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L'utilizzo della Musicoterapia nel trattamento della depressione

La musica aiuta lo stato depressivo?

La musicoterapia è una forma di terapia non verbale che si basa sull’utilizzo della musica e dell’improvvisazione musicale, attraverso l’instaurarsi di una relazione che diviene importante per fornire supporto al paziente e creare un ambiente in cui si possa sentire libero di esprimersi e di agire.

Questo è uno dei motivi per cui la musicoterapia spesso viene utilizzata nel trattamento della depressione.

L’efficacia del mezzo musicale per la depressione è stata ampiamente riconosciuta. È stato osservato infatti che il trattamento musicoterapeutico comporta una riduzione dei sintomi persistenti del paziente depresso e aiuta a migliorare la qualità di vita quando associato a un trattamento di psicoterapia.

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Perché la musicoterapia ha un effetto sul paziente depresso?

Una delle spiegazioni deriva dagli aspetti non musicali della terapia, ovvero alcuni autori hanno dato importanza al fare attivo che si osserva in una seduta di musicoterapia, come ad esempio suonare gli strumenti con il musicoterapeuta.

Questa è una caratteristica della musicoterapia e un modo particolarmente efficace per i pazienti con depressione. Ma in cosa consiste questo fare attivo?

Cercheremo di comprendere meglio il fenomeno prendendo in considerazione tre aspetti che sembrano essere correlati tra loro: aspetto estetico, azione strumentale e relazionale.

Piacere e significato

In primo luogo, è ben riconosciuta la relazione tra una diagnosi di depressione e la mancanza di piacere e senso della vita che ne deriva.

La creazione di un significato dei sintomi e di una motivazione ad agire è uno degli obiettivi terapeutici che il paziente depresso deve affrontare in un percorso di psicoterapia, attraverso una modalità verbale, cioè con l’utilizzo delle parole.

L’esperienza estetica invece all’interno della musicoterapia sembra essere immediata. Nella musicoterapia infatti l’operatore porta la sua musicalità nell’incontro musicale sintonizzandosi con il suono prodotto dal paziente e con le preferenze musicali dello stesso.

Attraverso l’improvvisazione musicale si spinge il paziente a trovare assieme al musicoterapeuta un senso musicale, come se ci fosse un rapporto musicale che funge da supporto al paziente e gli permette di avere una potenziale catarsi che gli permette di entrare a contatto con se stesso.

La musica può essere triste o allegra, non importa. Ciò che è fondamentale è il mezzo musicale che permette al paziente di esprimere ciò che ha dentro, ma senza utilizzare parole.

È così che ciò che il paziente esprime assume un significato implicito, espresso appunto con la musica stessa.

L’azione

Il ruolo dell’azione nella seduta di musicoterapia assume un significato profondo: l’agire viene inteso come l’apprendimento della capacità di sentire se stessi e ascoltare l’altro alternandosi in uno scambio definito dialogo sonoro.

Così in maniera inconsapevole il paziente inizia a sintonizzarsi con l’altro attraverso il ritmo e la melodia.

Il battere i piedi su una canzone o il condividere uno stesso strumento o uno stesso ritmo permette al paziente di vivere un’esperienza condivisa nel qui ed ora che gli consente di vivere un forte senso di appartenenza a qualcosa di significativo.

L’essere parte attiva di un prodotto esteticamente bello e soprattutto personale permette al paziente di vivere un’esperienza nuova: esso si sente accolto nella sua essenza e si sente gratificato nel contribuire a un qualcosa che descrive chi è e cosa prova, con l’aiuto di qualcuno che lo accoglie e lo accetta per ciò che è, anche nelle sue fragilità.

La relazione

Infine la relazione stessa contribuisce a sviluppare nel paziente un’idea del sé e del sé con l’altro che gli consente di ricostruire la sua storia e di sperimentare il piacere di stare con gli altri e di poter fare qualcosa di buono per sé.

La musicoterapia utilizza il canale comunicativo musicale, cioè attraverso la musica e la comunicazione non verbale si veicolano significati ed emozioni che difficilmente riuscirebbero ad essere elaborati e restituiti in maniera verbale, soprattutto se di natura negativa e dolorosa.

