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disturbi specifici dell’apprendimento

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica, come il linguaggio, è un’attività esclusivamente umana.

È una forma di comunicazione, ha valore simbolico e spesso è definita un mezzo di comunicazione universale per il fatto che è una capacità innata, comprensibile a tutti e che appartiene ad ogni essere umano.

Tuttavia la musica è un’attività legata anche all’apprendimento, si pensi alla pratica dello strumento musicale.

Diversi fattori hanno reso difficile la comprensione della relazione tra musica e linguaggio, soprattutto nei bambini.

In primis per le definizioni eccessivamente restrittive della musica che hanno imposto delle ipotesi fatte sugli adulti e riportate direttamente sui bambini.

In secondo luogo, la musica e il linguaggio sono spesso stati trattati come sistemi in gran parte indipendenti la cui convergenza dipendeva da fattori quali ad esempio la formazione musicale.

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Il Disturbo Specifico del Linguaggio e la musica

Un disturbo del linguaggio che può riflettere un problema di fondo con l’udito musicale è il Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL.

Il DSL è un disturbo dell’infanzia comune che risulta in difficoltà di comprensione e/o di utilizzo del linguaggio, nonostante ci sia un’intelligenza normale e un ambiente di apprendimento sufficiente, assenza di deficit uditivi o problemi di tipo psicopatologico.

Dove non trattate, queste difficoltà di linguaggio hanno implicazioni di vasta portata su altri aspetti dello sviluppo del bambino, come il successo scolastico, sociale, comportamentale ed emozionale.

Le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL possono presentarsi in diversi domini del linguaggio a livello della struttura delle frasi (sintassi), nella struttura delle parole (morfologia), nel significato delle parole (semantica) e nell’organizzazione dei suoni per formare le parole (fonologia) nonché nell’utilizzo del linguaggio a livello sociale (pragmatica).

Anche se i bambini con DSL rappresentano una popolazione eterogenea, una caratteristica peculiare è la loro particolare difficoltà nell’area della sintassi e della morfologia.

Molti bambini dislessici hanno difficoltà a parlare a tempo con un metronomo, a percepire un ritmo e a percepire un tempo.

È tuttavia interessante notare che per alcuni dislessici la lettura musicale può risultare più semplice di quella delle parole, mentre per altri accade il contrario.

Come nella dislessia i bambini che sviluppano un Disturbo Specifico del Linguaggio hanno difficoltà nell’elaborazione e nella discriminazione dei contrasti di tempo (Corriveau et al., 2007).

Un bambino con DSL sembra mostrare una ridotta sensibilità alla durata dei suoni, già visibile a 2 mesi di età, (Friedrich et al., 2004; Corriveau et al., 2007) e ha principalmente un deficit di elaborazione sintattica che si estende anche alla sintassi musicale (Jentschke et al. ,2008).

Molti deficit di apprendimento linguistico sembrano essere legati a deficit dell’elaborazione degli stimoli uditivi in ingresso (musicali – sonori).

Questa definizione più ampia del disturbo può aiutare a sviluppare e a sostenere varie tipologie di intervento attraverso la musica, o meglio attraverso la musicoterapia.

In che modo la musica influisce sul linguaggio?

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

Uno degli scopi delle strategie d’intervento su sintassi e morfologia per l’acquisizione del linguaggio è aumentare la salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche.

Questo approccio è influenzato dalle teorie che suggeriscono che le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL siano dovute a competenze di elaborazione uditiva molto povere.

L’aumento della salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche è stato ipotizzato che possa ridurre la domanda di elaborazione cognitiva, che a sua volta porta il bambino a porre più enfasi sull’apprendimento del linguaggio.

Modificando gli elementi prosodici del linguaggio, come rendere le caratteristiche delle parole più lunghe o più lente, o produrre parole con una dinamica più variabile, può aumentarne la salienza.

L’effettivo ruolo della modificazione della prosodia nell’apprendimento di nuove parole è stato già ampiamente dimostrato con i bambini con DSL.

La modificazione degli elementi prosodici del linguaggio è esagerata nelle canzoni – che in sostanza sono una combinazione di linguaggio, melodia e ritmo.

L’aggiunta della melodia e del ritmo può fornire un aumento naturale della salienza delle caratteristiche specifiche del linguaggio.

Diversi studi con varie popolazioni hanno comparato gli effetti delle canzoni rispetto al parlato durante la presentazione di stimoli consistenti in apprendimento di parole, produzione verbale e di testi scritti.

Questi studi hanno fornito indicazioni positive sull’utilizzo della canzone per la riabilitazione e l’apprendimento del linguaggio. La melodia e il ritmo costituiscono così due componenti principali della musica utilizzati come mezzo di riabilitazione/rieducazione.

Il disturbo specifico del linguaggio è stato descritto da alcuni, come abbiamo visto prima, attraverso un deficit di elaborazione, ovvero i bambini mostrano difficoltà di percezione, di mantenimento, di interpretazione e di integrazione dell’input uditivo (Leonard & Weber-Fox, 2012).

Quindi è possibile che l’aggiunta dell’indizio musicale fornito attraverso il ritmo e la melodia possa ridurre la richiesta cognitiva per l’elaborazione dei segnali uditivi, così che i bambini possano focalizzarsi sull’apprendimento del linguaggio.

