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Vita di coppia: quando i figli non arrivano

Elena sembrava disperata, il suo pianto era lungo e silenzioso, non riusciva a parlare e la sua postura era rannicchiata sulla sedia, braccia conserte e testa bassa, come se avesse già sentito tutto e non poteva ascoltare di più.

Suo marito – Alfonso – la guardava con preoccupante angoscia, le diceva che non gli importava, che potevano essere comunque felici insieme, che non era quel bambino a unirli, che la loro coppia era più forte e avrebbe sostenuto anche questa tempesta, come tutte le altre. Tuttavia il suo tono era stridulo e poco credibile.

Inoltre, le sue parole così razionalmente rassicuranti, non alimentavano il vuoto che Elena provava, erano lontane come un’eco distante anni luce e anzi, tale percezione uditiva faceva brillare una luce nei suoi occhi, non propriamente rassicurante.

Sembrava un guizzo di rabbia, sarcastico e dolente, come solo una donna tradita e incompresa può avere.

Elena si sentiva tradita dalla vita che l’aveva resa sterile e dolorosamente lontana dal resto del mondo, anche dal marito con cui aveva trascorso pianti e risate in passato.

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Il progetto figlio

Il desiderio di un figlio, anche dopo qualche tempo dalla costituzione della coppia, non implica una priorità perché percepito lontano. Viceversa, si investe sulla coppia stessa, sulla realizzazione personale (studio/lavoro), l’acquisto di casa, la definizione di confini con le rispettive famiglie d’origine.

Sembra quasi come se il desiderio di un figlio arrivi improvvisamente da lontano, come il fischio di un treno che si avvicina a velocità: da impercettibile, diventa incessante, frustrante se non arriva quando la coppia si sente pronta!

La coppia pertanto inizia ad immaginare questo scenario e a lavorare per la realizzazione del progetto figlio. A volte, l’obiettivo del progetto si raggiunge in poco tempo. Altre volte, invece passano i mesi senza alcun risultato e la coppia è spinta a richiedere un approfondimento e a sottoporsi ad una serie di esami concezionali.

Molto spesso accade che – dopo aver ultimato tutti gli accertamenti del caso, la coppia si trovi ad affrontare una diagnosi di sterilità sine causa o idiomatica, ossia non motivata da alcun elemento organico.

Altre volte, invece le cause sono più propriamente organiche ma richiedono ugualmente – come le precedenti – un supporto psicologico della coppia, al fine di ridefinire un progetto nella condivisione e nell’empatia.

Le emozioni negative quando i figli non arrivano

Le coppie che si trovano a non ultimare il progetto figlio entrano in un circolo vizioso da cui le emozioni più frequenti sono: rabbia, senso di inadeguatezza, paura del giudizio, mortificazione, senso di colpa.

Perché proprio a noi?

Che senso ha la nostra coppia ora?

Cosa dirà la gente?

Perché abbiamo aspettato così tanto?

I nostri amici, Elena e Alfonso, ripetevano con angoscia queste frasi, non ascoltavano, non si guardavano.

La coppia era in crisi!

Non frequentavano ormai più gli amici perché, fatalità, tutti intorno a loro erano felici: alcuni aspettavano un figlio, altri lo avevano già. Loro sì, che erano normali e fortunati!

Certo, erano felici per il loro amici, ci mancherebbe, ma il dolore e la rabbia si impossessavano dell’altra metà del loro cuore e la nostra coppia non poteva far altro che esprimersi con disprezzo nei loro confronti, pur amandoli.

Questa ambivalenza diventava talmente insopportabile da poter essere risolta solo evitando l’incontro.

Quando le famiglie d’origine hanno saputo che non avrebbero potuto avere un nipotino, immediatamente hanno proposto l’adozione, come superamento della crisi e sublimazione della sterilità.

Inizialmente, Alfonso ed Elena hanno valutato questa proposta con un immaginario diverso, avrebbero potuto essere genitori comunque, ma durante il percorso psicoterapeutico hanno compreso successivamente che un figlio non può arrivare per aggiustare.

Dal lutto alla rinascita

In questa fase di pianto e disperazione, di lutto per un bambino che non potrà mai nascere dalla propria pancia, l’adozione non è la soluzione.

L’impossibilità di avere figli dovrà essere affrontata come la morte di un congiunto, richiede risposte sane e naturali: negazione, rabbia, protesta, disperazione, rassegnazione.

Sono queste le reazioni che tutti noi abbiamo di fronte ad un evento luttuoso che ci coglie impreparati e Alfonso ed Elena le hanno vissute tutte, coraggiosamente, pensando a volte di non farcela, di non avere più la forza di piangere, ma comprendendo che occorreva passare aldilà del fiume per uscire dal guado e solo dopo, avrebbero trovato la serenità.

La coppia può uscirne se riesce a trovare dentro di sé altri tipi di fertilità e in questo diventa fondamentale il percorso psicoterapeutico.

Molte coppie naufragano durante il guado. Se la propria coppia risperimenta dentro di sé i motivi profondi che l’ha unita, capirà che un figlio è un completamento e non l’essenza che la tiene insieme.

Molte coppie riscoprono così il piacere di stare insieme, di ri-progettare e lasciano la propria impronta in attività sociali, culturali, professionali, di volontariato… diventandone genitori.

Solo dopo aver raggiunto questo equilibrio, si può essere un nido accogliente per un bimbo adottato, già portatore di sue ferite e bisognoso di una coppia che ha smesso di piangere!

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Vita di coppia come tenere a bada le famiglie d’origine

E così, dopo un certo tempo in cui i protagonisti della nostra storia pensano di essersi ben conosciuti, arriva il momento della costituzione della coppia!

I due decidono di sposarsi o di andare comunque a vivere sotto lo stesso tetto.

La prima conseguenza di questa meravigliosa scelta è la separazione fisica dalle famiglie d’origine. E non sempre si tratta di una condizione indolore.

 

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Lo stile di attaccamento e la separazione dalla famiglia d’origine

Non si può parlare di svincolo dalla famiglia d’origine senza parlare di stile di attaccamento e tale evoluzione nella vita adulta, porta alla definizione di 3 tipi di relazioni familiari:

  1. Relazione familiare distante o disimpegnata. In questo caso, la giovane coppia si interfaccia ad una famiglia d’origine emotivamente lontana. I confini sono molto chiari; non c’è un sostegno reciproco né emotivo, né materiale. Ognuno conduce un’esistenza personale autonoma senza appoggiarsi necessariamente l’altro, c’è una forte libertà individuale e c’è anche un evitamento di affetti e relazioni. È chiaro che l’influenza di questa tipologia di famiglia d’origine è fondamentalmente nulla.
  2. Relazione familiare invischiata. Qui accade fondamentalmente l’opposto: tutti sanno di tutti, non c’è alcun tipo di confine, tutti si sentono coinvolti empaticamente. Si potrebbe creare un vero e proprio clan tra famiglia d’origine e figlio/figlia, da cui è estromesso l’altro/a.
  3. Relazione familiare sicura. È naturalmente la più sana, in cui si evidenzia un notevole rispetto dei confini, c’è un grande un grande incoraggiamento della nuova coppia, si vivono sentimenti di vicinanza e intimità senza però prevaricare i confini, che sono percepiti chiari.

In Italia, sono molto diffuse le relazioni di tipo 2 e spesso sono causa di brutte separazioni giudiziali nelle giovani coppie.

Il punto di vista della suocera

A questo riguardo devo dire che il mio studio è anche frequentato da suocere… proprio quelle che le nuore potrebbero definire impossibili! E proprio in quel contesto asettico, libero da giudizi e rimproveri, queste madri si sciolgono in lacrime agrodolci.

Molte di loro sono felici che il proprio figlio abbia trovato una ragazza come quella scelta, vedono il proprio figlio adulto e sereno e tutto ciò non può che rendere positiva la loro stessa esistenza.

Eppure tristezza, dolore, vuoto, senso di abbandono riempiono il loro cuore e la loro testa.

Il giorno prima del matrimonio di suo figlio, una mia paziente tra le lacrime mi diceva che non riusciva ad immaginare il suo ritorno a casa dopo la cerimonia: Dottoressa, vado in macchina con lui e torno da sola in una casa vuota!

Queste difficili separazioni spesso sono anticipate da velati sabotaggi e squalifiche della relazione, non per cattiveria o invidia, ma per evitare l’inevitabile abbandono. Si tratta di famiglie invischianti che hanno stabilito uno stile di attaccamento ansioso-ambivalente.

La giusta distanza dalla famiglia d’origine

In molti casi, anche il figlio o la figlia appartenenti a questo nucleo familiare, fanno una grande fatica a separarsi, senza vivere il senso di colpa che paralizza qualsiasi movimento di autonomia sociale e affettiva.

Per trovare un compromesso fra questa difficoltà di separazione e la sana motivazione evolutiva che porta a distanziarsi, spesso si sceglie un appartamento attiguo o molto vicino a quello della famiglia d’origine.

Spesso sono le stesse famiglie d’origine che regalano ai propri figli la casa non lontana dalla propria, meglio se nello stesso palazzo, dono impossibile da rifiutare per una giovane coppia.

Le conseguenze di questo meraviglioso regalo non sono visibili subito, perché durante le prime fasi di matrimonio, come per la luna di miele, sembra tutto molto bello.

Durante invece le prime incomprensioni, emergono fantasmi e fantasie prima totalmente sedate:
Sono stato felicissimo che i miei suoceri ci abbiamo regalato una casa, anzi in verità l’hanno regalata a mia moglie e io ora mi sento un ospite. Loro continuano ad avere le chiavi ed entrano quando vogliono; spesso me li sono trovati in casa durante una discussione con mia moglie e anche la nostra intimità ne risente.

Indubbiamente è gradevole avere la famiglia d’origine vicino, sia per essere aiutati sia per aiutare, ma questo rende indispensabile creare confini e limitazioni.

Ad esempio, dare le chiavi del proprio appartamento può essere utile in caso di necessità, ma devono essere chiuse in un cassetto e non utilizzate per entrare arbitrariamente. Il fatto che molte famiglie d’origine considerino casa propria anche quella donata alla propria figlia e al marito, da indicazioni importanti sul mancato svincolo di quest’ultima.