Alcuni studi hanno documentato come la terapia musicale abbia migliorato le competenze comunicative ed interattive dei pazienti con depressione e abbiamo ridotto i sintomi depressivi in questo senso.

Senso pratico del trattamento

La musicoterapia agisce a livello comunicativo, come forma di espressione che non utilizza le parole ma un linguaggio spontaneo.

Agisce poi anche a livello emotivo e il suono e l’armonia divengono fonte di appagamento con cui superare gli stati di tensione.

Con la musicoterapia si cerca di produrre effetti benefici per la salute attraverso un’attività corporeo-sonoro-musicale che, sviluppando una relazione non verbale tra il terapeuta e la persona, favorisce l’espressione e l’integrazione fisica, psicologica ed emotiva.

In particolare, essa è in grado di alleviare la tensione e lo stress e di ridurre la quantità di idrocortisone, l’ormone che ne è responsabile.

La musica sembra essere una forte alleata contro l’ansia, perché sembra essere in grado di regolare il numero dei battiti del cuore e di ridurre la pressione arteriosa, producendo endorfine e fungendo così come una sorta di antidolorifico naturale.

Le emozioni, infatti, si manifestano anche attraverso l’intonazione della voce e la musicoterapia ha la funzione di saperle cogliere e trasformarle in energia positiva.

Il disagio psichico comporta delle difficoltà nel comunicare con gli altri, ma attraverso le note possono emergere più facilmente emozioni e sensazioni che in modo diverso sarebbero indecifrabili.

Il forte coinvolgimento emotivo che deriva dalla produzione e/o dall’ascolto musicale permette di lasciarsi andare a fantasie e ricordi, di imparare a descriverli, magari anche cantando, e consente di interpretare le sensazioni corporee e le impressioni ricevute dallo scambio musicale.

La musica come aiuto

La musica quindi non è semplicemente una stimolazione che produce una risposta. La musica offre ciò che viene definita affordance ovvero un’opportunità per il paziente sia di condivisione interpersonale che un’attività piacevole.

La partecipazione condivisa assume significato per il paziente stesso: potrebbe essere proprio questo il motivo per cui i pazienti depressi sembrano trarre beneficio dal trattamento musicoterapeutico.

Gli studi clinici si concentrano inevitabilmente sui risultati degli interventi piuttosto che sul processo attraverso il quale questi risultati possono essere raggiunti. Tuttavia la musicoterapia sembra confermarsi un utile mezzo di supporto tra una gamma di interventi possibili al trattamento della depressione.

Aurora Merciaro per Psicologia24

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Secondo il Digital in 2017 Global Overview redatto da We Are Social, il 37% della popolazione mondiale utilizza i social media: una platea di quasi 2,8 miliardi di persone. In Italia in media passiamo due ore al giorno sui vari social network.

La maggior parte delle connessioni in rete avviene dai nostri smartphone: con l’accesso ad internet sempre disponibile riusciamo ad essere sempre connessi con gli altri e a condividere emozioni e vissuti con i nostri contatti a distanza.

Il rovescio della medaglia è che più siamo connessi in rete, più tendiamo a disconnetterci da ciò che ci circonda.

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La depressione giovanile: colpa dei social media?

È opinione diffusa che internet e i social media siano dannosi: molti esperti ed opinionisti hanno spesso attribuito un effetto negativo al sempre crescente utilizzo del nostro tempo sui social.

In particolare ad internet viene attribuita l’escalation delle difficoltà psicologiche dei giovani, perché sono coloro che maggiormente fanno uso della tecnologia.

Ma un gruppo di ricercatori della Florence Nightingale Faculty of Nursing and Midwifery del King’s College London ha passato in rassegna undici studi che hanno esaminato il rapporto tra gli adolescenti, la rete e i disturbi psichici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Adolescent Research Review edita da Springer, ha trovato soltanto una correlazione debole, ma statisticamente significativa, tra le interazioni sociali e l’umore depresso.

