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Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Occorre allargare lo sguardo quando si parla di bullismo: non possiamo rimanere sulle caratteristiche del bullo o del bullizzato fermandoci agli aspetti individuali.

Perché, come per ogni fenomeno, esistono risvolti relazionali, sociali e culturali: presenze coprotagoniste che caratterizzano la vita del bambino o del ragazzo che attua certi comportamenti.

Per certi versi, possiamo parlare di famiglia bulla e, perché no, anche di società bulla.

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Fattori di rischio familiari del bullismo

Gli studi su questo delicato fenomeno mettono in evidenza l’esistenza di fattori di rischio familiari, relativi all’ambiente domestico.

Ci sono delle caratteristiche che riguardano il modo di stare insieme in famiglia, di confrontarsi e interagire, di vivere il rapporto tra genitori, di gestire emozioni e sentimenti che predispongono i più piccoli verso comportamenti antisociali.

Si tratta di probabilità, ovvio, non di certezze perché ognuno di questi aspetti, attinenti le relazioni, rappresenta solo una delle possibili cause all’origine del bullismo.

Non esistono invece correlazioni significative tra livello di istruzione, condizione socioeconomica, stato civile dei genitori – sposati, separati o divorziati – e percentuale di atti di bullismo messa in atto dai figli.

Insomma, il genitore del bullo rozzo e aggressivo è solo un mito.

Modelli familiari disfunzionali

Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo
Gli aspetti domestici denunciati come probabili presupposti per comportamenti da bullo possono essere molteplici.

Mancanza di relazioni calde tra genitori e figli: freddezza, presa in giro eccessiva, assenza degli adulti, poca attenzione, condivisione, interesse per i problemi dei più piccoli.

La persona bulla ha dei vuoti rispetto ad alcuni bisogni fondamentali come rispetto, stima, sicurezza, comprensione, amore.

Eccessiva disciplina, uso della vergogna, degli insulti, delle minacce, delle umiliazioni o di mezzi fisici per educare.

Ma anche atteggiamenti genitoriali energici volti a contenere figli con temperamento attivo, incontenibile, agitato che finiscono spesso per diventare a loro volta agitati.

Punire un comportamento negativo, del resto, non riduce la probabilità che lo stesso venga rimesso in atto quanto invece rinforzarne uno positivo.

Inoltre, perché i bambini dovrebbero cambiare atteggiamenti da bullo quando li vedono ricompensati?

In termini di popolarità, attenzione, potere, trattamenti speciali. Anche questi aspetti possono influire.

Esposizione a modelli violenti di comportamento.

Non pensiamo solo ai contenuti che arrivano tramite tv o Internet ma alle azioni di mamma e papà, primi modelli del bambino, come prese in giro, insulti, mancanza di empatia verso altre persone o gruppi.

Incoraggiamento nell’uso della violenza per risolvere gli scontri, ad esempio, incitando il figlio a rispondere alle provocazioni di altri bambini con aggressività (dagli un pugno, un calcio, ecc.).

Indagini mirate dimostrano che nei nuclei dei bulli i valori condivisi non solo quelli che la famiglia racconta a se stessa: apertamente dice rispetto ed educazione, in realtà offese e minacce sono motivo di vanto.

Mancanza di rispetto, conflitti accesi in casa, abuso o violenza domestica assistita.

E un clima familiare acceso dove si alza sempre la voce, con genitori che continuamente si danno addosso, si scontrano, anche se poi con i figli sono attenti e sereni.

Pressione eccessiva sui bambini per la scuola o altre attività con punizioni nel caso deludano le aspettative.

Stile educativo: il modo in cui i genitori decidono di crescere i figli è una variabile importantissima per il bullismo.

Genitori troppo permessivi possono portare ad una condotta aggressiva così come adulti distratti o disinteressati che non permettono di apprendere empatia e reciprocità emotiva alla base di ogni forma di relazione.

Mamma e papà rigidi, controllanti, che si arrabbiano e puniscono, mentre poi insegnano che il tiranno vince.

Alcuni comportamenti correttivi possono identificare, secondo vari educatori, una sorta di bullismo dei genitori nei confronti dei figli: quando l’autorità serve al genitore insoddisfatto di rifarsi da insoddisfazioni e mancanza di potere in altre aree personali.