I modelli ritmici del linguaggio che sono esagerati nella canzone faciliterebbero e intensificherebbero la percezione e l’apprendimento del linguaggio.

Uno studio di Schon (2016) e colleghi ha dimostrato che durante l’apprendimento di una nuova lingua, gli indizi melodici e ritmici assistono i partecipanti nel riconoscere i contorni delle parole e quindi essi apprendono nuove parole con più facilità rispetto ai partecipanti a cui vengono presentate solo sequenze di parlato.

Questo fatto continua a fornire una prova evidente di come ci siano elementi della canzone che possano essere efficaci nell’intervento sul linguaggio per i bambini con DSL, che presentano problemi di elaborazione.

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Il ritmo

Risultati da studi di elettroencefalografia – EEG suggeriscono che il ritmo, in particolare il metro musicale nella canzone che si allinea con gli accenti linguistici, migliora la comprensione dei testi attraverso la sincronizzazione dell’attività neurale con le sillabe forti (Gordon, 2011).

Questo fatto fornisce una prima evidenza neurologica per l’abilità del ritmo nel facilitare l’apprendimento e il richiamo dei testi delle canzoni.

È anche in linea con le ipotesi che suggeriscono che il ritmo inerente alla canzone fornisca una struttura metrico-temporale che permette di raggruppare a livello percettivo e di suddividere le informazioni in unità più maneggevoli a livello cognitivo, tanto da facilitarne il richiamo in memoria.

Le canzoni

Per cui sembra chiaro che l’apprendimento linguistico sia molto facilitato dall’utilizzo delle canzoncine influendo sia a livello ritmico che melodico.

La presenza di contorni ritmici può migliorare la discriminazione fonologica, dal momento che il cambiamento delle sillabe è spesso accompagnato da un cambiamento di intonazione, e accentuazione.

Inoltre la strutturazione costante degli aspetti musicali e linguistici ottimizza il funzionamento dei meccanismi di apprendimento: è più semplice imparare il testo di una canzone cantandola che solo parlando.

Se dovessimo prendere in considerazione che la musica è simile alla prosodia, questi risultati sarebbero in linea con gli studi che dimostrano come la prosodia sia fondamentale per la segmentazione del linguaggio.

Al di là degli studi scientifici che supportano il ruolo della canzone nel facilitare il linguaggio, la canzone è uno stimolo piacevole per i bambini, che fornisce loro un contesto in cui possono apprendere meglio.

Poiché la canzone è piacevole e motivante, essa permette al bambino di fare pratica attraverso la ripetizione senza il senso di un’esercitazione monotona. Questa ripetizione è cruciale nell’intervento linguistico.

L’utilizzo di ripetizioni e routine familiari durante l’apprendimento del linguaggio è anche influenzato dall’idea di assegnare le risorse, cioè quando le sequenze vengono ripetute è dato per certo che i bambini possano ridurre la quantità di risorse assegnate alla comprensione e si possano focalizzare maggiormente sull’apprendimento.

L’utilizzo della musicoterapia nei disturbi del linguaggio

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica è un mezzo attrattivo, appetibile, accessibile che incoraggia e motiva i bambini a comunicare in maniera più intensa, più efficiente e confidenziale.

Nel momento in cui i bambini cominciano ad esplorare la loro voce, essi scoprono la loro forza nel creare i suoni che emergono da loro stessi e infatti la musica e la voce umana aiutano a liberare l’espressione di sé.

La prosodia, ripetiamo l’elemento musicale dell’espressività vocale, è ritenuta essere il contributo fondamentale e l’aspetto principale dello sviluppo del linguaggio nell’infanzia e durante la vita.

La musicoterapia può effettivamente sviluppare le abilità ritmiche e prosodiche quando sono deficitarie, consentendo in tale direzione una maggiore efficienza della memoria di lavoro per l’elaborazione e la comprensione del linguaggio (Grosz et al., 2010).

La ricerca indica che il musicoterapeuta può implementare le strategie e le tecniche per soddisfare i bisogni comunicativi del bambino.

Grosz (2010) parla di un approccio individualizzato, particolarmente inerente all’improvvisazione che incorpora e riflette l’espressione musicale e vocale di ogni bambino.

Nella pratica musicoterapeutica si parla semplicemente di improvvisazione creativa seppur finalizzata: l’idea è quella di elicitare le risposte dell’altro in modo da portarlo a vocalizzare, a crescere e a rispecchiare diversi modelli ritmici e melodici.

Vengono di seguito riportati esempi pratici di come possono essere utilizzati gli strumenti all’interno di un lavoro di musicoterapia sullo sviluppo del linguaggio

Quando i bambini suonano uno strumento favorito o uno strumento che comunque li motivano a comunicare, i bambini sono coinvolti e contribuiscono da soli al miglioramento delle loro capacità linguistiche, nonché anche dell’attività senso-motoria.

I bambini sono molto interessati e motivati agli strumenti che creano suoni di animali, ad esempio un guiro può rappresentare il verso di una rana.

Questi strumenti forniscono uno stimolo a suonare e a creare i suoni degli animali. Un altro modo è utilizzare degli shakers di diversa forma come se fossero dei frutti, ad esempio una mela, una banana o un’arancia.