I risultati dello studio

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Alcune delle ricerche analizzate dagli studiosi del King’s College hanno mostrato una debolezza metodologica: le statistiche sull’utilizzo della rete non sono state misurate ma sono state determinate dalle interviste ai partecipanti.

In altri studi i sintomi psichici non sono stati valutati in maniera rigorosa.

In ogni caso, su un campione complessivo di circa 12.000 soggetti, a nessuno è stata fatta diagnosi di depressione.

In nessuna ricerca è stato poi chiarito se la tendenza alla depressione fosse una causa o un effetto dell’utilizzo dei social media: non è stato dimostrato se uno dei due fenomeni esaminati sia l’effetto dell’altro.

L’unica evidenza emersa è che i giovani con un mood tendente alla depressione cercano un supporto sociale nell’internet.

I social offrono una continua opportunità di interazione sociale, ma l’essere sempre connessi e lo scambio di like non alimentano il pensiero, la creatività e l’empatia.

Il male del progresso tecnologico

La tecnologia non è un male per lo sviluppo delle relazioni umane, soprattutto negli adolescenti.

Esistono sicuramente risvolti patologici nell’utilizzo smodato delle nuove tecnologie, come l’Internet Addiction Disorder, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un delicato periododi cambiamento psicofisico, emotivo e relazionale: per appunto l’adolescenza.

Anche nel diciannovesimo secolo si parlò di una forma di nevrosi nota come railway sickness, attribuita al neonato trasporto ferroviario: attribuire alle nuove tecnologie le problematiche sociali e relazionali dei giovani, che sono di solito i più coinvolti nei processi di innovazione, è una ormai vecchia abitudine.

Per stabilire se esiste una reale connessione tra l’utilizzo dei social media e qualche forma di patologia psichica sarà necessario effettuare nuovi studi che valutino in maniera rigorosa ed accurata nel tempo gli effetti delle nuove tecnologie sulla nostra vita.

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Depressione e anomalie nelle connessioni neurali

La ricerca scientifica sui correlati neurofisiologici della depressione è in continuo sviluppo e, anche se ancora si è lontani da una completa comprensione dei meccanismi neurali connessi ai sintomi di tale patologia, alcuni di questi meccanismi cominciano a essere chiari.

In una ricerca, diretta dal Prof. Conor Liston della Cornell University e recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Nature Medicine, è stato scoperto che esistono quattro diverse tipologie di depressione (con diverse sintomatologie) correlate a quattro diverse tipologie di anomalie nelle connessioni neurali del cervello.

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Diversa origine, differente terapia

Utilizzando la tecnica della risonanza magnetica funzionale, il team di ricercatori diretto dal Prof. Liston ha rilevato che diversi tipi di anomalie neurali sono associati a diversi tipi di sintomatologia nei soggetti depressi.

In un’altra ricerca condotta dallo stesso team di ricercatori si è scoperto che alcune nuove tecniche mediche di trattamento sono efficaci solo per alcune tipologie di tale patologia.

In particolare, la stimolazione magnetica transcranica (una innovativa tecnica di trattamento della depressione) si è dimostrata essere efficace solo con le persone depresse che appartenevano ad una delle quattro tipologie.

Ulteriori studi sono necessari per capire se questi diversi tipi di depressione rispondono in maniera diversa, oltre che al trattamento con la stimolazione magnetica transcranica, anche al trattamento farmacologico e alla psicoterapia.

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Uno degli approcci terapeutici che possono essere utilizzati per il trattamento della depressione è quello proposto dagli psicologi Leslie Greenberg e Jeanne Watson e denominato Emotion-Focused.

Alla base di questo approccio terapeutico sta l’assunto che le vite degli esseri umani sono profondamente organizzate e modellate dalle esperienze emotive e che, conseguentemente, incrementare l’intelligenza emotiva e la capacità di riconoscere i propri e gli altrui stati emotivi sono uno dei compiti principali del terapeuta che interviene per il trattamento della depressione.

