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differenze di genere

Dal Sesso all’Identità di Genere cosa indicare sui documenti

Qualche giorno fa in un articolo su Il Post un genitore canadese ha richiesto che non venisse annotato il sesso del proprio figlio sul tesserino sanitario poiché il piccolo capirà liberamente da grande in quale genere identificarsi.

La richiesta del genitore è stata di contrassegnare il sesso, invece che come M o F, come U, unassigned (non assegnato) o undetermined (non determinato).

Sesso e genere, facciamo chiarezza

Cerchiamo, prima di entrare nel merito della questione, di fare un po’ di chiarezza sulla terminologia utilizzata prendendo come riferimento il testo Il Genere: una guida orientativa di F. Ferrari, E.M. Ragaglia, e P. Rigliano, scritto in collaborazione con la SIPSIS – Società Italiana di Psicoterapia per lo Studio delle Identità Sessuali.

Per sesso (o sesso biologico) si intende l’appartenenza da un punto di vista biologico al sesso maschile o femminile, per come è definita dai cromosomi sessuali, dagli ormoni, dai genitali esterni e interni, e dalla conseguente conformazione complessiva del corpo.

Più avanti vedremo che non è sempre così, come ad esempio nel caso degli intersessuali.

Per Identità di Genere si intende come una persona si autopercepisce interiormente (uomo o donna) e corrisponde al genere con cui una persona si identifica primariamente, che può corrispondere o meno al sesso biologico. Si stabilisce, solitamente, entro i primi tre anni di vita e può essere continuamente negoziabile, in particolare durante l’adolescenza.

Il Ruolo di Genere è sia l’insieme delle aspettative sociali e dei ruoli che definiscono come gli uomini e le donne debbano essere, quali caratteristiche esteriori debbano presentare e come si debbano comportare, ed è culturalmente determinato; sia il modo in cui ciascuno interpreta il proprio essere maschio o femmina, il che indica esteriormente, agli altri, se e come il soggetto aderisca alle norme sociali sul maschile e femminile.

Infine, l’Orientamento Sessuale, ossia l’attrazione emotiva, affettiva ed erotica nei confronti dei membri del sesso opposto, dello stesso sesso o di entrambi; identificandosi come eterosessuali, omosessuali o bisessuali.

Queste categorie non sono rigide ma, al contrario, si muovono lungo un continuum e, come specificato dall’APA – American Psychological Association nel 2009, le attrazioni, i comportamenti e gli orientamenti sessuali verso persone dello stesso sesso sono di per sé normali e positive varianti della sessualità umana – in altre parole, non indicano disturbi mentali o evolutivi.

Per concludere definiamo l’Intersessualità: essa è una condizione che descrive quelle persone i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili.

Un individuo intersessuale può presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche sia maschili che femminili.

Le cause di tali caratteristiche possono essere varie, sia congenite sia acquisite (come nel caso di alcuni disturbi ormonali) e possono intervenire a livello cromosomico, ormonale e morfologico.

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Chi stabilisce il sesso di un bambino?

Tornando all’articolo de Il Post, è possibile notare come già dal sottotitolo dello stesso sia presente una contraddizione: È canadese e su richiesta del genitore il suo tesserino sanitario non specifica il sesso: capirà liberamente da grande in quale genere identificarsi.

Il genitore non vuole che il sesso del figlio venga specificato sui documenti, che (in quanto sesso biologico e non essendo in presenza di intersessualità) è certo e determinato, perché vuole che sia il figlio a decidere in quale genere identificarsi quando ne avrà la possibilità.

Nell’articolo leggiamo cambiare il modo in cui veniamo identificati, a partire dal certificato di nascita: l’identità di genere si chiarisce a pochi anni dalla nascita e per questo Doty (il padre, ndr) vuole che sia Searyl (il figlio, ndr) a decidere in cosa identificarsi quando sarà in grado.

Questa affermazione mi porta a ipotizzare che ci sia confusione da parte del genitore nella conoscenza dei costrutti di sesso biologico e di identità di genere.
Nel suo gesto si intuisce la buona intenzione di abbattere gli stereotipi legati ai ruoli di genere, ma, d’altra parte, tramite la negazione del sesso biologico, ritengo che si alimenti la confusione sull’argomento.

Fermo restando che, nell’eventualità in cui il figlio dovesse sentire di appartenere al genere opposto e voglia intraprendere un percorso di transizione di genere, questo sarà possibile nel rispetto delle procedure e delle leggi vigenti nel suo paese, il Canada.

Non specificare il sesso sul documento, in attesa che il figlio sia in grado di decidere, alimenta altre questioni.

Quando sarà in grado di decidere? Come sapremo che sarà in grado di decidere?

Chi lo giudicherà in grado di decidere? Si dovrà formulare un percorso di valutazione per determinare che un individuo sia in grado di decidere la propria identità di genere e di conseguenza quale sesso far comparire sul documento?

Ritengo che la società debba essere aperta alla diversità e al cambiamento, tramite l’abbattimento degli stereotipi sui ruoli di genere, e sull’identità di genere più in generale.

