei potremmo metterla in termini di Non è giusto che tu stai sopra e noi sotto: cioè la Germania one-up rende tutti gli altri Paesi one-down.

E a non tutti piace stare sotto. A qualcuno sì, e in quei casi la coppia è felice e contenta: basti pensare al rapporto tra un sadico e un masochista, sebbene anche questi potrebbero finire nella paradossale condizione in cui il masochista dice Fammi del male! e il sadico risponde No!. Tutto per continuare a mantenere la propria posizione one-up.

Il quinto assioma della comunicazione umana dice proprio questo: esistono due grandi tipologie di interazioni, quelle che evidenziano un rapporto di parità tra gli interlocutori (interazioni simmetriche) e quelle che evidenziano la disparità tra i due (interazioni complementari), dove uno è sopra e l’altro è sotto.

Putin ed Erdoğan non potevano certo permettersi di farsi vedere one-down di fronte al loro popolo e alla comunità internazionale.

Ma poi stare one-down è davvero peggio? In certe relazioni no.

Pensiamo all’esempio madre-bambino, citato poco fa. Il bambino potrebbe fare i suoi occhioni grandi e lucidi (in stile Gattoconglistivali di Shrek) e dire: Mammina cara, ho tanta voglia di gelato.

È indubbio che lui stia sfruttando, più o meno inconsapevolmente, la sua posizione di subordinazione (Sei tu, mammina, che hai i soldi per comprarmi il gelato: io sono un povero bimbo nullatenente che dipende dalle tue grazie) per ottenere ciò che desidera.

In termini geopolitici potremmo dire che la Grecia stessa ha tentato qualcosa di simile. O l’Islanda, quando ha affermato: Signori, i soldi non ce li abbiamo, è vero, quindi dichiariamo bancarotta e tanti saluti.

Semplicistico, ma chiarificatore. E l’Italia? Ahimè, l’Italia sembra troppo spesso capace di percepirsi one-down rispetto a tutti, cosa che in realtà non è, poiché vanta numerosi settori e occasioni in cui dimostra di esser alla pari degli altri se non addirittura superiore. A riconoscerselo…

One-up o one-down? Complementarità o simmetria?

La verità è che, nella vita di tutti i giorni, sia che si parli di coppie, di amicizie o di colleganza, sia che si parli di relazioni diplomatiche, un po’ di simmetria e un po’ di complementarità dovrebbero esserci sempre.

Infatti, come nei più turbolenti matrimoni, a voler essere sempre alla pari si rischia di non cogliere i momenti in cui è meglio cedere o in cui è meglio prendere le redini: Andiamo al cinema stasera? – Non lo so, a che ti va di fare? – Non lo so, e a te? – Non lo so, tu? – verso l’infinito.

E a voler mantenere sempre e solamente una posizione di superiorità o di inferiorità rispetto agli altri, mantenendosi in una rigida complementarità, beh, le conseguenze ci sembrano evidenti, no?

Comunicare senza parole

Quando un gattino, verso l’ora di pranzo, comincia a strusciarsi, a fare le fusa e a miagolare insistentemente, non ti sta dicendo: Dammi i croccantini, sta dicendo Fammi da mamma.

Questa fu una descrizione che l’antropologo Gregory Bateson utilizzò per introdurre il concetto di comunicazione analogica. Una comunicazione che funziona per analogia, appunto.

Tutti comunichiamo analogicamente. Tutti, cioè, oltre alle parole utilizziamo altri mezzi di comunicazione che rappresentano il concetto che vogliamo esprimere.

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Agli italiani, per esempio, viene riconosciuto il fatto di essere grandi comunicatori gestuali, di usare cioè i gesti per esprimere o colorire un concetto: una cosa che ne esprime un’altra.

Addirittura, l’economista italiano Piero Sraffa mise in seria difficoltà uno dei più grandi filosofi contemporanei, Ludwig Wittgenstein, quando, passandosi le dita sotto il mento dall’interno verso l’esterno nel tipico gesto napoletano indice di menefreghismo, gli chiese: E quale sarebbe la forma logica di questo?. Wittgenstein si accorse che tutto ciò che aveva scritto fino allora (in buona sostanza un solo libro) andava del tutto rivisto (e ne scrisse un secondo, ancora più dirompente del primo).

Comunichiamo quindi con altro, oltre che con le parole.

A volte per colorire o rafforzare ciò che stiamo dicendo, come quando il bambino a cui non vanno i broccoli gira la testa dall’altra parte mentre dice Non mi va.