Questo utilizzo permette di poter sfruttare canzoni che supportino l’attività del mangiare (quindi le azioni di routine), ma anche la scelta e l’utilizzo di nomi che aiutino la categorizzazione attraverso il gioco.

Ancora gli strumenti a fiato possono risultare molto utili per sviluppare la chiusura delle labbra, il tono muscolare orale e la coordinazione del flusso d’aria.

Inoltre l’esplorazione libera dello strumento facilita anche la vocalizzazione e l’eccessiva salivazione. Il potenziale di poter evocare attraverso l’attività strumentale e vocale questi effetti include la possibilità di dare luogo a un gioco creativo, spontaneo, centrato sul bambino e collaborativo.

La musicoterapia come terapia di supporto al linguaggio

Sembra evidente come la terapia musicale sia funzionale alle qualità musicali e prosodiche, nonché allo sviluppo del linguaggio.

Durante le sessioni di musicoterapia i bambini sembrano accedere al proprio potenziale e sono anche in grado di adattarsi ad un altro ambiente così come alle nuove situazioni come ad esempio l’utilizzo di proposte musicali simboliche d’immaginazione, l’uso di canzoni con temi di fantasia o del gioco con i suoni.

Il miglioramento delle capacità cognitive sembra poi avere un risvolto anche sui modelli d’azione che sembrano più coordinati e integrati tra loro.

L’integrazione del pensiero e quindi dell’azione richiede necessariamente una significativa capacità cognitiva. La musicoterapia può potenziare tali risorse e promuovere questa integrazione tra il pensare e il fare.

Le sequenze ripetitive e l’utilizzo di pause e interruzioni alla fine di ogni frase di canzoni familiari possono motivare il bambino ad anticipare e contribuire a terminarle, mentre le canzoni create di persona, con l’immaginazione e la fantasia, possono evocare un senso di identità musicale e appartenenza personale.

I terapisti del linguaggio e i musicoterapeuti devono sviluppare approcci sistematici insieme, in un contesto multidisciplinare e di lavoro collaborativo.

Condividendo gli obiettivi e lavorando insieme sull’intensità e la velocità del linguaggio, nonché su l’intelligibilità, musicoterapia e logopedia possono creare un processo terapeutico flessibile ed efficace, ma soprattutto ideale per i bambini con disturbi del linguaggio.

Aurora Merciaro per Psicologia24

Fonti:

Awareness of rhythm patterns in speech and music in children with specific language impairments

Musical Rhythm discrimination explains individual differences in grammar skills in children

Songs as an aid for language acquisition

Short and long term rhythmic interventions: perspectives for language rehabilitation

An fMRI study of music sight-reading

Processing prosodic and musical patterns: a neuropsychological investigation

Music, Language and the Brain

Dislexia, Temporal processing and music: the potential of music as an early learning aid for dyslexic children

Musical Rhythm and Language Development

Effects of music therapy in the treatment of children with delayed speech development – results of a pilot study

Il Disturbo di Apprendimento Non Verbale

Marco è un bambino di 9 anni a cui piace ascoltare le favole e condividere con gli amici le storie che gli racconta la nonna. Marco parla e legge bene, è un bambino intelligente.

Ciò che proprio non gli riesce è disegnare, e non ne ha nemmeno tanta voglia!

A scuola ogni tanto la maestra gli chiede di illustrare una storia, e Marco finisce puntualmente per disegnare scenette di ispirazione picassiana.

La maestra ha ormai imparato a sorvolare sul disegno, ma chiede a Marco di impegnarsi quantomeno per una grafia più leggibile, le lettere sul suo quaderno fluttuano come barche al vento.

E poi c’è un’altra cosa che Marco proprio non sopporta: la camicia con i bottoni! Chiuderli è per lui un’impresa!

Alla fine del quarto anno di scuola primaria le maestre di Marco, preoccupate per le difficoltà persistenti del bambino, suggeriscono alla famiglia di portarlo da uno psicologo per un approfondimento clinico; l’ipotesi delle maestre è che Marco abbia un disturbo specifico della scrittura, la cosiddetta disgrafia.

Lo psicologo rileva che le difficoltà di Marco sono più pervasive del previsto e non si limitano alla sola scrittura.

Marco ha problemi a capire le relazioni spaziali e il contenuto non verbale della comunicazione.

La WISC – Wechsler Intelligence Scale for Children, uno strumento clinico e diagnostico per la valutazione delle abilità intellettuali dei bambini, evidenzia un profilo caratterizzato da buone competenze verbali e scarse abilità visuospaziali.

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Che tipo di disturbo ha Marco?

Marco presenta alcuni sintomi del Disturbo di Apprendimento Non Verbale, una sindrome non ancora riconosciuta dai principali manuali psicodiagnostici (DSM-V e ICD-10), ma sulla quale i ricercatori stanno lentamente facendo luce grazie alle recenti acquisizioni in campo psicologico e neuroscientifico.

Il consenso all’interno della comunità scientifica è un requisito indispensabile per affermare l’esistenza stessa del disturbo e per identificare criteri diagnostici affidabili e condivisi.

Recentemente Cornoldi, Mammarella e Fine (2016) hanno condotto una critica della letteratura scientifica sul disturbo di apprendimento non verbale e hanno proposto un aggiornamento dei criteri diagnostici.

