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Gli estroversi sono più felici degli introversi?

Le ricerche scientifiche condotte negli ultimi anni sembrano constatare che mediamente le persone estroverse sono più felici delle persone introverse.

Uno studio condotto alla Wake Forest University (USA) pare addirittura rivelare che anche gli introversi si sentono più felici quando si comportano da estroversi. Ma è davvero così?

Ci sono almeno due buoni motivi per ritenere che la realtà sia leggermente diversa, o quantomeno più complessa, di quello che appare.

Il primo motivo riguarda i test scientifici utilizzati per misurare il livello di felicità degli individui.

Essi infatti sono prevalentemente estroverso-centrici, cioè assumono più frequentemente come indicatori di felicità caratteristiche tipiche delle persone estroverse (socializzare con facilità, uscire spesso in compagnia, essere molto attivi, etc.) e meno frequentemente caratteristiche associate all’introversione (riflessività, contemplazione, tranquillità, etc.).

Questo potrebbe essere il motivo per cui gli estroversi ottengono punteggi più alti nei test che misurano la felicità.

Il secondo motivo ha a che fare con la cultura.

La cultura occidentale infatti tende a favorire le personalità estroverse ed esercita sugli introversi una certa pressione sociale affinché agiscano in maniera estroversa, provocando in loro come conseguenza ansia e bassa autostima.

Nella cultura orientale, dove si tende invece a incoraggiare le personalità più calme e riflessive, le persone introverse non sembrano soggette allo stesso tipo di pressione sociale.

Sembra quindi che la risposta alla domanda se gli estroversi siano più felici degli introversi debba tenere in considerazione variabili legate sia al metodo di ricerca che al contesto culturale di riferimento.

Molte ricerche scientifiche, inoltre, hanno dimostrato che la felicità non scaturisce tanto da uno specifico tipo di personalità quanto dall’accettazione di se stessi, dal vivere la vita con un senso di scopo e dalla consapevolezza di poter contare sul sostegno di una solida rete sociale (famiglia, amici, etc.), condizioni che sia gli estroversi che gli introversi possono realizzare.

U come umore

Uno studio della Tokyo University of the Arts, in collaborazione con il Riken Brain Science Institute, ha svelato il motivo per il quale ci piace ascoltare musica triste.

Nonostante si creda il contrario, pare che evochi sensazioni positive e struggenti. Sicuramente più intense.

Una melodia malinconica non solleva il morale ma permette, attraverso l’arte della musica, un’analisi più profonda del proprio stato d’animo, uno sfogo al dispiacere, l’espressione mediata di quel che si prova.

Per questo ci attrae.

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Rifugiarsi nel dolore

Questi risultati permettono di fare ulteriori riflessioni, sotto un altro punto di vista. Ci fanno capire che abbiamo bisogno evidentemente di rimanere sintonizzati con le emozioni dolorose per prenderne consapevolezza, sfogarle, dare loro considerazione e risolverle.

Per approfondire sé stessi. Dicono che rifuggire gli stati d’animo negativi non permetta di scioglierli.

Che sottrarsi alla tristezza, distrarsene a tutti i costi, non porti benessere.

Perché anche gli stati più torbidi sono messaggi che arrivano dal profondo e ci parlano di quelle parti di noi incompiute, inascoltate.

L’idea comune di dover scansare la tristezza, essere positivi per forza, stampare in faccia un sorriso dalla mattina alla sera ci rende finti e contraffatti. Non realizza la nostra essenza.

Anche se le emozioni positive, il buon umore e l’ottimismo sono gli unici vissuti a godere di buona reputazione a livello sociale, occorre accogliere ed elaborare tutti i sentimenti. Riconoscerne l’importanza.

L’umore, la tonalità di base dell’affettività

Il termine umore, secondo il Dizionario di Psicologia curato dallo psicoanalista Umberto Galimberti, si riferisce alla tonalità di base dell’affettività, cioè l’umore di fondo come caratteristica costante della personalità.

Ma lo stato dell’umore è mutevole, varia da momento a momento.

Vuol dire che fluttuiamo su sentimenti, emozioni, vissuti e mantenersi in equilibrio non significa glissarne alcuni.

Nel nostro assestamento rientra anche il barcollare, il cadere, il rialzarsi. Provare senso di vuoto, smarrimento, sfiducia, rabbia.

In un sotterraneo processo di omeostasi, tendiamo a regolare il nostro stato d’animo tra ciò che avviene fuori e quello che sentiamo dentro, anche se a volte risultiamo irrazionali o spropositati.

Siamo permeabili verso l’esterno e in movimento al nostro interno. In una sorta di tastiera interiore che parte dai toni più cupi della tristezza e arriva alle frequenze più brillanti della gioia, muoviamo la nostra musica profonda.

Inutile opporsi a queste modulazioni spontanee: la nostra energia psichica ha bisogno di fluire in modo libero, svincolata da obblighi tonali.

L’influenza dell’umore su di noi

La scienza ha ampiamente dimostrato che il tono dell’umore influenza i pensieri e i comportamenti, le funzioni vegetative e somatiche.

È uno stimolo potente che sta dietro le nostre scelte. Suggerisce quanto e cosa mangiare, come comportarsi.

È il sentimento con il quale stiamo sulle cose e su di noi. Condiziona il modo in cui reagiamo.

Se siamo depressi ci comportiamo negativamente, in modo energico se ci sentiamo euforici.

Diversi studi hanno mostrato come la percezione di quello che avviene, i pensieri che elaboriamo, la fiducia personale e le decisioni che prendiamo siano influenzati dal nostro umore.

Quando è positivo aumenta la flessibilità cognitiva, siamo in grado di guardare la realtà in un modo nuovo e di risolvere i problemi più facilmente.

