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La violenza sulle donne è un racconto scritto male

Nel mondo, per milioni di donne, ragazze e bambine la violenza fa parte della vita di tutti i giorni.

Sotto forma di stalking, maltrattamenti, abusi sessuali o pratiche culturali patriarcali come mutilazione dei genitali, aborti forzati, matrimoni precoci.

Oppure di trascuratezza che non di rado porta alla morte, come accade in Cina e India con l’uccisione selettiva di neonati femmina.

È di questi giorni la discussione di un disegno di legge in Turchia che depenalizza lo stupro alle minorenni, anche giovanissime, se l’aggressore è disposto a sposare la vittima. Fortunatamente il disegno di legge è stato ritirato.

Ma è importante citarlo per capire di cosa si discute in un parlamento a due ore di volo dall’Italia.

Non occorre però andare lontano per trovare altre atrocità.

Aggressione e omicidio di una donna, in quanto donna, per mano di un uomo, in quanto uomo, sono realtà che ci coinvolgono da molto vicino.

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La violenza sulle donne quotidiana

Nella nostra cultura, sebbene via sia una visibile emancipazione delle donne, ben poco si rinnovano i canoni di genere: in modo desolante l’idea della femmina è ancora legata a possesso e utilizzo, a oggetto di piacere.

Nascosti, ma a volte non così tanto, persistono atteggiamenti che banalizzano e per quanto paradossale sostengono la violenza sulle donne.

Nel modo in cui viene raccontata, ad esempio. Come sono riportati i fatti è molto importante, l’uso delle parole determinante.

Perché è diverso dire Maria è stata vittima di violenza, oppure Maria è stata violentata da Giovanni, oppure Giovanni ha violentato Maria.

Quando si parla di femminicidio, termine ormai consueto nel linguaggio giornalistico, sono le identità femminili ad essere delineate, e sfocate quelle degli assassini.

Ci ricordiamo di agghiaccianti fatti di cronaca come quello che ha coinvolto Sara a Roma, data alle fiamme, Carmela a Palermo uccisa a coltellate, Carla a Pozzuoli incinta e bruciata viva (fortunatamente sopravvissuta). Abbiamo presente in molti casi il loro volto.

Ma ci ricordiamo i nomi e i lineamenti dei loro assassini? Chi sono questi maschi, dove sono adesso, quale la condanna a loro assegnata?

Non lo sappiamo, sono stati messi in secondo piano, tolti di scena.

Si tende ad alzare un silenzio dannoso sui responsabili che non aiuta a vedere però le cose come sono e ad affrontarne le cause dalla radice.

Parlare di violenza domestica contro le donne o femminicidio significa omettere i colpevoli. E creare equivoci.

Forse meglio parlare di Uomini violenti contro le donne.

Non per incitare guerra tra i sessi ma per coinvolgere tutti i protagonisti di questo agghiacciante fenomeno, capire i meccanismi psicologici, sociali e culturali che ne stanno alla base.

Un impegno che dovrebbe interessare proprio gli uomini.

Perché se è vero che la violenza fisica e sessuale vede quasi esclusivamente l’uomo come autore di atti contro le donne – quadro connotato e forte, confermato dagli studi provenienti da tutto il mondo – maschio non vuol dire essere violento e assassino.

La violenza sulle donne è un racconto scritto male

Alcuni atteggiamenti impliciti nel sentire comune indirettamente avvantaggiano la violenza di genere.

Succede quando:

La giustifichiamo considerando l’uso dell’aggressività da parte di un uomo nei confronti di una donna come espressione legittima di potere, di dominio maschile, risposta adeguata in alcuni casi alle trasgressioni della partner.

La scusiamo pensando ad esempio che il raptus di gelosia sia una debolezza, e alleggerendo così la responsabilità dei colpevoli. Oppure credendo che gli uomini siano biologicamente predisposti, impossibilitati a controllare l’impeto sessuale. Immaginando inoltre l’abuso proprio di individui malati, strani o sotto effetto di sostanze. Mentre i dati rivelano tutt’altro.