Ne parleremo a Milano il 10 e 11 novembre in occasione del Convegno Internazionale sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento organizzato dall’Istituto Galton.

In questa due giorni di eventi, workshop e tanto altro, verrà presentato il libro Il Disturbo di Apprendimento Non Verbale di Cornoldi, Mammarella e Fine, edito in Italia dalla casa editrice Edizioni Galton.

Per informazioni sul convegno e sulle pubblicazioni di Edizioni Galton visitare il sito www.galton.it

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ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Nell’ambito della Psicologia dell’Infanzia, con il termine Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività ci si riferisce ad una difficoltà del bambino nel mantenere l’attenzione su quanto gli viene proposto e ad una serie di comportamenti che denotano impulsività.

Questi problemi, che si verificano in almeno due contesti di vita abituali come la famiglia, l’ambiente scolastico o lo spazio di gioco, derivano sostanzialmente dall’incapacità del bambino di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

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I bambini e la disattenzione

Nello specifico, il bambino caratterizzato da disattenzione fatica a rimanere concentrato su di uno stesso compito per un tempo sufficientemente prolungato e si lascia continuamente distrarre da qualsiasi stimolo anche di lieve entità.

Nell’ambito domestico i bambini, oltre ad essere caratterizzati da un ritmo sonno-veglia particolarmente irregolare, manifestano interessi molto variabili, si stancano facilmente nello svolgere le attività che gli vengono proposte e passano da un gioco all’altro senza prima averlo concluso.

Anche a scuola faticano a portare a termine le attività, appaiono sbadati e disorganizzati ed assolutamente incapaci di seguire le istruzioni fornite nell’ambito della didattica.

ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Questi alunni presentano inoltre alcune difficoltà nell’ambito della memoria di lavoro ed una scarsa capacità di pianificazione e di problem solving che li inducono a sviluppare una percezione di sé come cattivo studente.

Bambini iperattivi

I bambini iperattivi manifestano un forte grado di impulsività che li induce a giocare in modo spericolato e rumoroso e a muoversi in continuazione ed in modo frenetico anche quando dovrebbero rimanere tranquilli.

Questi bambini faticano ad inibire i comportamenti inappropriati o a controllare l’espressione dei propri stati emotivi che avviene in modo poco controllato, quasi senza freni, spesso non appaiono in grado di attendere il proprio turno di parola ed intervengono nelle discussioni altrui in modo inopportuno, pur senza rendersene conto.

I genitori e gli insegnanti lamentano spesso una fatica nella loro capacità di riconoscere il pericolo, nel contenere reazioni aggressive o esplosioni di rabbia in risposta a stimoli di lieve entità ed una difficoltà nel tollerare il differimento della gratificazione, con la pretesa di poter soddisfare i propri bisogni nel momento stesso in cui questi emergono ed una volontà particolarmente impositiva.

Ad oggi, nell’ambito della neuropsichiatria, non esiste un parere unanime rispetto alle possibili cause sottese al disturbo, ma la stragrande maggioranza degli scienziati concorda nel presumere un malfunzionamento neurobiologico o di natura genetica che induce il soggetto a distrarsi con facilità e ad agire in modo impulsivo.

Come comportarsi con un bambino con ADHD?

ADHD: strategie compesatorie per disattenzione e iperattività

Queste difficoltà non devono essere interpretate come determinate della scarsa motivazione del bambino o come la conseguenza di un atteggiamento scontroso e maleducato, bensì come l’incapacità del soggetto, assolutamente indipendente dalla sua volontà, di essere rispondente alle richieste sociali.

Per queste ragioni il bambino che presenta un disturbo di questo genere non deve essere punito con la riduzione delle attività piacevoli che implicano movimento o con l’esecuzione di richieste di attenzione ulteriore.

Nell’ambito della scuola e della didattica è importante cercare di eliminare tutte le possibili fonti di distrazione, predisponendo un ambiente tranquillo e privo di iper-stimolazioni; mantenere il contatto oculare nel corso delle spiegazioni per accertare il livello di attenzione ed incentivare l’interesse; interagire frequentemente con il soggetto sia a livello verbale che a livello fisico; consentire all’alunno di concordare delle pause di breve durata durante l’esecuzione dei compiti più impegnativi.

Nel corso delle spiegazioni è importante che l’adulto fornisca consegne brevi e semplici e che si assicuri siano state adeguatamente comprese.

In molti casi può essere opportuno supportare il ragazzo nella comprensione delle istruzioni di lavoro o di alcuni contenuti didattici aiutandolo ad individuarne le parti importanti e a focalizzarsi solo su queste.

Altrettanto utile appare la chiara definizione dei tempi di lavoro e la suddivisione delle attività in piccole parti.

Per quanto riguarda l’intervento terapeutico da attuare anche nell’ambito del contesto familiare, i trattamenti di natura cognitiva e comportamentale sembrano essere i più efficaci.

Questi consistono nell’insegnare ai genitori dei bambini in oggetto o agli stessi ragazzi a ridurre gli atteggiamenti negativi e ad incrementare quelli positivi pianificando ed acquisendo delle opportune conseguenze sia ai comportamenti problematici che a quelli attesi.