L’intervento sulla famiglia del bullo

Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Però gli studi confortano perché dicono che un intervento efficace, prevenendo o fermando i fattori di rischio, può ridurre il bullismo e altri tipi di violenza giovanile.

Questi aspetti possono in effetti essere spunto per farsi domande da genitori, come suggeriscono gli psicologi Gianluca Daffi e Cristina Prandolini nel loro libro del 2012.

Possono aiutarci a considerare il comportamento con i nostri figli per far sentire loro che come genitori siamo attenti a quello che fanno, che ci sono regole da rispettare, alcune molto importanti sulle quali non transigiamo. Riflettendo se siamo noi stessi i primi a rispettarle, quale esempio stiamo dando.

Inoltre ci portano a pensare come ci comportiamo nei confronti dei nostri bambini o ragazzi, se riusciamo a dimostrare davvero di essere disposti a sostenerli, ascoltarli e accoglierli.

Se sappiamo dare loro calore, se conosciamo i loro bisogni, cosa facciamo per gratificarli quando rispettano le regole dimostrando di aver fatto propri i valori familiari, i più importanti per noi.

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Affrontare l’argomento dell’esperienza psicologica BES – Bisogni Educativi Speciali significa definire il valore che diamo a tale realtà e tale significato risiede principalmente nel modo in cui i BES sono vissuti dalla nostra cultura.

Ogni persona, infatti, definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive.

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Tipologie di BES

Le situazioni in cui l’apprendimento può essere difficoltoso o complesso sono molteplici, il Ministero dell’Istruzione ha identificato tre sottocategorie di alunni con Bisogni Educativi Speciali:

  1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92;
  2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui si inseriscono:
    D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per il cui riconoscimento è necessario presentare la diagnosi di D.S.A. ai sensi della legge 170/2010;
    – deficit di linguaggio;
    – deficit delle abilità non verbali;
    – deficit della coordinazione motoria;
    A.D.H.D. (Deficit di Attenzione e di Iperattività);
  3. alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico.

I Bisogni Educativi Speciali e la famiglia

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Da recenti studi emerge come la famiglia della persona con BES, anche se spesso in difficoltà, non sia necessariamente destinata a entrare in crisi e crollare: essa sopravvive, si adatta alla situazione e ne trae, in alcuni casi, perfino aspetti positivi (Zanobini, Manetti e Usai, 2002).

La prospettiva oggi utilizzata è quella psicosociale volta primariamente alla promozione dei fattori di salute e alla prevenzione.

La presa in carico della famiglia con BES viene fatta con un’attenzione maggiore allo sviluppo e consolidamento delle competenze di coping e di integrazione con la rete sociale e con l’integrazione di professioni diverse quali lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore e il neuropsichiatra (Mazzoleni, 2004).

Il figlio con Bisogni Educativi Speciali richiede molto spesso uno sforzo speciale, talvolta gravoso, sia dal punto di vista psicofisico che organizzativo ed economico anche per il suo mantenimento delle sue condizioni di salute.

La famiglia, ma solitamente e principalmente la madre, vede aumentare in misura rilevante il peso e la complessità dei compiti pratici di allevamento del figlio.

Spesso le spese per cure o visite specialistiche contribuiscono all’aggravamento del sistema familiare.

Molti studi sono stati prodotti sullo studio del ciclo di vita di questa tipologia di famiglia: partendo dalla comunicazione della diagnosi di BES che può avvenire in diversi momenti della vita del figlio, dei genitori e dei fratelli, se presenti.

Non si devono quindi considerare i BES come uno svantaggio specifico di un soggetto, che come tale viene trattato, riabilitato ed assistito.

Piuttosto si tratta di un evento scatenante reazioni e adattamenti interconnessi: non solo all’interno del soggetto stesso, ma anche in un più ampio raggio che supera perfino la rete dei suoi rapporti familiari.

Il fenomeno arriva ad interessare la comunità in cui vive, influenzandola ed essendone influenzato.

La famiglia conserva una propria identità; grazie al concetto di ciclo vitale è possibile rappresentare questa complessità e comprendere i bisogni, le difficoltà, le esigenze e le peculiarità del sistema in una determinata fase del suo sviluppo.

I BES rappresentano quindi, dei rilevatori di giochi relazionali e degli attivatori delle risposte individuali al disagio, così da renderle evidenti.

