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Le microespressioni facciali nelle emozioni

I comportamenti non verbali costituiscono la via di comunicazione principale delle emozioni: le espressioni facciali, la mimica, la cinesica, l’aptica trasmettono messaggi di cui spesso non siamo consapevoli.

Ma che cosa sono le emozioni? Possiamo comprendere quando gli altri sono turbati o emozionati, ma che cosa significa questo esattamente?

Un concetto generalmente accettato è che alcune forme di espressione affettiva sembrano essere universali e dunque presenti in tutte le culture umane, ma la natura delle emozioni resta oggetto di controversie fra i ricercatori che lavorano nell’ambito di diverse discipline.

Il punto essenziale è che le emozioni non possono essere circoscritte a specifici circuiti o aree cerebrali: le aree limbiche sono sicuramente responsabili di meccanismi attributivi di significato e valori degli stimoli; sono inoltre implicate nel sistema di elaborazione delle informazioni, annettendo a quest’ultimo la capacità di riconoscere i volti, l’affiliazione e la teoria della mente, andando a confermare l’origine sociale delle emozioni stesse e ad enfatizzare il concetto che queste coinvolgono l’intero cervello.

Uno studioso in particolare, Kenneth Dodge nel 1991, affermò che tutti i processi di elaborazione delle informazioni sono emozionali; l’emozione è l’energia che dirige, organizza, amplifica e modula l’attività cognitiva.

Le emozioni riflettono l’essenziale dei modi in cui la mente emerge dall’interfaccia tra processi di natura neurofisiologica e tra ciò che rientra nelle dinamiche di interazione interpersonale: funzionano come un insieme di meccanismi integrativi che collegano vari sistemi in un flusso temporale dinamico; ci preparano all’azione, all’interno del cervello radunano processi differenti che stanno alla base della costituzione di stati mentali; nelle relazioni interpersonali consentono di mettere in connessione le menti dei singoli individui.

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L’universalità delle emozioni

Nel 1872 Charles Darwin scrisse il saggio dal titolo L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali in cui ipotizzava la natura innata delle emozioni.

Ad esse corrisponderebbero espressioni facciali e corporee univoche, sia in uomini di diversa etnia, sia in primati non umani.

Le concezioni sull’universalità delle espressioni emozionali di base riscontrarono particolare risonanza dopo la metà degli anni ‘50.

Ricercatori eminenti quali Friesen, Ekman Izard ritenevano che all’origine dell’espressione delle emozioni e dell’esperienza emozionale vi fosse un preciso numero di programmi neurofisiologici innati.

Esisterebbe, quindi, un percorso specifico per ogni emozione che assicurerebbe l’invariabilità delle espressioni facciali, associate a ciascuna emozione. I programmi neuronali innati, ereditati filogeneticamente, darebbero luogo a risposte adattive riconducibili a famiglie emozionali.

Secondo la teoria evolutiva, le emozioni permetterebbero, quindi, agli individui di reagire tramite una risposta immediata a stimoli interni, esterni, naturali o appresi, consentendo loro di sopravvivere

Le emozioni primarie

Le microespressioni facciali nelle emozioni

Tra i nomi sopra citati emerge quello di Paul Ekman, psicologo statunitense, divenuto pioniere della tecnica di riconoscimento delle emozioni e delle espressioni facciali.

Egli dimostrò che, le espressioni facciali e le emozioni non sono determinate dalla cultura di un posto ma sono universali e dunque di natura biologica.

Nel 1972, seguendo una tribù isolata dal mondo in Papua Nuova Guinea, Ekmna, riscontrò che le espressioni di base/primarie universali corrispondevano a: rabbia, disgusto, tristezza, gioia, paura e sorpresa.

Ma perché l’aggettivo distintivo primarie?

L’aggettivo viene utilizzato per enfatizzare la natura ubiquitaria ed iniziale di tali processi emotivi, una sorta di atmosfera emozionale diffusa, analogamente al concetto di colori primari; il termine allude alle differenti combinazioni che possono dare origine ad una vasta gamma di espressioni emotive diverse.

Le sensazioni scaturite dalle emozioni primarie non sono verbali e sono spesso inconsce.

Tali stati emotivi sono però spesso comunicati attraverso espressioni facciali e presentano profili fisiologici caratteristici. Le emozioni fondamentali possono essere considerate stati della mente differenziati, che si sono sviluppati come pattern di attivazione specifici.

Ekman suddivise la mimica facciale in tre categorie:

  1. Macroespressioni: sono tutte quelle espressioni che durano un tempo sufficiente per essere viste e interpretate senza difficoltà.
  2. Microespressioni: espressioni facciali brevissime, da 1/2 a 1/25 di secondo. Possono presentarsi per due ragioni: per uno sforzo consapevole di dissimulazione o come prodotto di una rimozione qualora il soggetto non sia consapevole dell’emozione che sta vivendo.
  3. Espressioni sottili: sono espressioni che si manifestano solo in parte del viso, oppure lo coinvolgono tutto ma in modalità attenuata. I motivi per cui si manifestano possono essere eterogenei: l’emozione che si sta provando è poco intensa, o sta scaturendo in quel momento, oppure si tratta di un’emozione intensa che viene attivamente repressa lasciando sfuggire solo qualche gesto rivelatore

Le microespressioni facciali

Le microespressioni sono quelle espressioni emozionali del volto di brevissima durata in grado di fornire il quadro completo dell’emozione che l’individuo cerca di dissimulare e che, a differenza delle normali espressioni, è molto complicato controllare e spesso svelano, come i lapsus, intenzioni nascoste o emozioni che si vogliono celare.