Tenere a bada la propria famiglia d’origine significa proprio arginare le incursioni nella propria vita coniugale e definire con chiarezza i confini fra le due famiglie.

Non sono rari i casi in cui le suocere/mamme (soprattutto) si recano nella casa della coppia per preparare da mangiare o pulire; nonostante la bontà di queste azioni che hanno come fine il benessere della giovane coppia, una delle conseguenze è privarla della libertà di doversi organizzare autonomamente. Anche queste frustrazioni della vita familiare servono a crescere e ad adattarsi a nuovi ritmi.

Molto spesso,la figlia o il figlio di questa mamma, non si rendono conto della gravità delle incursioni nella sua vita matrimoniale, in quanto tali modalità sono familiari per lei/lui. Ciò può generare forti crisi di coppia, in quanto l’altro si sente autonomamente escluso ed estraneo.

È necessario e indispensabile un forte supporto alla coppia, per favorire lo svincolo dalla famiglia d’origine, occorre compattezza ed empatia con il partner, fare squadra e creare confini saldi intorno.

Ricordate il famoso ingrediente segreto, l’empatia, insieme con la progettualità e la condivisione: vi aiuteranno a fare squadra e a definire il vostro campo di gioco!

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Condivisione e progettualità nella coppia

Guardavo perplessa questa coppia davanti a me.

Anche loro erano sgomenti, perché ciò che avevano avuto modo di capire in quell’istante era l’impossibilità di ritrovarsi.

Certo, avevano già percepito in passato la difficoltà di parlarsi senza gridare, la sofferente indifferenza con cui sopportavano la presenza reciproca, la diffidenza che ormai era costante nei loro atteggiamenti.

Ma pensavano che in fondo si volevano bene e che non si sarebbero mai lasciati.

In verità questa coppia ha iniziato a separarsi tanti anni fa, quando un giorno ha deciso, più o meno consapevolmente, di non scegliere l’altro come compagno di vita e si è arreso all’ordinaria quotidianità.

Allora, la comunicazione era diventata del tipo: come stai? = normale; cos’hai? = niente.

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Si può invertire la rotta?

Se si vuole, la risposta è: Sì!

Questo è importante saperlo, sia per coloro che ancora non si sono trovati in questa fase (perché si può evitare), sia per coloro che ci stanno già dentro.

Per uscirne, occorrono motivazione, pazienza e capacità di ascolto.

Questi sono gli ingredienti alla base dell’empatia, ossia la capacità di sintonizzarsi sull’altro, fare propri i desideri e i sentimenti del partner.

Occorre ri-scegliersi autenticamente con gli occhi sulle differenze e non sul mito che ci ha proposto la luna di miele.

Se la scoperta di queste differenze può essere non solo tollerabile ma anche arricchente per entrambi, allora ognuno può nuovamente allenarsi all’empatia.

Lo step successivo è ricominciare a condividere e progettare

Quando faccio queste proposte alle mie coppie stanche e dolenti, sento la loro resistenza, perché ricominciare ad amare può essere faticoso.

Le resistenze alle mie proposte di riattivazione sono le più varie:

Non c’è tempo, dobbiamo lavorare, abbiamo i figli, abbiamo i genitori anziani da accudire, non abbiamo soldi per uscire…

Quasi come se le parole condivisione e progettualità implicassero uno sforzo energetico e finanziario enorme. Ma in verità c’è dell’altro.

Molte coppie pensano di aver già fatto esperienza di condivisione, perché hanno sempre parlato di tutto e quindi, è una strada che nella loro esperienza è stata già fallimentare.

Ed è vero che queste coppie parlano molto; spesso si trasmettono ricche informazioni sull’andamento della propria giornata o sul programma da svolgere, quasi come se fossero cronisti di un TG.

E quindi si parla del traffico che si incontra per andare a lavoro, del funzionamento della macchina, del capo o del collega che l’ha infastidito, del tempo, di ciò che si mangerà, ecc.

I contenuti delle conversazioni quotidiane possono essere tantissimi eppure questa coppia rischia di perdersi lo stesso.

Condividere non è informare

Condivisione e progettualità nella coppia

Nonostante entrambi i partner sappiano tante cose dell’altro, ciò che non conoscono è:

Come l’altro vive tutto ciò? Qual è la sua emozione?

Esprimersi in modo emotivo, raccontando quanto sia stato piacevole o spiacevole un determinato momento, aiuta intanto ad uscire da questa tiepidezza dell’ordinario che spesso ingoia tutti i colori dell’emozione, lasciano dietro di sé una grigia apatia.

A quel punto diventa tutto normale, ossia vuoto.

Inoltre raccontare al proprio compagno di vita la propria emozione, dà significato e rilevanza a sé e all’altro, perché lo si ritiene in grado di ascoltare e sostenere.

Quindi si crea un circolo virtuoso di condivisione. Attenzione però! Condividere non significa sfogarsi!

Alcune persone gettano addosso all’altro le proprie emozioni – ovviamente negative – legate ad eventi frustranti da loro vissuti.

Questa attività spesso non dà buoni risultati, a meno che tale sfogo non sia accompagnato anche dall’espressione di ipotetici strumenti di soluzione del problema: a questo punto diventa vera condivisione.

Alleniamoci non solo a vedere e sentire la frustrazione di un problema, ma anche a comunicarlo, condividendo possibilità di soluzioni!

Se si riesce a condividere, si può anche fare il passo successivo, ossia ritornare a progettare.

Quando io chiedo alle mie coppie di progettare, spesso anche lì devo sfatare un altro significato che porta lontano: non si progetta solo una casa, un figlio, l’arredamento di una stanza, progettare è anche decidere insieme dove fare una passeggiata.

Ritornate ad ascoltarvi, sintonizzarvi, condividere e progettare, questi sono gli ingredienti per ricominciare a scegliersi!

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Quanto è consentita l’autonomia nella Coppia?

Trovo sempre meraviglioso il momento in cui due persone si innamorano, sembra tutto semplice.

Ricordate? Ne abbiamo parlato nel precedente articolo La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti.

Durante la magia dell’innamoramento, non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro. All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un “io” ad un “noi”. In questo “noi” si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé. Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

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As time goes by

Adesso immaginate questa coppia dopo un anno.

I due protagonisti, hanno iniziato a litigare furiosamente, esprimendo con forza i propri bisogni personali. Ci si sente rabbiosi, incompresi e soli.

Le domande che i protagonisti di questa tipologia di coppia mi rivolgono più spesso, in questa specifica fase iniziano tutte con: Le sembra giusto che….?

  • …stia sempre davanti al pc?
  • …stia sempre al cellulare?
  • …stia sempre con gli amici?
  • …stia sempre in palestra?
  • …stia sempre con la sua famiglia d’origine?
  • …stia cosi tanto tempo a lavoro?

Il più fondamentale e cruento momento che la coppia si trova ad affrontare dopo la magica fase della luna di miele riguarda proprio gli spazi di autonomia personale.

Questo perché fisiologicamente la coppia deve passare da un’immagine di un Noi in cui le differenze individuali non esistono, ad un’immagine più realistica, in cui invece le differenze individuali possono completare l’altro.

Questo passaggio non è indolore e la coppia entra in crisi.

Ciò che era normale prima, ora non lo è più. Le esigenze personali diventano più impellenti.

Ma nonostante il dolore e la rabbia con cui si vive questo momento, tutto ciò è normale e sano!

Se i protagonisti della nostra storia non discutono e non trovano una mediazione fra le esigenze del noi e i desideri personali, rischiano di sacrificare passivamente la propria felicità e, a lungo andare, anche quella della coppia stessa.

Autonomia e famiglie di origine

Occorre anche ricordare che la definizione di Autonomia della singola persona all’interno della coppia, riguarda il modo con cui ognuno è cresciuto nella propria famiglia d’origine.

Le modalità con cui i genitori del futuro partner gli hanno consentito libertà di esplorazione dell’ambiente, sarà la stessa che lui/lei trasferiranno nella coppia futura. E’ proprio nella sua famiglia che l’adolescente fa esperienza delle modalità di protezione/controllo e a sua volta creerà una coppia futura considerando normali i medesimi comportamenti.

Ritrovare se stessi per stare bene in coppia

E così, spesso mi ritrovo in stanza di psicoterapia, con coppie che sono già in una profonda crisi disfunzionale e il bisogno fondamentale che mi riportano è legato al mancato soddisfacimento dei propri spazi personali.

Si riconoscono perché sono persone in apnea, insoddisfatte della propria vita coniugale che ha ingoiato tutti i desideri e la libertà personale.

Dai loro racconti, riscopro persone che prima di arrivare a questa coppia – oggi così disidratata –  erano molto solari,  vivaci,  ricchi di interessi,  di viaggi, di passioni. Erano persone colorate e felici.

Come fare per ritrovare quella leggerezza? La soluzione non è difficile.

Il primo passo è: ritrovare al più presto una maggiore autentiticità e sincerità con se stessi.

E già, perché dopo qualche anno in cui la luna di miele è lontana e diventa normale avere una vita di coppia con ritmi stabili, il pericolo maggiore è sopravvivere anziché vivere.

Si sacrifica il soddisfacimento dei propri bisogni per il bene della coppia o dei figli, e man mano questa stabilità diventa pesante e ci si dimentica gradualmente chi si era e quali erano i propri bisogni. Ci si scopre improvvisamente in apnea e infelici.

Questa triste consapevolezza ha un’unico rimedio: Ri-Guardare in fondo a se stessi e Ri-TrovarsiRi-scoprire i propri bisogni, interessi e passioni.

Il secondo passo è: parlare autenticamente con la persona cui cui si vive la coppia e trovare un nuovo patto, che tenga in considerazione il Noi, senza abbandonare il proprio Io.

Ci si può riscoprire con felicità persone diverse!

La felicità della coppia non può realizzarsi se le persone che la compongono sono tristi!

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L’Empatia, l’ingrediente essenziale nella coppia

Sono contenta di avere avuto molti riscontri positivi e richieste di approfondimento relative al mio primo articolo E (forse) vissero felici e contenti.