Ecco quindi che un obiettivo generale può essere suddiviso in una serie di piccoli step ben strutturati che implicano premi e riconoscimenti affettivi nel momento stesso in cui vengono raggiunti.

Il bambino viene inoltre abituato ad acquisire una sorta di dialogo interno che lo guidi nella soluzione delle situazioni problematiche e che lo stimoli a riconoscere il problema, generare soluzioni alternative, valutare l’efficacia di ciascuna soluzione, pianificare le procedure di risoluzione e valutare la qualità del risultato ottenuto.

Per i bambini che presentano questo tipo di difficoltà sembra essere estremamente importante riuscire a stabilire delle attività programmate e di routine, possibilmente il meno destrutturate possibili anche in termini di spazi, materiali e tempi, definire con chiarezza le eventuali consegne di lavoro, ma anche le regole del vivere civile che devono essere semplici, ben definite e di effettiva attuazione.

Molto importanti risultano essere tutte quelle attività che aiutano il bambino ad ampliare le proprie capacità di previsione e che consentono al genitore di individuare gli eventuali nessi causali ed i segnali anticipatori dei comportamenti dirompenti, al fine di prevederli, prevenirli o meglio contenerli.

Veronica Tresoldi per Psicologia 24

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

Prima che il nostro bambino impari a leggere, scrivere e far di conto è fondamentale che alcune abilità più semplici si consolidino e inizino a lavorare in sinergia.

Immaginiamo queste abilità come dei mattoncini dell’apprendimento con i quali il bambino può costruire competenze via via più complesse.

Lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento segue dei ritmi leggermente diversi da bambino a bambino.

Gli insegnanti sono solitamente i primi a notare la precocità di alcuni bambini rispetto ad altri nell’apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo.

Questa variabilità individuale durante le prime fasi dell’apprendimento è normale e non deve destare particolari preoccupazioni, essa infatti tende a ridursi intorno ai 7-8 anni.

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La prevenzione dei disturbi dell’apprendimento

In un’ottica di prevenzione delle difficoltà di apprendimento, tuttavia, sarebbe opportuno monitorare lo sviluppo dei prerequisiti dell’apprendimento e intervenire con potenziamenti mirati quando necessario.

La sede ottimale per la valutazione e il potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento è la scuola.

La valutazione può essere condotta durante l’ultimo anno di scuola dell’infanzia o il primo anno di scuola primaria. Il periodo ideale è la prima metà dell’anno scolastico.

La valutazione può essere fatta da insegnanti adeguatamente formati in materia, tuttavia se la scuola dispone della collaborazione di altre figure professionali qualificate, quali psicologi scolastici, educatori e pedagogisti, queste possono coadiuvare il lavoro dell’insegnante.

Prerequisiti dell’ apprendimento: cosa può fare la scuola?

La valutazione si svolge attraverso l’uso di strumenti standardizzati (solitamente test e questionari osservativi) che restituiscono un profilo non solo delle diverse aree dell’apprendimento, ma anche delle abilità trasversali (capacità motorie, visuo-spaziali, fonologiche, etc.).

Per i bambini che ad una prima valutazione dovessero riportare delle difficoltà significative dovrebbe essere predisposto un piano di potenziamento della durata di almeno uno o due mesi da attuarsi direttamente a scuola.

Il potenziamento dovrebbe andare a rafforzare quelle specifiche aree in cui il bambino ha difficoltà.

Per verificare l’efficacia dell’intervento, al termine del percorso di potenziamento si raccomanda una seconda valutazione con gli stessi strumenti utilizzati durante la prima fase.

Se nonostante il potenziamento un bambino dovesse continuare ad avere difficoltà significative, la scuola deve darne comunicazione ai genitori e indirizzarli verso un approfondimento clinico in altra sede.

È importante ricordare che la valutazione dell’apprendimento condotta a scuola non costituisce in alcun modo una diagnosi di DSA, si configura, invece, come una buona prassi per l’individuazione dei casi a rischio.

Laddove le scuole non attivassero percorsi di valutazione delle difficoltà di apprendimento (anche detti screening DSA), i genitori possono farne richiesta formale alla direzione.

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Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Affrontare l’argomento dell’esperienza psicologica BES – Bisogni Educativi Speciali significa definire il valore che diamo a tale realtà e tale significato risiede principalmente nel modo in cui i BES sono vissuti dalla nostra cultura.

Ogni persona, infatti, definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive.

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Tipologie di BES

Le situazioni in cui l’apprendimento può essere difficoltoso o complesso sono molteplici, il Ministero dell’Istruzione ha identificato tre sottocategorie di alunni con Bisogni Educativi Speciali:

  1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92;
  2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui si inseriscono:
    D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per il cui riconoscimento è necessario presentare la diagnosi di D.S.A. ai sensi della legge 170/2010;
    – deficit di linguaggio;
    – deficit delle abilità non verbali;
    – deficit della coordinazione motoria;
    A.D.H.D. (Deficit di Attenzione e di Iperattività);
  3. alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico.

I Bisogni Educativi Speciali e la famiglia

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Da recenti studi emerge come la famiglia della persona con BES, anche se spesso in difficoltà, non sia necessariamente destinata a entrare in crisi e crollare: essa sopravvive, si adatta alla situazione e ne trae, in alcuni casi, perfino aspetti positivi (Zanobini, Manetti e Usai, 2002).