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Come funziona la terapia emotion-focused

Il trattamento emotion-focused messo a punto da Greenberg e Watson prevede, prima di tutto, l’accesso al senso disadattivo della debolezza o negatività del Sé alla base della depressione, e alla vergogna e paura di base associate a questo senso del Sé.

Il paziente deve entrare nello stato disadattivo fondamentale per riuscire a trasformarlo.

Egli, a parere di  Greenberg e Watson, non può lasciare davvero uno stato emotivo fino a che non lo abbia attraversato completamente.

Una volta attraversato uno stato disadattivo, può differenziarlo, elaborarlo e simbolizzarlo in parole con l’aiuto di un terapeuta empatico.

Questo passaggio attraverso lo stato disadattivo e la sperimentazione degli aspetti dolorosi in presenza di un terapeuta supportivo, rompono l’isolamento.

L’accesso a risposte emotive alternative, oltre alla riflessione sulle emozioni per generare nuovi significati, è la chiave della trasformazione dell’organizzazione disadattiva del Sé.

I risultati delle ricerche empiriche condotte da Greenberg e Watson e da altri psicologi che hanno adottato questo approccio terapeutico hanno mostrato che la terapia Emotion-Focused è efficace per il trattamento della depressione di grado lieve e medio.

Secondo gli autori, inoltre, la terapia Emotion-Focused può essere combinata con altre terapie, ad esempio quella cognitivo-comportamentale, per aumentarne l’efficacia in alcuni casi.

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Depressione: un aguzzino misterioso

Ci invade saccheggiando, facendo razzia di entusiasmo, piacere, di tutto ciò che trova di vitale.

Deforma ricordi, pensieri, idee. Toglie profondità ai vissuti, alle sensazioni.

Restringe il modo di vedere le cose, di interpretarle. Si insinua nella vita in modo silenzioso acquisendo potere, stravolgendo ogni relazione, spegnendo tutto. Quando ci assale, arriva il buio.

E non c’entra la forza di volontà. La depressione serra in pensieri costanti, ossessivi, negativi.

Nelle forme più gravi, contagia i sistemi relazionali nei quali si infiltra trascinando nelle sue morse anche le persone vicine, tra sensi di impotenza, inadeguatezza, frustrazione, rabbia.

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La depressione, male diffuso

Le statistiche dicono che in Italia ne soffre circa il 7% della popolazione, ma alcune stime vanno oltre il 12%.

La depressione risulta il problema di salute mentale più diffuso al mondo, una priorità per la salute globale.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sull’utilizzo dei farmaci mostra che il consumo di antidepressivi è aumentato nel corso degli anni. Nel nostro Paese un terzo dei depressi assume farmaci.

I dati sono esorbitanti. E probabilmente le diagnosi sovrastimate. È comunque una malattia misteriosa.

La scienza, infatti, non sa trovare una spiegazione piena per questo disturbo, il secondo più invalidante al mondo dopo le malattie cardiache.

Esistono decine di tipi di antidepressivi, tra i quali si ricorda il Prozac, il farmaco più annunciato sul pianeta, immesso sul mercato 25 anni fa e utilizzato oggi da circa 40 milioni di persone.

Ma per quanto siano indispensabili in alcune condizioni cliniche, così come superflui per altre, gli psicofarmaci non rendono felici le persone.

Anche la ricerca di un difetto a livello cerebrale è fallita, non esistono test biologici per individuare la depressione, non sono stati scoperti geni per prevederla.

Sappiamo che coinvolge molti sistemi compreso quello immunitario, che interferisce con il sonno, con l’appetito, che interessa umore, pensieri e corpo, che si accompagna ad altre malattie, quali cancro, diabete e malattie cardiache.

Che accelera addirittura i cambiamenti della massa ossea che portano all’osteoporosi.

Ma non si sa dove stia la depressione. Non è una malattia specifica, piuttosto un disturbo della persona, un disagio esistenziale. È l’anima ad essere in ostaggio.

Anche gli studi delle moderne neuroscienze stanno rivisitando il concetto di depressione, confermando che non si può spiegare o trattare solo in relazione ai livelli dei neurotrasmettitori.