Le ricerche di Ekman si sono estese, grazie alla collaborazione con Friesen; essi si spinsero nell’impresa di mappatura dei 43 muscoli facciali responsabili delle sette micro-espressioni principali. I muscoli coinvolti sono stati codificati in un sistema chiamato Facial Action Coding System – FACS.

Esse corrispondono, pressappoco, alle stesse mimiche facciali che appaiono nelle espressioni: le emozioni possono esprimersi in più di 7000 espressioni facciali.

Le più importanti e riconosciute universalmente studiate attraverso le micro-espressioni sono:

  • Disgusto: si esprime con il rovescio della bocca verso il basso ed il naso arricciato, le sopracciglia si abbassano e si avvicinano creando delle rughe verticali sulla fronte, mentre le palpebre si alzano creando rughe alla radice del naso e agli angoli esterni degli occhi; le labbra si contraggono e si curvano verso il basso creando delle rughe che partono sotto il naso e continuando fino agli angoli della bocca.
  • Disprezzo: fa assumere al volto un’espressione che viene molte volte scambiata col disgusto. Nell’espressione di disprezzo si nota un pronunciato innalzamento di un solo sopracciglio, che crea rughe concentriche al di sopra di esso. Il labbro superiore si alza dallo stesso lato. L’angolo della bocca si solleva, provocando un innalzamento della guancia.
  • Tristezza: le sopracciglia si avvicinano e si sollevano nella parte interna facendo salire anche l’angolo interno delle palpebre superiori. Gli angoli della bocca vengono spinti verso il basso, il labbro inferiore comincia ad avere dei piccoli tremolii. La faccia appare inespressiva e cadente.
  • Paura: le sopracciglia si sollevano, si distendono e si avvicinano creando delle piccole rughe orizzontali sulla fronte. Gli occhi si spalancano e lo sguardo resta fisso nella direzione della fonte di paura. La bocca resta aperta ma con gli angoli che tendono verso il basso, mentre le narici si dilatano.
  • Rabbia: viene espressa attraverso la contrazione della fronte che, a sua volta, forma delle rughe verticali tre le sopracciglia. Lo sguardo diventa fisso e gli occhi si fanno stretti tra le palpebre. Le narici si dilatano, le labbra si contraggono e la bocca può aprirsi mostrando i denti fino ai canini inferiori.
  • Sorpresa: è una delle emozioni più rapide e brevi. Le sopracciglia si alzano, si allontanano e si curvano allo stesso tempo creando delle piccole rughe che seguono la linea delle sopracciglia stesse, gli occhi si spalancano, mentre la bocca prende la forma di una O.
  • Gioia: la fronte si distende e lo sguardo appare brillante e vivace, le palpebre inferiori si sollevano e formano delle piccole rughe tutto intorno agli occhi. La bocca si stira sollevando gli angoli della bocca.

E se non potessimo mai mentire, se il sorriso fosse un’espressione perfettamente attendibile?  – P. Ekman

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Il corpo che parla re-integrare la mente con il corpo

Prendi un grande foglio bianco,

prepara tante matite colorate.

Osserva per qualche secondo il foglio e i colori.

Prendi due profondi respiri e quando ti senti pronto disegna il modo in cui il tuo corpo si sente.

Non preoccuparti di cercare di darne un’immagine realistica.

Non è questo l’obiettivo.

Una volta che hai terminato, osserva ciò che hai disegnato.

Puoi osservare delle forme che normalmente non noti?

Che cosa rappresenta per te il disegno?

Adesso immagina che il tuo corpo disegnato sia una compagnia e che tu sia un ispettore mandato a intervistare gli operai su come ciascuno si senta in rapporto al suo lavoro.

Partendo dai piedi, scrivi di fianco a ciascuna parte del corpo la sua esperienza emotiva.

“Questi sono i miei piedi e loro…”

“Questo è il mio ventre e lui…”

“Questa è la mia testa e lei…”

Quando tutto il corpo ha avuto la possibilità di parlare, rileggi tutto ciò che hai scritto.

Avrai così modo di vedere come il tuo corpo esprime l’esperienza della sua vita.

Questo esercizio aiuta a mantenere in contatto la nostra mente con il nostro corpo: dando voce alle varie parti del corpo consente alla mente di dialogare con queste e di conoscerne l’esperienza.

L’immagine del corpo coincide con quella del nostro essere psicologico: corpo ed emozioni viaggiano insieme, quest’ultime giungono alla coscienza attraverso sensazioni corporee.

La vita psicologica è legata alle sue espressioni nel corpo e alle sensazioni fisiche.

La non integrazione tra mente e corpo è una delle problematiche più comuni dei nostri tempi: difficilmente ci identifichiamo con il corpo, sentendoci poco connessi e integrati.

Questo è il paradosso dei nostri giorni: perennemente connessi con la tecnologia, scarsamente connessi con il nostro corpo.

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Psicosomatica della non integrazione

Quante volte tendiamo a evitare relazioni intime e sentimentali? Quante volte ci ritiriamo nell’autodifesa?

Quante volte adottiamo comportamenti opposti, una volta siamo arroganti e un’altra avviliti?