Altre volte per trasmettere un intero concetto, come quando, senza parole, alziamo il dito medio verso qualcuno che ci ha fatto uno sgarro.

Possiamo dire che comunichiamo sostanzialmente attraverso due moduli.

Il primo è detto digitale o numerico, perché può essere facilmente quantificato, reso in modo chiaro e cristallino: se dico tavolo non intendo gatto. Questo modulo è composto essenzialmente dalle parole, dette o scritte.

Il secondo modulo è detto analogico, perché comunica appunto per analogia: non è una rappresentazione fedele di ciò che si intende, è qualcosa che gli somiglia o che lo richiama, o che, per convenzione, indica quella cosa.

E così il gatto che si struscia non ci chiede chiaro e tondo Dammi i croccantini, ma usa una serie di comportamenti (strusciarsi, miagolare, fare le fusa…) tesi a rievocare il sistema di accudimento con la madre, che tra i vari compiti aveva anche quello di nutrirlo.

Lo stesso vale per gli esseri umani, e al lettore sarà ora più chiara la frase che i Baci Perugina riportano da anni nei loro foglietti: Un bacio vale più di mille parole (che poi s’intenda il bacio delle labbra o il bacio di cioccolata è tutt’altra questione).

Per lo stesso motivo, un sorriso comunica, per analogia, felicità, piacere, soddisfazione (e un sacco di altre cose), ma con precisione nessuna di queste: è un sorriso di gioia o di malizia, sincero o accondiscendente?

Tutti comunichiamo costantemente tramite analogie, oltre che con le parole. Lo facciamo tutte le volte che utilizziamo la comunicazione non verbale, che può essere dinamica o statica.

Quella dinamica è data, ad esempio, da gesti, espressioni facciali, toni di voce ecc. Quella statica è invece data da elementi come l’abbigliamento e gli accessori che indossiamo.

Ma a che serve saperlo?

Di Renzi e Berlusconi è stato detto che si somigliano molto, in molti aspetti. Che sia vero o no, di sicuro entrambi hanno dato largo spazio allo studio della comunicazione, sia nei suoi aspetti digitali che analogici.

Sapere come gli uni si incastrano con gli altri può rendere la comunicazione più efficace, più convincente, più persuasiva.

Alcuni studi mostrano come tendiamo a votare i politici con una voce più grave, rispetto a quelli con una voce più acuta; e fare un manifesto propagandistico in cui l’immagine del politico pone in bella mostra la sua mano sinistra con l’anulare cinto da una fede nuziale… beh, non devo spiegarvi quale significato vuol veicolare.

A noi che non dobbiamo essere eletti, sapere di comunicazione digitale e analogica può comunque tornare utile.

Se infatti la comunicazione digitale è molto ricca dal punto di vista del contenuto (come accennato, se ti dico che in casa mia manca un tavolo sono piuttosto certo che non ti presenterai con un gatto), è molto povera dal punto di vista della relazione, cioè di tutti quegli aspetti che ci dicono che tipo di rapporto tu ed io stiamo intrattenendo.

Ad esempio, nel film The Prestige la moglie di uno dei due protagonisti gli rimproverava il fatto che a volte il suo Ti amo era sincero, a volte no (i curiosi dovranno vedere e aspettare la fine del film per svelare l’arcano).

E se ti dico Quanto ti amo, il mio tono di voce e la mia espressione facciale, nonché il contesto in cui te lo dico, ti aiuteranno a capire se sono serio o sarcastico: le parole, da sole, non bastano.

Quindi, accompagnare la propria comunicazione digitale con la corretta comunicazione analogica è di sicuro vantaggioso, ed è il motivo per cui utilizziamo le emoticon su WhatsApp.

Provate ad ometterle per una settimana e contate il numero di fraintendimenti ricevuti: Perché hai scritto ‘Non hai capito’ con quel tono? Non sono mica stupido (ma quale tono? È una chat!).

Allo stesso modo, le comunicazioni analogiche (gesti, toni di voce, espressioni verbali, abbigliamento, ma anche immagini, strumenti e altro ancora) sono piuttosto ricche dal punto di vista della relazione (un dolce abbraccio vuole stabilire una relazione positiva tra me e te), ma povere dal punto di vista del contenuto (mi stai abbracciando perché mi ami? O perché per te sono come un fratello? O magari perché ti faccio pena in quanto tutti pomiciano attorno al falò mentre io suono la chitarra? Amore, amicizia o pena?! …nel dubbio continuo a suonare).