Si è visto che, quando ricorrente, è una malattia neurodegenerativa in grado di distruggere le connessioni delle cellule nervose, di creare blocchi neurali nel trattamento delle informazioni.

Quando siamo depressi diminuisce la capacità plastica neuronale, quella meravigliosa potenzialità che abbiamo di creare nuovi percorsi neurali per imparare, cambiare e affrontare nuove sfide.

Si è visto inoltre che stress precoci possono alterare i circuiti nervosi che controllano le emozioni, convalidando la visione psicoanalitica della predisposizione alla psicopatologia adulta partendo dai primi eventi negativi.

Recenti ricerche mettono in discussione anche i dati epidemiologici relativi alla supposta prevalenza di depressione nelle donne rispetto agli uomini, con tassi da due a tre volte superiori.

Un lavoro condotto dall’Università del Michigan, negli Stati Uniti, ha scoperto infatti che la frequenza dei disturbi depressivi è la stessa tra maschi e femmine.

Piuttosto esistono differenze di genere nell’espressione sintomatica

I due sessi manifestano il disturbo in modo diverso: le donne attraverso pianto e insonnia, gli uomini sotto forma di rabbia, aggressività, abuso di sostanze, sintomi non compresi tra i criteri diagnostici. Gli uomini inoltre sono meno propensi a farsi aiutare.

La tristezza non è da debellare

Depressione: un aguzzino misterioso

Inoltre, è importante sottolineare che non sempre una condizione definita come depressione effettivamente lo è. La tristezza non va in ogni caso fermata. La cura del malessere non sempre passa dai farmaci.

Sentirsi giù, delusi, tristi, demoralizzati e disperati in seguito ad una perdita o ad un avvenimento che ci tocca profondamente, ad esempio, non vuol dire soffrire di depressione.

Nella nostra cultura c’è una marcata insofferenza al dolore, etichettato come malattia da risolvere e intorpidire.

E manca un’alfabetizzazione degli stati d’animo che sostenga la consapevolezza della sofferenza, esperienza normale nella genitorialità, nel matrimonio, nel lavoro, e in ogni altra attività.

L’umore basso va in effetti interpretato anche come un ritiro per risparmiare risorse fisiche e psichiche, per evitare l’impegno in sforzi inutili, un’occasione per ripensarsi, ritrovarsi, cambiare strada.

Fa parte dell’economia del mondo emotivo. Un modello di comportamento adattivo, sano, necessario che a volte però, se sostenuto nel tempo, diventa inappropriato.

È quando il dolore si complica e arriva a danneggiare in modo pervasivo il funzionamento di una persona in ogni suo aspetto che diventa necessario intervenire per impedire la spirale della sofferenza cronica, ricordandosi che è possibile risolverla non solo con i farmaci ma anche con la psicoterapia.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Quale farmaco per la depressione?

Esistono diversi farmaci per il trattamento della depressione ma non tutti hanno la stessa efficacia nei diversi individui.

Alcune persone depresse traggono giovamento da alcuni farmaci, mentre altre persone depresse traggono giovamento da altri farmaci.

Per capire se un farmaco antidepressivo è efficace o meno per una determinata persona, generalmente è necessario aspettare dalle 4 alle 6 settimane, dopo l’inizio della cura.

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Una nuova tecnica predittiva

Alcuni ricercatori hanno però recentemente messo a punto una nuova tecnica che, a loro parere, consente di capire dopo una sola settimana dall’inizio della cura se un determinato farmaco sarà efficace per una determinata persona.

Il Prof. Michael Browning, ricercatore presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Oxford, basandosi sui risultati di alcuni esperimenti condotti presso lo stesso Dipartimento dalla Prof.ssa Catherine Harmer, ha utilizzato una tecnica che consiste nel mostrare ai pazienti depressi in cura farmacologica una serie di stimoli percettivi costituiti da foto di visi umani, alcuni con espressione sorridente e altri con espressione triste.