Quante volte ci comportiamo come se avessimo poca connessione con i sentimenti?

Quante volte assumiamo comportamenti di forte rigidità ma, nel contempo, rimaniamo emotivamente molto fragili?

Tutti questi comportamenti sono legati a una scarsa integrazione tra mente e corpo.

Tale mancanza di integrazione può portare a disturbi psicosomatici di vario tipo. Le affezioni che si riscontrano più frequentemente sono: l’insonnia, la dismenorrea, la colite e la cistite.

Nelle persone con una scarsa integrazione tra mente e corpo si possono riscontrare panico o terrori notturni, paure improvvise che portano al risveglio, difficoltà ad abbandonarsi e rilassarsi.

Tra apparato genitale e stress esiste un rapporto stretto: lo stress agisce negativamente sul funzionamento ormonale, creando una somatizzazione di tensioni nei tessuti pelvici.

I disturbi viscerali che coinvolgono l’addome e la pelvi sono spesso legati a un’alterazione della motilità della muscolatura degli organi interni che crea una somatizzazione in questi organi, causando spasmi e ristagni, predisponendo a infiammazioni e infezioni.

La sfida, nel nostro tempo, è integrare una mente e un corpo sempre più antitetici.

Come scrive Galimberti:

Se non ci fidiamo più dei sensi, se svalutiamo l’importanza delle loro informazioni è perché abbiamo rimosso la nostra esperienza corporea. Il disagio nasce proprio dalla pretesa di abitare un mondo, che è corporeo e terreno, con il solo pensiero dimenticandoci del corpo.

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Emozioni e tumore: la personalità di tipo C

La patologia tumorale rappresenta la seconda causa di morte in Europa e in America del Nord tuttavia, pur a fronte di tale incremento nell’incidenza, la sopravvivenza dei malati si è notevolmente prolungata: la diagnosi precoce e le campagne preventive, il miglioramento delle tecniche chirurgiche, il perfezionamento della chemioterapia e della radioterapia consentono sopravvivenze molto elevate, anche a distanza di anni dalla diagnosi della malattia tumorale.

Da anni la psicosomatica sta indagando sui meccanismi che correlano caratteristiche di personalità con l’insorgenza di malattie organiche, specialmente cardiovascolari e oncologiche, al fine di cercare di prevenirne l’insorgenza e favorire trattamenti integrati.

Nello specifico, la psiconeuroendocrinoimmunologia approfondisce le correlazioni tra stress e malattia, il rapporto temporale tra eventi di vita e la comparsa della patologia tumorale, di come lo stato immunitario di un individuo possa modificarsi a fronte di intensi e protratti stati emozionali.

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Dalla psicosomatica alla psiconcologia

L’attenzione agli aspetti psicologici della malattia tumorale e i sempre più frequenti studi sulla psicosomatica dei tumori ha portato alla nascita di un’importante branca della oncologia e della psicologia: la psiconcologia.

Quella psiconcologica è una presa in carico integrata del paziente con tumore: valutazione psicologica prima della comunicazione della diagnosi, sostegno psicologico nel corso del cammino terapeutico, corretta gestione psicofisica, ove purtroppo necessaria, del paziente terminale.

Altri aspetti importanti sono il supporto psicologico della famiglia del malato e dello stesso staff medico.

La psicosomatica e la psiconcologia rappresentano dunque un importante anello di integrazione tra le discipline psichiche e quelle somatiche.

Emozioni e tumore

La possibilità di una relazione tra psiche e tumore è un’ipotesi formulata sin dai tempi di Galeno che mise in correlazione l’aumentato rischio di patologia tumorale con la deflessione del tono dell’umore.

Oggi in psicosomatica si parla di personalità di tipo C o cancer-prone personality (contrapposta a quella di tipo A che, al contrario, risulta particolarmente esposta a patologie di tipo coronarico), caratterizzata da un insieme di atteggiamenti e tratti emozionali ben definiti, quali accondiscendenza, conformismo, ricerca costante di approvazione, passività, scarsa assertività, tendenza a reprimere emozioni, come rabbia e aggressività.

Diversi studi clinici hanno riscontrato una presenza maggiore e significativa di eventi traumatici nei pazienti affetti da tumore rispetto ai controlli nel periodo che precedeva dai due ai dieci anni l’insorgenza del tumore.

La situazione più frequente è rappresentata da eventi di perdita affettiva, soprattutto nei tumori al seno, al collo dell’utero, ai polmoni e nelle forme dell’infanzia.

Le caratteristiche di personalità, gli eventi di vita e principalmente la tendenza a reprimere le emozioni, possono aumentare la suscettibilità alla malattia attraverso un’iperattivazione ripetuta del sistema neurovegetativo che, a lungo termine, porta a una compromissione dell’efficienza della risposta immunitaria, nello specifico una diminuzione dell’attività dei linfociti e delle cellule NK (cellule del sistema immunitario importanti nel riconoscimento e distruzione di cellule tumorali).

L’emozione comporta, a livello somatico, modificazioni a carico dei sistemi endocrino, vegetativo e immunitario: la reazione emozionale inibita o repressa, tipica della personalità di tipo C, si scarica attraverso canali somatici, con persistenza temporale della reazione, comportando un preciso effetto biologico caratterizzato da una riduzione della risposta immunitaria associata, di conseguenza, a una maggiore vulnerabilità alla malattia.