La nascondiamo parlando solo delle barbarie più clamorose e sorvolando invece sulle forme sociali ed emotive di potere e di controllo che le accompagnano. Non dando attenzione ai tentati omicidi e ai suicidi legati a situazioni di abuso o ai cosiddetti orfani speciali (figli di madri barbaramente uccise). Non affrontando una dimensione sommersa fatta di forme altre di violenza come abuso, sopraffazione, soggezione, terrore, disparità di trattamento.

La banalizziamo pensando che l’aggressione possa starci, tutto sommato, in una coppia. Il legame tra mito romantico dell’amore e violenza – impregnato sulla passione e sulla gelosia – è ancora molto diffuso.

La minimizziamo dicendo che sono episodi isolati, che a noi non può accadere, che i dati relativi agli abusi sono esagerati, che le donne inventino storie di stupro.

Spostiamo la colpa su chi subisce, affermando che sono le donne a provocare, a cercarsela, a vestirsi in modo provocatorio, ad andare in giro da sole, a frequentare individui sbagliati, a fidarsi di mariti inadatti, e via con un elenco infinito di ovvietà.

Proviamo solidarietà con l’aggressore. Secondo alcuni studi scientifici, in media gli uomini (soprattutto coloro che sostengono i ruoli di genere tradizionali) rispetto alle donne tendono ad essere più solidali verso altri uomini che commettono violenza contro le donne.

La letteratura scientifica indica che in media gli uomini hanno più probabilità di essere in accordo con i miti che incoraggiano l’aggressività, mostrando meno empatia con la vittima, tendono a minimizzare i danni associati alle aggressioni fisiche e sessuali e ritengono che i comportamenti abusanti siano meno dannosi rispetto a quanto credono le donne.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Madre-bambino: la base di tutti i legami

Nasciamo programmati per entrare in relazione con gli altri e formare legami.

Già nella vita intrauterina il feto è in grado di connettersi con ciò che lo circonda, addirittura di condividere le emozioni con la madre.

Studi di psicologia prenatale hanno infatti scoperto che il nascituro interagisce, risponde agli stimoli, si turba in alcune situazioni, stabilendo un misterioso e profondo legame con la propria mamma ben prima del parto.

La predisposizione a sviluppare un legame fin dalla nascita con chi si prende cura di noi è una necessità predisposta geneticamente.

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La necessità dell’attaccamento

Si ha bisogno da subito di essere accolti, rassicurati, amati, riconosciuti.

Di essere addomesticati, secondo le parole tra il Piccolo Principe e la volpe di Antoine de Saint-Exupéry: se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

In effetti il meraviglioso e delicato processo di attaccamento tra genitore e neonato è la misura di quanto diventano speciali l’uno per l’altro.

Subito dopo la nascita c’è un periodo sensibile durante il quale circolano insolitamente livelli molto alti di endorfine nella coppia madre/neonato, significativi per l’attaccamento.

Questo primo legame forte e specifico che fa attaccare madre – o un’altra figura di accudimento – e bambino e prosegue negli anni della crescita è la dimensione nella quale impariamo molto su chi siamo, come si sta con gli altri, come si conducono i rapporti.

È lì che avviene l’imprinting sociale, che capiamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, sono accettati, compresi, ricambiati. È in questo ambito emotivo che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sintonizzarci con l’altro, a ritmare le relazioni in una reciprocità emotiva.

Un attaccamento inefficace, insufficiente impone costi enormi in termini emotivi. Segna per sempre.

La trascuratezza, il rifiuto, il distacco, l’insensibilità materna, e quindi l’impossibilità di attaccarsi in modo sicuro, di scoprire e stare in intimità, rende poveri in empatia, insensibili al dolore altrui, aggressivi, instabili, inesperti di legami anche in età adulta.

Grezzi, incapaci di muoversi nei rapporti. Furtivi e paurosi. Risulta esserci una correlazione anche con bassa autostima, sensi di inadeguatezza, aggressività, e forte dipendenza.

Apprendere la relazione

Un rapporto emotivamente positivo stabile e reciprocamente gratificante tra bambino e adulti di riferimento invece è il punto di partenza per ricreare legami affettivi forti con altre persone speciali nella vita, provare piacere e gioia nell’interagire con loro, essere confortati dalla loro vicinanza.