La prospettiva oggi utilizzata è quella psicosociale volta primariamente alla promozione dei fattori di salute e alla prevenzione.

La presa in carico della famiglia con BES viene fatta con un’attenzione maggiore allo sviluppo e consolidamento delle competenze di coping e di integrazione con la rete sociale e con l’integrazione di professioni diverse quali lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore e il neuropsichiatra (Mazzoleni, 2004).

Il figlio con Bisogni Educativi Speciali richiede molto spesso uno sforzo speciale, talvolta gravoso, sia dal punto di vista psicofisico che organizzativo ed economico anche per il suo mantenimento delle sue condizioni di salute.

La famiglia, ma solitamente e principalmente la madre, vede aumentare in misura rilevante il peso e la complessità dei compiti pratici di allevamento del figlio.

Spesso le spese per cure o visite specialistiche contribuiscono all’aggravamento del sistema familiare.

Molti studi sono stati prodotti sullo studio del ciclo di vita di questa tipologia di famiglia: partendo dalla comunicazione della diagnosi di BES che può avvenire in diversi momenti della vita del figlio, dei genitori e dei fratelli, se presenti.

Non si devono quindi considerare i BES come uno svantaggio specifico di un soggetto, che come tale viene trattato, riabilitato ed assistito.

Piuttosto si tratta di un evento scatenante reazioni e adattamenti interconnessi: non solo all’interno del soggetto stesso, ma anche in un più ampio raggio che supera perfino la rete dei suoi rapporti familiari.

Il fenomeno arriva ad interessare la comunità in cui vive, influenzandola ed essendone influenzato.

La famiglia conserva una propria identità; grazie al concetto di ciclo vitale è possibile rappresentare questa complessità e comprendere i bisogni, le difficoltà, le esigenze e le peculiarità del sistema in una determinata fase del suo sviluppo.

I BES rappresentano quindi, dei rilevatori di giochi relazionali e degli attivatori delle risposte individuali al disagio, così da renderle evidenti.

La famiglia con bambini BES è uno spaccato di famiglia normale, dove gli eventi stressanti mettono in rilievo quelle caratteristiche comuni alle difese dei sistemi umani di relazione, in maniera così evidente da non passare inosservati.

Giulia Liperini e Alessandra Testi per Psicologia24

Introduzione ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Negli ultimi anni l’attenzione sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) è cresciuta molto, complice la Legge n.170 dell’8 ottobre 2010 che ha riconosciuto la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento e che ha incentivato scuole di ogni ordine e grado ad attivare interventi tempestivi idonei a individuare bambini a rischio DSA.

Si stima che in Italia la percentuale di individui con DSA sia compresa tra il 2,5 e il 3,5 % della popolazione.

Si tratta di disturbi determinati da disfunzioni neurobiologiche che coinvolgono uno specifico dominio di abilità e che interferiscono con il normale processo di acquisizione della lettura, della scrittura e del calcolo.

I fattori ambientali – quali scuola, ambiente familiare e contesto sociale – intrecciandosi con quelli neurobiologici possono contribuire a determinare un maggiore o minore adattamento dell’individuo.

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La diagnosi dei DSA

I disturbi specifici dell’apprendimento non sono determinati da deficit intellettivi, mancanza d’istruzione o problemi a organi di senso.

L’esclusione del ritardo mentale, ad esempio, è uno dei criteri basilari per poter effettuare la diagnosi di DSA.

La diagnosi di DSA non può essere fatta prima che il normale processo di insegnamento delle abilità di lettura, scrittura e calcolo sia terminato, quindi prima della fine della classe seconda primaria per le abilità di lettura e scrittura e della fine della classe terza primaria per le abilità di calcolo.

Tuttavia, è possibile individuare fattori di rischio personali e familiari e indicatori di ritardo dell’apprendimento che consentono l’attuazione di interventi precoci mirati al potenziamento dei prerequisiti della lettura, della scrittura e del calcolo.

L’importanza di un trattamento precoce

Introduzione ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento

Le conseguenze di un disturbo specifico dell’apprendimento possono tradursi in un abbassamento delle prestazioni scolastiche e degli anni di scolarizzazione, con frequenti abbandoni nel corso della scuola secondaria di secondo grado, e in alcuni casi nella riduzione delle potenzialità lavorative e sociali.

Intervenire in maniera tempestiva attraverso l’identificazione dei casi a rischio, con diagnosi non tardive e trattamenti mirati riduce notevolmente questi rischi.

Un bambino con DSA, se adeguatamente capito, incoraggiato e sostenuto può realizzare appieno le proprie potenzialità e raggiungere risultati eccellenti nella propria carriera accademica e lavorativa.

Sono in aumento le prove scientifiche sull’efficacia degli interventi riabilitativi nella riduzione delle varie difficoltà legate al disturbo e nel miglioramento del rendimento scolastico (miglioramento del funzionamento adattivo in età evolutiva), nonché nella prognosi psichiatrica e sociale a lungo termine.

La precocità e la tempestività degli interventi appaiono sempre più spesso tra i fattori prognostici positivi.