Tutto questo si può tradurre in maggiori possibilità di andare incontro al tumore, o quanto meno contribuirebbe al suo avanzamento.

Le tematiche della vita, del dolore e della morte

Il paziente oncologico è posto a confronto con le tematiche della vita, del dolore e della morte; i sentimenti suscitati dalla malattia sono molto intensi, come un senso di irrealtà, rifiuto, incredulità, disorientamento, disperazione e rabbia.

Perché è successo a me? – Cosa mi accadrà adesso? – Morirò? – Sarò in grado di affrontare la malattia?- sono alcune delle mille domande che invadono la mente del paziente.

Pertanto la sua presa in carico deve essere necessariamente globale e integrata, spaziando dalle problematiche corporee a quelle emozionali.

Nello specifico, lo psicologo può fare molto all’interno dell’equipe medica aiutando il paziente ad affrontare il cambiamento fisico e psicologico che accompagnerà la malattia, incoraggiandolo a esprimere e a comunicare le emozioni, favorendo lo sviluppo di modalità adattive per affrontare il tumore.

In altre parole, può aiutare il paziente ad accogliere la malattia a livello sensoriale, cognitivo ed emotivo focalizzandosi principalmente sul paziente stesso, sui vissuti e punti di forza.

In fondo, quando si cura una malattia si può vincere o perdere; quando ci si prende cura di una persona si vince sempre.

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T come tristezza

Mettiamoci seduti a guardare la nostra tristezza. Tiriamola fuori. Lasciamola defluire così come viene.

Aspettiamola, senza metterle sopra altre cose. Non spaventiamoci del suo arrivo.

Standoci insieme, frequentandola, possiamo sentirci vivi e scoprire cosa è veramente importante per noi.

Abbiamo bisogno di sentirla, e basta. Senza banalizzarla o drammatizzarla. Senza ruminarci sopra, autocommiserandoci.

La tristezza fa parte del nostro repertorio emozionale, ha un suo significato.

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Assaporare le emozioni

Sentire le emozioni, tutte, anche le più angoscianti, ci permette di sopravvivere e crescere.

Sopprimerle invece vuol dire perdere contatto con parti importanti, vivere attutiti. Togliere consistenza, spessore, profondità alla nostra vita.

Le emozioni, anche negative, ci collegano a noi stessi, ci fanno capire cosa vogliamo e chi siamo. Ci servono per rispondere in modo adattivo a ciò che succede.

La società ci pressa per essere contenti, ci spinge ad accantonare i momenti bui della nostra vita emotiva a favore di un’ostentata felicità, del sorriso a tutti i costi. Ci esorta ad evitare di esporre la vulnerabilità.

Nell’industria moderna della positività, la sofferenza è da curare, anestetizzare, annullare.

E così la tristezza imbarazza. Non sappiamo come approcciarla, non siamo abituati a trattarla, a farvi fronte anche se è uno degli stati affettivi più comuni e duraturi.

Nemmeno quella degli altri: anche ai più piccoli comunichiamo indirettamente che certi sentimenti è meglio evitarli, quando ad esempio diciamo loro che va tutto bene, di non piangere, in evidenti momenti di difficoltà.

Quando siamo giù tendiamo a fare tutto ugualmente, corriamo qua e là, lavoriamo, organizziamo, ci vogliamo convincere di essere troppo occupati per sentirsi scoraggiati.

Forse abbiamo paura che lo sconforto possa riaprire quel pozzo di emozioni sepolte che ognuno ha dentro di sé pieno di rifiuti, frustrazioni, delusioni, perdite. Preferiamo passarci sopra, lasciando tutto sul fondo.

Ignorando la tristezza, mascherandola o evitandola, inoltre non impariamo a conoscerla finendo per farci delle fantasie su di lei: che poi se ne va via, che basta non pensarci e ce ne sbarazziamo, che è il contrario della felicità e sinonimo di depressione.

Eppure la tristezza è una sensazione naturale legata ad esperienze significative di sofferenza e anche di gioia.

Mentre la depressione è una risposta non adattiva al dolore, che può travolgerci e intorpidirci emotivamente, renderci demotivati e fiacchi, la tristezza può spronarci a ripartire.

Qualunque dolore non è mai insignificante. La tristezza ci dice che qualcosa ha fatto male ai nostri sentimenti, che bisogna cambiare, che a volte siamo fragili, il contrario di quello che vorremmo essere.

Ma ci permette di rileggere il passato, di dare nuove interpretazioni agli eventi e significati a noi stessi.
T come tristezza

La letteratura scientifica sulla tristezza

In confronto all’enfasi della letteratura recente sui vantaggi delle emozioni positive, la scienza dimostra oggi che anche la tristezza può avere importanti conseguenze adattive, innesca infatti strategie adeguate in situazioni sociali impegnative.

Secondo uno studio del 2011 del Professor Joseph P. Forgas della Facoltà di Psicologia della New South Wales University in Australia, la tristezza è in grado di aiutare la memoria, ridurre pregiudizi, incrementare la motivazione e migliorare le interazioni sociali.

La tristezza può migliorare la memoria

Sembra che stato d’animo positivo alteri mentre quello negativo migliori l’attenzione per i dettagli dell’ambiente.

Così, in seguito le informazioni più accurate raccolte in tristezza permettono di rammentare meglio, essere più fedeli alla realtà delle cose e distorcere meno il ricordo.