Senza aggrapparsi in modo ossessivo, né rifuggire in modo ansioso.

L’importanza di un efficace attaccamento per lo sviluppo del cucciolo è del resto conosciuto anche negli animali. La separazione precoce dalla madre, ad esempio, rende alcune razze di cane pericolosamente aggressive.

Sono famosi in questo ambito gli studi della teoria dell’attaccamento degli studiosi Bowlby, Spitz, Harrow sull’importanza del legame con la madre per sviluppare la propria sicurezza, sul ritardo dell’accrescimento del bambino a seguito della mancanza o inefficacia della figura materna (sindrome da deprivazione materna), sulle scimmiette che prediligono una mamma surrogata calda e accogliente rispetto a quella fredda ma dispensatrice di cibo.

Anche le moderne neuroscienze ci mostrano le radici fisiologiche della nostra necessità di vicinanza, contatto, scambio con gli altri.

Nel nostro cervello le relazioni attivano i circuiti cerebrali della ricompensa. Ci fanno sentire bene, in altre parole.

Si è scoperto che le aree corticali rispondono in modo decisamente unico alla vista di altre persone o alle immagini di esseri umani.

Le emozioni negli altri sono registrate dal nostro cervello con forte intensità, i neuroni specchio ci permettono di empatizzare ed entrare in relazione quando osserviamo gli altri.

Relazioni e benessere

Le relazioni sociali sembrano implicate in complessi meccanismi biologici come la replica delle cellule e il funzionamento immunitario.

La scienza oggi ci porta numerose evidenze per farci capire come il benessere sia profondamente legato alla connessione e all’intimità sociale.

Gli studi provano che la qualità dei legami sociali è correlata alla salute fisica, ad una migliore immunità alle malattie infettive, a più bassi livelli di depressione. Anche ad un positivo senso di sé, di autostima.

La promozione della salute in questo senso passa necessariamente per il rafforzamento di legami sociali positivi.

È ampiamente dimostrato che cresciamo, definiamo chi siamo, costruiamo la nostra identità, l’autostima, la fiducia in noi stessi attraverso le relazioni, gli attaccamenti autentici con gli altri, con i nostri animali, anche.

Ogni legame, debole o forte, ha in sé un potenziale per aiutarci, così come farci del male. Perché legarsi vuol dire stringere una relazione profonda, connettersi, essere vicini. Entrare in intimità e quindi mettere in gioco le parti più intense e nascoste, esporsi alla vulnerabilità. Ma non si può prescindere dai rapporti profondi per conoscere se stessi ed esprimersi.

Brunella Gasperini per Psicologia24

La bellezza dell'età

Fammi invecchiare è il suggestivo titolo di una recente campagna di Save the Children.

Nel manifesto un bambino africano ci guarda e chiede di farlo invecchiare, di avere cioè la possibilità di vivere a lungo e in modo dignitoso, ricordandoci come anche solo crescere in molte parti del mondo purtroppo non sia scontato.

Una richiesta, un appello che, scollato dalla triste realtà a cui si riferisce, potrebbe essere preso in prestito con significati diversi anche nella nostra società, dove invece invecchiare è vissuto con timore.

Ti può interessare anche: La dipendenza affettiva

Le donne e l’età

In modo particolare dalle donne. Questa frase potrebbe allora diventare il loro slogan per rivendicare il diritto di avanzare negli anni con libertà, senza preconcetti e stereotipi:

Fammi invecchiare, permettimi di vivere i miei anni, di esibirli senza paura e imbarazzo.

Di fare in modo che l’ansia non mi assalga scoprendo il mio corpo segnato dal tempo.

Di non spaventarmi di fronte a rughe, grigiori, macchie, crolli.

Fai in modo che non mi senta impaurita di cambiare, di perdere la muta della gioventù per infilarmi nella maturità.

Di non pensare che il mio fascino venga dirottato chissà dove da Madre Natura al compimento di qualche decina di anni in più.

Di rendermi libera dal giudizio che mi sento addosso ogni volta che apro una rivista, accendo uno schermo, passeggio per strada.