Siete stati in molti a chiedermi in anteprima di sapere i famosi strumenti per sostenere la coppia, di cui ho parlato. Intanto vi propongo il primo: l’empatia, che dà il nome a questo nuovo articolo.

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La solitudine nella coppia

Come al solito, mi faccio aiutare dai protagonisti delle mie sedute di psicoterapia, perché le loro storie sono anche le nostre e possono aiutarci a comprendere come vivere (e non sopravvivere) nella coppia.

Di fronte alla mia scrivania, i due coniugi che avevano condiviso la loro vita per 8 anni, sembravano più soli che mai.

Ognuno di loro mi rivolgeva sguardi da cui emergeva un profondo dolore, rabbia, senso di impotenza, silenzio, paura e bisogno di separarsi.

I due sembravano statue.

Anche muoversi in un certo modo, poteva essere letto dall’altro come un messaggio per colpire, e quindi la coppia arrivata in stanza di terapia, non solo aveva rinunciato a parlarsi, ma anche a comunicare.

Eppure, pochi anni prima, lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

Allenare l’empatia

La loro vita era piena di Gioia, Risate, Desiderio di Stare Insieme il più possibile, Voglia di Progettare, Ascolto, Comprensione

L’ingrediente fondamentale del loro Amore era l’Empatia: ognuno di loro si sentiva amato proprio come avrebbe voluto e a sua volta amava l’altro come lui avrebbe voluto.

Dopo qualche anno accade qualcosa di strano in molte coppie: Pur conoscendosi da più tempo, l’empatia si perde e ci si sente aridi, vuoti.

E’ successo anche a te?

Improvvisamente, ognuno cerca nell’altro di soddisfare il proprio bisogno di essere amato secondo i propri desideri, ma questa aspettativa resta delusa e i coniugi si allontanano, sentendosi dolenti, arrabbiati, impotenti e vuoti.

Quando le coppie arrivano in questa fase, si deprimono, oppure si separano, oppure decidono di chiedere aiuto e si rivolgono ad uno psicoterapeuta.

L’empatia va curata! Va allenata!

Quando la coppia nasce tanti fattori, anche ormonali, aiutano la produzione di empatia, ma immaginate che questa quantità iniziale prodotta dalla coppia è minima.

Nelle fasi di vita successive, tale produzione di empatia dipende solo dall’attivazione di entrambi gli appartenenti alla coppia.

Il primo passo per allenarsi nuovamente all’empatia è impegnarsi ad interessarsi all’altro.

Lo so, non è semplice ricominciare, proprio perché ognuno aspetta dall’altro questo interesse nei propri confronti. Ma quest’aspettativa potrebbe non essere mai soddisfatta…

Quindi tocca a te!

Ricominciare ad interessarsi all’altro, valorizzando il partner e non dando per scontato nulla.

Non sto proponendovi di mentire o di fingere. Se voi vivete la difficoltà di ri-conoscere nell’altro, la persona con cui avete deciso di condividere la vostra coppia, le strade sono 2: o smettete di cercare (per ritrovare) o iniziate davvero a cercare (per ritrovare).

Quando uno dei partner si accorge di essere nuovamente valorizzato, improvvisamente si sente nuovamente amabile (ossia degno di amore) e in genere a sua volta farà la stessa cosa.

Quando viceversa si perde l’empatia, il dolore fa sentire soli, la persona si percepisce non amabile: il dolore diventa presto rabbia e l’antico desiderio di amore diventa pretesa e rabbiosa lamentazione.

Occorre invertire questo destino.

Nelle condizioni di grave incomunicabilità, io spesso prescrivo come medicina l’obbligo di trovare 5 minuti al giorno per ascoltarsi, lontani da distrazioni.

Molti mi rispondono non c’è tempo, ma il tempo è davvero un concetto relativo.

Avete mai pensato a quanto tempo impieghiamo per lavoro, faccende di casa, gestione dei figli, palestra, pc, cellulare, ecc.?

Ebbene, quando la coppia soffre, ha la priorità assoluta.

5 minuti al giorno sono pochi se inseriti in una vita frenetica come quella che tutti noi viviamo, ma sono preziosissimi per salvare la vita della coppia!!!

Questo è il primo strumento, impegnativo e fondamentale!

Vi invito ad esercitarvi e ne parleremo insieme nelle prossime dirette sulla Pagina Facebook di Psicologia24.

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La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Ho pensato spesso a ciò che accade dentro ognuno di noi, quando finisce un rapporto d’amore!

Ci si sente persi, vuoti, annientati… una mia paziente quando ha compreso che il suo matrimonio era finito, si è definita senza pelle.

L’amore che finisce fa vivere a tutti le medesime emozioni, indipendentemente dall’estrazione sociale, economica, culturale.

Spesso la fine di un amore non sconvolge solo i protagonisti della coppia, ma anche il mondo sociale ed affettivo che la circonda. E quindi, anche ognuno di noi avrà detto Ma com’è possibile? Sembravano così felici insieme!!!

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Sembravano così felici…

Partiamo da qui: una foto scattata nel momento di felicità di questa coppia e avvolgiamo all’indietro il nastro: ingoiando conflitti, tensioni, parole non dette o parole gridate…

Andiamo indietro e ritroviamo quella foto in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

Entriamo in quella linea di sguardo, quali emozioni scopriamo?

Gioia, risate, desiderio di stare insieme il più possibile, voglia di progettare, ascolto, comprensione…

Ricordo che – durante una vivace seduta di coppia – i due partner urlavano nella stanza di terapia, insultandosi pesantemente e non sentendo l’altro. Ognuno dei due aveva solo il forte bisogno di gridare all’altro il proprio dolore e la propria rabbia, attribuendosi reciprocamente la fine del rapporto.

Quando io ho chiesto di raccontarmi come si sono conosciuti, la rabbia si è sciolta nel dolore e il dolore si è espresso con delle silenziose lacrime; lì è stato possibile accedere a quella foto di tanto tempo prima in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

La costituzione della coppia: desideri e aspettative

La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Quando si rompe una coppia, non è MAI inspiegabile. Tutto nasce dal significato di quegli sguardi della nostro foto.

La costituzione della coppia è basata non solo sull’incontro di due persone, ma anche di due storie di vita con credenze, miti e regole.

I modelli e le aspettative dei nostri protagonisti nascono dalle attese elaborate dalle rispettive famiglie di origine.

Durante la magia dell’innamoramento non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro.

All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un io ad un noi.

In questo noi si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé.

Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

Un altro aspetto fondamentale è legato al livello di attrazione fisica, che è molto elevato, spesso la vicinanza sessuale è più intensa rispetto a quello che sarà nei periodi successivi, si vive in un’atmosfera densa di sogni, aspettative, progetti, si fantastica molto per il futuro.

Attraverso la comunicazione, ogni coppia inizia a darsi delle definizioni in merito alle funzioni, agli spazi e alle distanze che meglio rispondono: sia ai bisogni di intimità, sia a quelli di libertà personale.

Questa è la vera luna di miele.

Questa fase mitica della coppia non può durare per sempre.

Anzi in verità non sarebbe psicologicamente sana se durasse, perché significherebbe vivere mistificando la realtà dei fatti.

Eppure, viene vista con amara nostalgia dai protagonisti della nostra coppia, a distanza di tempo.

Quando la luna di miele finisce, la coppia deve superare una sfida, ossia riuscire a mantenere le caratteristiche dell’amore, nel quotidiano.

Le difficoltà legate a questa fase sono spesso ritratte in proverbi popolari, tipo Il matrimonio è la tomba dell’amore, ma anche in frasi proposte da illustri scrittori e filosofi:

E’ degno d’aver più mogli chi non reputa castigo sufficiente una moglie – Dante Alighieri

Nel matrimonio succede quel che si vede nelle gabbie. Gli uccelli che sono fuori vorrebbero entrare, quelli che sono dentro vorrebbero uscire – M. De Montaigne

Cosa accade quando la luna di miele finisce?

Un mio paziente mi raccontava questa fase, come se si fosse tolto un velo dagli occhi, scoprendo che la persona accanto era totalmente diversa da quella scelta: All’improvviso mi sono scoperto solo. Lei non mi guardava più, non mi ascoltava più.

Oltre che sui motti di spirito che chiaramente nascono dalla difficile esperienza che la coppia vive quando deve superare la fase mitica, in cui sembra tutto più semplice, vorrei puntare l’attenzione su quali strumenti bisogna avere per sentirsi sempre amati, ascoltati, sostenuti anche nelle fasi successive della coppia.

Nei prossimi articoli conosceremo un po’ meglio gli arnesi per rendere quel famoso sguardo della nostra foto più presente e vivido.

E voi come avete vissuto questa luna di miele?

Quanto siete ancora dentro questa fase o quanto lontani da essa?

Pensavo fosse amore, invece… Cosa succede quando ci innamoriamo.

Ne abbiamo parlato in diretta sulla nostra pagina Facebook: rivedi il video.

Ti amo davvero o sono solo attaccato a te?

Ne abbiamo parlato in diretta sulla nostra pagina Facebook: rivedi il video.

“Io, tu e… i tuoi!” Le intrusioni nella coppia

Ne abbiamo parlato in diretta sulla nostra pagina Facebook: rivedi il video.


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S come separazione

Ogni volta che vai via (Every time you go away) è il titolo di un brano di Paul Young piuttosto popolare degli anni ottanta. Racconta del dolore che si prova quando la persona che amiamo si allontana.

Non andare via, non lasciarmi, senza te non posso stare sono ritornelli romantici piuttosto ricorrenti.

E in effetti la scienza ha dimostrato che in incorriamo in una vera sindrome da separazione quando il nostro partner ci lascia, anche per brevi periodi.

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I cambiamenti nella separazione

Si registrano cambiamenti fisiologici e comportamentali significativi in entrambi i partner, particolarmente in coloro che rimangono e che esprimono un attaccamento ansioso, mentre la lunghezza, la soddisfazione del rapporto e l’abitudine agli allontanamenti non sembrano influire sullo stress da separazione.

Una lontananza a lungo termine porta aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

La ricerca sta studiando i meccanismi neurochimici alla base di questi effetti comportamentali del tutto simili all’astinenza, segnalati anche in animali monogami, come alcuni roditori.