La famiglia con bambini BES è uno spaccato di famiglia normale, dove gli eventi stressanti mettono in rilievo quelle caratteristiche comuni alle difese dei sistemi umani di relazione, in maniera così evidente da non passare inosservati.

Giulia Liperini e Alessandra Testi per Psicologia24

Madre-bambino: la base di tutti i legami

Nasciamo programmati per entrare in relazione con gli altri e formare legami.

Già nella vita intrauterina il feto è in grado di connettersi con ciò che lo circonda, addirittura di condividere le emozioni con la madre.

Studi di psicologia prenatale hanno infatti scoperto che il nascituro interagisce, risponde agli stimoli, si turba in alcune situazioni, stabilendo un misterioso e profondo legame con la propria mamma ben prima del parto.

La predisposizione a sviluppare un legame fin dalla nascita con chi si prende cura di noi è una necessità predisposta geneticamente.

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La necessità dell’attaccamento

Si ha bisogno da subito di essere accolti, rassicurati, amati, riconosciuti.

Di essere addomesticati, secondo le parole tra il Piccolo Principe e la volpe di Antoine de Saint-Exupéry: se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

In effetti il meraviglioso e delicato processo di attaccamento tra genitore e neonato è la misura di quanto diventano speciali l’uno per l’altro.

Subito dopo la nascita c’è un periodo sensibile durante il quale circolano insolitamente livelli molto alti di endorfine nella coppia madre/neonato, significativi per l’attaccamento.

Questo primo legame forte e specifico che fa attaccare madre – o un’altra figura di accudimento – e bambino e prosegue negli anni della crescita è la dimensione nella quale impariamo molto su chi siamo, come si sta con gli altri, come si conducono i rapporti.

È lì che avviene l’imprinting sociale, che capiamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, sono accettati, compresi, ricambiati. È in questo ambito emotivo che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sintonizzarci con l’altro, a ritmare le relazioni in una reciprocità emotiva.

Un attaccamento inefficace, insufficiente impone costi enormi in termini emotivi. Segna per sempre.

La trascuratezza, il rifiuto, il distacco, l’insensibilità materna, e quindi l’impossibilità di attaccarsi in modo sicuro, di scoprire e stare in intimità, rende poveri in empatia, insensibili al dolore altrui, aggressivi, instabili, inesperti di legami anche in età adulta.

Grezzi, incapaci di muoversi nei rapporti. Furtivi e paurosi. Risulta esserci una correlazione anche con bassa autostima, sensi di inadeguatezza, aggressività, e forte dipendenza.

Apprendere la relazione

Un rapporto emotivamente positivo stabile e reciprocamente gratificante tra bambino e adulti di riferimento invece è il punto di partenza per ricreare legami affettivi forti con altre persone speciali nella vita, provare piacere e gioia nell’interagire con loro, essere confortati dalla loro vicinanza.

Senza aggrapparsi in modo ossessivo, né rifuggire in modo ansioso.

L’importanza di un efficace attaccamento per lo sviluppo del cucciolo è del resto conosciuto anche negli animali. La separazione precoce dalla madre, ad esempio, rende alcune razze di cane pericolosamente aggressive.

Sono famosi in questo ambito gli studi della teoria dell’attaccamento degli studiosi Bowlby, Spitz, Harrow sull’importanza del legame con la madre per sviluppare la propria sicurezza, sul ritardo dell’accrescimento del bambino a seguito della mancanza o inefficacia della figura materna (sindrome da deprivazione materna), sulle scimmiette che prediligono una mamma surrogata calda e accogliente rispetto a quella fredda ma dispensatrice di cibo.

Anche le moderne neuroscienze ci mostrano le radici fisiologiche della nostra necessità di vicinanza, contatto, scambio con gli altri.

Nel nostro cervello le relazioni attivano i circuiti cerebrali della ricompensa. Ci fanno sentire bene, in altre parole.

Si è scoperto che le aree corticali rispondono in modo decisamente unico alla vista di altre persone o alle immagini di esseri umani.

Le emozioni negli altri sono registrate dal nostro cervello con forte intensità, i neuroni specchio ci permettono di empatizzare ed entrare in relazione quando osserviamo gli altri.

Relazioni e benessere

Le relazioni sociali sembrano implicate in complessi meccanismi biologici come la replica delle cellule e il funzionamento immunitario.

La scienza oggi ci porta numerose evidenze per farci capire come il benessere sia profondamente legato alla connessione e all’intimità sociale.