Di rifiutare quei messaggi minacciosi sull’importanza di rimanere giovane e bella perché invecchiare vuol dire appassire irrimediabilmente.

Di non dovermi nascondere dietro travestimenti per rimandare il presente, vivendo dietro una maschera di bellezza.

Di rendermi libera dall’illusione della gioventù, di non cercare approvazione negli altri per convalidare questa illusione.

Di sentirmi bella per qualcosa che ho fatto, realizzato, sentito, vissuto, visto, provato, non solo per la taglia o la tonicità della mia pelle.

La bellezza dell'età

Di pensare alla bellezza come qualcosa che non ha bisogno del chirurgo plastico ma di lifting interiori volti all’autoconsapevolezza, accettazione, flessibilità.

Di diventare sorda di fronte a quel coro vociante che ripete la strofa sei vecchia, brutta, grassa e inutile.

Di disintossicarmi dall’idea che la gioventù sia l’unico momento di felicità.

Di disertare le fantasie dei maschi, aspirando a rimanere sexy e provocante, appetibile secondo il loro occhio.

Di non interpretare la mia anima sulla base della sessualità, delle mestruazioni e della menopausa, come se la fine della fertilità fosse sinonimo di inutilità e il mio valore in quanto donna legato al mio sistema riproduttivo.

Di non farmi raggirare dalla fase di sessismo che ancora mi attende, quella dove il corpo femminile è invisibile, discriminato, da occultare come oggetto di vergogna.

Di non credere che le cinquantenni di oggi sono le trentenni di ieri, pensando di essere sempre in auge, in pista, in mezzo, rivendicando sex appeal e dinamismo, conformandomi così alle aspettative banali sulle donne mature.

Di abbandonare il controllo assillante del mio aspetto.

Di non entrare nella pienezza degli anni in punta di piedi, con vergogna e ansia ma pensarmi invece rilevante, tonica interiormente, capace di intervenire in modo significativo nel mondo.

Di non essere condannata a cancellare la parte di vita che mi attende, calibrandola su ciò che è stato e non è più.

Di ristrutturarmi sulle possibilità e non solo sulle perdite.

Di esistere e avere valore anche se segnata, appesantita, passata di moda.

Di avere diritto all’amore e ai sentimenti, di non essere ridicolizzata per le mie passioni.

Fammi invecchiare riprogettandomi sulla base di quello che oggi so di me stessa, sulle risposte che so darmi e posso avere dalle persone che ho scelto di avere nella mia vita.

Pensando che gli anni possono regalarmi soddisfazione, meno solitudine e più apprezzamento da parte degli altri, se lo permetto.

Concentrandomi sui segni interiori del tempo invece che su quelli apparenti.

Rivalutando la forza psicologica di cui adesso sono dotata, i punti di forza della mia identità, le risorse emotive che mi aiuteranno nei cambiamenti, nelle perdite, nelle crisi, nelle difficoltà.

Sentendomi energica per la forza relazionale di cui dispongo in questo momento, i rapporti stretti che ho costruito, la fiducia, l’empatia, l’ascolto e la cura che posso scambiare con chi mi è vicino.

Fammi invecchiare avanzando con stabilità, familiarizzando con quel senso crescente di vulnerabilità, imparando a sentirmi precaria.

Appropriandomi di materie prime per questa età invece di vedere solo mancanze, privazioni, debolezze.

Stando comoda nella tristezza e nella nostalgia, acquisendo una diversa prospettiva di me stessa più aperta, flessibile, alleggerita da schemi mentali che non servono più.

Guardando in faccia il mio disagio, arrivando a questa nuova dimensione leggera e curiosa. Vissuta ma pronta.

Permettimi di invecchiare con naturalezza.

Brunella Gasperini per Psicologia24

La bellezza dell'età

Fammi invecchiare è il suggestivo titolo di una recente campagna di Save the Children.

Nel manifesto un bambino africano ci guarda e chiede di farlo invecchiare, di avere cioè la possibilità di vivere a lungo e in modo dignitoso, ricordandoci come anche solo crescere in molte parti del mondo purtroppo non sia scontato.