Un indice significativo, registrato persino in coloro che non esibiscono forti sintomi di ansia, è l’aumento del livello del cortisolo, l’ormone dello stress. Nell’attaccamento e nella separazione di tutti i legami importanti sono implicate le stesse sostanze neurochimiche: ossitocina, vasopressina, e dopamina.

L’attaccamento nella relazione

Questi dati fanno capire come in una coppia i partner si attacchino l’uno all’altro in modo del tutto simile a quello che avviene tra neonato e genitori. Di come si tenda a creare un’unità psicologica (tra amanti, tra genitore e figlio) dove le esigenze di essere vicini, prendersi cura e resistere alla separazione sono molto forti.

Talmente forti, da portare in alcuni casi ad estrema angoscia se si è divisi da qualcuno a noi molto vicino come una madre e un padre per un bambino o il partner per un adulto. Condizione definita in termini clinici come disturbo d’ansia da separazione.

Per John Bowlby, lo psicoanalista britannico che ha studiato approfonditamente i legami affettivi, l’angoscia suscitata dalla perdita o dalla separazione di uno stretto rapporto con la figura di riferimento è una caratteristica che definisce il legame di attaccamento.

Alcuni studi dimostrano che l’ansia da separazione in età adulta è però un’estensione di uno stile di attaccamento disfunzionale stabilito nella prima infanzia con le figure primarie, che rende vulnerabili alle separazioni, soprattutto in caso di forte stress.

Per dire che anche se numerose ricerche supportano l’idea che una relazione sentimentale possa rappresentare una dimensione di rifugio, appoggio, sostegno emotivo, un attacco insicuro (ansioso – ho bisogno di te – o evitante – vieni qui/ vai via) rovina questa possibilità.

Coppia e autonomia

S come separazione

Il bisogno di rimanere uniti non deve impedire in ogni caso la possibilità di rendersi autonomi, allontanarsi, esplorare.

A volte in una relazione può esserci addirittura bisogno di separarsi, almeno per un po’. Anche se si crede che la coppia debba stare sempre e comunque appiccicata e che prendere le distanze sia un rimedio per coppie finite, utile solo a riorganizzarsi da soli.

Perché la distanza fa paura, pone di fronte ad una situazione dove perdiamo controllo sull’altro e sulla relazione.

Quando sentiamo scivolare via il partner, infatti, ci viene spontaneo avvicinarsi ancora di più. E insistere nelle stesse modalità esasperando così situazioni già instabili.

In alcune condizioni particolari separarsi può probabilmente riuscire a rafforzare il rapporto.

Il tempo da soli non risolve magicamente i problemi dello stare vicini, ovvio, ma può smuovere cambiamenti quando si torna insieme, se ci sono impegno e volontà.

E se questo tempo da separati non è vissuto come modo per testarsi, cioè non è: ci separiamo per un po’ per vedere se possiamo fare da soli, con la cintura di sicurezza attaccata all’altro però, in caso si scopra di non essere in grado

Quando finisce un amore…

A volte invece nei legami, le separazioni sono già avvenute da tempo, stanno nelle pieghe profonde della relazione. Volontà, interesse, entusiasmo non ci sono più, solo serrature chiuse, arresti emotivi. Ad un certo punto ci siamo lasciati, senza ufficializzarlo. Mantenendo tutto intatto in superficie.

Quando la separazione invece è inevitabile, ci si lascia e dobbiamo distaccarci, arriva il momento nel quale mettiamo a fuoco dolorosamente quanto si è condiviso con il partner.

L’altro ha fatto parte della nostra quotidianità, è stato nelle piccole cose ma anche nella nostra testa, nelle decisioni, nei comportamenti. Ha abitato la nostra anima.

Condiviso il nostro Sé, in una sorta di duplex emotivo. Adesso invece, con il distacco, c’è bisogno di iniziare a definirsi in relazione a se stessi. Di uscire da quell’intimità per riorganizzarsi.

Secondo alcuni studi, i partner più disastrati dopo una separazione sono quelli che dimostrano un attaccamento evitante (che preferiscono rimanere a distanza) e che hanno difficoltà a regolare le proprie emozioni.

In modo sorprendente invece gli attaccati in modo ansioso (dipendenti) dimostrano di ritrovare meglio, nel corso del tempo, il modo di sopravvivere alla rottura e rimettere di nuovo insieme i pezzi della propria identità.

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L'innamoramento, tra psicologia e biologia

Innamorarsi è tra le esperienze più dirompenti, totalizzanti e meravigliose, ma a volte anche deprimenti e tristissime, della nostra vita.

È qualcosa che ci porta in dimensioni nuove, che ancora non conosciamo di noi stessi.

Che non può essere controllato o guarito, ci fa diventare un po’ pazzi, stupidi, forse solo più divertenti.

Intensamente vivi. Carichi di energia. Pronti ad esprimersi, espandersi, aumentare le nostre capacità.

Posseduti da una passione irrefrenabile. Dall’altro. Tirati verso emozioni incontrollabili e travolgenti.

Fissati anche, monotematici. Incantati, ansiosi, pesanti. Angosciati e disperati, a volte.

In uno stato di coscienza alterato, siamo disturbati dal punto di vista psicologico.

In questo sentimento mettiamo infatti tanto di noi, le parti più intime, le fragilità, fratture, esigenze.

Ogni relazione segna la storia di un nuovo romanzo privato.

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La scienza dell’amore

Anche se l’amore porta in sé sempre qualcosa di misterioso e inafferrabile, le recenti scoperte nel campo delle scienze delle relazioni sono in grado di svelarci numerosi aspetti di questa potente esperienza.

Ad esempio che siamo più orientati a legarci emotivamente a qualcuno quando siamo eccitati, se ci troviamo in situazioni avventurose o pericolose, oppure se si fanno insieme cose nuove.

Che bisogna abbassare le difese, disinibirsi per connettersi.

Che non sono gli opposti ad attrarsi ma in genere tendiamo ad accompagnarci e a rimanere con persone che ci somigliano, per intelligenza, formazione o aspetto.

Che divertirsi insieme è un collante per la coppia. Che l’impegno – questo forse ci piace meno – è un ingrediente per costruire l’amore, mentre la passione sfrenata non favorisce una relazione sana.

Gli studi sostengono che avvicinarsi fisicamente, entrare nello spazio personale dell’altro aiuta a sviluppare sensazioni di intimità.

Fissarsi intensamente negli occhi inoltre produce un rapido aumento dell’attrazione reciproca, anche tra persone sconosciute.

Guardandosi infatti, ci rendiamo vulnerabili l’uno all’altro, elemento chiave nella costruzione di ogni legame emotivo.

Vulnerabilità nel senso di rivelarsi, esporsi autenticamente, permettere a se stessi di essere chi siamo.

Proponendoci tecniche di affiatamento, di promozione della simpatia e dell’attrazione, la scienza dell’amore sembra volerci insegnare come possiamo acquisire il controllo della nostra vita sentimentale.

Soprattutto ci spiega che l’amore non è una forza oscura di cui si rimane succubi, che non si può vivere felici e contenti senza fare niente.

Riflettendo su alcuni aspetti di noi, possiamo infatti scoprire il potere che abbiamo nelle relazioni, sempre, anche quando ci sentiamo vittime o prigionieri.

La chimica dell’innamoramento

Le moderne neuroscienze ci spiegano inoltre i sentimenti in termini biochimici.

L’innamoramento fa balzare in alto il livello della dopamina, ad esempio, il neurotrasmettitore stimolante di intenso piacere, euforia, eccitazione, iperattività rilasciato allo stesso modo nell’uso di cocaina, anfetamina, nicotina, e coinvolta nelle principali dipendenze.

In questo senso l’amore dà dipendenza oppure è come una droga. Con la tossicodipendenza condivide in effetti molti aspetti come insonnia, perdita del senso del tempo, concentrazione assoluta sulla sostanza, tolleranza, astinenza.

Gli studi della professoressa Helen Fisher, antropologa e ricercatrice, esperta di biologia dell’amore, hanno dimostrato che il cervello innamorato e quello sotto effetto di cocaina, ad esempio, si somigliano molto, attivati dagli stessi mediatori chimici, segnati dagli stessi percorsi neuronali, coinvolti dal medesimo effetto stimolante e stato di coscienza positivo.

Questo dato forse può aiutarci a comprendere la forza di alcuni comportamenti ossessivi tipici degli innamorati, soprattutto di coloro che vengono lasciati.

La dopamina lavora inoltre insieme alla noradrenalina, provocando il classico batticuore. Bassi livelli di serotonina sono invece correlati all’idea fissa dell’altro, al fatto di pensare costantemente al proprio partner, condizione biochimica del tutto simile nel disturbo ossessivo-compulsivo.

L’innamoramento smuove inoltre ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, che spinge alla vicinanza e cementa il legame, spronando fiducia ed empatia.

L’ossitocina viene rilasciata durante l’attività sessuale, quando due persone si abbracciano, quando la mamma allatta il neonato.

Alcuni studi sembravano aver indicato la possibilità di un uso terapeutico nelle persone affette da disturbi come autismo o schizofrenia, ostacolate nello sviluppo di rapporti positivi.

Tuttavia la ricerca più recente ha suggerito il lato oscuro di questo ormone perché risulta amplificare anche comportamenti opposti come gelosia, invidia e sospetto. I suoi effetti variano cioè in persone diverse.

Innamorarsi nel suo insieme può essere fisicamente ed emotivamente benefico, riducendo addirittura il rischio di ammalarsi.

Si tratta di un processo gioioso, di affermazione della vita, di una dipendenza costruttiva che non ha bisogno di essere trattata.

Anche se facilmente diventa ambito di sofferenza, pieno di imprevisti e complicazioni…

Brunella Gasperini per Psicologia24

Famiglie separate: come affrontare le vacanze?

Le vacanze per i genitori appena separati rappresentano spesso una sfida in termini emotivi e organizzativi.

Ci sono numerose decisioni da prendere: come organizzare i turni insieme ai figli? Quali tradizioni mantenere e quali abbandonare? trascorrere o no parte delle vacanze insieme all’ex coniuge?