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Un nuovo test per la valutazione dei Disturbi dell'Apprendimento

Il Test PML è una batteria di strumenti per la misurazione oggettiva delle abilità di memoria, di facile e veloce somministrazione, che consente di individuare profili cognitivi correlati alle difficoltà di apprendimento.

Uno dei fattori causali che può essere riscontrato alla base di alcune tipologie di difficoltà di apprendimento e disturbi dell’apprendimento è infatti la memoria a breve termine, conosciuta anche come working memory o memoria di lavoro.

La Batteria PML misura la memoria a breve termine ed è articolata in una serie di prove di base e in prove di approfondimento.

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Utilità del Test PML

Le prove di base contengono una serie di compiti selezionati secondo il tradizionale modello teorico di Baddeley e Hitch e sono in parte ispirate ai più noti compiti utilizzati nella letteratura scientifica nazionale e internazionale per la misurazione della memoria di lavoro.

Le prove di approfondimento della batteria PML esaminano invece in maniera analitica i singoli processi esecutivi (shifting, updating e inibizione) e includono anche compiti che esaminano la velocità di elaborazione delle informazioni e la velocità di accesso alle informazioni a lungo termine.

Secondo le autrici del PML , AntoneIla D’Amico e Claudia Lipari, i campi di applicazione del test sono piuttosto vasti.

Esso può infatti essere utilmente impiegato in ambito scolastico, per conoscere meglio le potenzialità di apprendimenti dei singoli alunni; in ambito diagnostico può consentire di formulare un profilo analitico del funzionamento dei diversi processi di memoria e dei fattori attentivi coinvolti; può essere infine molto utile per l’avvio di un percorso riabilitativo, al fine di individuare i punti di maggiore forza nelle abilità di memoria del bambino e le aree di particolare carenza.

Il test PML è edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing e distribuito in Italia da Edizioni Galton.

Presso l’Istituto Galton sono in corso una serie di ricerche scientifiche che mirano a valutare l’efficacia del test PML negli interventi di assessment e riabilitazione inerenti a difficoltà di apprendimento e disturbi specifici dell’apprendimento.

Disturbi specifici dell'apprendimento: 5 falsi miti

Sotto il cappello dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) rientrano diversi disturbi di natura neurobiologica che compromettono una o più aree dell’apprendimento (lettura, scrittura, grafia, calcolo), causando difficoltà nello studio e nel lavoro.

Spesso vi sono ripercussioni anche sulla sfera emotiva e relazionale del soggetto, che a causa dei ripetuti insuccessi sperimenta sensazioni di inadeguatezza, sconforto e rassegnazione.

Negli ultimi anni la sensibilità sul tema è notevolmente aumentata – complice la legge n.170 del 2010 Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico –  tuttavia, persistono alcune false credenze che non permettono a genitori, insegnanti e bambini stessi di comprendere appieno la natura del disturbo.

Di seguito troverete 5 falsi miti ancora molto diffusi sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

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1. Un bambino che ha difficoltà a leggere, scrivere o far di conto è sicuramente affetto da disturbo specifico dell’apprendimento.

Un bambino che presenta difficoltà in uno o più degli ambiti di apprendimento non è necessariamente un bambino con disturbo specifico di apprendimento.

Porre una diagnosi di DSA non è un compito semplice e veloce: vanno presi in considerazione numerosi fattori e il processo richiede del tempo.

La difficoltà negli apprendimenti potrebbe essere dovuta, infatti, a cause diverse da quelle proprie dei DSA.

Un disturbo specifico dell’apprendimento è un’alterazione funzionale, a livello neurobiologico, che riguarda gruppi di neuroni implicati nell’apprendimento di una o più abilità specifiche (lettura, scrittura, grafia, calcolo).

Per la diagnosi di DSA, pertanto, devono essere esclusi motivi di altra natura, quali: problemi a organi di senso (occhi, orecchie, etc.), ritardo mentale, disturbi emotivi o dello spettro autistico, fattori culturali, economici e ambientali.

Ciò non vuol dire che, ad esempio, chi ha un problema di vista non possa avere anche un disturbo specifico dell’apprendimento, ma che il clinico dovrà valutare attentamente da cosa dipende la compromissione di quella specifica abilità.

2. Un bambino con disturbo specifico dell’apprendimento ha un’intelligenza inferiore alla media.

I disturbi specifici dell’apprendimento sono alterazioni funzionali di determinati gruppi di neuroni, come già detto, coinvolti nell’apprendimento di abilità specifiche.

Pertanto, il quoziente intellettivo (QI) del soggetto non è compromesso o inferiore alla media.

Uno dei parametri fondamentali per porre una diagnosi di DSA è infatti quello della discrepanza rispetto al QI, cioè il disturbo dell’apprendimento non deve poter essere attribuito a quoziente intellettivo significativamente inferiore alla media.

Oltretutto, studi al riguardo indicano che circa il 33% dei soggetti con DSA possiedono un qualche talento: personaggi famosi quali Tom Cruise, Leonardo da Vinci, John Lennon, Muhammad Ali, Milton Erickson e Richard Bronson pare siano, o siano stati, dislessici.

3. I bambini con disturbi dell’apprendimento sono pigri e non vogliono impegnarsi.

Disturbi specifici dell’apprendimento 5 falsi miti

Bambini con disturbo dell’apprendimento vengono considerati, alle volte, come pigri e svogliati.