L’atteggiamento di questo genitore mi è sembrato invece dirigersi verso un processo di liquefazione baumaniana delle categorie e dei costrutti, come quello del sesso biologico, che, tuttavia, non ritengo essere una minaccia per l’identità dei membri delle comunità LGBTQI.

Carlo Romano per Psicologia24

U come uomini duri

Razionalità, freddezza, controllo, autonomia ma anche competizione, ambizione, arroganza e aggressività risultano corredi necessari di un’immagine maschia positiva tradizionale.

Essere duro, forte, responsabile, coraggioso, lavoro e sesso-orientato, così come tendenzialmente omofobo, sono tratti che nella nostra cultura appartengono all’ideologia maschile.

Non esiste tuttavia un ruolo maschile universale trovato in ogni società in tutti i tempi.

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Gli uomini nella società odierna

Ma sicuramente nella nostra c’è una limitazione dell’emotività: il maschio non può commuoversi ad esempio, non deve mostrare debolezze (fare la femminuccia), è costretto ad un’espressione monocorde e contenuta delle proprie emozioni – tranne la rabbia, ovviamente.

Paura, dipendenza, irrazionalità, sottomissione e compiacenza ma anche umiltà e mitezza gli sono vietate.

Un uomo per piacere non ha bisogno della bellezza, piuttosto di carattere, di personalità, di un miscuglio di requisiti che spesso sa di prepotenza.

Il tipo arrogante e suscettibile, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno e spadroneggia sfoggiando testosterone, non dispiace. Anzi.

Sono complessi e ben radicati anche gli stereotipi di genere che riguardano gli uomini.

Che ne risultano schiacciati, banalizzati così come le donne, bloccati nella possibilità di emancipare la propria identità, di esprimere sensibilità e vulnerabilità, ad esempio, di essere timidi, miti e delicati. Di esprimersi in modo diverso.

La scienza conferma oltretutto che uomini teneri e dolci non sono apprezzati perché non risultano veri machi.

Assertività e differenze di genere

Diversi studi di psicologia sociale indicano infatti che dolcezza è associata a debolezza, parola in rosso nel vocabolario maschile.

Che una donna assertiva, nel tentativo di confutare lo stereotipo della femmina debole, viene giudicata più negativamente rispetto ad un uomo conciliante che si sforza di demolire il preconcetto del maschio aggressivo.

Che lui più facilmente ha un’alta opinione di se stesso mentre lei è incline a svalutarsi.

Che la vanità riguarda entrambi i sessi ma è soprattutto il maschio a sentirsi in diritto di avere potere e di sfruttarlo.

Gli uomini hanno forse più difficoltà a comprendere la parola umiltà, la confondono con sottomissione.

La virtù di conoscere i propri limiti, di ammettere di non avere sempre ragione, di non essere onnipotente e la possibilità che gli altri possano insegnare qualcosa non fa parte, tendenzialmente, del loro corredo cognitivo.

Secondo il codice culturale maschile la modestia non va mostrata, e la fragilità si confessa solo a porte chiuse, di notte.

Autenticità come chiave del successo

L’uomo tosto non sa che invece proprio vulnerabilità e autenticità sono le chiavi del successo nelle relazioni personali e professionali.

La scienza ha dimostrato che stanno alla base della connessione umana, dei legami profondi.

Cercare di apparire duri e distaccati al fine di sembrare forti invece esordisce l’effetto opposto.

Siamo programmati in modo automatico, rapido e inconscio ad interpretare le più piccole espressioni negli altri, in un processo di risonanza.

Parti del nostro cervello riecheggiano quello che gli altri fanno e sentono, difficile barare in questo senso.

Condividere dubbi e incertezze invece, ad esempio in ambito aziendale, così come non aderire a gerarchie rigide, avere relazioni personali con colleghi e dipendenti, promuove atteggiamenti costruttivi, maggiori sentimenti di speranza e fiducia nonché migliori prestazioni lavorative.

Scoprire la propria vulnerabilità avvicina, crea appartenenza.

Essere saldi interiormente del resto è qualcosa di molto diverso del fare i duri.

Uomini duri e autosufficienza

Uno studio della Rutgers University pubblicato recentemente sulla rivista statunitense The Journal of Health Psychology mette in luce i pericoli nei quali incorre il maschio intransigente e impassibile.

E’ stato scoperto che gli uomini con credenze tradizionali sulla mascolinità – essere autosufficienti, coraggiosi, emotivamente neutri – sono addirittura portati ad ignorare i propri problemi di salute e a ritardare gli esami clinici.

Come se ammettere di stare male scalfisca in qualche modo la loro virilità.

Non solo. Di fronte ad un medico di sesso maschile – considerato più competente rispetto ad uno di sesso opposto – tendono ad essere meno sinceri, minimizzando i propri sintomi.

Atteggiamenti che ritardano gli interventi e quindi la possibilità di curare o prevenire disturbi che i ricercatori mettono addirittura in relazione con l’aspettativa di vita più breve per gli uomini rispetto alle donne.