Le prime vacanze successive al divorzio sono probabilmente le più difficili. C’è un senso di perdita e smarrimento in tutti i membri della famiglia, accompagnato dalla presa di coscienza che le cose non saranno più come prima.

La vacanza era per tradizione il momento in cui tutta la famiglia si riuniva, e adesso sembra essere quello in cui più si evidenziano le fratture.

I bambini sono più sensibili durante questo periodo e la priorità dei genitori dovrebbe essere quella di proteggerli da ulteriori traumi. Ecco alcuni consigli.

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Stessa spiaggia, stesso mare?

Se la casa al mare ad agosto, uguale tutti gli anni, o il viaggio in camper verso sud erano i capisaldi di ogni vacanza, e se oggi rischiano di non essere più praticabili, è importante far capire ai bambini che si potranno comunque trascorrere delle piacevoli vacanze all’insegna di avventure nuove ed esperienze altrettanto belle.

È effettivamente consigliabile stabilire un equilibrio tra vecchie e nuove abitudini: mantenere alcune tradizioni del passato è importante per non disorientare troppo i bambini con cambiamenti radicali; così come è importante crearne di nuove, specifiche del rapporto tra un genitore e il figlio, poiché esse costituiscono occasioni per rafforzare il legame e dare sicurezza ai bambini.

Capita, non raramente, di osservare dinamiche competitive tra i genitori per offrire ai figli la vacanza più entusiasmante.

È giusto fare il possibile affinché i bambini trascorrano le vacanze felicemente, ma un senso di eccessiva disparità potrebbe compromettere il rapporto dei figli con uno dei due genitori.

Si pensi, ad esempio, al caso in cui un genitore abbia minori disponibilità economiche dell’altro, la vacanza potrebbe essere strumentalizzata dal genitore più facoltoso per ottenere la preferenza dei figli.

In questi casi una buona prassi potrebbe essere quella di stabilire, con buonsenso, uno standard accessibile a entrambi i genitori.

Un’altra decisione delicata è quella riguardante la possibilità degli ex coniugi di trascorrere parte delle vacanze insieme per il bene dei figli. I potenziali benefici sono molti, ma non vanno sottovalutati i rischi.

Ovviamente occorre stabilire un clima positivo ed evitare di litigare, ma allo stesso tempo bisogna stare attenti a non nutrire nei figli la falsa speranza di un ritorno insieme.

In alcuni casi è opportuno parlare apertamente con i figli (soprattutto se la loro età lo consente), in altri è sufficiente veicolare in modo implicito il messaggio che mamma e papà possono trascorrere serenamente del tempo insieme pur rimanendo separati.

Le vacanze successive al divorzio avranno sicuramente un sapore diverso dal passato, ma un approccio consapevole e maturo può aiutare a renderle comunque piacevoli.

È fondamentale che la comunicazione tra tutti i membri della famiglia si assesti su toni pacati e rispettosi e che i comportamenti non siano finalizzati a danneggiare l’altra parte genitoriale.

In questa circostanza i genitori possono diventare per i loro figli modelli positivi di gestione del cambiamento e delle relazioni.

Il punto di vista che non avevi considerato

Marta e Luca vengono da me.

Mi dicono entrambi che sono ai ferri corti, che hanno problemi irrisolvibili e che, nonostante si amino ancora, se non riusciranno a risolverli non vedono altra via che la separazione.

Raccolgo qualche informazione e poi chiedo a Luca di uscire.

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Il punto di vista di Marta

A quel punto Marta mi racconta tutta la storia:

Fin da quando ci siamo conosciuti ho capito quanto Luca fosse dolce e gentile, il ragazzo che avevo sempre cercato e mai trovato. Ero al settimo cielo quando ci fidanzammo, non potevo crederci.

Però notai subito una cosa: era molto chiuso. Credevo che avesse bisogno di tempo, di conoscermi, di fidarsi di me, così diedi il massimo: ero vicina, propositiva, coinvolgente. Organizzavo uscite sempre nuove, diverse e stimolanti.

Luca non ha mai detto di no, però continuava a rimanere introverso, poco coinvolto.

Tuttavia non posso dire che il nostro rapporto fosse infelice, così, dopo tre anni andammo a vivere insieme.

Ero sicura che le cose sarebbero cambiate, invece fu un disastro: Luca si ritirò ancora di più in se stesso.

Il punto di vista che non avevi considerato

Quando proponevo, lui rispondeva un ‘Sì’ poco convinto, quasi gli pesasse. Allora cercavo di spronarlo, gli chiedevo cosa volesse fare, sondavo i suoi interessi, cercavo di entrargli in testa… ma niente, non c’è stato modo di smuoverlo.

Pensavo non mi desiderasse, ma perché sarebbe venuto a vivere con me, allora? E poi stiamo davvero bene insieme: ci rispettiamo, andiamo d’accordo. Ma allora perché è così chiuso e ritirato?

Più cerco di spronarlo, meno interagisce, meno prende iniziative, meno si lascia coinvolgere.

Lo amo, ma non posso continuare così.

Ascoltai senza dire nulla e alla fine la ringraziai e le chiesi di uscire, facendo entrare Luca.

Il punto di vista di Luca

Il quale cominciò con un inaspettato fiume di parole:

Amo Marta, mi creda: è dolce, premurosa, una donna piena di idee. Forse anche troppe.

Io sono più orso, però mi diverto tutte le volte che organizza qualcosa. Solo che… a volte vorrei un po’ di tranquillità, di calma. Io sono un diesel: ci metto un po’ a partire.

Marta è un razzo. Fin da quando ci siamo conosciuti aveva un sacco di idee, organizzava un sacco di gite.

All’inizio mi piaceva: questa ragazza così estroversa e carica di energie compensava il mio lato pantofolaio.

Piano piano, però, sentii il bisogno di trovare dei ritmi più vicini ai miei. Non dico che dovevamo stare tutti i weekend a casa, ma nemmeno fare un’avventura ognuno di essi!

Il punto di vista che non avevi considerato

Ho cercato di farglielo capire, ma niente: più aumentava il suo entusiasmo, più mi sentivo demoralizzato.

Quando siamo andati a vivere insieme ho pensato che i ritmi si sarebbero calmierati: d’altronde, a quel punto, ci saremmo visti tutti i giorni.

Pensa che sia andata così? Neanche per sogno, è andata peggio.

Sta sempre lì a dirmi: “Vuoi fare questo? Vuoi fare quello? Andiamo di qua? Andiamo di là? Ma che hai? Perché hai sempre quel muso? Perché non rispondi?”.

Io ho ‘quel muso’ perché sto cercando di dirle: “Vai piano! Mi piace fare cose con te ma… con calma!”, ma lei non sembra capire, anzi, addirittura aumenta la dose.

Amo Marta, ma se le cose continuano così io proprio non riesco a vedere un futuro tra noi.

Questione di punteggiatura

Un’immagine che vidi tempo fa recava scritte due frasi: Vado a mangiare nonna e Vado a mangiare, nonna.

Accanto, una terza frase esplicativa diceva: Una virgola può salvare una vita. Usa la punteggiatura, salva la nonna.

E se la punteggiatura potesse salvare Marta e Luca?

È possibile che un’interazione possa essere punteggiata, e quindi letta in modo diverso?

Lungo una strada interurbana, pochi chilometri prima di una rinomata osteria, il cartello pubblicitario di quest’ultima reclamava: Guida poco, che devi bere. Invertendo l’ordine degli addendi, il risultato… cambia.

Così, ascoltando Marta potremmo riassumere il suo racconto nella frase: Più lo cerco, più lui si ritira; mentre ascoltando Luca raccontare la stessa storia, il riassunto sarebbe: Più mi ritiro, più lei mi cerca.

Stessa situazione, diversa punteggiatura.

Tanto che gli studiosi della comunicazione umana decretarono che questo è un vero e proprio assioma, il terzo: la punteggiatura della sequenza degli eventi.

La quale, a seconda di come la si pone, cambia il significato degli eventi stessi: la nonna viene salvata o mangiata.

Paul Watzlawick notò che questo discorso è talmente universale da poter essere allargato persino alla comprensione delle dinamiche tra nazioni.

In piena Guerra Fredda, osservò che più gli Stati Uniti si armavano per scopi difensivi, più questo veniva visto dall’Unione Sovietica come una ragione per armarsi a sua volta; comportamento che gli Stati Uniti interpretavano come conferma che facevano bene ad armarsi e che, anzi, dovevano farlo ancora di più, cosa che a sua volta incrementava gli sforzi dell’Unione Sovietica; e così via in un gioco senza fine dove ognuno dei due poteva sostenere che: Più lui si arma, più io devo armarmi.

D’altronde se non ci si chiarisce che possibilità si hanno di capire l’errore di punteggiatura?

Sempre Watzlawick ricorda di un suo amico che, il primo giorno di convivenza, dopo la luna di miele, si trovò la colazione preparata con latte e cereali. Lui odiava i cereali.

Ma per non offendere la moglie li mangiò tutti. Sedici anni dopo mangiava ancora cereali ogni mattina.

Pascal, nei suoi Pensieri, sostenne che pochi sono disposti ad affermare che la propria prospettiva è sbagliata, ma quasi tutti ammetteranno che ci sono altri modi di vedere le cose.

Questo ci ricorda che, appunto, le cose possono essere viste in modi diversi, i quali generano diversi comportamenti.

Condividere le prospettive è un primo passo, ma non sempre è possibile.

In questi casi può essere allora necessario un disarmo unilaterale: una delle due nazioni deve smettere di armarsi.

La soluzione al problema

Il punto di vista che non avevi considerato

Così a Marta, quella dei due con cui era più facile lavorare, data la sua espansività ed energia, dissi:

Tutte le volte che lo insegui, lui scappa; tutte le volte che lo stimoli, lui si ritira.

Fai questa prova: per quindici giorni cessa qualunque tentativo di inseguimento.

Niente telefonate quand’è al lavoro, niente proposte per il weekend, niente domande volte a stimolare una risposta.

Parlate, chiacchierate, discorrete, ma bada bene di non inseguirlo né spronarlo per quindici giorni.

Marta fu un po’ sorpresa e insicura, temendo che così le cose sarebbero addirittura peggiorate e che lui si sarebbe definitivamente rinchiuso in un bozzolo; convenne però che quanto aveva fatto fino ad allora non li aveva portati da nessuna parte, quindi accettò.