Una richiesta, un appello che, scollato dalla triste realtà a cui si riferisce, potrebbe essere preso in prestito con significati diversi anche nella nostra società, dove invece invecchiare è vissuto con timore.

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Le donne e l’età

In modo particolare dalle donne. Questa frase potrebbe allora diventare il loro slogan per rivendicare il diritto di avanzare negli anni con libertà, senza preconcetti e stereotipi:

Fammi invecchiare, permettimi di vivere i miei anni, di esibirli senza paura e imbarazzo.

Di fare in modo che l’ansia non mi assalga scoprendo il mio corpo segnato dal tempo.

Di non spaventarmi di fronte a rughe, grigiori, macchie, crolli.

Fai in modo che non mi senta impaurita di cambiare, di perdere la muta della gioventù per infilarmi nella maturità.

Di non pensare che il mio fascino venga dirottato chissà dove da Madre Natura al compimento di qualche decina di anni in più.

Di rendermi libera dal giudizio che mi sento addosso ogni volta che apro una rivista, accendo uno schermo, passeggio per strada.

Di rifiutare quei messaggi minacciosi sull’importanza di rimanere giovane e bella perché invecchiare vuol dire appassire irrimediabilmente.

Di non dovermi nascondere dietro travestimenti per rimandare il presente, vivendo dietro una maschera di bellezza.

Di rendermi libera dall’illusione della gioventù, di non cercare approvazione negli altri per convalidare questa illusione.

Di sentirmi bella per qualcosa che ho fatto, realizzato, sentito, vissuto, visto, provato, non solo per la taglia o la tonicità della mia pelle.

La bellezza dell'età

Di pensare alla bellezza come qualcosa che non ha bisogno del chirurgo plastico ma di lifting interiori volti all’autoconsapevolezza, accettazione, flessibilità.

Di diventare sorda di fronte a quel coro vociante che ripete la strofa sei vecchia, brutta, grassa e inutile.

Di disintossicarmi dall’idea che la gioventù sia l’unico momento di felicità.

Di disertare le fantasie dei maschi, aspirando a rimanere sexy e provocante, appetibile secondo il loro occhio.

Di non interpretare la mia anima sulla base della sessualità, delle mestruazioni e della menopausa, come se la fine della fertilità fosse sinonimo di inutilità e il mio valore in quanto donna legato al mio sistema riproduttivo.

Di non farmi raggirare dalla fase di sessismo che ancora mi attende, quella dove il corpo femminile è invisibile, discriminato, da occultare come oggetto di vergogna.

Di non credere che le cinquantenni di oggi sono le trentenni di ieri, pensando di essere sempre in auge, in pista, in mezzo, rivendicando sex appeal e dinamismo, conformandomi così alle aspettative banali sulle donne mature.

Di abbandonare il controllo assillante del mio aspetto.

Di non entrare nella pienezza degli anni in punta di piedi, con vergogna e ansia ma pensarmi invece rilevante, tonica interiormente, capace di intervenire in modo significativo nel mondo.

Di non essere condannata a cancellare la parte di vita che mi attende, calibrandola su ciò che è stato e non è più.

Di ristrutturarmi sulle possibilità e non solo sulle perdite.

Di esistere e avere valore anche se segnata, appesantita, passata di moda.

Di avere diritto all’amore e ai sentimenti, di non essere ridicolizzata per le mie passioni.

Fammi invecchiare riprogettandomi sulla base di quello che oggi so di me stessa, sulle risposte che so darmi e posso avere dalle persone che ho scelto di avere nella mia vita.

Pensando che gli anni possono regalarmi soddisfazione, meno solitudine e più apprezzamento da parte degli altri, se lo permetto.

Concentrandomi sui segni interiori del tempo invece che su quelli apparenti.

Rivalutando la forza psicologica di cui adesso sono dotata, i punti di forza della mia identità, le risorse emotive che mi aiuteranno nei cambiamenti, nelle perdite, nelle crisi, nelle difficoltà.

Sentendomi energica per la forza relazionale di cui dispongo in questo momento, i rapporti stretti che ho costruito, la fiducia, l’empatia, l’ascolto e la cura che posso scambiare con chi mi è vicino.