Il copione culturale dei maschi chiede loro di essere coraggiosi, forti e autosufficienti, non prevede fastidi e sintomi.

La tendenza a non farsi aiutare, però, a non ammettere di aver bisogno, a nascondere il dolore, credere di essere invincibili come i supereroi, di potercela fare da soli, crea false corazze che portano ad ignorare i problemi, aggravandoli.

Non solo per quel che riguarda la salute fisica.

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Identità di genere: questione biologica o culturale?

Nasciamo biologicamente come maschio o femmina – anche se esistono casi non rari di intersessualità, non identificabili – ma questo dato non decide chi saremo come persone, chi ameremo, da chi saremo attratti sessualmente e con chi intesseremo legami affettivi.

Nemmeno quali saranno i nostri comportamenti, sogni, le nostre aspettative, predisposizioni.

Il nostro essere non è attaccato all’anatomia.

Sono piuttosto le credenze culturali e sociali che contribuiscono a creare e sostenere il divario tra i sessi.

Le diversità biologiche vengono esageratamente utilizzate per spiegare le menti dei due generi, come se uomini e donne fossero programmati in modo diverso e destinati a cose distinte, mitologicamente complementari.

Marte e Venere alla fine realizzano una discriminazione involontaria, creando stereotipi che influenzano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, educhiamo i più piccoli, pensiamo noi stessi.

E ci disponiamo a risolvere, nel senso che interpretando alcune caratteristiche come tratti di genere – ad esempio lei nevrotica e chiacchierona, lui razionale e silenzioso – è più probabile che vengano pensate immutabili e innate, sulle quali è inutile intervenire.

Ti può interessare anche: È possibile cambiare la propria personalità?

Affinità biologica tra i generi

La psicologa Cordelia Fine dell’Università di Melbourne, in Australia, a questo proposito parla di neurosessismo, come convinzione che le differenze intrinseche tra cervello maschile e femminile predispongano i generi a comportamenti fissi, immutabili e stereotipati.

La maggioranza delle ricerche sui modi di pensare e di comportarsi delle persone non trova del resto divari tra i generi. Ogni differenza è estremamente piccola e conseguenza dell’ambiente, non della biologia.

Studi recenti confermano che uomini e donne sono fondamentalmente simili in termini di personalità, capacità cognitive, comunicazione verbale e non verbale, aggressività, capacità di leadership, autostima e ragionamento morale. Soprattutto si sovrappongono psicologicamente più di quando si differenzino.

Un lavoro pubblicato dall’Università del Wisconsin, Stati Uniti, ha dimostrato che i due generi sono più affini che diversi per la maggior parte delle variabili psicologiche.

Eventuali differenze di genere – che non sono carenze – fluttuano con l’età e in momenti diversi nella vita. Non sono stabili e nemmeno immutabili perché la continua interazione tra biologia e ambiente può modificare le dimensioni e la direzione di questi gap.

Non esistono inoltre disparità neurologiche tra i generi, la scienza ne ha riscontrate pochissime nella struttura e nelle funzioni cerebrali tra i due sessi.

Il cervello maschile ha dimensioni maggiori e quello femminile termina di crescere prima, ma non ci sono motivi per i quali i maschi sono più portati per l’azione e le femmine per le parole.

Le differenze cerebrali sono indiscutibilmente biologiche ma non necessariamente determinate dai geni.

Non c’è assolutamente nessun comportamento che fanno tutti i maschietti o tutte le femminucce.

I bambini non hanno più difficoltà a concentrarsi o le bambine a smettere di parlare. Se i maschi perseguono attività matematiche più frequentemente rispetto alle ragazze lo fanno in parte perché pensano di essere bravi, non perché sono effettivamente più portati.

L’effetto ambientale sulle differenze di genere

Viene sottovalutato anche il fatto che l’esperienza stessa è suscettibile di modificare la struttura e le funzioni cerebrali. La neuroplasticità è alla base di tutti i processi di apprendimento.

Anche se lui e lei non sono identici al momento della nascita e questo in parte può predisporre a percorsi di sviluppo non identici, oggi sappiamo che le prime esperienze modificano la chimica provocando effetti significativi sul comportamento.

Le modalità educative diversificate per il bimbo e la bimba possono influenzare lo sviluppo del cervello in crescita.

Mentre le differenze biologiche strutturali tra i due sessi sono ben conosciute, non lo sono altrettanto le analogie.

Possiamo ricordare ad esempio che non esistono ormoni maschili e femminili ma che funzionano tutti allo stesso modo, semmai sono i loro livelli e il modo in cui interagiscono con gli organi di lui e di lei a diversificarsi nei generi.

Anche i cervelli sono gli stessi. A parte una lieve differenza nelle dimensioni, non esistono differenze morfologiche, è impossibile stabilire se un cervello è maschile o femminile come si fa con uno scheletro.

E poi sì, abbiamo genitali non uguali. Ma emergono dalla stessa massa di tessuto embrionale. Nelle prime sei settimane di sviluppo infatti evolvono in modo identico, solo dopo iniziano a differenziarsi.