Sebbene possa accadere che, in seguito a continue frustrazioni, questi bambini sperimentino un senso di rassegnazione e rifiuto della scuola, non è vero il contrario, cioè che il disinteresse e la pigrizia causino i disturbi specifici dell’apprendimento.

Si tratta purtroppo di disturbi reali, con un impatto negativo forte nella vita di tutti i giorni.

Immaginate come potreste sentirvi se ogni volta che leggete qualcosa di nuovo vi servisse del tempo in più per pensare al suono delle parole, o se per capire il significato di una frase doveste leggerla più volte.

Immaginate lo stress di un bambino DSA chiamato a leggere davanti ai suoi compagni di classe col timore di essere ridicolizzato per la sua lentezza.

Purtroppo, in queste circostanze è molto probabile che il bambino sviluppi antipatia e rifiuto per la scuola.

4. Col tempo si può guarire da un disturbo dell’apprendimento.

Per prima cosa è importante sottolineare che un disturbo dell’apprendimento non è una malattia, e che pertanto non è corretto parlare di guarigione.

Si può nascere dislessici, digrafici, o discalculici così come si può nascere con un determinato colore della pelle o degli occhi.

Se il disturbo dell’apprendimento viene diagnosticato nei primi anni di scolarizzazione (seconda o terza elementare) vi sono buoni margini di miglioramento dell’efficienza dei processi compromessi.

Il soggetto non smetterà mai di essere un DSA, tuttavia attraverso interventi precoci si potrà sostenere il bambino durante il suo percorso scolastico, con l’insegnamento di strategie di studio efficaci e l’eventuale utilizzo di misure compensative (ad esempio la calcolatrice per i bambini discalculi) e dispensative (ad esempio la riduzione della mole di lavoro) si potranno risparmiare al bambino inutili sofferenze.

5. I disturbi dell’apprendimento possono essere trattati con medicinali.

Non vi sono ad oggi trattamenti medici di cui è stata provata l’efficacia nel trattamento dei disturbi specifici dell’apprendimento.

Piuttosto, è buona prassi attuare nelle scuole misure preventive per l’individuazione dei soggetti a rischio, specialmente durante l’ultimo anno di scuola materna e il primo anno di scuola elementare.

Intervenire precocemente sul potenziamento dei prerequisiti delle abilità di lettura, scrittura e calcolo permette di ridurre il divario tra bambini DSA e bambini non DSA.

Fare chiarezza sui disturbi specifici dell’apprendimento è necessario per i genitori, gli insegnanti e soprattutto per i bambini.

Esistono interessanti ricerche scientifiche che hanno dimostrato l’importanza, per il benessere psicologico dei bambini e dei ragazzi con DSA, di essere in grado di comprendere e spiegare ad altri la propria condizione.

Serena Firera per Psicologia 24

Nuove scoperte sulla dislessia

In una ricerca scientifica condotta presso la Carnegie Mellon University è emerso che le difficoltà nella discriminazione fonologica dei suoni del linguaggio, difficoltà tipica di alcune forme di dislessia, potrebbero essere una conseguenza anziché una causa di tale patologia.

Nella ricerca, diretta dalla Prof.ssa Lori Holt e dalla Prof.ssa Yafit Gabay è emerso infatti che le difficoltà nella discriminazione fonologica sono correlate con difficoltà nell’apprendimento procedurale (e che, molto probabilmente, le difficoltà nella discriminazione fonologica sono una conseguenza delle difficoltà nell’apprendimento procedurale).

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Un deficit dell’apprendimento procedurale potrebbe quindi essere uno dei fattori causali della dislessia e tale deficit potrebbe essere correlato a specifici meccanismi neuropsicologici regolati da determinate aree della corteccia cerebrale.

Questa scoperta apre la strada a nuovi possibili trattamenti della dislessia più efficaci di quelli attuali.

Sono già in corso altre ricerche per verificare se i trattamenti che intervengono direttamente sull’apprendimento procedurale possono essere più efficaci degli altri trattamenti.

In Italia, alcune ricerche in questo campo sono in corso presso il  CIRDA (Centro Interdisciplinare di Ricerca sui Disturbi dell’Apprendimento) e presso l’Istituto Galton.

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Dislessia e Disturbi dell'Apprendimento nel bambino la valutazione del rischio a 5 anni aiuta a prevenirli

Un recente studio scientifico condotto dal CIRDA – Centro Interdisciplinare di Ricerca sui Disturbi dell’Apprendimento in collaborazione con l’Istituto Galton ha mostrato che l’intervento precoce, all’età di 5 anni, di valutazione dei prerequisiti dell’apprendimento consente di individuare in maniera molto attendibile quali bambini sono a rischio di sviluppare un Disturbo dell’Apprendimento (dislessia, disgrafia, discalculia) a 7 o 8 anni.

L’individuazione precoce del rischio consente di attuare degli interventi di potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento e quindi di prevenire parte delle conseguenze negative della dislessia, della disgrafia e della discalculia.

Sembrano essere molto importanti quindi i piani attuativi di screening del rischio dei disturbi dell’apprendimento da realizzare nell’ultimo anno della scuola dell’infanzia, o al massimo nel primo anno della scuola primaria.

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