Gli esperimenti della Prof.ssa Catherine Harmen avevano mostrato che i soggetti depressi riconoscono più velocemente gli stimoli percettivi costituiti da visi con espressioni tristi, mentre i soggetti non depressi riconoscono più velocemente i visi con espressioni sorridenti.

Dopo una settimana dall’inizio della cura farmacologica, se il tipo di farmaco usato è quello più adatto per quella persona, anche i soggetti depressi cominciano a riconoscere più velocemente i visi sorridenti.

Anche se gli altri benefici della cura (miglioramento dell’umore, ecc.) cominciano a manifestarsi dopo 4- 6 settimane, la velocità di riconoscimento dei visi sorridenti si manifesta già dopo una settimana; se un farmaco non produce questa modifica nella percezione dei visi entro una settimana, non produrrà neanche il miglioramento dell’umore dopo 4/6 settimane.

Secondo il Prof. Michael Browning, quindi, un semplice test percettivo (riconoscimento di visi tristi e allegri) consente di capire, dopo una settimana dall’inizio della cura farmacologica, se un determinato farmaco è efficace per una determinata persona.

Nei casi in cui non è efficace, può essere pertanto cambiato già dopo una settimana, anziché aspettare le 4/6 settimane che sarebbero invece necessarie se non si effettuasse il test percettivo.

Depressione: un aguzzino misterioso

Ci invade saccheggiando, facendo razzia di entusiasmo, piacere, di tutto ciò che trova di vitale.

Deforma ricordi, pensieri, idee. Toglie profondità ai vissuti, alle sensazioni.

Restringe il modo di vedere le cose, di interpretarle. Si insinua nella vita in modo silenzioso acquisendo potere, stravolgendo ogni relazione, spegnendo tutto. Quando ci assale, arriva il buio.

E non c’entra la forza di volontà. La depressione serra in pensieri costanti, ossessivi, negativi.

Nelle forme più gravi, contagia i sistemi relazionali nei quali si infiltra trascinando nelle sue morse anche le persone vicine, tra sensi di impotenza, inadeguatezza, frustrazione, rabbia.

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La depressione, male diffuso

Le statistiche dicono che in Italia ne soffre circa il 7% della popolazione, ma alcune stime vanno oltre il 12%.

La depressione risulta il problema di salute mentale più diffuso al mondo, una priorità per la salute globale.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sull’utilizzo dei farmaci mostra che il consumo di antidepressivi è aumentato nel corso degli anni. Nel nostro Paese un terzo dei depressi assume farmaci.

I dati sono esorbitanti. E probabilmente le diagnosi sovrastimate. È comunque una malattia misteriosa.

La scienza, infatti, non sa trovare una spiegazione piena per questo disturbo, il secondo più invalidante al mondo dopo le malattie cardiache.

Esistono decine di tipi di antidepressivi, tra i quali si ricorda il Prozac, il farmaco più annunciato sul pianeta, immesso sul mercato 25 anni fa e utilizzato oggi da circa 40 milioni di persone.

Ma per quanto siano indispensabili in alcune condizioni cliniche, così come superflui per altre, gli psicofarmaci non rendono felici le persone.

Anche la ricerca di un difetto a livello cerebrale è fallita, non esistono test biologici per individuare la depressione, non sono stati scoperti geni per prevederla.

Sappiamo che coinvolge molti sistemi compreso quello immunitario, che interferisce con il sonno, con l’appetito, che interessa umore, pensieri e corpo, che si accompagna ad altre malattie, quali cancro, diabete e malattie cardiache.

Che accelera addirittura i cambiamenti della massa ossea che portano all’osteoporosi.

Ma non si sa dove stia la depressione. Non è una malattia specifica, piuttosto un disturbo della persona, un disagio esistenziale. È l’anima ad essere in ostaggio.

Anche gli studi delle moderne neuroscienze stanno rivisitando il concetto di depressione, confermando che non si può spiegare o trattare solo in relazione ai livelli dei neurotrasmettitori.

Si è visto che, quando ricorrente, è una malattia neurodegenerativa in grado di distruggere le connessioni delle cellule nervose, di creare blocchi neurali nel trattamento delle informazioni.