Quante volte vi sarà capitato di aver fatto un bel gesto e averlo visto completamente frainteso dagli occhi di chi lo riceveva?

Per fortuna, con un po’ di attenzione e tanta osservazione si può diventare dei comunicatori sufficientemente bravi a cavarsela nelle vicissitudini quotidiane, poiché madre natura ci ha da sempre reso capaci di utilizzare piuttosto bene le nostre capacità comunicative.

Il punto di vista che non avevi considerato

Marta e Luca vengono da me.

Mi dicono entrambi che sono ai ferri corti, che hanno problemi irrisolvibili e che, nonostante si amino ancora, se non riusciranno a risolverli non vedono altra via che la separazione.

Raccolgo qualche informazione e poi chiedo a Luca di uscire.

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Il punto di vista di Marta

A quel punto Marta mi racconta tutta la storia:

Fin da quando ci siamo conosciuti ho capito quanto Luca fosse dolce e gentile, il ragazzo che avevo sempre cercato e mai trovato. Ero al settimo cielo quando ci fidanzammo, non potevo crederci.

Però notai subito una cosa: era molto chiuso. Credevo che avesse bisogno di tempo, di conoscermi, di fidarsi di me, così diedi il massimo: ero vicina, propositiva, coinvolgente. Organizzavo uscite sempre nuove, diverse e stimolanti.

Luca non ha mai detto di no, però continuava a rimanere introverso, poco coinvolto.

Tuttavia non posso dire che il nostro rapporto fosse infelice, così, dopo tre anni andammo a vivere insieme.

Ero sicura che le cose sarebbero cambiate, invece fu un disastro: Luca si ritirò ancora di più in se stesso.

Il punto di vista che non avevi considerato

Quando proponevo, lui rispondeva un ‘Sì’ poco convinto, quasi gli pesasse. Allora cercavo di spronarlo, gli chiedevo cosa volesse fare, sondavo i suoi interessi, cercavo di entrargli in testa… ma niente, non c’è stato modo di smuoverlo.

Pensavo non mi desiderasse, ma perché sarebbe venuto a vivere con me, allora? E poi stiamo davvero bene insieme: ci rispettiamo, andiamo d’accordo. Ma allora perché è così chiuso e ritirato?

Più cerco di spronarlo, meno interagisce, meno prende iniziative, meno si lascia coinvolgere.

Lo amo, ma non posso continuare così.

Ascoltai senza dire nulla e alla fine la ringraziai e le chiesi di uscire, facendo entrare Luca.

Il punto di vista di Luca

Il quale cominciò con un inaspettato fiume di parole:

Amo Marta, mi creda: è dolce, premurosa, una donna piena di idee. Forse anche troppe.

Io sono più orso, però mi diverto tutte le volte che organizza qualcosa. Solo che… a volte vorrei un po’ di tranquillità, di calma. Io sono un diesel: ci metto un po’ a partire.

Marta è un razzo. Fin da quando ci siamo conosciuti aveva un sacco di idee, organizzava un sacco di gite.

All’inizio mi piaceva: questa ragazza così estroversa e carica di energie compensava il mio lato pantofolaio.

Piano piano, però, sentii il bisogno di trovare dei ritmi più vicini ai miei. Non dico che dovevamo stare tutti i weekend a casa, ma nemmeno fare un’avventura ognuno di essi!

Il punto di vista che non avevi considerato

Ho cercato di farglielo capire, ma niente: più aumentava il suo entusiasmo, più mi sentivo demoralizzato.

Quando siamo andati a vivere insieme ho pensato che i ritmi si sarebbero calmierati: d’altronde, a quel punto, ci saremmo visti tutti i giorni.

Pensa che sia andata così? Neanche per sogno, è andata peggio.

Sta sempre lì a dirmi: “Vuoi fare questo? Vuoi fare quello? Andiamo di qua? Andiamo di là? Ma che hai? Perché hai sempre quel muso? Perché non rispondi?”.

Io ho ‘quel muso’ perché sto cercando di dirle: “Vai piano! Mi piace fare cose con te ma… con calma!”, ma lei non sembra capire, anzi, addirittura aumenta la dose.

Amo Marta, ma se le cose continuano così io proprio non riesco a vedere un futuro tra noi.

Questione di punteggiatura

Un’immagine che vidi tempo fa recava scritte due frasi: Vado a mangiare nonna e Vado a mangiare, nonna.