La tristezza può ridurre i pregiudizi

E’ stato provato che le persone felici sono quelle più propense a fare errori di valutazione sociali a causa di pregiudizio.

Stati d’animo tristi invece riducono gli errori di giudizio comuni, come l’errore fondamentale di attribuzione (l’attribuzione di intenzionalità al comportamento degli altri ignorando fattori situazionali), l’effetto alone (il valutare globalmente qualcuno sulla base di pochi tratti) e il riporre troppa enfasi sulle informazioni iniziali ignorando i dettagli successivi.

Può incrementare la motivazione

La tristezza funziona come un leggero segnale di allarme, innesca impegno e motivazione per affrontare le sfide nel nostro ambiente.

Quando stiamo bene siamo meno motivati a muoverci, a fare qualcosa. Invece se stiamo male siamo più propensi a sforzarci e perseverare per cambiare lo stato delle cose.

Può migliorare le interazioni, in alcuni casi.

Ci sono alcune situazioni nelle quali la tristezza ci rende più cauti e attenti nelle interazioni.

Quando siamo giù di corda, in situazioni interpersonali incerte – come avere a che fare con persone sconosciute – tendiamo ad essere più gentili, meno diretti.

Più bravi a individuare strategie di comunicazione appropriate, ci fidiamo meno delle impressioni e più di ciò che sentiamo collegandoci agli altri. Risultiamo anche più convincenti, capaci di argomentare la nostra posizione.

Che la tristezza possa contribuire ad un contatto profondo, ad aumentare generosità e compassione, ad empatizzare con gli altri è da confermare ma i dati a disposizione sembrano andare in questa direzione.

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Quando ci vuole, ci vuole! - La rabbia come fonte di benessere

Ci insegnano fin da bambini ad essere buoni e pacati, perché dare sfogo alla rabbia è qualcosa di sbagliato.

Qualche bambino, crescendo, diventa talmente bravo da imparare perfino a soffocarla. A lasciar perdere.

Tuttavia, la rabbia è una delle emozioni fondamentali degli esseri umani e per quanto possa sembrare controintuitivo è perfino funzionale al nostro benessere.

Alcuni recenti studi, fra cui quello condotto dal Dott. Miguel Kazen e i suoi colleghi della Università di Osnabrück in Germania, dimostrano che esprimere la rabbia abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone prodotto dal corpo durante i periodi di forte stress.

La rabbia, quindi, riduce i potenziali effetti negativi dello stress.

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Perché la rabbia ci fa bene

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la rabbia causa un incremento di attività in alcune aree del cervello, fra cui la corteccia cingolata anteriore e la corteccia frontale dell’emisfero sinistro.

Queste aree del cervello hanno a che fare con la motivazione ed il comportamento e sono presenti in entrambi gli emisferi, ma con ruoli diversi: l’attivazione di queste aree nell’emisfero destro produce reazioni di fuga ed evitamento, mentre la loro attivazione nell’emisfero sinistro produce reazioni di attacco (non necessariamente un attacco in senso fisico, piuttosto un attacco al problema, cioè la predisposizione a tentare di risolverlo).

È come se la rabbia ci dicesse questa situazione non va bene! Trova una soluzione e agisci!

Addirittura, alcuni studi hanno evidenziato che provare rabbia rende le persone un po’ più ottimiste; in questo modo i pericoli anziché essere temuti vengono affrontati con più coraggio.

L’approccio opposto, quello che ci porta a non affrontare di petto il problema, non porta a nessuna soluzione, così il problema potrebbe continuare a persistere anche per lunghi periodi, finendo per procurarci ansia e stress.

Inoltre, in alcuni casi sopprimere la rabbia, o i suoi potenziali sfoghi, si traduce in comportamenti passivo-aggressivi, cioè in atteggiamenti ostili non apertamente dichiarati.

Attenzione però a non confondere la rabbia con l’aggressività: la prima è un’emozione, la seconda una modalità di agire.

Considerato lo stadio evolutivo della specie umana per cui non dobbiamo più litigare per un pezzo di carne o di terra (almeno così si spera!), è consigliabile tenere a bada la seconda!

Ascoltare la propria rabbia, quindi, non vuol dire necessariamente comportarsi in maniera aggressiva. La si può e la si deve esprimere senza prevaricare l’altro.

Per tornare all’educazione dei bambini, quindi, bisognerebbe educarli al riconoscimento delle proprie emozioni, fra le quali appunto la rabbia, e all’espressione delle stesse tramite comportamenti adeguati.

Gatti, emozioni ed intelligenza emotiva

Ho vissuto con diversi maestri Zen – erano tutti dei gatti.
Eckhart Tolle

La nostra scuola si basa su tipi di valutazioni omologate che misurano quanto gli allievi sono bravi a memorizzare numeri e nomi o a risolvere problemi secondo criteri che riconducono in modo limitato l’intelligenza a capacità matematiche e linguistiche.

I test del quoziente intellettivo stessi, usati in ambito diagnostico, sono misure del rendimento scolastico con una visione ristretta dell’intelletto umano.

Oggi finalmente si sta cominciando a mettere in discussione questo approccio.

Si è scoperto infatti che l’intelligenza ha a che fare con diverse altre capacità come quella di esprimere e gestire le emozioni, di intervenire sulle esperienze, di sintonizzarsi e stare bene con gli altri.