Quando siamo depressi diminuisce la capacità plastica neuronale, quella meravigliosa potenzialità che abbiamo di creare nuovi percorsi neurali per imparare, cambiare e affrontare nuove sfide.

Si è visto inoltre che stress precoci possono alterare i circuiti nervosi che controllano le emozioni, convalidando la visione psicoanalitica della predisposizione alla psicopatologia adulta partendo dai primi eventi negativi.

Recenti ricerche mettono in discussione anche i dati epidemiologici relativi alla supposta prevalenza di depressione nelle donne rispetto agli uomini, con tassi da due a tre volte superiori.

Un lavoro condotto dall’Università del Michigan, negli Stati Uniti, ha scoperto infatti che la frequenza dei disturbi depressivi è la stessa tra maschi e femmine.

Piuttosto esistono differenze di genere nell’espressione sintomatica

I due sessi manifestano il disturbo in modo diverso: le donne attraverso pianto e insonnia, gli uomini sotto forma di rabbia, aggressività, abuso di sostanze, sintomi non compresi tra i criteri diagnostici. Gli uomini inoltre sono meno propensi a farsi aiutare.

La tristezza non è da debellare

Depressione: un aguzzino misterioso

Inoltre, è importante sottolineare che non sempre una condizione definita come depressione effettivamente lo è. La tristezza non va in ogni caso fermata. La cura del malessere non sempre passa dai farmaci.

Sentirsi giù, delusi, tristi, demoralizzati e disperati in seguito ad una perdita o ad un avvenimento che ci tocca profondamente, ad esempio, non vuol dire soffrire di depressione.

Nella nostra cultura c’è una marcata insofferenza al dolore, etichettato come malattia da risolvere e intorpidire.

E manca un’alfabetizzazione degli stati d’animo che sostenga la consapevolezza della sofferenza, esperienza normale nella genitorialità, nel matrimonio, nel lavoro, e in ogni altra attività.

L’umore basso va in effetti interpretato anche come un ritiro per risparmiare risorse fisiche e psichiche, per evitare l’impegno in sforzi inutili, un’occasione per ripensarsi, ritrovarsi, cambiare strada.

Fa parte dell’economia del mondo emotivo. Un modello di comportamento adattivo, sano, necessario che a volte però, se sostenuto nel tempo, diventa inappropriato.

È quando il dolore si complica e arriva a danneggiare in modo pervasivo il funzionamento di una persona in ogni suo aspetto che diventa necessario intervenire per impedire la spirale della sofferenza cronica, ricordandosi che è possibile risolverla non solo con i farmaci ma anche con la psicoterapia.

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Depressione: un nuovo farmaco per curarla?

Un nuovo farmaco, per il momento in via di sperimentazione e non ancora in commercio, potrebbe rappresentare un importante passo avanti nella cura farmacologica della depressione.

Un giovane ricercatore italiano, Maurizio Fava, che lavora presso il Massachussetts General Hospital di Boston, ha condotto degli esprimenti su una molecola chiamata NSI-189 che, rispetto alle altre molecole attualmente usate per la cura della depressione, sembra avere molti vantaggi.

Questa nuova molecola infatti, secondo quanto affermato dal Dott. Maurizio Fava, ha pochissimi effetti collaterali ed ha anche effetti molto duraturi (gli effetti antidepressivi permangono fino ad 8 settimane dopo l’assunzione della nuova molecola).

I primi test clinici sull’uso della NSI-189 sono stati positivi. I risultati di tali test clinici, pubblicati sulla rivista scientifica Molecular Psychiatry, hanno infatti mostrato l’efficacia della nuova molecola nel ridurre i sintomi della depressione e la quasi totale assenza di effetti collaterali.

L’esatto meccanismo di azione della nuova molecola non è ancora chiaro, ma pare che agisca stimolando la creazione di nuove sinapsi tra i neuroni e aumentando il volume della struttura cerebrale chiamata ippocampo.

Sono in corso ulteriori ricerche sull’efficacia di questo nuovo farmaco e, se anche i risultati di queste nuove ricerche saranno positivi, il nuovo farmaco potrebbe essere in commercio dal 2018.