La riflessione sul fatto che biologicamente siamo più simili che diversi e le notevoli sovrapposizioni tra lui e lei possono aiutarci a comprendere meglio in quale modo poi ci allontaniamo.

Perché ci sono certamente notevoli differenze nel modo di reagire agli stimoli soprattutto tra singoli, non tra i sessi.

La variabilità tra gli individui non è spiegabile esclusivamente sulla base del sesso biologico di appartenenza.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Identità di genere: questione biologica o culturale?

Nasciamo biologicamente come maschio o femmina – anche se esistono casi non rari di intersessualità, non identificabili – ma questo dato non decide chi saremo come persone, chi ameremo, da chi saremo attratti sessualmente e con chi intesseremo legami affettivi.

Nemmeno quali saranno i nostri comportamenti, sogni, le nostre aspettative, predisposizioni.

Il nostro essere non è attaccato all’anatomia.

Sono piuttosto le credenze culturali e sociali che contribuiscono a creare e sostenere il divario tra i sessi.

Le diversità biologiche vengono esageratamente utilizzate per spiegare le menti dei due generi, come se uomini e donne fossero programmati in modo diverso e destinati a cose distinte, mitologicamente complementari.

Marte e Venere alla fine realizzano una discriminazione involontaria, creando stereotipi che influenzano il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, educhiamo i più piccoli, pensiamo noi stessi.

E ci disponiamo a risolvere, nel senso che interpretando alcune caratteristiche come tratti di genere – ad esempio lei nevrotica e chiacchierona, lui razionale e silenzioso – è più probabile che vengano pensate immutabili e innate, sulle quali è inutile intervenire.

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Affinità biologica tra i generi

La psicologa Cordelia Fine dell’Università di Melbourne, in Australia, a questo proposito parla di neurosessismo, come convinzione che le differenze intrinseche tra cervello maschile e femminile predispongano i generi a comportamenti fissi, immutabili e stereotipati.

La maggioranza delle ricerche sui modi di pensare e di comportarsi delle persone non trova del resto divari tra i generi. Ogni differenza è estremamente piccola e conseguenza dell’ambiente, non della biologia.

Studi recenti confermano che uomini e donne sono fondamentalmente simili in termini di personalità, capacità cognitive, comunicazione verbale e non verbale, aggressività, capacità di leadership, autostima e ragionamento morale. Soprattutto si sovrappongono psicologicamente più di quando si differenzino.

Un lavoro pubblicato dall’Università del Wisconsin, Stati Uniti, ha dimostrato che i due generi sono più affini che diversi per la maggior parte delle variabili psicologiche.

Eventuali differenze di genere – che non sono carenze – fluttuano con l’età e in momenti diversi nella vita. Non sono stabili e nemmeno immutabili perché la continua interazione tra biologia e ambiente può modificare le dimensioni e la direzione di questi gap.

Non esistono inoltre disparità neurologiche tra i generi, la scienza ne ha riscontrate pochissime nella struttura e nelle funzioni cerebrali tra i due sessi.

Il cervello maschile ha dimensioni maggiori e quello femminile termina di crescere prima, ma non ci sono motivi per i quali i maschi sono più portati per l’azione e le femmine per le parole.

Le differenze cerebrali sono indiscutibilmente biologiche ma non necessariamente determinate dai geni.

Non c’è assolutamente nessun comportamento che fanno tutti i maschietti o tutte le femminucce.

I bambini non hanno più difficoltà a concentrarsi o le bambine a smettere di parlare. Se i maschi perseguono attività matematiche più frequentemente rispetto alle ragazze lo fanno in parte perché pensano di essere bravi, non perché sono effettivamente più portati.

L’effetto ambientale sulle differenze di genere

Viene sottovalutato anche il fatto che l’esperienza stessa è suscettibile di modificare la struttura e le funzioni cerebrali. La neuroplasticità è alla base di tutti i processi di apprendimento.

Anche se lui e lei non sono identici al momento della nascita e questo in parte può predisporre a percorsi di sviluppo non identici, oggi sappiamo che le prime esperienze modificano la chimica provocando effetti significativi sul comportamento.

Le modalità educative diversificate per il bimbo e la bimba possono influenzare lo sviluppo del cervello in crescita.

Mentre le differenze biologiche strutturali tra i due sessi sono ben conosciute, non lo sono altrettanto le analogie.

Possiamo ricordare ad esempio che non esistono ormoni maschili e femminili ma che funzionano tutti allo stesso modo, semmai sono i loro livelli e il modo in cui interagiscono con gli organi di lui e di lei a diversificarsi nei generi.

Anche i cervelli sono gli stessi. A parte una lieve differenza nelle dimensioni, non esistono differenze morfologiche, è impossibile stabilire se un cervello è maschile o femminile come si fa con uno scheletro.

E poi sì, abbiamo genitali non uguali. Ma emergono dalla stessa massa di tessuto embrionale. Nelle prime sei settimane di sviluppo infatti evolvono in modo identico, solo dopo iniziano a differenziarsi.

La riflessione sul fatto che biologicamente siamo più simili che diversi e le notevoli sovrapposizioni tra lui e lei possono aiutarci a comprendere meglio in quale modo poi ci allontaniamo.