Quindici giorni dopo tornò con un sorriso soddisfatto. Quando la vidi da sola, mi raccontò:

Ho fatto come ha detto, e… Non so se Luca si è accorto che ho modificato il mio comportamento, fatto sta che dopo un po’ si è avvicinato sempre di più: fisicamente ed emotivamente, intendo.

Io l’ho lasciato fare, ovviamente, però non ho ripreso a spronarlo e a proporre cose. Così, il primo sabato non abbiamo fatto nulla, ma domenica pomeriggio è stato lui a proporre una passeggiata, che io ho accettato ben volentieri.

Naturalmente ho continuato come lei mi aveva detto, e lo scorso weekend ha proposto lui (lui!) una gita fuori città: nemmeno ricordo quand’è stata l’ultima volta!

E poi, non mi chieda perché, è diventato anche più affettuoso, fa più coccole di sua spontanea volontà. Il mio Luca!.

Luca, naturalmente, raccontò la sua versione:

Non so cosa sia successo, dottore, però ora Marta è più… tranquilla.

Sento che possiamo fare tutto, ma con i tempi e i modi giusti. Non sento più che devo… fare, fare, fare, se capisce cosa intendo.

Ho preso anche qualche iniziativa e pare che a lei vada bene. Mi piace quello che stiamo facendo insieme, è quasi una nuova coppia, la nostra.

Parafrasando Marcel Proust, a volte dobbiamo semplicemente vedere ciò che abbiamo di fronte con nuovi occhi – e agire di conseguenza.

Flavio Cannistrà per Psicologia24

 

non si può non comunicare

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

Coppia: cos'è la trascuratezza emotiva e come identificarla

La trascuratezza emotiva all’interno di una relazione si verifica quando uno o entrambi i suoi membri fallisce nel supportare emotivamente l’altro.

È qualcosa di diverso sia dall’abuso emotivo, che implica un comportamento attivo ai danni dell’altro (come l’aggressione verbale), sia dall’abuso fisico.

La trascuratezza emotiva è caratterizzata piuttosto da omissioni.

Un genitore, ad esempio, trascura emotivamente il figlio quando non riesce a mostrare un livello sufficiente di affetto e attenzione, pur provvedendo ai bisogni fisici del bambino (cibo, cure mediche, beni materiali).

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La trascuratezza emotiva nella vita di coppia

Esiste una vasta letteratura scientifica sulle ripercussioni negative che la trascuratezza emotiva vissuta durante l’infanzia produce in età adulta – aumentando il rischio di depressione e altri disturbi psichici – ma meno è stato scritto sull’importanza di ricevere attenzione e supporto emotivo anche nelle fasi di vita successive.

Il contesto più importante in questo senso è quello della relazione di coppia.

Infatti, così come lo scopo della genitorialità è quello di creare le condizioni ideali, di tipo materiale e psicologico, per la crescita dei figli, allo stesso modo un rapporto di coppia sano deve porsi come obiettivo la creazione di una cornice stabile di mutua comprensione, intimità e cura.

Il supporto emotivo implica una combinazione di aspetti fisici, comportamentali e cognitivi.

Forme di supporto emotivo di tipo fisico includono scambi di affetto quali abbracci, baci, contatto fisico e sessuale.

Trascorrere del tempo insieme al partner, aiutare in una situazione difficile, telefonare se si è distati per lungo tempo sono forme di supporto emotivo di tipo comportamentale.

Il supporto emotivo di tipo cognitivo implica, invece, ascolto, pazienza, incoraggiamento, comprensione ed empatia.

Le manifestazioni di supporto emotivo non sono le medesime in tutte le coppie poiché dipendono da un mix di fattori sia personali (personalità, carattere, etc.) che di contesto (cultura, situazione, etc.).

Idem per il livello di supporto emotivo ritenuto sufficiente al benessere dei partner. Tuttavia, esiste una soglia sotto la quale l’atteggiamento proprio o del partner implica una evidente trascuratezza emotiva.

Ad esempio, la completa mancanza, o quasi, di contatto fisico non arriva alla soglia minima di supporto emozionale necessario al benessere della coppia. Lo stesso vale per il rifiuto continuo di trascorrere del tempo insieme al partner.

Tuttavia, solo quando la trascuratezza emotiva assume la forma di un’abitudine o predisposizione stabile verso l’altro, la si può chiamare propriamente tale. Un partner che occasionalmente rifiuta un rapporto sessuale o si mostra distaccato e freddo dopo una lite non è un partner emotivamente negligente.

Cause e possibili soluzioni

Le cause sottostanti un atteggiamento di questo tipo possono essere varie: può dipendere da eccessiva preoccupazione per il lavoro o da altri problemi connessi o meno alla coppia; può essere dovuto a un disturbo di personalità narcisistica oppure può essere causato da scompensi neuro-psicologici che compromettono l’abilità di esprimere le emozioni (come nello spettro autistico).

Ai fini del nostro benessere psicologico è fondamentale riuscire a identificare un’eventuale predisposizione del nostro partner alla trascuratezza emotiva, nonché acquisire consapevolezza di un altrettanto eventuale nostro atteggiamento negligente.

A tal scopo è importante riflettere su alcuni fattori, quali la unidirezionalità o bidirezionalità del supporto emotivo all’interno della coppia, la stabilità dell’atteggiamento, la ragionevolezza delle aspettative reciproche e le eventuali modalità specifiche di trascuratezza emotiva (fisica, comportamentale o cognitiva).

Acquisire consapevolezza di eventuali comportamenti disfunzionali è il primo passo per affrontare il problema.

Non si tratta di una questione da poco, poiché una persona può trascorrere anni in una relazione disfunzionale a causa della negligenza emotiva e non comprendere appieno il motivo per cui si sente così infelice.

Infatti, mentre i casi di abuso psicologico e fisico implicano la messa in atto di comportamenti offensivi, nei casi di trascuratezza emotiva esistono solo omissioni.

Il partner emotivamente negligente, dopotutto, non fa nulla di sbagliato. Nonostante ciò la trascuratezza emotiva può essere molto dolorosa e compromettere gravemente la qualità della vita.

Per cui, realizzare di trovarsi in una relazione di questo tipo può essere un importante primo passo per risolvere una profonda infelicità.

Serena Firera per Psicologia 2

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Il mito della casalinga è tramontato, senza dubbio, ma non l’idea della femmina destinata, per quanto emancipata e impegnata professionalmente, a trovare il senso della vita principalmente attraverso famiglia e figli.

Uno dei traguardi – anzi Il Traguardo – delle donne sembra essere proprio il matrimonio. Pena l’essere viste come incapaci, incomplete, inadatte, frustrate. Strane, quando va bene.

La cultura popolare vuole anche la sposa, nel giorno del Sì, come la più bella. E, infatti, c’è un mondo economico, un business enorme, che poggia su questo, presunto, desiderio femminile.

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Il “gioco” dei ruoli nel matrimonio

Lei, la donna, deve attirare gli sguardi di tutti, essere bella per forza, una cosa da ammirare. Non una persona alla quale interessarsi. Un oggetto – non soggetto – di ammirazione.

Agli uomini invece viene calzata l’idea del matrimonio come trappola.

Lo sposo è idealmente trascinato all’altare dalla fidanzata che trepida per farsi mettere la fede al dito, convinto a compiere questo passo contro la sua vera natura di maschio che, ovviamente, detesta la monogamia a lungo termine.

Anche l’idea che avanzando negli anni gli uomini possano permettersi di buttare via le mogli invecchiate, sostituendole con ragazze provocanti, è piuttosto radicata.

Nelle fantasie popolari il matrimonio è visto come un habitat naturale per le donne, una comfort zone femminile, e un ingombro per gli uomini. Stando ai dati però le cose vanno diversamente.

Matrimonio e benessere

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Una voluminosa letteratura classica dimostra che i benefici coniugali e gli svantaggi dei singoli sono maggiori per gli uomini rispetto alle donne.

Gli sposati risultano stare meglio dei single. Non è così, invece, per le sposate rispetto alle nubili.

La ricerca ha del resto dimostrato un legame positivo tra matrimonio e benessere fisico e sociale in generale, per entrambi i sessi.

Il matrimonio, si è spiegato, infonde integrazione sociale ai suoi partecipanti, offre senso di appartenenza, reti di sostegno e possibilità di sperimentare vicinanza.

Tuttavia, ricerche più recenti, come quella del Professor Adam Shapiro del dipartimento di sociologia e antropologia presso la North Florida University, rivelano che essere sposati non offre molti più vantaggi per il proprio benessere rispetto ad essere single.

E smorzano l’enfasi sulle differenze di genere.

Risulta semplicistico sostenere che il benessere, un concetto così complesso, possa essere compreso nei termini dello stato civile.

In generale, non vi è alcuna prova che l’essere coniugati – contro l’essere single – sia correlato a un maggiore benessere psicologico.

Inoltre, le reti sociali di single, divorziati e vedovi poco differiscono da quelle di sposati o conviventi.

Si è visto, oltretutto, che i single possono essere capaci di organizzare la propria vita in modo significativo e soddisfacente.

Donne e separazione

All’interno della coppia sono soprattutto le donne a esprimere insoddisfazione e a scegliere di dividersi. Nel nostro Paese, ad esempio, le separazioni sono promosse maggiormente dalle donne (circa i due terzi), e non solo tra le giovani.

Forse le aspettative sproporzionate delle spose (e vissero felici e contenti) si scontrano con una realtà ben diversa.

Si tratta di una decisione legata però all’indipendenza economica. Nelle coppie che si sono separate in Italia, secondo i dati Istat riferiti all’anno 2012, le donne risultano avere un tasso di occupazione più alto della media nazionale.

Sebbene nel matrimonio sia soprattutto lei a volere la separazione, non è così in altre forme di rapporti stabili, fra cui la convivenza.

L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che le donne possano sentirsi oppresse, strette in un’istituzione, quella matrimoniale, che per molti versi risente ancora di un sistema di sottomissione femminile.

Per quanto ci riguarda, non dimentichiamoci che in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati parte del codice penale fino al 1981.