Accanto, una terza frase esplicativa diceva: Una virgola può salvare una vita. Usa la punteggiatura, salva la nonna.

E se la punteggiatura potesse salvare Marta e Luca?

È possibile che un’interazione possa essere punteggiata, e quindi letta in modo diverso?

Lungo una strada interurbana, pochi chilometri prima di una rinomata osteria, il cartello pubblicitario di quest’ultima reclamava: Guida poco, che devi bere. Invertendo l’ordine degli addendi, il risultato… cambia.

Così, ascoltando Marta potremmo riassumere il suo racconto nella frase: Più lo cerco, più lui si ritira; mentre ascoltando Luca raccontare la stessa storia, il riassunto sarebbe: Più mi ritiro, più lei mi cerca.

Stessa situazione, diversa punteggiatura.

Tanto che gli studiosi della comunicazione umana decretarono che questo è un vero e proprio assioma, il terzo: la punteggiatura della sequenza degli eventi.

La quale, a seconda di come la si pone, cambia il significato degli eventi stessi: la nonna viene salvata o mangiata.

Paul Watzlawick notò che questo discorso è talmente universale da poter essere allargato persino alla comprensione delle dinamiche tra nazioni.

In piena Guerra Fredda, osservò che più gli Stati Uniti si armavano per scopi difensivi, più questo veniva visto dall’Unione Sovietica come una ragione per armarsi a sua volta; comportamento che gli Stati Uniti interpretavano come conferma che facevano bene ad armarsi e che, anzi, dovevano farlo ancora di più, cosa che a sua volta incrementava gli sforzi dell’Unione Sovietica; e così via in un gioco senza fine dove ognuno dei due poteva sostenere che: Più lui si arma, più io devo armarmi.

D’altronde se non ci si chiarisce che possibilità si hanno di capire l’errore di punteggiatura?

Sempre Watzlawick ricorda di un suo amico che, il primo giorno di convivenza, dopo la luna di miele, si trovò la colazione preparata con latte e cereali. Lui odiava i cereali.

Ma per non offendere la moglie li mangiò tutti. Sedici anni dopo mangiava ancora cereali ogni mattina.

Pascal, nei suoi Pensieri, sostenne che pochi sono disposti ad affermare che la propria prospettiva è sbagliata, ma quasi tutti ammetteranno che ci sono altri modi di vedere le cose.

Questo ci ricorda che, appunto, le cose possono essere viste in modi diversi, i quali generano diversi comportamenti.

Condividere le prospettive è un primo passo, ma non sempre è possibile.

In questi casi può essere allora necessario un disarmo unilaterale: una delle due nazioni deve smettere di armarsi.

La soluzione al problema

Il punto di vista che non avevi considerato

Così a Marta, quella dei due con cui era più facile lavorare, data la sua espansività ed energia, dissi:

Tutte le volte che lo insegui, lui scappa; tutte le volte che lo stimoli, lui si ritira.

Fai questa prova: per quindici giorni cessa qualunque tentativo di inseguimento.

Niente telefonate quand’è al lavoro, niente proposte per il weekend, niente domande volte a stimolare una risposta.

Parlate, chiacchierate, discorrete, ma bada bene di non inseguirlo né spronarlo per quindici giorni.

Marta fu un po’ sorpresa e insicura, temendo che così le cose sarebbero addirittura peggiorate e che lui si sarebbe definitivamente rinchiuso in un bozzolo; convenne però che quanto aveva fatto fino ad allora non li aveva portati da nessuna parte, quindi accettò.

Quindici giorni dopo tornò con un sorriso soddisfatto. Quando la vidi da sola, mi raccontò:

Ho fatto come ha detto, e… Non so se Luca si è accorto che ho modificato il mio comportamento, fatto sta che dopo un po’ si è avvicinato sempre di più: fisicamente ed emotivamente, intendo.

Io l’ho lasciato fare, ovviamente, però non ho ripreso a spronarlo e a proporre cose. Così, il primo sabato non abbiamo fatto nulla, ma domenica pomeriggio è stato lui a proporre una passeggiata, che io ho accettato ben volentieri.

Naturalmente ho continuato come lei mi aveva detto, e lo scorso weekend ha proposto lui (lui!) una gita fuori città: nemmeno ricordo quand’è stata l’ultima volta!

E poi, non mi chieda perché, è diventato anche più affettuoso, fa più coccole di sua spontanea volontà. Il mio Luca!.