Gli studi provano che la qualità dei legami sociali è correlata alla salute fisica, ad una migliore immunità alle malattie infettive, a più bassi livelli di depressione. Anche ad un positivo senso di sé, di autostima.

La promozione della salute in questo senso passa necessariamente per il rafforzamento di legami sociali positivi.

È ampiamente dimostrato che cresciamo, definiamo chi siamo, costruiamo la nostra identità, l’autostima, la fiducia in noi stessi attraverso le relazioni, gli attaccamenti autentici con gli altri, con i nostri animali, anche.

Ogni legame, debole o forte, ha in sé un potenziale per aiutarci, così come farci del male. Perché legarsi vuol dire stringere una relazione profonda, connettersi, essere vicini. Entrare in intimità e quindi mettere in gioco le parti più intense e nascoste, esporsi alla vulnerabilità. Ma non si può prescindere dai rapporti profondi per conoscere se stessi ed esprimersi.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Famiglie separate: come affrontare le vacanze?

Le vacanze per i genitori appena separati rappresentano spesso una sfida in termini emotivi e organizzativi.

Ci sono numerose decisioni da prendere: come organizzare i turni insieme ai figli? Quali tradizioni mantenere e quali abbandonare? trascorrere o no parte delle vacanze insieme all’ex coniuge?

Le prime vacanze successive al divorzio sono probabilmente le più difficili. C’è un senso di perdita e smarrimento in tutti i membri della famiglia, accompagnato dalla presa di coscienza che le cose non saranno più come prima.

La vacanza era per tradizione il momento in cui tutta la famiglia si riuniva, e adesso sembra essere quello in cui più si evidenziano le fratture.

I bambini sono più sensibili durante questo periodo e la priorità dei genitori dovrebbe essere quella di proteggerli da ulteriori traumi. Ecco alcuni consigli.

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Stessa spiaggia, stesso mare?

Se la casa al mare ad agosto, uguale tutti gli anni, o il viaggio in camper verso sud erano i capisaldi di ogni vacanza, e se oggi rischiano di non essere più praticabili, è importante far capire ai bambini che si potranno comunque trascorrere delle piacevoli vacanze all’insegna di avventure nuove ed esperienze altrettanto belle.

È effettivamente consigliabile stabilire un equilibrio tra vecchie e nuove abitudini: mantenere alcune tradizioni del passato è importante per non disorientare troppo i bambini con cambiamenti radicali; così come è importante crearne di nuove, specifiche del rapporto tra un genitore e il figlio, poiché esse costituiscono occasioni per rafforzare il legame e dare sicurezza ai bambini.

Capita, non raramente, di osservare dinamiche competitive tra i genitori per offrire ai figli la vacanza più entusiasmante.

È giusto fare il possibile affinché i bambini trascorrano le vacanze felicemente, ma un senso di eccessiva disparità potrebbe compromettere il rapporto dei figli con uno dei due genitori.

Si pensi, ad esempio, al caso in cui un genitore abbia minori disponibilità economiche dell’altro, la vacanza potrebbe essere strumentalizzata dal genitore più facoltoso per ottenere la preferenza dei figli.

In questi casi una buona prassi potrebbe essere quella di stabilire, con buonsenso, uno standard accessibile a entrambi i genitori.

Un’altra decisione delicata è quella riguardante la possibilità degli ex coniugi di trascorrere parte delle vacanze insieme per il bene dei figli. I potenziali benefici sono molti, ma non vanno sottovalutati i rischi.

Ovviamente occorre stabilire un clima positivo ed evitare di litigare, ma allo stesso tempo bisogna stare attenti a non nutrire nei figli la falsa speranza di un ritorno insieme.

In alcuni casi è opportuno parlare apertamente con i figli (soprattutto se la loro età lo consente), in altri è sufficiente veicolare in modo implicito il messaggio che mamma e papà possono trascorrere serenamente del tempo insieme pur rimanendo separati.

Le vacanze successive al divorzio avranno sicuramente un sapore diverso dal passato, ma un approccio consapevole e maturo può aiutare a renderle comunque piacevoli.

È fondamentale che la comunicazione tra tutti i membri della famiglia si assesti su toni pacati e rispettosi e che i comportamenti non siano finalizzati a danneggiare l’altra parte genitoriale.