È vero che sono stati fatti molti passi in avanti e che la situazione sociale sta evolvendo, ma l’idea di un certo dominio, o forse vantaggio, maschile aleggia ancora nel matrimonio moderno.

Non si può non considerare, inoltre, che nel nostro Paese ha un lavoro retribuito meno di una donna su due – con differenze profonde tra Nord e Sud – e che resistono differenze retributive rilevanti fra i due generi.

Le lavoratrici, inoltre, accedono di meno a ruoli dirigenziali, e di frequente sono costrette a rinunciare al lavoro per motivi familiari.

Il tasso di occupazione delle madri italiane con figli sotto i tre anni è tra i più bassi d’Europa.

È sulle donne, inoltre, che ricade principalmente il compito di accudire i figli – o altri familiari – e la responsabilità dei lavori domestici.

Come in passato, di fatto, risulta che la moglie lavori in media molte ore di più la settimana, senza essere retribuita, rispetto al compagno.

Questi sono alcuni degli svantaggi femminili che possono incidere sul matrimonio, condizione, a quanto pare, nella quale le donne sembrano avere più fretta di infilarsi così come di venirne fuori.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Il mito della casalinga è tramontato, senza dubbio, ma non l’idea della femmina destinata, per quanto emancipata e impegnata professionalmente, a trovare il senso della vita principalmente attraverso famiglia e figli.

Uno dei traguardi – anzi Il Traguardo – delle donne sembra essere proprio il matrimonio. Pena l’essere viste come incapaci, incomplete, inadatte, frustrate. Strane, quando va bene.

La cultura popolare vuole anche la sposa, nel giorno del Sì, come la più bella. E, infatti, c’è un mondo economico, un business enorme, che poggia su questo, presunto, desiderio femminile.

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Il “gioco” dei ruoli nel matrimonio

Lei, la donna, deve attirare gli sguardi di tutti, essere bella per forza, una cosa da ammirare. Non una persona alla quale interessarsi. Un oggetto – non soggetto – di ammirazione.

Agli uomini invece viene calzata l’idea del matrimonio come trappola.

Lo sposo è idealmente trascinato all’altare dalla fidanzata che trepida per farsi mettere la fede al dito, convinto a compiere questo passo contro la sua vera natura di maschio che, ovviamente, detesta la monogamia a lungo termine.

Anche l’idea che avanzando negli anni gli uomini possano permettersi di buttare via le mogli invecchiate, sostituendole con ragazze provocanti, è piuttosto radicata.

Nelle fantasie popolari il matrimonio è visto come un habitat naturale per le donne, una comfort zone femminile, e un ingombro per gli uomini. Stando ai dati però le cose vanno diversamente.

Matrimonio e benessere

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Una voluminosa letteratura classica dimostra che i benefici coniugali e gli svantaggi dei singoli sono maggiori per gli uomini rispetto alle donne.

Gli sposati risultano stare meglio dei single. Non è così, invece, per le sposate rispetto alle nubili.

La ricerca ha del resto dimostrato un legame positivo tra matrimonio e benessere fisico e sociale in generale, per entrambi i sessi.

Il matrimonio, si è spiegato, infonde integrazione sociale ai suoi partecipanti, offre senso di appartenenza, reti di sostegno e possibilità di sperimentare vicinanza.

Tuttavia, ricerche più recenti, come quella del Professor Adam Shapiro del dipartimento di sociologia e antropologia presso la North Florida University, rivelano che essere sposati non offre molti più vantaggi per il proprio benessere rispetto ad essere single.

E smorzano l’enfasi sulle differenze di genere.

Risulta semplicistico sostenere che il benessere, un concetto così complesso, possa essere compreso nei termini dello stato civile.

In generale, non vi è alcuna prova che l’essere coniugati – contro l’essere single – sia correlato a un maggiore benessere psicologico.

Inoltre, le reti sociali di single, divorziati e vedovi poco differiscono da quelle di sposati o conviventi.

Si è visto, oltretutto, che i single possono essere capaci di organizzare la propria vita in modo significativo e soddisfacente.

Donne e separazione

All’interno della coppia sono soprattutto le donne a esprimere insoddisfazione e a scegliere di dividersi. Nel nostro Paese, ad esempio, le separazioni sono promosse maggiormente dalle donne (circa i due terzi), e non solo tra le giovani.

Forse le aspettative sproporzionate delle spose (e vissero felici e contenti) si scontrano con una realtà ben diversa.

Si tratta di una decisione legata però all’indipendenza economica. Nelle coppie che si sono separate in Italia, secondo i dati Istat riferiti all’anno 2012, le donne risultano avere un tasso di occupazione più alto della media nazionale.

Sebbene nel matrimonio sia soprattutto lei a volere la separazione, non è così in altre forme di rapporti stabili, fra cui la convivenza.

L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che le donne possano sentirsi oppresse, strette in un’istituzione, quella matrimoniale, che per molti versi risente ancora di un sistema di sottomissione femminile.

Per quanto ci riguarda, non dimentichiamoci che in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati parte del codice penale fino al 1981.

È vero che sono stati fatti molti passi in avanti e che la situazione sociale sta evolvendo, ma l’idea di un certo dominio, o forse vantaggio, maschile aleggia ancora nel matrimonio moderno.

Non si può non considerare, inoltre, che nel nostro Paese ha un lavoro retribuito meno di una donna su due – con differenze profonde tra Nord e Sud – e che resistono differenze retributive rilevanti fra i due generi.

Le lavoratrici, inoltre, accedono di meno a ruoli dirigenziali, e di frequente sono costrette a rinunciare al lavoro per motivi familiari.

Il tasso di occupazione delle madri italiane con figli sotto i tre anni è tra i più bassi d’Europa.

È sulle donne, inoltre, che ricade principalmente il compito di accudire i figli – o altri familiari – e la responsabilità dei lavori domestici.

Come in passato, di fatto, risulta che la moglie lavori in media molte ore di più la settimana, senza essere retribuita, rispetto al compagno.

Questi sono alcuni degli svantaggi femminili che possono incidere sul matrimonio, condizione, a quanto pare, nella quale le donne sembrano avere più fretta di infilarsi così come di venirne fuori.

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Il punto di vista che non avevi considerato

Marta e Luca vengono da me.

Mi dicono entrambi che sono ai ferri corti, che hanno problemi irrisolvibili e che, nonostante si amino ancora, se non riusciranno a risolverli non vedono altra via che la separazione.

Raccolgo qualche informazione e poi chiedo a Luca di uscire.

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Il punto di vista di Marta

A quel punto Marta mi racconta tutta la storia:

Fin da quando ci siamo conosciuti ho capito quanto Luca fosse dolce e gentile, il ragazzo che avevo sempre cercato e mai trovato. Ero al settimo cielo quando ci fidanzammo, non potevo crederci.

Però notai subito una cosa: era molto chiuso. Credevo che avesse bisogno di tempo, di conoscermi, di fidarsi di me, così diedi il massimo: ero vicina, propositiva, coinvolgente. Organizzavo uscite sempre nuove, diverse e stimolanti.

Luca non ha mai detto di no, però continuava a rimanere introverso, poco coinvolto.

Tuttavia non posso dire che il nostro rapporto fosse infelice, così, dopo tre anni andammo a vivere insieme.

Ero sicura che le cose sarebbero cambiate, invece fu un disastro: Luca si ritirò ancora di più in se stesso.

Il punto di vista che non avevi considerato

Quando proponevo, lui rispondeva un ‘Sì’ poco convinto, quasi gli pesasse. Allora cercavo di spronarlo, gli chiedevo cosa volesse fare, sondavo i suoi interessi, cercavo di entrargli in testa… ma niente, non c’è stato modo di smuoverlo.

Pensavo non mi desiderasse, ma perché sarebbe venuto a vivere con me, allora? E poi stiamo davvero bene insieme: ci rispettiamo, andiamo d’accordo. Ma allora perché è così chiuso e ritirato?

Più cerco di spronarlo, meno interagisce, meno prende iniziative, meno si lascia coinvolgere.

Lo amo, ma non posso continuare così.

Ascoltai senza dire nulla e alla fine la ringraziai e le chiesi di uscire, facendo entrare Luca.

Il punto di vista di Luca

Il quale cominciò con un inaspettato fiume di parole:

Amo Marta, mi creda: è dolce, premurosa, una donna piena di idee. Forse anche troppe.

Io sono più orso, però mi diverto tutte le volte che organizza qualcosa. Solo che… a volte vorrei un po’ di tranquillità, di calma. Io sono un diesel: ci metto un po’ a partire.

Marta è un razzo. Fin da quando ci siamo conosciuti aveva un sacco di idee, organizzava un sacco di gite.

All’inizio mi piaceva: questa ragazza così estroversa e carica di energie compensava il mio lato pantofolaio.

Piano piano, però, sentii il bisogno di trovare dei ritmi più vicini ai miei. Non dico che dovevamo stare tutti i weekend a casa, ma nemmeno fare un’avventura ognuno di essi!

Il punto di vista che non avevi considerato

Ho cercato di farglielo capire, ma niente: più aumentava il suo entusiasmo, più mi sentivo demoralizzato.

Quando siamo andati a vivere insieme ho pensato che i ritmi si sarebbero calmierati: d’altronde, a quel punto, ci saremmo visti tutti i giorni.

Pensa che sia andata così? Neanche per sogno, è andata peggio.

Sta sempre lì a dirmi: “Vuoi fare questo? Vuoi fare quello? Andiamo di qua? Andiamo di là? Ma che hai? Perché hai sempre quel muso? Perché non rispondi?”.

Io ho ‘quel muso’ perché sto cercando di dirle: “Vai piano! Mi piace fare cose con te ma… con calma!”, ma lei non sembra capire, anzi, addirittura aumenta la dose.

Amo Marta, ma se le cose continuano così io proprio non riesco a vedere un futuro tra noi.

Questione di punteggiatura

Un’immagine che vidi tempo fa recava scritte due frasi: Vado a mangiare nonna e Vado a mangiare, nonna.

Accanto, una terza frase esplicativa diceva: Una virgola può salvare una vita. Usa la punteggiatura, salva la nonna.

E se la punteggiatura potesse salvare Marta e Luca?