Luca, naturalmente, raccontò la sua versione:

Non so cosa sia successo, dottore, però ora Marta è più… tranquilla.

Sento che possiamo fare tutto, ma con i tempi e i modi giusti. Non sento più che devo… fare, fare, fare, se capisce cosa intendo.

Ho preso anche qualche iniziativa e pare che a lei vada bene. Mi piace quello che stiamo facendo insieme, è quasi una nuova coppia, la nostra.

Parafrasando Marcel Proust, a volte dobbiamo semplicemente vedere ciò che abbiamo di fronte con nuovi occhi – e agire di conseguenza.

Problemi di comunicazione? Ecco cosa potrebbe esserci dietro

Perché ogni volta che voi e il vostro partner dovete prendere una decisione finite in scontri acerbi?

Perché il vostro capo sembra rifiutare a priori ogni vostra nuova proposta, o comunque sia deve sempre modificare qualcosa?

E come mai i vostri amici finiscono sempre per ribattere a ogni vostra comunicazione, magari deridendovi o svalutandola?

Forse c’è un problema di relazione.

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Comunicazione: contenuto e relazione

Immaginate la scena seguente. Marzia dice a suo marito Franco che le piacerebbe avere più spesso ospiti a casa e Franco concorda.

Un giorno, quando lui scopre per caso che un amico comune che non vedevano da anni sarebbe passato dalle loro parti, lo invita a cena e gli propone di restare a dormire. Ma quando lo comunica a Marzia quest’ultima s’infuria.

Cosa è successo?

Potremmo dirla così: tra i due c’era accordo sul contenuto, ma non sulla relazione.

L’antropologo Gregory Bateson notò una cosa curiosa: in ogni comunicazione esiste un livello di contenuto e un livello di comando.

Il contenuto sappiamo tutti cos’è: né più né meno che l’oggetto del discorso o, ancor più semplicemente, ciò di cui si sta parlando.

Il comando invece non è altrettanto esplicito. Si tratta di ciò che il contenuto porta con sé, ed è detto comando perché è un ordine implicito dato all’altro. Un ordine che definisce la relazione tra i due interlocutori.

Così, se Franco comunica a Marzia di aver invitato a cena (e a dormire!) il loro comune amico, a livello di comando sta dicendo: Nella nostra relazione io posso invitare chi voglio e quando voglio, senza chiederti il permesso. Apriti cielo.

Detto in altri termini, qualunque cosa facciate, direttamente o indirettamente, nei confronti di qualcun altro, comunicherà a questi il tipo di relazione che c’è tra voi. O meglio, gli comunicherà la vostra personale visione di tale relazione.

Relazioni e accordi

E questo vale in qualunque tipo di relazione, persino in quelle internazionali. Nel momento in cui, alle 4:45 del 1° settembre 1939, la nave da guerra tedesca Schleswig Holstein aprì il fuoco contro il forte polacco di Westerplatte, a tutti gli Stati fu chiara la relazione che la Germania di Hitler aveva appena instaurato con loro – e ovviamente con la povera Polonia.

Non è un caso che ambasciate e ambasciatori siano figure chiave nella politica estera delle nazioni: devono appunto curarne le relazioni.

Sia chiaro: la relazione non viene stabilita a senso unico.

Così la nostra cara Marzia potrebbe rispondere in diversi modi al marito.

Potrebbe accogliere più o meno felicemente l’idea che ha avuto il marito: questa sarebbe una conferma della relazione stabilita da esso, un modo per dirgli: Sì, nella nostra relazione tu puoi invitare chi vuoi, senza chiedermi il permesso.

Oppure potrebbe andare su tutte le furie e addirittura costringere Franco a richiamare l’amico per annullare, il che significherebbe rifiutare la relazione posta da Franco e comunicare qualcosa come: Assolutamente no! Nella nostra relazione tu non fai un bel niente senza averne prima parlato con me, e se ci provi io farò ostracismo con tutte le mie forze.

Risulta chiaro che i problemi di coppia nascono spesso da un mancato accordo su quale sia la natura della relazione.

Ma quali comunicazioni la definiscono?

Potenzialmente tutte le comunicazioni e tutti i comportamenti.

Ad esempio, lo snervante protagonista della serie televisiva Dr. House era bravissimo a definire praticamente con chiunque una relazione del tipo Rispetto a noi due, io faccio un po’ come mi pare.