Fammi invecchiare avanzando con stabilità, familiarizzando con quel senso crescente di vulnerabilità, imparando a sentirmi precaria.

Appropriandomi di materie prime per questa età invece di vedere solo mancanze, privazioni, debolezze.

Stando comoda nella tristezza e nella nostalgia, acquisendo una diversa prospettiva di me stessa più aperta, flessibile, alleggerita da schemi mentali che non servono più.

Guardando in faccia il mio disagio, arrivando a questa nuova dimensione leggera e curiosa. Vissuta ma pronta.

Permettimi di invecchiare con naturalezza.

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Le donne e la gelosia

Noi donne siamo davvero così gelose e competitive l’una con l’altra? Perché così siamo comunemente raccontate, come rivali di serie?

Sempre pronte a gareggiare, litigare, ingelosirsi di un’altra che sembra avere qualcosa che noi non abbiamo.

Ad invidiarla per il fisico asciutto, la misura di reggiseno, il fidanzato, il lavoro, i capelli.

Un confronto giocato soprattutto sull’aspetto: l’altra è più attraente, seducente, magra, giovane, fatta meglio.

Ti può interessare anche: La gelosia: differenze tra donne e uomini

Gelosia e società

Secondo alcune ricerche, anche nel mondo lavorativo la gelosia intrasessuale colpisce maggiormente le donne, sempre per motivi estetici.

Sembra quasi di essere destinate all’insoddisfazione, alla voglia di voler cambiare qualcosa di noi, all’impossibilità di amarci completamente. Ma c’è altro.

Competere e misurarsi, atteggiamenti culturalmente incoraggiati nei maschi, risultano indesiderati nelle femmine.

Non sorprende che gli uomini sappiano rivaleggiare con disinvoltura, vincere come fosse loro diritto.

L’aggressività maschile del resto è accettata, sostenuta, considerata un attributo virile, un tratto che arricchisce carattere, personalità e anche sex appeal.

Le donne invece imparano presto che non è adatto essere combattive e vincere a spese di altri, non devono essere prepotenti. Forse proprio questi aspetti contribuiscono ad insabbiare la gelosia sana trasformandola in qualcosa di più potente. Come l’invidia.

Invidia e competizione

E’ vero che sorelle e sorellastre cattive, madri gelose, dee sospettose e regine nemiche sono figure che comandano nella narrativa popolare e nell’immaginario collettivo.

Miti che ci accompagnano da sempre, che raccontano la psiche femminile connaturata al confronto e all’invidia.

Spontaneamente incline a misurare fascino, peso, sensualità, armadio con le altre. Minacciata da qualsiasi presenza del suo stesso genere, sempre pronta alla svalutazione della rivale – è carina ma antipatica, bella ma fredda, attraente ma volgare.

Bellezza e successo femminili sono concessi alle star, alle dive ma risultano micidiali quando appartengono a qualcuno reale e vicino.

Superficiali interpretazioni di psicologia femminile ci descrivono in ogni caso gelose tra noi. Un po’ streghe nel profondo, invidiose e incapaci di stare in seconda fila, sempre davanti lo specchio a chiedere chi è la più bella del reame.

Alcuni studi sostengono che una donna attraente, rispetto ad una comune, riceve più ostilità e meno sostegno da parte delle altre femmine, soprattutto dalle giovani.

Addirittura è stato scoperto che il livello di testosterone, un ormone implicato nella modulazione del comportamento aggressivo, sale inconsapevolmente nelle donne quando odorano magliette indossate da giovani ragazze nel periodo dell’ovulazione.

Ci appartiene una biologia ancestrale un po’ povera di contenuti, evidentemente. E a volte ci comportiamo in effetti come concorrenti in un’arena.

Facciamo nostri certi modi di vedere, critichiamo altre donne se si mostrano sessualmente disponibili, le consideriamo facili, come se ci togliessero spazio, rubassero le attenzioni maschili.

Spesso, dobbiamo ammetterlo, siamo noi stesse le principali interpreti di norme rigide, discriminanti e talvolta crudeli riguardanti il comportamento e l’aspetto femminile.