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L’intelligenza emotiva

Si parla di intelligenza emotiva facendo riferimento ad una serie di abilità intra e interpersonali che favoriscono la realizzazione di se stessi, la comunicazione efficace con gli altri, la gestione dei conflitti, le risposte creative alle crisi.

In sostanza il saper gestire in modo efficace e finalizzato il nostro mondo interiore fatto di emozioni, stati d’animo, sentimenti, valori, credenze, passioni, motivazioni.

Competenze però che la nostra cultura sottovaluta e non sostiene e di cui, in senso generale, risultiamo difettosi, spesso sprovvisti soprattutto a paragone con altri animali.

Non sempre infatti, se pensiamo a cosa succede nel mondo intorno a noi ma anche nella nostra vita personale, ci riveliamo così intelligenti emotivamente e socialmente.

Gatti ed emozioni

Gatti, emozioni ed intelligenza emotiva

Ne danno prova invece i gatti, almeno per alcuni aspetti, seppur comunemente vengano considerati animali scontrosi, egoisti e freddi. Indifferenti alle vicende umane.

Secondo alcuni studi infatti il gatto – ma anche la pecora e altri animali – sa cogliere espressioni sottili, è in grado di ricevere e decodificare informazioni emotive attraverso canali non verbali della comunicazione.

Non solo in individui della sua specie ma anche negli essere umani. Risulta cioè profondamente connesso, sensibile ai nostri stati d’animo, in grado di darci attenzione più di quanto pensiamo rivelando capacità prosociali delicate.

Intanto è stato dimostrato che questo piccolo felino è sensibile al nostro umore. Cioè si comporta diversamente quando l’umano di riferimento è sorridente – con comportamenti positivi di avvicinamento – rispetto a quando è accigliato o preoccupato – rispondendo con atteggiamenti di allontanamento.

Queste risposte, calibrate sullo stato emotivo della persona familiare, non sono comunque replicate nel caso abbia a che fare con uno sconosciuto.

Non è quindi solo in grado di interpretare la comunicazione non verbale, cogliere sfumature espressive, riconoscere gesti ed espressioni umane ma di imparare a conoscere con il tempo le persone vicine.

Per poi rispondervi in maniera adeguata, calibrata sull’altro. Ad esempio evitando di essere di intralcio o risultare noioso quando l’amico umano è scontroso o irritato.

Insomma, è un amico a quattro zampe che impara presto le nostre abitudini, studia i dettagli. Si acquatta e ci osserva dagli angoli comodi cogliendo aspetti dei quali forse noi stessi non siamo consapevoli. Non si stanca di contemplarci.

E’selvaggio per certi versi, ma socializzato; raffinato nelle relazioni; discreto, mai eccessivo o fuori luogo.

Piuttosto siamo noi a non saper interpretare alcune sue espressioni sottili, a definire certi movimenti della coda arricciolata ad esempio. Non sappiamo ancora nemmeno bene il senso delle fusa. Rimane un amico in parte misterioso.

Insegnanti a quattro zampe

La scienza si è concentrata soprattutto sullo studio del cane, considerato da sempre il migliore amico dell’uomo.

E’ recente una notizia che riguarda questo animale: può aiutare a scuola perché la sua presenza migliora concentrazione, studio e risultati ma anche responsabilità e ordine negli alunni.

Dopo l’entrata in ospedale per i benefici dimostrati sulla guarigione dei pazienti, l’arruolamento nelle forze dell’ordine e di soccorso, adesso questo compagno a quattro zampe entra in classe.

Le prime esperienze nell’istruzione del cosiddetto learning support dog, il cane che aiuta a insegnare, si stanno realizzando in Inghilterra con risultati sorprendenti.

Quando finalmente tutte le forme di intelligenza riceveranno attenzione nella scuola e si capirà l’importanza dell’educazione socio affettiva, allora sarà il gatto a salire in cattedra.

Insegnerà cosa vuol dire essere attenti agli altri, sintonizzarsi emotivamente, saper calibrare il proprio comportamento.

Come arrotolarsi sullo spigolo delle situazioni e adattarvisi comodamente.

Ci farà capire come stare in relazione in modo profondo senza esagerare, come essere autonomi in una dipendenza sana.

Le sue lezioni serviranno a rivitalizzare l’empatia, combattere la violenza e l’indifferenza.

Sarà un insegnante fantastico.

I benefici dell'entusiasmo

Dovremmo concentrarci meno sulle nostre ansie e dedicarci di più alle nostre parti vitali, ribaltando il modo di approcciare il disagio.

Invece di preoccuparci della sofferenza, cercando di attenuarla e cancellarla, dovremmo smuovere il nostro potenziale positivo, spronare entusiasmo, desiderio, piacere, curiosità. Meraviglia.

Puntando a realizzare ciò che siamo veramente.

Identificando ciò che ci fa sentire vivi, soprattutto. Cosa ci fa eccitare, emozionare, appassionare.

Quale condizione, persona, esperienza ci trasmette energia. Dove emerge il nostro entusiasmo.

Cos’è che ci ispira, ci coinvolge. Quali sono gli interruttori per accendere la vita, per reimparare lo stupore.

Da dove possiamo attingere colore per sbiadire i grigiori quotidiani. Vivere con passione, profondamente. È un diritto e anche una responsabilità.

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Ricercare l’entusiasmo

Per questo l’entusiasmo va promosso, ricercato, protetto.

