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Apprendiamo il comportamento assertivo

Vi hanno messo alle strette e vi hanno chiesto di occuparvi di qualcosa che non avete proprio voglia di fare. Potrebbe essere qualcosa del tipo aiutare durante una manifestazione per la raccolta di fondi per beneficenza.

Voi aprite la bocca per dire di no e pochi minuti dopo non solo avete accettato di occuparvi di uno stand, ma vi siete addirittura offerti di organizzare una lotteria e anche una tombola.

Oppure volete affrontare una questione spinosa con qualcuno a casa o al lavoro, ma ci rinunciate perché volete evitare discussioni, o temete la reazione dell’altra persona, o non vi sentite in grado di parlare senza arrabbiarvi, fare scena muta o scoppiare in lacrime.

O forse ci sono state occasioni in cui avete affrontato situazioni difficili lanciando dei segnali su quello che pensavate o provavate, ma poi vi siete ritrovati frustrati o seccati perché questi non sono stati colti.

Tutto questo vi suona familiare?

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Il comportamento assertivo

Sono tutti esempi di comportamenti non assertivi. Invece di esternare i vostri pensieri e le vostre esigenze in modo diretto e appropriato, dite cose che non pensate o non dite ciò che avete in mente, forse perché avete paura delle conseguenze, o perché non riuscite a trovare le parole adatte.

Tuttavia, potete modificare il vostro modo di pensare e di comportarvi.

L’assertività è un insieme di capacità che si possono imparare.

Potete imparare a comportarvi in modo assertivo e a sviluppare quelle capacità che vi permetteranno di comunicare in modo sicuro e adatto in tutte le situazioni, aumentando così la vostra efficienza sia nella vita privata che in quella professionale.

A volte, un comportamento aggressivo e invadente è considerato un comportamento assertivo. Ma questa è un’idea sbagliata.

Comportarsi in modo invadente per ottenere ciò che si vuole è proprio agli antipodi rispetto a dare l’impressione di essere disposto a lasciare che chiunque vi metta sotto i piedi.

Essere assertivi significa comunicare e gestire le situazioni in modo sicuro, mostrando rispetto per se stessi e per gli altri. Significa esprimersi in modo chiaro, mostrando la propria volontà di collaborare con gli altri per trovare la soluzione migliore.

Comportarsi in modo assertivo non significa averla sempre vinta, ma generalmente porta a risultati migliori, a una maggiore comprensione e rispetto reciproco.

Pensate a tutte le persone di cui vi fidate e che rispettate. È probabile che si comportino in modo schietto e diretto, che discutano in modo calmo e ragionevole, e che esprimano i loro sentimenti positivi e negativi in modo chiaro e sincero. In breve, si comportano in modo assertivo.

Imparare a comportarsi in modo assertivo porta enormi benefici. Si ha maggior rispetto per se stessi e si è più rispettati dagli altri.

Si ha più fiducia nella capacità di gestire i contrasti, di dire di no, di chiedere ciò che si vuole, di fare e ricevere complimenti senza sentirsi a disagio o in imbarazzo, e di dire cose difficili senza ferire se stessi o gli altri. Sono necessari molti sforzi e tanta pratica per diventare assertivi, ma ne vale proprio la pena.

L’assertività per sé e per gli altri

L’assertività è un tipo di comportamento basato sul rispetto di sé e degli altri. Significa affrontare persone e situazioni con sicurezza e fiducia, rispettando sempre i sentimenti altrui e riconoscendo i loro diritti.

Il comportamento assertivo dimostra che siamo tutti uguali e che possiamo tutti esprimere le nostre esigenze, opinioni e sensazioni in modo aperto e sincero.

Un concetto importante da capire è che l’assertività non ha nulla a che vedere con il vincere, ma con il comunicare e trovare soluzioni che tengano conto dei bisogni e dei diritti di tutte le persone coinvolte.

Significa avere il controllo di stessi e delle situazioni, ma non che si vuole controllare gli altri. Comportarsi in modo assertivo significa non snobbare o ferire gli altri e non permettere loro di farlo con noi.

Alla base del comportamento assertivo vi è il convincimento che tutti gli esseri umani hanno uguale dignità e il diritto di essere trattati con rispetto.

Il circuito neurale che aiuta a smettere di fumare

È opinione diffusa che per smettere di fumare sia necessaria una notevole forza di volontà e una salda motivazione.

Le neuroscienze ci suggeriscono invece che c’è un meccanismo neurale che potrebbe aiutarci a troncare la nostra relazione con la nicotina.

Una ricerca condotta presso la Medical University of South Carolinapubblicata su JAMA Psychiatry, una delle riviste dell’American Medical Association, ha dimostrato che la nostra abilità di smettere di fumare è influenzata da un circuito neurale in grado di inibire i comportamenti automatizzati.

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Fumare diventa un automatismo

Il Prof. Brett Froeliger, primo autore dello studio, sostiene che fumare diventa un comportamento automatico: nel nostro cervello lo stimolo ad accendere una sigaretta inizia nello stesso modo in cui il nostro piede preme l’acceleratore quando siamo alla guida e un semaforo diventa verde.

Riuscendo ad intervenire sul meccanismo automatico si potrebbe quindi riuscire ad interrompere la reiterazione a fumare e smettere in maniera più semplice.

Il nostro cervello inibisce i nostri comportamenti automatici attraverso l’inhibitory control network, un circuito neurale che va dal giro frontale inferiore destro e che attraverso la corteccia prefrontale arriva al talamo, una struttura che si trova al di sotto della corteccia cerebrale.

Nei fumatori la trasmissione di stimoli nervosi attraverso questo circuito è spesso compromessa.

Lo studio sperimentale

Il circuito neurale che aiuta a smettere di fumare

La prima parte dello studio è stata condotta esaminando 81 adulti nicotinodipendenti che erano impegnati in un programma di 10 settimane per smettere di fumare.

Prima dell’inizio del programma i soggetti furono esaminati tramite risonanza magnetica funzionale fMRI per verificare il funzionamento del circuito inibitorio: un maggiore livello di attivazione BOLD (Blood Oxygenation Level-Dependent) in tale area cerebrale significava che il cervello stava usando risorse maggiori nell’inibire una risposta automatica.

Dopo le 10 settimane, circa la metà dei fumatori era riuscita a smettere di fumare: dagli esami di neuroimmagine eseguiti è emerso che questi erano quelli che avevano livelli di attivazione BOLD più bassi.

In una fase successiva dello studio sono stati esaminati 26 soggetti fumatori che non avevano intenzione di smettere di fumare: questi venivano pagati per resistere alla tentazione di accendere una sigaretta.

Anche in questo caso coloro che avevano minori livelli di attivazione BOLD erano in grado di resistere senza fumare più a lungo.

Si può smettere di fumare?

Questo studio è il primo che dimostra la capacità del cervello di inibire l’automatismo del fumo.

Ovviamente ciò non vuol dire che la dipendenza dalla nicotina si possa spiegare soltanto tramite questo meccanismo neurale.

Lo studio è stato realizzato per meglio comprendere come aiutare le persone intenzionate a smettere di fumare.

Serviranno però altre ricerche per mettere a punto dei trattamenti comportamentali e farmacologici per potenziare il meccanismo di controllo inibitorio nei fumatori: questi dovranno comunque munirsi di buona volontà e motivazione, ma in futuro potranno avere un aiuto dalla scienza.

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La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche gli altri della rubrica L’Alfabeto delle Donne!

La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

Brunella Gasperini per Psicologia24

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