Perché ci sono certamente notevoli differenze nel modo di reagire agli stimoli soprattutto tra singoli, non tra i sessi.

La variabilità tra gli individui non è spiegabile esclusivamente sulla base del sesso biologico di appartenenza.

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Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Sensibilità e stereotipi di genere: le donne sono più emotive?

Emotive, instabili, fragili, impressionabili, ansiose. Umorali.

È così che noi donne siamo viste comunemente, soprattutto quando si parla di sensibilità femminile. Sostanzialmente qualcosa di inefficace, a volte anche ridicolo.

Un modo di essere che ci relega al mondo degli affetti e dei sentimenti: il potere maschile sta fuori, nella società, nel lavoro, quello delle donne dentro, nell’ambito domestico, nelle relazioni intime.

Le femmine devono imparare a connettersi agli altri e a mantenere i rapporti per la propria autostima.

Questioni di potere e controllo sono invece rilevanti per gli uomini che spiegano sé stessi in termini di autonomia e status sociale.

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Gli stereotipi di genere

Vecchi miti raccontano che le femmine sono tendenzialmente soggette ad attacchi di tristezza, rabbia, disperazione, senza vere ragioni.

Incapaci di gestire impeti emotivi, inclini a sperimentare una gamma più grande, intensa e frequente di sensazioni (a parte la rabbia, riservata prevalentemente ai maschi).

È stato dimostrato che i bambini in età prescolare già possiedono queste convinzioni stereotipate. Differenze emotive che non si registrano effettivamente nei piccoli, sensibili allo stesso modo.

Riguardano anche l’idea che i soggetti di sesso femminile piangano di più. Neonati e bambini in realtà lo fanno con la stessa frequenza, è dalla pubertà che iniziano le differenze.

Il pianto maschile è del resto culturalmente scoraggiato, come lo è anche quello femminile nel mondo degli affari, interpretato come segno di inefficacia e debolezza.

Forse la percezione delle emozioni di ognuno di noi può riflettere queste credenze socioculturali.

Influenzare la libertà di esprimere ciò che sentiamo, sottostimando o sopravvalutando i propri vissuti in linea con il ruolo sociale attribuito. In questo senso le emozioni hanno un valore diverso tra i generi.

La donna può sintonizzarsi di più su quello che sente, l’uomo invece soffocarlo.

Noi partecipiamo, pensiamo di più alle emozioni, tendiamo a condividerle in modo frequente con altre persone, diamo loro parola. Tutte esperienze che portano a realizzare una visione elaborata, a volte complicata, di noi stesse.

La scienza sconferma gli stereotipi

La scienza comunque smentisce gli stereotipi. Le donne non sono più emotive degli uomini.

Piuttosto è stata dimostrata la differenza nel modo in cui i due generi rispondono emotivamente alle situazioni.

Un recente studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Maryland a Baltimora, Usa, ha sfatato il mito che le donne sappiano gestire meno quello che sentono rispetto all’altro sesso.

I risultati evidenziano che le donne hanno livelli leggermente più elevati di senso di colpa e vergogna ma praticamente identici agli uomini di orgoglio e imbarazzo.

Sembra il dominio delle emozioni negative semmai l’aspetto sul quale si distinguono i sessi.

Studi in culture diverse rivelano infatti che emotività negativa e ansia sociale sono riferite soprattutto da soggetti di sesso femminile anche se questi gap inter-sesso sono relativamente piccoli.

Piuttosto si fanno notare i divari, leggermente più ampi, negli indici di ansia sociale e di emozioni negative, soprattutto nelle società dove c’è una maggiore parità di genere.

Vale a dire che nei paesi dove la donna gode di maggiore indipendenza e uguaglianza nella sfera lavorativa, paradossalmente soffre di più di depressione e disagi emotivi. Ma è un argomento controverso sul quale la scienza sta dibattendo.

Piccole differenze sono state riscontrate inoltre rispetto al modo di far fronte agli eventi della vita quotidiana e alla capacità di riconoscere ed elaborare le sensazioni negative negli altri (empatia emotiva). Ad essere maggiormente empatiche sono le donne, tuttavia gli uomini sono più bravi a gestire i momenti angoscianti.

Una curiosità interessante riguarda poi l’emotività negativa nella coppia: lei tende a segnalarla quando si sente respinta dal partner, lui se la partner chiede più intimità.

Tuttavia, queste differenze sono abbastanza moderate.

Non bastano a dimostrare la provenienza dei sue sessi da pianeti diversi, forse solo da quartieri vicini. E se vogliamo tingere di rosa o celeste la sensibilità, abbiamo bisogno di tirare fuori motivi culturali ed educativi di genere.

Se la sensibilità è un aspetto caricato di tratti negativi a livello sociale – infatti, nella nostra cultura sono considerate importanti caratteristiche lontane da delicatezza, gentilezza e attenzione verso gli altri – in realtà è un punto di forza nella nostra vita.