Liberato, perché lo controlliamo e con il tempo tendiamo ad anestetizzarlo, a banalizzarlo come una nota superflua invece di considerarlo un’energia creatrice potente, una forza segreta e intima che stabilizza il nostro equilibrio.

Troppo spesso ci lasciamo schiacciare dall’abitudine, dalla noia, dalla paura, dalla logica.

Non siamo capaci di seguire uno slancio.

Non possiamo fare a meno di riflettere se è il caso, se è possibile, se sta bene, poi gli altri cosa diranno, ma io ho già tanti pensieri… abbiamo paura di andare fuori strada.

Le passioni sono viste come qualcosa di pericoloso, gli entusiasmi di infantile.

E legati per forza ad una meta da raggiungere, qualcosa da realizzare, appagare, conquistare.

Non diamo valore alla tensione, all’energia vitale che sprigionano.

Si ha inoltre paura di mollare i freni, di farsi prendere troppo dall’eccitazione perché poi possiamo essere delusi.

Ma contenere un entusiasmo non ci renderà meno amareggiati per un fallimento.

I benefici dell’entusiasmo

Lasciamoci ispirare!

La parola latina Enthusiasmus significa letteralmente divinamente ispirato.

In effetti è uno stato di esaltazione che ci fa sentire forti, oltre i nostri limiti.

Toccati nel profondo, nell’essenza, ispirati, accesi, afferrati. Profondamente presi da…

Non c’entra niente con il pensiero positivo, ripetersi cioè che siamo bravi e che ce la faremo ad ogni costo.

Questo vuol dire imporre direzione a ciò che siamo e soffocare le parti più vere. L’entusiasmo, invece, è spontaneo e puro.

I suoi risvolti positivi nella vita sono vasti. Si rivela un prezioso antidepressivo naturale, un balsamo per il sistema psiche-mente-corpo.

Libera sorprendentemente nel nostro organismo endorfine, le sostanze del benessere, regalandoci una piacevole eccitazione e influenzando efficacemente i sistemi immunitario ed endocrino.

Tiene alto il tono energico, allenta la stanchezza e sprona il movimento. A livello mentale ci fa apparire i problemi meno pesanti, credere possibili cose difficili e sentire pronti a realizzarle.

Trasmettiamo entusiasmo!

È considerato inoltre particolarmente importante nella comunicazione, così come sottolineato da alcune ricerche.

Non importa quanto bene elaboriamo le informazioni, se comunichiamo senza entusiasmo non abbiamo l’impatto desiderato sugli ascoltatori.

È significativo nell’azione educativa, stimola l’espansione del Sé e il superamento di atteggiamenti limitativi.

Ed è estremamente contagioso, viene espresso attraverso le espressioni facciali, la voce, i gesti, l’eccitazione, viaggia per mezzo di informazioni emotive.

Un lavoro recente, pubblicato dall’Università di Budapest in Ungheria, ha dimostrato come l’entusiasmo dell’insegnante sia una delle variabili interpersonali più importanti che impattano sulla motivazione degli studenti

Infatti li rende più interessati, energici, motivati, curiosi di imparare, meno inclini a comportamenti scorretti al fine di ottenere voti più alti o superare un esame.

E anche più responsabili, con effetti positivi sui risultati. Insieme ad altre caratteristiche del docente come la competenza, la motivazione, l’amichevolezza, l’impegno, l’interesse al lavoro degli allievi, l’entusiasmo è considerato uno degli aspetti più importanti nell’insegnamento.

Brunella Gasperini per Psicologia24

I benefici dell'entusiasmo

Dovremmo concentrarci meno sulle nostre ansie e dedicarci di più alle nostre parti vitali, ribaltando il modo di approcciare il disagio.

Invece di preoccuparci della sofferenza, cercando di attenuarla e cancellarla, dovremmo smuovere il nostro potenziale positivo, spronare entusiasmo, desiderio, piacere, curiosità. Meraviglia.

Puntando a realizzare ciò che siamo veramente.

Identificando ciò che ci fa sentire vivi, soprattutto. Cosa ci fa eccitare, emozionare, appassionare.

Quale condizione, persona, esperienza ci trasmette energia. Dove emerge il nostro entusiasmo.

Cos’è che ci ispira, ci coinvolge. Quali sono gli interruttori per accendere la vita, per reimparare lo stupore.

Da dove possiamo attingere colore per sbiadire i grigiori quotidiani. Vivere con passione, profondamente. È un diritto e anche una responsabilità.

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Ricercare l’entusiasmo

Per questo l’entusiasmo va promosso, ricercato, protetto.

Liberato, perché lo controlliamo e con il tempo tendiamo ad anestetizzarlo, a banalizzarlo come una nota superflua invece di considerarlo un’energia creatrice potente, una forza segreta e intima che stabilizza il nostro equilibrio.

Troppo spesso ci lasciamo schiacciare dall’abitudine, dalla noia, dalla paura, dalla logica.

Non siamo capaci di seguire uno slancio.

Non possiamo fare a meno di riflettere se è il caso, se è possibile, se sta bene, poi gli altri cosa diranno, ma io ho già tanti pensieri… abbiamo paura di andare fuori strada.

Le passioni sono viste come qualcosa di pericoloso, gli entusiasmi di infantile.

E legati per forza ad una meta da raggiungere, qualcosa da realizzare, appagare, conquistare.