Collaborare anziché lottare

Ma rifiutiamoci di pensare che la gelosia faccia parte del nostro programma genetico o sia patrimonio della cultura umana.

Lo spietato sospetto femminile deriva spesso dall’interiorizzazione dello sguardo maschile, del vederci in primo luogo come oggetti sessuali, valutarci sulla base dell’essere appetibili sessualmente, facendo passare la nostra realizzazione e identità attraverso questi concetti.

Spesso siamo scollate dall’interiorità e rivolgiamo l’attenzione fuori piuttosto che dentro di noi.

Non attiviamo il nostro potere personale, non promuoviamo noi stesse ma ci perdiamo nei confronti sbiadendo sicurezza, coraggio, individualità.

Chi si sente più fiducioso in se stesso è meno vulnerabile al successo e alla bellezza degli altri.

E comunque non ci sono solo mele avvelenate tra donne. Sono frequenti anche scambi di grande solidarietà, come la storia e la vita quotidiana ci insegnano.

Molte volte si crea una sorellanza consapevole e solidale che ha ben poco di impulsi primitivi e distruttivi.

Forse dovremmo abbattere la reputazione di donne gelose. Mettere al rogo la strega cattiva spesso additata proprio da altre donne, dimenticare le storie tinte solo di invidia femminile.

E concentrarci sulle nostre eccezionali capacità di collaborazione, vicinanza, sensibilità.

Sentirci meno in colpa di avere successo, riuscire, conquistare. Tenersi meno verso il basso.

E non basarsi sull’approvazione degli altri per sentirsi bene.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Le donne e la gelosia

Noi donne siamo davvero così gelose e competitive l’una con l’altra? Perché così siamo comunemente raccontate, come rivali di serie?

Sempre pronte a gareggiare, litigare, ingelosirsi di un’altra che sembra avere qualcosa che noi non abbiamo.

Ad invidiarla per il fisico asciutto, la misura di reggiseno, il fidanzato, il lavoro, i capelli.

Un confronto giocato soprattutto sull’aspetto: l’altra è più attraente, seducente, magra, giovane, fatta meglio.

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Gelosia e società

Secondo alcune ricerche, anche nel mondo lavorativo la gelosia intrasessuale colpisce maggiormente le donne, sempre per motivi estetici.

Sembra quasi di essere destinate all’insoddisfazione, alla voglia di voler cambiare qualcosa di noi, all’impossibilità di amarci completamente. Ma c’è altro.

Competere e misurarsi, atteggiamenti culturalmente incoraggiati nei maschi, risultano indesiderati nelle femmine.

Non sorprende che gli uomini sappiano rivaleggiare con disinvoltura, vincere come fosse loro diritto.

L’aggressività maschile del resto è accettata, sostenuta, considerata un attributo virile, un tratto che arricchisce carattere, personalità e anche sex appeal.

Le donne invece imparano presto che non è adatto essere combattive e vincere a spese di altri, non devono essere prepotenti. Forse proprio questi aspetti contribuiscono ad insabbiare la gelosia sana trasformandola in qualcosa di più potente. Come l’invidia.

Invidia e competizione

E’ vero che sorelle e sorellastre cattive, madri gelose, dee sospettose e regine nemiche sono figure che comandano nella narrativa popolare e nell’immaginario collettivo.

Miti che ci accompagnano da sempre, che raccontano la psiche femminile connaturata al confronto e all’invidia.

Spontaneamente incline a misurare fascino, peso, sensualità, armadio con le altre. Minacciata da qualsiasi presenza del suo stesso genere, sempre pronta alla svalutazione della rivale – è carina ma antipatica, bella ma fredda, attraente ma volgare.

Bellezza e successo femminili sono concessi alle star, alle dive ma risultano micidiali quando appartengono a qualcuno reale e vicino.

Superficiali interpretazioni di psicologia femminile ci descrivono in ogni caso gelose tra noi. Un po’ streghe nel profondo, invidiose e incapaci di stare in seconda fila, sempre davanti lo specchio a chiedere chi è la più bella del reame.