Al contrario, se siamo arrabbiati restringiamo i nostri orizzonti mentali.

Eventi particolarmente stressanti e vissuti gravosi, rispetto alle risorse che pensiamo di avere, possono alterare la nostra regolazione affettiva, la capacità di gestire, elaborare, esprimere le emozioni, e ripercuotersi sull’intero equilibrio psicofisico dell’organismo, esponendoci a disturbi psichici e somatici.

Secondo la psichiatria, sbalzi taglienti e continui di umore oppure un abbassamento cronico del tono dell’umore definiscono i disturbi dell’umore, bipolare e depressivo.

Ma una certa altalena emotiva appartiene a tutti. E queste onde, quando non sono gestite bene, ci rendono scontrosi, inaffidabili, intrattabili.

Facendoci fare danni nei rapporti con gli altri, soprattutto col partner. Perché è difficile stare accanto a qualcuno di cattivo umore, ne veniamo contagiati.

Più siamo connessi, più risultiamo coinvolti.

I lunatici disorientano, portano nella relazione messaggi ambigui e contrastanti, creano malintesi, discussioni e liti, rendono tutto precario.

Quando qualcuno molto vicino a noi è irritato, ad esempio, tende a rovesciare la sua rabbia su di noi, cercando di convalidare ciò che sente. Vuole comprensione, sostanzialmente.

Non sempre siamo in grado di avere il controllo su quello che sentiamo, di rimanere critici, di sapere come reagire. È difficile sostenere l’altro e rimanere interiormente intatti.

Forse, in certi momenti è meglio tenere presente che il malumore del partner non è necessariamente colpa nostra, così da non farsi tirare giù.

Non serve sempre capire il motivo per risolvere l’umore nero. Questo vale per l’altro come per noi stessi.

Non fa male del resto avere una giornata storta. Poi passa.

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Mollare tutti per trovare se stessi?

Christopher McCandless – personaggio reale la cui storia è stata narrata nel libro Nelle Terre Estreme (1996) e che ha ispirato il film Nelle Terre Selvagge (Into the wild) del 2007 – decise di andare in Alaska per trovare se stesso.

Riteneva che per essere veramente se stessi, e di conseguenza felici, bisognasse rendersi completamente indipendenti dalle aspettative degli altri e dall’opprimente conformismo che appiattisce le individualità.

Sembra un ragionamento intuitivo, ma la ricerca condotta dalla Dott.ssa Alison Lenton e dal suo team di ricercatori dell’Università di Southampton lo mette fortemente in dubbio.

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Individualismo o socialità?

I ricercatori hanno condotto uno studio, pubblicato sull’European Journal of Personality, che ha coinvolto 300 soggetti di età compresa fra i 18 e i 79 anni.

I partecipanti hanno iniziato compilando un questionario in cui veniva chiesto di indicare il livello medio di autenticità percepita nella loro vita.

Successivamente, i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di ricordare 10 episodi del giorno precedente, e per ogni episodio dovevano indicare cosa stessero facendo, in compagnia di chi e quali fossero le loro sensazioni, specificando il livello di autenticità percepita (indicato dal grado di accordo con l’espressione ho agito coerentemente con i miei valori e le mie credenze), di alienazione (non so come mi sentivo) e di accettazione dell’influenza esterna (mi sono comportato come gli altri si aspettavano mi comportassi).

Nell’ultima parte dello studio i ricercatori hanno chiesto ai partecipanti di scaricare sul proprio smartphone un’applicazione (ideata appositamente per l’esperimento) che per una settimana e in orari diversi della giornata chiedeva loro di prendere nota di che cosa stessero facendo, in compagnia di chi e quali fossero le loro sensazioni. Anche questa volta dovevano indicare il livello di autenticità percepita, di alienazione e di accettazione dell’influenza esterna.

Trovare se stessi grazie agli altri

I risultati hanno mostrato che sentirsi autentici è una sensazione che varia più nel singolo individuo che fra individui diversi – detto in altre parole, la sensazione di autenticità sembra essere maggiormente influenzata dalle persone con cui stiamo e da cosa stiamo facendo, piuttosto che essere un tratto stabile della nostra personalità. Un altro dato molto interessante è che i soggetti hanno riportato di sentirsi autentici con una frequenza maggiore quando erano in compagnia di altre persone (sia amici che membri della famiglia o colleghi) e che la percezione era più forte quando agivano conformemente alla aspettative esterne.

In generale, sentirsi autentici era correlato con emozioni positive, umore più allegro e maggiore energia, mentre sensazioni opposte venivano sperimentante nei momenti di alienazione.

Le attività maggiormente associate a stati di autenticità erano quelle che non solo coinvolgevano altre persone, ma richiedevano uno sforzo attivo da parte dei soggetti, tra cui fare attività all’aperto, andare al teatro, ad un concerto o al museo, prendersi cura degli altri e svolgere attività religiose.

Comportamenti passivi e solitari, come ad esempio navigare su internet o guardare la tv, sono stati associati con livelli più bassi di autenticità.

Se da una parte questi risultati possono sembrare inaspettati e richiedono ulteriori approfondimenti, dall’altra è opportuno ricordare che l’individualismo è una caratteristica abbastanza recente nello sviluppo dell’umanità.

Gli esseri umani sono una specie squisitamente sociale che deve il successo evolutivo alla capacità di collaborare con gli altri, il che può anche essere il motivo per cui abbiamo sviluppato una consapevolezza cosciente, condizione indispensabile allo sviluppo dell’identità.

E sul concetto di felicità anche Christopher McCandless dovette ricredersi e prima di morire da solo in Alaska scrisse: happiness is only real when shared, la felicità è reale solo quando la si condivide.

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