In questa circostanza i genitori possono diventare per i loro figli modelli positivi di gestione del cambiamento e delle relazioni.

Genitori: come affrontare l'adolescenza dei figli?

L’adolescenza, è risaputo, è una fase un po’ turbolenta della vita.

Non solo per le importanti trasformazioni fisiche che occorrono in questi anni, ma anche, e soprattutto, per i bisogni di natura psicologica tipici di questa fase.

Ne sanno qualcosa i genitori di giovani adolescenti che si trovano ad assistere a cambiamenti di varia natura: dagli interessi ai modi di fare, dall’umore ai gusti musicali, alimentari, culturali ed estetici, per citarne solo alcuni.

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Adolescenza e cambiamenti

A volte i cambiamenti caratteristici della fase adolescenziale preoccupano i genitori.

Sembra che i figli si comportino in maniera completamente diversa dal passato e che attraverso parole e fatti vogliano solo affermare non sarò mai come te o come tu mi vuoi.

Da una parte mezza parola sbagliata detta dal padre o dalla madre potrebbe scatenare rabbia, disperazione o comportamenti oppositivi nel giovane; d’altra l’ansia e le preoccupazioni dei genitori possono sfociare in atteggiamenti invasivi, impositivi, di controllo, e in alcuni casi di disinteresse.

Qual è, allora, il modo migliore di accompagnare i propri figli durante l’adolescenza?

In primo luogo i genitori dovrebbero essere consapevoli della natura delle trasformazioni che si verificano durante l’adolescenza.

Una nuova, propria identità

Genitori: come affrontare l’adolescenza dei figli?

L’adolescenza, infatti, è una fase molto delicata della vita, in cui fra i vari bisogni psicologici è particolarmente rilevante quello di forgiare una propria identità.

Un adolescente sano, non solo chiede più libertà e indipendenza, ma gioca con la propria individualità e sperimenta modalità nuove, alla ricerca di un senso di autenticità del sé.

Motivo per cui il giovane può passare da un interesse all’altro, cambiare amicizie o modalità di interazione sociale: ad esempio, non è infrequente che bambini timidi diventino adolescenti estroversi e viceversa.

Gran parte dei comportamenti che i genitori considerano atipici sono determinati dai processi psicologici tipici di questa età: la differenziazione e l’identificazione sono due strumenti, opposti e complementari, inevitabili e indispensabili, che forgiano l’identità del giovane.

In secondo luogo può essere rassicurante per i genitori sapere che in molti casi i cambiamenti dei propri figli adolescenti non rappresentano caratteristiche definitive della loro personalità o del loro carattere.

Probabilmente alcune modalità ritenute eccessive tenderanno a stabilizzarsi su toni più pacati e l’impulsività lascerà lentamente il posto a una maggiore razionalità.

Come interagire con un figlio adolescente

Sicuramente la modalità più sana di interagire con i figli adolescenti non è ansiogena, impositiva o indifferente; bisogna accompagnare i loro cambiamenti con interesse e discrezione.

È fondamentale stabilire una comunicazione sana, creando ponti e non muri, assumendo un atteggiamento rispettoso.

Chiedere a un figlio cosa rappresenti per lui un nuovo interesse, senza toni critici o presuntuosi, è un ottimo modo per iniziare a costruire una comunicazione sana.

Mentre durante l’infanzia è il bambino a doversi connettere con gli interessi dei genitori, nell’adolescenza il rapporto deve essere riequilibrato e anche i genitori devono connettersi agli interessi dei propri figli.

Così, ad esempio, la mamma che non ha mai avuto alcun interesse nella musica rock può chiedere al proprio figlio, fan degli AC/DC, di spiegarle il significato di qualche loro canzone.

È fondamentale sapere che costruire una comunicazione di questo tipo non è qualcosa che dipende solo ed esclusivamente dal carattere dell’adolescente (è troppo nervoso per poterci parlare), ma anche e soprattutto dal modo dei genitori di approcciarsi a lui.

Infine, è importante sottolineare che creare vicinanza emotiva, empatia e condivisione è anche il modo migliore che un adulto ha di farsi ascoltare e di aiutare il giovane a prevenire eventuali situazioni di rischio.

C'era una volta la famiglia

C’era una volta la famiglia.

Quell’entità robusta, composta di parti stabili. Uno standard al quale ci si ispirava, un obiettivo da realizzare nella vita di ognuno.