Alcuni studi sostengono che una donna attraente, rispetto ad una comune, riceve più ostilità e meno sostegno da parte delle altre femmine, soprattutto dalle giovani.

Addirittura è stato scoperto che il livello di testosterone, un ormone implicato nella modulazione del comportamento aggressivo, sale inconsapevolmente nelle donne quando odorano magliette indossate da giovani ragazze nel periodo dell’ovulazione.

Ci appartiene una biologia ancestrale un po’ povera di contenuti, evidentemente. E a volte ci comportiamo in effetti come concorrenti in un’arena.

Facciamo nostri certi modi di vedere, critichiamo altre donne se si mostrano sessualmente disponibili, le consideriamo facili, come se ci togliessero spazio, rubassero le attenzioni maschili.

Spesso, dobbiamo ammetterlo, siamo noi stesse le principali interpreti di norme rigide, discriminanti e talvolta crudeli riguardanti il comportamento e l’aspetto femminile.

Collaborare anziché lottare

Ma rifiutiamoci di pensare che la gelosia faccia parte del nostro programma genetico o sia patrimonio della cultura umana.

Lo spietato sospetto femminile deriva spesso dall’interiorizzazione dello sguardo maschile, del vederci in primo luogo come oggetti sessuali, valutarci sulla base dell’essere appetibili sessualmente, facendo passare la nostra realizzazione e identità attraverso questi concetti.

Spesso siamo scollate dall’interiorità e rivolgiamo l’attenzione fuori piuttosto che dentro di noi.

Non attiviamo il nostro potere personale, non promuoviamo noi stesse ma ci perdiamo nei confronti sbiadendo sicurezza, coraggio, individualità.

Chi si sente più fiducioso in se stesso è meno vulnerabile al successo e alla bellezza degli altri.

E comunque non ci sono solo mele avvelenate tra donne. Sono frequenti anche scambi di grande solidarietà, come la storia e la vita quotidiana ci insegnano.

Molte volte si crea una sorellanza consapevole e solidale che ha ben poco di impulsi primitivi e distruttivi.

Forse dovremmo abbattere la reputazione di donne gelose. Mettere al rogo la strega cattiva spesso additata proprio da altre donne, dimenticare le storie tinte solo di invidia femminile.

E concentrarci sulle nostre eccezionali capacità di collaborazione, vicinanza, sensibilità.

Sentirci meno in colpa di avere successo, riuscire, conquistare. Tenersi meno verso il basso.

E non basarsi sull’approvazione degli altri per sentirsi bene.

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Gli uomini sono più intelligenti delle donne

Da tempo anatomisti e biologi sanno che il cervello maschile è, in media, più grande di quello delle donne.

Il volume della corteccia cerebrale e il numero dei neuroni sono maggiori nel cervello maschile.

Ciò vuol dire che gli uomini sono più intelligenti delle donne?

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Una ricerca sull’intelligenza

Una recente ricerca scientifica ha confermato quello che già altre ricerche in passato avevano mostrato: le differenze nel volume del cervello non sono correlate a differenze nell’intelligenza. Il livello di intelligenza generale è uguale nei maschi e nelle femmine.

Esistono tuttavia, molto probabilmente, delle differenze per quanto riguarda le specifiche abilità intellettive.

In alcuni studi è emerso infatti che, in media, le donne sono superiori agli uomini nelle abilità intellettive connesse con il linguaggio e con alcune forme di ragionamento induttivo, mentre gli uomini sono superiori alle donne nelle abilità intellettive di tipo visuo-spaziale.

Per quanto riguarda il rapporto tra cervello e intelligenza,  la ricerca ,recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Neuroscience and Biobehavioral Reviews, condotta dal Prof. Jakob Pietschnig dell‘Institute of Applied Psychology dell’Università di Vienna ha mostrato che il volume della corteccia cerebrale non è correlato in maniera significativa con il Q.I. (Quoziente di Intelligenza).

Secondo il Prof. Pietschnig, esiste invece una correlazione tra struttura del cervello e intelligenza.

Cioè, le differenze nell’intelligenza non dipendono dalle dimensioni del cervello ma dal modo in cui, indipendentemente dalle dimensioni, il cervello è strutturato.

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