È possibile che un’interazione possa essere punteggiata, e quindi letta in modo diverso?

Lungo una strada interurbana, pochi chilometri prima di una rinomata osteria, il cartello pubblicitario di quest’ultima reclamava: Guida poco, che devi bere. Invertendo l’ordine degli addendi, il risultato… cambia.

Così, ascoltando Marta potremmo riassumere il suo racconto nella frase: Più lo cerco, più lui si ritira; mentre ascoltando Luca raccontare la stessa storia, il riassunto sarebbe: Più mi ritiro, più lei mi cerca.

Stessa situazione, diversa punteggiatura.

Tanto che gli studiosi della comunicazione umana decretarono che questo è un vero e proprio assioma, il terzo: la punteggiatura della sequenza degli eventi.

La quale, a seconda di come la si pone, cambia il significato degli eventi stessi: la nonna viene salvata o mangiata.

Paul Watzlawick notò che questo discorso è talmente universale da poter essere allargato persino alla comprensione delle dinamiche tra nazioni.

In piena Guerra Fredda, osservò che più gli Stati Uniti si armavano per scopi difensivi, più questo veniva visto dall’Unione Sovietica come una ragione per armarsi a sua volta; comportamento che gli Stati Uniti interpretavano come conferma che facevano bene ad armarsi e che, anzi, dovevano farlo ancora di più, cosa che a sua volta incrementava gli sforzi dell’Unione Sovietica; e così via in un gioco senza fine dove ognuno dei due poteva sostenere che: Più lui si arma, più io devo armarmi.

D’altronde se non ci si chiarisce che possibilità si hanno di capire l’errore di punteggiatura?

Sempre Watzlawick ricorda di un suo amico che, il primo giorno di convivenza, dopo la luna di miele, si trovò la colazione preparata con latte e cereali. Lui odiava i cereali.

Ma per non offendere la moglie li mangiò tutti. Sedici anni dopo mangiava ancora cereali ogni mattina.

Pascal, nei suoi Pensieri, sostenne che pochi sono disposti ad affermare che la propria prospettiva è sbagliata, ma quasi tutti ammetteranno che ci sono altri modi di vedere le cose.

Questo ci ricorda che, appunto, le cose possono essere viste in modi diversi, i quali generano diversi comportamenti.

Condividere le prospettive è un primo passo, ma non sempre è possibile.

In questi casi può essere allora necessario un disarmo unilaterale: una delle due nazioni deve smettere di armarsi.

La soluzione al problema

Il punto di vista che non avevi considerato

Così a Marta, quella dei due con cui era più facile lavorare, data la sua espansività ed energia, dissi:

Tutte le volte che lo insegui, lui scappa; tutte le volte che lo stimoli, lui si ritira.

Fai questa prova: per quindici giorni cessa qualunque tentativo di inseguimento.

Niente telefonate quand’è al lavoro, niente proposte per il weekend, niente domande volte a stimolare una risposta.

Parlate, chiacchierate, discorrete, ma bada bene di non inseguirlo né spronarlo per quindici giorni.

Marta fu un po’ sorpresa e insicura, temendo che così le cose sarebbero addirittura peggiorate e che lui si sarebbe definitivamente rinchiuso in un bozzolo; convenne però che quanto aveva fatto fino ad allora non li aveva portati da nessuna parte, quindi accettò.

Quindici giorni dopo tornò con un sorriso soddisfatto. Quando la vidi da sola, mi raccontò:

Ho fatto come ha detto, e… Non so se Luca si è accorto che ho modificato il mio comportamento, fatto sta che dopo un po’ si è avvicinato sempre di più: fisicamente ed emotivamente, intendo.

Io l’ho lasciato fare, ovviamente, però non ho ripreso a spronarlo e a proporre cose. Così, il primo sabato non abbiamo fatto nulla, ma domenica pomeriggio è stato lui a proporre una passeggiata, che io ho accettato ben volentieri.

Naturalmente ho continuato come lei mi aveva detto, e lo scorso weekend ha proposto lui (lui!) una gita fuori città: nemmeno ricordo quand’è stata l’ultima volta!

E poi, non mi chieda perché, è diventato anche più affettuoso, fa più coccole di sua spontanea volontà. Il mio Luca!.

Luca, naturalmente, raccontò la sua versione:

Non so cosa sia successo, dottore, però ora Marta è più… tranquilla.

Sento che possiamo fare tutto, ma con i tempi e i modi giusti. Non sento più che devo… fare, fare, fare, se capisce cosa intendo.

Ho preso anche qualche iniziativa e pare che a lei vada bene. Mi piace quello che stiamo facendo insieme, è quasi una nuova coppia, la nostra.

Parafrasando Marcel Proust, a volte dobbiamo semplicemente vedere ciò che abbiamo di fronte con nuovi occhi – e agire di conseguenza.

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La gelosia: differenze tra donne e uomini

La gelosia è un’emozione comune e naturale,nel senso che è biologicamente fondata, ma a volte può assumere caratteristiche tali da farla diventare una vera e propria patologia.

In termini evolutivi della specie umana, la gelosia nella relazione sentimentale di coppia si è sviluppata perché determina importanti vantaggi riproduttivi: è un comportamento che assicura il possesso esclusivo del partner e consente la propagazione dei propri geni a dispetto di quelli di un potenziale rivale.

Benché abbia un’evidente valenza come comportamento utile in termini evolutivi, il sentimento di gelosia può trasformarsi, in alcuni individui, in un sentimento distruttivo che può sfociare anche in comportamenti aggressivi.

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Qual è il confine tra gelosia normale e patologica?

La gelosia patologica è distruttiva, molto intensa e sempre associata a sentimenti di rabbia nei confronti del partner e nei confronti dei potenziali, a volte solo immaginari, rivali.

La gelosia patologica è spesso associata a comportamenti svalutanti quali l’esigenza di controllare e di punire il partner oppure di evitarlo.

Ha un andamento altalenante, legato alle emozioni contingenti, tende a placarsi temporaneamente quando la percezione di vicinanza con il partner è più intensa, per poi riesplodere potentemente quando questa percezione di vicinanza diminuisce.

La gelosia patologica può essere la conseguenza di determinate esperienze infantili, di distorsioni cognitive o della mancanza di una sufficiente autostima.

Chi ha poca autostima tende a ritenere di non essere degno d’amore e a temere che il partner, prima o poi, si innamorerà di qualcun altro.

In alcuni casi la gelosia eccessiva può anche sconfinare in pensieri ossessivi. La gelosia ossessiva è caratterizzata dal verificarsi persistente di immagini, pensieri e dubbi riguardanti l’infedeltà del partner.

Chi soffre di gelosia ossessiva cerca continuamente informazioni che possano smentire o confermare il dubbio, senza riuscire mai a ridurre il numero di pensieri persistenti.

La sindrome di Otello

Nei casi più gravi, la gelosia patologica può assumere la forma di Sindrome di Otello: la persona è fermamente convinta dell’infedeltà del partner e ricerca continuamente conferme del tradimento.

Cerca di strappare la confessione al partner e utilizza tutte le strategie possibili per far confessare il tradimento. Comportamenti innocui del partner o di sospettati rivali vengono male interpretati ed erroneamente considerati come prova della relazione, in realtà inesistente, tra il partner e il rivale immaginario.

La Sindrome di Otello può sfociare in attacchi di rabbia verso il partner o il sospettato rivale, con conseguente aggressività verbale e violenza fisica.

Uomini, donne e gelosia

Alcuni studi scientifici recenti hanno cercato di rilevare le cause più frequenti della gelosia patologica.

Vi è un consenso quasi unanime, tra i diversi studiosi, sul fatto che fattori biologici, psicologici e culturali interagiscono nel determinare i casi più gravi di gelosia patologica.

Un altro dato emerso in recenti ricerche scientifiche sull’argomento mostra che tra uomini e donne vi sono alcune differenze negli elementi scatenanti la gelosia: mentre per gli uomini è il tradimento, o il sospettato tradimento, sessuale a scatenare le reazioni più forti; nelle donne è il tradimento, o il sospettato tradimento, emotivo ed affettivo a scatenare le reazioni più forti.

Gli uomini tendono a reagire negativamente al tradimento fisico sessuale, anche nei casi in cui la sfera emotiva non è coinvolta.

Le donne invece tendono a reagire negativamente al tradimento emotivo ed affettivo, anche se non c’è alcun coinvolgimento sessuale tra il partner e la rivale.

Un team di psicologi della Norwegian University of Science and Technology ha recentemente condotto una ricerca scientifica dalla quale sono emerse le suddette differenze tra uomini e donne.

 

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Le differenze di genere nell'aiuto al partner in situazioni di stress

In una recente ricerca scientifica condotta dal Prof. Thomas Bradbury, dell’Istituto di Scienze delle Relazioni dell’Università della California – UCLCA, è emerso che in situazioni di reciproco stress uomini e donne si comportano diversamente nei confronti del partner che chiede aiuto e sostegno.

Mentre in situazioni normali, quando non si è stressati, sia gli uomini che le donne tendono a rispondere prontamente e adeguatamente alle richieste del partner; nelle situazioni di stress le donne tendono a rispondere in maniera più rapida e maggiormente adeguata rispetto agli uomini.

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Lo studio sullo stress nelle coppie

Il gruppo di ricercatori diretto dal Prof. Bradbury ha studiato 200 coppie valutando i loro comportamenti in situazioni normali e in situazioni di stress.

Nelle situazioni normali entrambi i partner mostravano attenzione per le difficoltà e le richieste di sostegno dell’altro, mentre in situazioni di stress gli uomini, più delle donne, tendevano a rispondere in maniera negativa, a criticare il partner e a innervosirsi per le richieste di aiuto e sostegno.

La maggior parte delle donne tendeva a rimanere sensibile e attenta alle richieste provenienti dal partner anche nelle situazioni di stress.

Le prossime ricerche del Prof. Bradbury si porranno come obiettivo quello di scoprire i fattori (cognitivi, relazionali, comportamentali ed eventualmente anche biologici) che stanno alla base del diverso comportamento di uomini e donne in situazioni stressanti.

Non si può non comunicare!

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

Flavio Cannistrà per Psicologia 24

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

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