Non diamo valore alla tensione, all’energia vitale che sprigionano.

Si ha inoltre paura di mollare i freni, di farsi prendere troppo dall’eccitazione perché poi possiamo essere delusi.

Ma contenere un entusiasmo non ci renderà meno amareggiati per un fallimento.

I benefici dell’entusiasmo

Lasciamoci ispirare!

La parola latina Enthusiasmus significa letteralmente divinamente ispirato.

In effetti è uno stato di esaltazione che ci fa sentire forti, oltre i nostri limiti.

Toccati nel profondo, nell’essenza, ispirati, accesi, afferrati. Profondamente presi da…

Non c’entra niente con il pensiero positivo, ripetersi cioè che siamo bravi e che ce la faremo ad ogni costo.

Questo vuol dire imporre direzione a ciò che siamo e soffocare le parti più vere. L’entusiasmo, invece, è spontaneo e puro.

I suoi risvolti positivi nella vita sono vasti. Si rivela un prezioso antidepressivo naturale, un balsamo per il sistema psiche-mente-corpo.

Libera sorprendentemente nel nostro organismo endorfine, le sostanze del benessere, regalandoci una piacevole eccitazione e influenzando efficacemente i sistemi immunitario ed endocrino.

Tiene alto il tono energico, allenta la stanchezza e sprona il movimento. A livello mentale ci fa apparire i problemi meno pesanti, credere possibili cose difficili e sentire pronti a realizzarle.

Trasmettiamo entusiasmo!

È considerato inoltre particolarmente importante nella comunicazione, così come sottolineato da alcune ricerche.

Non importa quanto bene elaboriamo le informazioni, se comunichiamo senza entusiasmo non abbiamo l’impatto desiderato sugli ascoltatori.

È significativo nell’azione educativa, stimola l’espansione del Sé e il superamento di atteggiamenti limitativi.

Ed è estremamente contagioso, viene espresso attraverso le espressioni facciali, la voce, i gesti, l’eccitazione, viaggia per mezzo di informazioni emotive.

Un lavoro recente, pubblicato dall’Università di Budapest in Ungheria, ha dimostrato come l’entusiasmo dell’insegnante sia una delle variabili interpersonali più importanti che impattano sulla motivazione degli studenti

Infatti li rende più interessati, energici, motivati, curiosi di imparare, meno inclini a comportamenti scorretti al fine di ottenere voti più alti o superare un esame.

E anche più responsabili, con effetti positivi sui risultati. Insieme ad altre caratteristiche del docente come la competenza, la motivazione, l’amichevolezza, l’impegno, l’interesse al lavoro degli allievi, l’entusiasmo è considerato uno degli aspetti più importanti nell’insegnamento.

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Il linguaggio della madre influenza le capacità sociali dei bambini

In una ricerca longitudinale condotta dalla Prof.ssa Elizabeth Kirk, presso la University of York, è stato rilevato che il linguaggio che la madre utilizza per interagire con i figli nei primi mesi di vita, e in particolare tra i 10 mesi e i 20 mesi, influenza le capacità sociali dei bambini a 5 anni.

In questa ricerca, recentemente pubblicata nel British Journal of Developmental Psychology, è emerso infatti che i figli di madri che nei primi mesi di vita utilizzano per interagire con il figlio un linguaggio ricco di termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi a 5 anni hanno capacità sociali significativamente superiori a quelle dei figli di madri che invece nei primi mesi di vita utilizzano pochi termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi.

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Le capacità sociali superiori nei bambini si manifestano con una maggiore capacità di interagire con i coetanei, con un minor grado di egocentrismo, e con una maggiore capacità di mettersi nei panni dei coetanei intuendo i loro stati emotivi (felicità, ansia, rabbia, ecc.) in diversi contesti e in diversi momenti.

Le capacità sociali superiori, migliorando la qualità delle relazionali con i coetanei, determinano più alte probabilità che il bambino cresca con un equilibrio emotivo e comportamentale e con minori problematiche psicologiche.

I prossimi studi della Prof.ssa Elizabeth Kirk si orienteranno probabilmente verso la ricerca delle modalità con cui le mamme che lo desiderino possono acquisire le competenze necessarie per utilizzare con i loro figli un linguaggio che possa facilitare lo sviluppo delle capacità sociali.

La tristezza modifica la percezione dei colori

Nel linguaggio comune diciamo spesso vedo rosa per intendere che siamo ottimisti o felici e vedo grigio (o vedo nero) per intendere che siamo pessimisti o tristi.

Una ricerca condotta da un gruppo di neuroscienziati dell’Università di Rochester, e recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Psychological Science, ha mostrato che effettivamente l’umore modifica la percezione dei colori.

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La tavolozza dei colori tristi

In particolare, i ricercatori hanno scoperto che le persone che affermano di sentirsi tristi manifestano una modifica della percezione visiva e una minore capacità di distinguere le sfumature di alcuni colori.

Le modifiche percettive non riguardano però tutta la gamma dei colori.

I ricercatori hanno infatti verificato che nei soggetti che si trovano in uno stato emotivo di tristezza la percezione dei colori dell’asse blu-giallo è alterata e diminuita, mentre la percezione dei colori dell’asse rosso-verde rimane normale.

Il prossimo obiettivo che ora i ricercatori si pongono è quello di individuare i meccanismi neuronali che stanno alla base delle correlazioni tra stati dell’umore e percezione dei colori.

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