Frecciatine, freddure, bugie, ma anche punizioni, sgambetti, disobbedienze, scontri con qualunque forma di autorità, erano tutti mezzi comunicativi al servizio di House per definire con gli altri quel tipo di relazione.

Così, quando una coppia di genitori in pena per il figlio moribondo interruppe la sua pausa pranzo chiedendogli: Come fa a stare qui seduto?, House rispose Se mangio in piedi mi sporco. Una disconferma totale della relazione posta dai due.

La soluzione al problema

Da tutto questo ne deriva una conclusione importante: se il problema è la relazione è inutile dialogare sul contenuto.

Franco potrebbe passare l’intera notte a cercare di spiegare alla moglie che: Tu stessa avevi detto che ti avrebbe fatto piacere avere ospiti a casa!, e seppure Marzia effettivamente ha detto così, non servirebbe a nulla.

Non perché lei abbia avuto un’improvvisa amnesia, ma perché il problema, lo ripetiamo, non è il contenuto: è la relazione.

Avrebbe quindi una possibilità di risolvere la questione se dicesse: Scusa, hai ragione: ho preso una decisione che riguarda entrambi (avere un’ospite in casa nostra) senza considerare la tua opinione.

Ed ecco allora la soluzione ai problemi di relazione: parlare della relazione stessa.

Parlare, cioè, di quei comportamenti, e più in generale di quelle comunicazioni, che hanno definito un tipo di relazione che non ci piace, che ci fa sentire scomodi, che ci indispettisce, infastidisce o indispone in qualche modo.

Sia chiaro, qui non vendiamo elisir miracolosi. Se il vostro capo vi ha preso di mira, andare da lui e dirgli: Sai, vorrei che mi trattassi con più rispetto, perché quando stralci le mie idee mi fai sentire male non è sempre la migliore delle idee.

Eppure, anche qui, vi assicuriamo – per esperienza professionale – che un intervento riuscito è quello che opera sulla relazione.

Così ci viene in mente il caso di un giovane apprendista che s’impegnava talmente tanto per mostrare le sue capacità al capo da non rendersi conto di aver definito una relazione del tipo: Io so fare le cose meglio di te.

Non che fosse sua intenzione, ovviamente, ma a volte intendiamo una cosa e gli altri ne afferrano un’altra: è un errore insito in qualunque scambio comunicativo.

Fu allora necessario suggerirgli di continuare a impegnarsi, certo, ma di tartassare il superiore con affermazioni del tipo: Non credo che ti piacerà questo lavoro: dimmi tu – Puoi darci un’occhiata? Credo sia pessimo – Non ci ho capito proprio niente: ho bisogno di un tuo parere.

Dopo poche settimane, all’ennesima richiesta, il capo lo stoppò: Per favore, smettila con tutte queste richieste di rassicurazione: te la cavi benissimo da solo!

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Il linguaggio della madre influenza le capacità sociali dei bambini

In una ricerca longitudinale condotta dalla Prof.ssa Elizabeth Kirk, presso la University of York, è stato rilevato che il linguaggio che la madre utilizza per interagire con i figli nei primi mesi di vita, e in particolare tra i 10 mesi e i 20 mesi, influenza le capacità sociali dei bambini a 5 anni.

In questa ricerca, recentemente pubblicata nel British Journal of Developmental Psychology, è emerso infatti che i figli di madri che nei primi mesi di vita utilizzano per interagire con il figlio un linguaggio ricco di termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi a 5 anni hanno capacità sociali significativamente superiori a quelle dei figli di madri che invece nei primi mesi di vita utilizzano pochi termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi.

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Le capacità sociali superiori nei bambini si manifestano con una maggiore capacità di interagire con i coetanei, con un minor grado di egocentrismo, e con una maggiore capacità di mettersi nei panni dei coetanei intuendo i loro stati emotivi (felicità, ansia, rabbia, ecc.) in diversi contesti e in diversi momenti.

Le capacità sociali superiori, migliorando la qualità delle relazionali con i coetanei, determinano più alte probabilità che il bambino cresca con un equilibrio emotivo e comportamentale e con minori problematiche psicologiche.

I prossimi studi della Prof.ssa Elizabeth Kirk si orienteranno probabilmente verso la ricerca delle modalità con cui le mamme che lo desiderino possono acquisire le competenze necessarie per utilizzare con i loro figli un linguaggio che possa facilitare lo sviluppo delle capacità sociali.

Non si può non comunicare!

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

Flavio Cannistrà per Psicologia 24

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

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