Vuol dire partecipare con maggiore energia agli avvenimenti, avere una soglia più bassa della capacità di riconoscere gli stati d’animo, arrivare ai propri vissuti.

Essere persone più intense, profonde e comunicative. Avvantaggiate, meglio equipaggiate per muoversi autenticamente nel mondo delle relazioni.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

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Sensibilità e stereotipi di genere: le donne sono più emotive?

Emotive, instabili, fragili, impressionabili, ansiose. Umorali.

È così che noi donne siamo viste comunemente, soprattutto quando si parla di sensibilità femminile. Sostanzialmente qualcosa di inefficace, a volte anche ridicolo.

Un modo di essere che ci relega al mondo degli affetti e dei sentimenti: il potere maschile sta fuori, nella società, nel lavoro, quello delle donne dentro, nell’ambito domestico, nelle relazioni intime.

Le femmine devono imparare a connettersi agli altri e a mantenere i rapporti per la propria autostima.

Questioni di potere e controllo sono invece rilevanti per gli uomini che spiegano sé stessi in termini di autonomia e status sociale.

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Gli stereotipi di genere

Vecchi miti raccontano che le femmine sono tendenzialmente soggette ad attacchi di tristezza, rabbia, disperazione, senza vere ragioni.

Incapaci di gestire impeti emotivi, inclini a sperimentare una gamma più grande, intensa e frequente di sensazioni (a parte la rabbia, riservata prevalentemente ai maschi).

È stato dimostrato che i bambini in età prescolare già possiedono queste convinzioni stereotipate. Differenze emotive che non si registrano effettivamente nei piccoli, sensibili allo stesso modo.

Riguardano anche l’idea che i soggetti di sesso femminile piangano di più. Neonati e bambini in realtà lo fanno con la stessa frequenza, è dalla pubertà che iniziano le differenze.

Il pianto maschile è del resto culturalmente scoraggiato, come lo è anche quello femminile nel mondo degli affari, interpretato come segno di inefficacia e debolezza.

Forse la percezione delle emozioni di ognuno di noi può riflettere queste credenze socioculturali.

Influenzare la libertà di esprimere ciò che sentiamo, sottostimando o sopravvalutando i propri vissuti in linea con il ruolo sociale attribuito. In questo senso le emozioni hanno un valore diverso tra i generi.

La donna può sintonizzarsi di più su quello che sente, l’uomo invece soffocarlo.

Noi partecipiamo, pensiamo di più alle emozioni, tendiamo a condividerle in modo frequente con altre persone, diamo loro parola. Tutte esperienze che portano a realizzare una visione elaborata, a volte complicata, di noi stesse.

La scienza sconferma gli stereotipi

La scienza comunque smentisce gli stereotipi. Le donne non sono più emotive degli uomini.

Piuttosto è stata dimostrata la differenza nel modo in cui i due generi rispondono emotivamente alle situazioni.

Un recente studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Maryland a Baltimora, Usa, ha sfatato il mito che le donne sappiano gestire meno quello che sentono rispetto all’altro sesso.

I risultati evidenziano che le donne hanno livelli leggermente più elevati di senso di colpa e vergogna ma praticamente identici agli uomini di orgoglio e imbarazzo.

Sembra il dominio delle emozioni negative semmai l’aspetto sul quale si distinguono i sessi.

Studi in culture diverse rivelano infatti che emotività negativa e ansia sociale sono riferite soprattutto da soggetti di sesso femminile anche se questi gap inter-sesso sono relativamente piccoli.

Piuttosto si fanno notare i divari, leggermente più ampi, negli indici di ansia sociale e di emozioni negative, soprattutto nelle società dove c’è una maggiore parità di genere.

Vale a dire che nei paesi dove la donna gode di maggiore indipendenza e uguaglianza nella sfera lavorativa, paradossalmente soffre di più di depressione e disagi emotivi. Ma è un argomento controverso sul quale la scienza sta dibattendo.

Piccole differenze sono state riscontrate inoltre rispetto al modo di far fronte agli eventi della vita quotidiana e alla capacità di riconoscere ed elaborare le sensazioni negative negli altri (empatia emotiva). Ad essere maggiormente empatiche sono le donne, tuttavia gli uomini sono più bravi a gestire i momenti angoscianti.

Una curiosità interessante riguarda poi l’emotività negativa nella coppia: lei tende a segnalarla quando si sente respinta dal partner, lui se la partner chiede più intimità.

Tuttavia, queste differenze sono abbastanza moderate.

Non bastano a dimostrare la provenienza dei sue sessi da pianeti diversi, forse solo da quartieri vicini. E se vogliamo tingere di rosa o celeste la sensibilità, abbiamo bisogno di tirare fuori motivi culturali ed educativi di genere.

Se la sensibilità è un aspetto caricato di tratti negativi a livello sociale – infatti, nella nostra cultura sono considerate importanti caratteristiche lontane da delicatezza, gentilezza e attenzione verso gli altri – in realtà è un punto di forza nella nostra vita.

Vuol dire partecipare con maggiore energia agli avvenimenti, avere una soglia più bassa della capacità di riconoscere gli stati d’animo, arrivare ai propri vissuti.