Oggi non è rimasto quasi nulla di quel modello.

Da una parte si ripropone il Family Day, dall’altra si fanno avanti nella società modi diversi di vivere i legami interpersonali, nuove forme dello stare insieme.

Basti pensare alle separazioni e ai divorzi, ai single, ai monogenitori, alle convivenze, alle adozioni, all’affidamento. Alle famiglie allargate, ricomposte, di fatto e miste.

Il concetto di famiglia sembra in effetti intoccabile, smuove rigidità, dimostrando immaturità nel sapersi adattare alle svariate situazioni che la vita sociale impone.

Racchiude valori sociali, storici e culturali, racconta.

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Come si definisce una famiglia?

Esiste un concetto di famiglia nella Costituzione, uno nel Codice Civile. C’è quello della Chiesa.

La visione tradizionale interpreta la famiglia sulla base della struttura biologica, procreativa ed educativa dei figli, l’approccio interazionista la definisce invece in termini di legami, integrazione e attaccamento.

L’Istat (Istituto Nazionale di Statistica), definisce famiglia un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune. Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune.

Attenendoci a questa definizione, per definirsi famiglia non c’è bisogno della presenza dei bambini. Anche una coppia senza figli forma una famiglia.

Non serve nemmeno contare più di un adulto. Nel caso di due persone, non è un criterio la relazione intima sessuale. E non c’è bisogno del matrimonio (coppie conviventi).

Non ci si riferisce neppure ad un uomo e ad una donna.

Si legge anche che non è necessario condividere sempre la stessa casa, si rimane famiglia infatti pur vivendo o convivendo temporaneamente altrove.

Non è del resto considerata parte della famiglia una persona che abita nella stessa casa per motivi di lavoro, ad esempio.

Viene dato inoltre credito ai vincoli affettivi. Dovrebbero perciò essere considerate famiglia anche quelle situazioni in cui convivono persone che esulano da legami di parentela o di stato civile.

Oltre alle tanto discusse famiglie di fatto, tra queste ci sono famiglie per scelta, formate da chi è escluso dal matrimonio per qualche motivo o è allontanato dalla famiglia biologica.

Alcune volte si creano gruppi solidali, parentele, contatti, legami speciali: avrebbero diritto ad essere considerate famiglie.

Famiglia è prendersi cura di

Oltre a criteri quantitativi e strutturali, il concetto di famiglia si fonda sul prendersi cura l’uno dell’altro, sentirsi in dovere di esserci, scambio di sostegno emotivo e materiale, condivisione di esperienze.

Aspetti che la famiglia, perfino la più tradizionale, non assicura.

Essere genitori, fratelli o zii non vuol dire rimanere in contatto, né avere figli è un’assicurazione per avere assistenza nel momento del bisogno.

Si può essere geograficamente o emotivamente distanti, oppure, come spesso accade, disimpegnati l’uno con l’altro.

La famiglia tradizionale non offre sempre una cura adeguata ai bambini, anche se i genitori stanno insieme.

Non assicura sostegno, comprensione, serenità, intimità. Opportunità.

Le statistiche dicono che anche le famiglie che nascono su presupposti tradizionalisti hanno un rischio altissimo di spezzarsi.

Quelle ricomposte del resto – quando i genitori riescono in modo maturo e rispettoso a ridefinire i loro ruoli – possono offrire nuove figure di riferimento, risorse, soluzioni, nutrimenti intellettivi ed emotivi a favore dei più piccoli.

Nucleo familiare non significa sempre protezione e sicurezza: violenza e abusi nei confronti del partner o dei minori sono attuati soprattutto all’interno della famiglia.

È indubbio che il significato di famiglia vada rivisitato, mettendo al centro i concetti di legame, connessione emotiva, vicinanza, sostegno, rispetto e responsabilità, piuttosto che i vincoli di legge o sangue.

Anziché in termini di struttura, bisognerebbe pensarsi famiglia in termini di interazione. E di amore.

Lo stato di famiglia dovrebbe essere riconosciuto anche dai valori e non solo dai documenti.

Dovremmo rinnovare la nostra identità umana, devastata dall’invenzione di accordi, contratti, definizioni, divisioni e legami istituzionali.

Brunella Gasperini per Psicologia24

non si può non comunicare

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

Non si può non comunicare!

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

Flavio Cannistrà per Psicologia 24

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

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