Tra un paio di anni, quindi, potremmo disporre di una cura farmacologica per la depressione più efficace e più sicura di quelle attuali.

Bisogna sempre tener presente, però, che in molti casi è utile associare alla cura farmacologica anche un trattamento psicologico e che in alcuni casi specifici il trattamento psicologico può essere preferibile a quello farmacologico.

Trattamento di ansia e depressione con terapia cognitiva online

Diverse ricerche, in passato, avevano mostrato che la terapia cognitivo comportamentale è, in una buona percentuale di casi, uno strumento efficace per il trattamento di alcune forme di ansia e depressione.

Una recente ricerca ha ora anche mostrato che la terapia cognitivo comportamentale è efficace pure se attuata con modalità online, non nello studio dello psicoterapeuta ma a distanza attraverso internet, via Skype, ecc.

Il Dott. David Gratzer, direttore del dipartimento di salute mentale presso lo Scarborough Hospital di Toronto ha mostrato che la terapia cognitivo comportamentale online ottiene buoni risultati nel trattamento di alcune forme di ansia e depressione.

Tra l’altro, la terapia online è per il paziente meno faticosa e meno costosa rispetto a quella presso lo studio dello psicoterapeuta.

Al momento, tuttavia, il Dott. Gratzer ritiene che per i casi più gravi di ansia e depressione sia comunque preferibile, per diversi motivi, la terapia presso lo studio dello psicoterapeuta.

Nei casi di lieve e media entità, invece, la terapia online può costituire una valida alternativa alla terapia tradizionale.

In alcuni casi, una terapia con modalità miste, in parte online e in parte nello studio dello psicoterapeuta, potrebbe essere particolarmente efficace ed avrebbe anche il vantaggio, per il paziente, di essere meno costosa e meno faticosa, rispetto a una terapia attuata interamente nello studio dello psicoterapeuta.

Deve però essere detto che, a differenza di quanto accade in Canada e negli Sati Uniti (dove la psicoterapia online si sta diffondendo rapidamente), attualmente in Italia è ancora poco diffusa.

Inoltre, secondo le indicazioni dell’Ordine Nazionale degli Psicologi italiano, l’insaturazione di un rapporto iniziale diretto, di persona e non online, è condizione indispensabile per un eventuale successivo utilizzo dei dispositivi di comunicazione a distanza per la psicoterapia.

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Un nuovo approccio al trattamento biologico della depressione

Per il trattamento della depressione si utilizzano a volte interventi di tipo psicologico e a volte interventi di tipo biologico; più spesso si utilizza una combinazione dei due tipi di intervento.

Fino ad ora l’intervento biologico più utilizzato è stato quello farmacologico, consistente nella somministrazione di farmaci antidepressivi, ma recentissime scoperte hanno aperto la strada a un nuovo possibile approccio al trattamento biologico della depressione.

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Lo studio del MIT

Un gruppo di neuroscienziati del Massachusetts Institute of Technology – MIT ha scoperto che la stimolazione di specifici circuiti cerebrali in animali da laboratorio riduce i sintomi della depressione indotta dallo stress.

Precedenti ricerche avevano mostrato che lo stress induce negli animali da laboratorio sintomi simili a quelli della depressione umana.

A parere dei neuroscienziati del MIT che hanno condotto le ricerche in questo campo, più efficace del trattamento farmacologico potrebbe essere il trattamento consistente nello stimolare con apposite apparecchiature elettriche gli specifici circuiti cerebrali da loro scoperti.

Si tratterebbe di una versione aggiornata ed affinata delle precedenti tecniche di stimolazione elettrica del cervello.

La differenza rispetto alle vecchie tecniche di elettroshock, sulla cui efficacia molti scienziati hanno dei dubbi, consisterebbe nel fatto che la stimolazione elettrica non sarebbe più di tipo massiccio e generalizzato, ma limitata in maniera molto circoscritta ai soli circuiti cerebrali implicati nell’umore depresso.

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