Essere persone più intense, profonde e comunicative. Avvantaggiate, meglio equipaggiate per muoversi autenticamente nel mondo delle relazioni.

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Le donne e la gelosia

Noi donne siamo davvero così gelose e competitive l’una con l’altra? Perché così siamo comunemente raccontate, come rivali di serie?

Sempre pronte a gareggiare, litigare, ingelosirsi di un’altra che sembra avere qualcosa che noi non abbiamo.

Ad invidiarla per il fisico asciutto, la misura di reggiseno, il fidanzato, il lavoro, i capelli.

Un confronto giocato soprattutto sull’aspetto: l’altra è più attraente, seducente, magra, giovane, fatta meglio.

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Gelosia e società

Secondo alcune ricerche, anche nel mondo lavorativo la gelosia intrasessuale colpisce maggiormente le donne, sempre per motivi estetici.

Sembra quasi di essere destinate all’insoddisfazione, alla voglia di voler cambiare qualcosa di noi, all’impossibilità di amarci completamente. Ma c’è altro.

Competere e misurarsi, atteggiamenti culturalmente incoraggiati nei maschi, risultano indesiderati nelle femmine.

Non sorprende che gli uomini sappiano rivaleggiare con disinvoltura, vincere come fosse loro diritto.

L’aggressività maschile del resto è accettata, sostenuta, considerata un attributo virile, un tratto che arricchisce carattere, personalità e anche sex appeal.

Le donne invece imparano presto che non è adatto essere combattive e vincere a spese di altri, non devono essere prepotenti. Forse proprio questi aspetti contribuiscono ad insabbiare la gelosia sana trasformandola in qualcosa di più potente. Come l’invidia.

Invidia e competizione

E’ vero che sorelle e sorellastre cattive, madri gelose, dee sospettose e regine nemiche sono figure che comandano nella narrativa popolare e nell’immaginario collettivo.

Miti che ci accompagnano da sempre, che raccontano la psiche femminile connaturata al confronto e all’invidia.

Spontaneamente incline a misurare fascino, peso, sensualità, armadio con le altre. Minacciata da qualsiasi presenza del suo stesso genere, sempre pronta alla svalutazione della rivale – è carina ma antipatica, bella ma fredda, attraente ma volgare.

Bellezza e successo femminili sono concessi alle star, alle dive ma risultano micidiali quando appartengono a qualcuno reale e vicino.

Superficiali interpretazioni di psicologia femminile ci descrivono in ogni caso gelose tra noi. Un po’ streghe nel profondo, invidiose e incapaci di stare in seconda fila, sempre davanti lo specchio a chiedere chi è la più bella del reame.

Alcuni studi sostengono che una donna attraente, rispetto ad una comune, riceve più ostilità e meno sostegno da parte delle altre femmine, soprattutto dalle giovani.

Addirittura è stato scoperto che il livello di testosterone, un ormone implicato nella modulazione del comportamento aggressivo, sale inconsapevolmente nelle donne quando odorano magliette indossate da giovani ragazze nel periodo dell’ovulazione.

Ci appartiene una biologia ancestrale un po’ povera di contenuti, evidentemente. E a volte ci comportiamo in effetti come concorrenti in un’arena.

Facciamo nostri certi modi di vedere, critichiamo altre donne se si mostrano sessualmente disponibili, le consideriamo facili, come se ci togliessero spazio, rubassero le attenzioni maschili.

Spesso, dobbiamo ammetterlo, siamo noi stesse le principali interpreti di norme rigide, discriminanti e talvolta crudeli riguardanti il comportamento e l’aspetto femminile.

Collaborare anziché lottare

Ma rifiutiamoci di pensare che la gelosia faccia parte del nostro programma genetico o sia patrimonio della cultura umana.

Lo spietato sospetto femminile deriva spesso dall’interiorizzazione dello sguardo maschile, del vederci in primo luogo come oggetti sessuali, valutarci sulla base dell’essere appetibili sessualmente, facendo passare la nostra realizzazione e identità attraverso questi concetti.

Spesso siamo scollate dall’interiorità e rivolgiamo l’attenzione fuori piuttosto che dentro di noi.

Non attiviamo il nostro potere personale, non promuoviamo noi stesse ma ci perdiamo nei confronti sbiadendo sicurezza, coraggio, individualità.

Chi si sente più fiducioso in se stesso è meno vulnerabile al successo e alla bellezza degli altri.

E comunque non ci sono solo mele avvelenate tra donne. Sono frequenti anche scambi di grande solidarietà, come la storia e la vita quotidiana ci insegnano.

Molte volte si crea una sorellanza consapevole e solidale che ha ben poco di impulsi primitivi e distruttivi.

Forse dovremmo abbattere la reputazione di donne gelose. Mettere al rogo la strega cattiva spesso additata proprio da altre donne, dimenticare le storie tinte solo di invidia femminile.

E concentrarci sulle nostre eccezionali capacità di collaborazione, vicinanza, sensibilità.

Sentirci meno in colpa di avere successo, riuscire, conquistare. Tenersi meno verso il basso.

E non basarsi sull’approvazione degli altri per sentirsi bene.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Le donne e la gelosia

Noi donne siamo davvero così gelose e competitive l’una con l’altra? Perché così siamo comunemente raccontate, come rivali di serie?

Sempre pronte a gareggiare, litigare, ingelosirsi di un’altra che sembra avere qualcosa che noi non abbiamo.

Ad invidiarla per il fisico asciutto, la misura di reggiseno, il fidanzato, il lavoro, i capelli.

Un confronto giocato soprattutto sull’aspetto: l’altra è più attraente, seducente, magra, giovane, fatta meglio.

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Gelosia e società

Secondo alcune ricerche, anche nel mondo lavorativo la gelosia intrasessuale colpisce maggiormente le donne, sempre per motivi estetici.

Sembra quasi di essere destinate all’insoddisfazione, alla voglia di voler cambiare qualcosa di noi, all’impossibilità di amarci completamente. Ma c’è altro.

Competere e misurarsi, atteggiamenti culturalmente incoraggiati nei maschi, risultano indesiderati nelle femmine.

Non sorprende che gli uomini sappiano rivaleggiare con disinvoltura, vincere come fosse loro diritto.

L’aggressività maschile del resto è accettata, sostenuta, considerata un attributo virile, un tratto che arricchisce carattere, personalità e anche sex appeal.

Le donne invece imparano presto che non è adatto essere combattive e vincere a spese di altri, non devono essere prepotenti. Forse proprio questi aspetti contribuiscono ad insabbiare la gelosia sana trasformandola in qualcosa di più potente. Come l’invidia.

Invidia e competizione

E’ vero che sorelle e sorellastre cattive, madri gelose, dee sospettose e regine nemiche sono figure che comandano nella narrativa popolare e nell’immaginario collettivo.

Miti che ci accompagnano da sempre, che raccontano la psiche femminile connaturata al confronto e all’invidia.

Spontaneamente incline a misurare fascino, peso, sensualità, armadio con le altre. Minacciata da qualsiasi presenza del suo stesso genere, sempre pronta alla svalutazione della rivale – è carina ma antipatica, bella ma fredda, attraente ma volgare.

Bellezza e successo femminili sono concessi alle star, alle dive ma risultano micidiali quando appartengono a qualcuno reale e vicino.

Superficiali interpretazioni di psicologia femminile ci descrivono in ogni caso gelose tra noi. Un po’ streghe nel profondo, invidiose e incapaci di stare in seconda fila, sempre davanti lo specchio a chiedere chi è la più bella del reame.

Alcuni studi sostengono che una donna attraente, rispetto ad una comune, riceve più ostilità e meno sostegno da parte delle altre femmine, soprattutto dalle giovani.

Addirittura è stato scoperto che il livello di testosterone, un ormone implicato nella modulazione del comportamento aggressivo, sale inconsapevolmente nelle donne quando odorano magliette indossate da giovani ragazze nel periodo dell’ovulazione.

Ci appartiene una biologia ancestrale un po’ povera di contenuti, evidentemente. E a volte ci comportiamo in effetti come concorrenti in un’arena.

Facciamo nostri certi modi di vedere, critichiamo altre donne se si mostrano sessualmente disponibili, le consideriamo facili, come se ci togliessero spazio, rubassero le attenzioni maschili.

Spesso, dobbiamo ammetterlo, siamo noi stesse le principali interpreti di norme rigide, discriminanti e talvolta crudeli riguardanti il comportamento e l’aspetto femminile.

Collaborare anziché lottare

Ma rifiutiamoci di pensare che la gelosia faccia parte del nostro programma genetico o sia patrimonio della cultura umana.

Lo spietato sospetto femminile deriva spesso dall’interiorizzazione dello sguardo maschile, del vederci in primo luogo come oggetti sessuali, valutarci sulla base dell’essere appetibili sessualmente, facendo passare la nostra realizzazione e identità attraverso questi concetti.

Spesso siamo scollate dall’interiorità e rivolgiamo l’attenzione fuori piuttosto che dentro di noi.

Non attiviamo il nostro potere personale, non promuoviamo noi stesse ma ci perdiamo nei confronti sbiadendo sicurezza, coraggio, individualità.

Chi si sente più fiducioso in se stesso è meno vulnerabile al successo e alla bellezza degli altri.

E comunque non ci sono solo mele avvelenate tra donne. Sono frequenti anche scambi di grande solidarietà, come la storia e la vita quotidiana ci insegnano.

Molte volte si crea una sorellanza consapevole e solidale che ha ben poco di impulsi primitivi e distruttivi.

Forse dovremmo abbattere la reputazione di donne gelose. Mettere al rogo la strega cattiva spesso additata proprio da altre donne, dimenticare le storie tinte solo di invidia femminile.

E concentrarci sulle nostre eccezionali capacità di collaborazione, vicinanza, sensibilità.

Sentirci meno in colpa di avere successo, riuscire, conquistare. Tenersi meno verso il basso.

E non basarsi sull’approvazione degli altri per sentirsi bene.

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