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Vita di coppia: quando i figli non arrivano

Elena sembrava disperata, il suo pianto era lungo e silenzioso, non riusciva a parlare e la sua postura era rannicchiata sulla sedia, braccia conserte e testa bassa, come se avesse già sentito tutto e non poteva ascoltare di più.

Suo marito – Alfonso – la guardava con preoccupante angoscia, le diceva che non gli importava, che potevano essere comunque felici insieme, che non era quel bambino a unirli, che la loro coppia era più forte e avrebbe sostenuto anche questa tempesta, come tutte le altre. Tuttavia il suo tono era stridulo e poco credibile.

Inoltre, le sue parole così razionalmente rassicuranti, non alimentavano il vuoto che Elena provava, erano lontane come un’eco distante anni luce e anzi, tale percezione uditiva faceva brillare una luce nei suoi occhi, non propriamente rassicurante.

Sembrava un guizzo di rabbia, sarcastico e dolente, come solo una donna tradita e incompresa può avere.

Elena si sentiva tradita dalla vita che l’aveva resa sterile e dolorosamente lontana dal resto del mondo, anche dal marito con cui aveva trascorso pianti e risate in passato.

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Il progetto figlio

Il desiderio di un figlio, anche dopo qualche tempo dalla costituzione della coppia, non implica una priorità perché percepito lontano. Viceversa, si investe sulla coppia stessa, sulla realizzazione personale (studio/lavoro), l’acquisto di casa, la definizione di confini con le rispettive famiglie d’origine.

Sembra quasi come se il desiderio di un figlio arrivi improvvisamente da lontano, come il fischio di un treno che si avvicina a velocità: da impercettibile, diventa incessante, frustrante se non arriva quando la coppia si sente pronta!

La coppia pertanto inizia ad immaginare questo scenario e a lavorare per la realizzazione del progetto figlio. A volte, l’obiettivo del progetto si raggiunge in poco tempo. Altre volte, invece passano i mesi senza alcun risultato e la coppia è spinta a richiedere un approfondimento e a sottoporsi ad una serie di esami concezionali.

Molto spesso accade che – dopo aver ultimato tutti gli accertamenti del caso, la coppia si trovi ad affrontare una diagnosi di sterilità sine causa o idiomatica, ossia non motivata da alcun elemento organico.

Altre volte, invece le cause sono più propriamente organiche ma richiedono ugualmente – come le precedenti – un supporto psicologico della coppia, al fine di ridefinire un progetto nella condivisione e nell’empatia.

Le emozioni negative quando i figli non arrivano

Le coppie che si trovano a non ultimare il progetto figlio entrano in un circolo vizioso da cui le emozioni più frequenti sono: rabbia, senso di inadeguatezza, paura del giudizio, mortificazione, senso di colpa.

Perché proprio a noi?

Che senso ha la nostra coppia ora?

Cosa dirà la gente?

Perché abbiamo aspettato così tanto?

I nostri amici, Elena e Alfonso, ripetevano con angoscia queste frasi, non ascoltavano, non si guardavano.

La coppia era in crisi!

Non frequentavano ormai più gli amici perché, fatalità, tutti intorno a loro erano felici: alcuni aspettavano un figlio, altri lo avevano già. Loro sì, che erano normali e fortunati!

Certo, erano felici per il loro amici, ci mancherebbe, ma il dolore e la rabbia si impossessavano dell’altra metà del loro cuore e la nostra coppia non poteva far altro che esprimersi con disprezzo nei loro confronti, pur amandoli.

Questa ambivalenza diventava talmente insopportabile da poter essere risolta solo evitando l’incontro.

Quando le famiglie d’origine hanno saputo che non avrebbero potuto avere un nipotino, immediatamente hanno proposto l’adozione, come superamento della crisi e sublimazione della sterilità.

Inizialmente, Alfonso ed Elena hanno valutato questa proposta con un immaginario diverso, avrebbero potuto essere genitori comunque, ma durante il percorso psicoterapeutico hanno compreso successivamente che un figlio non può arrivare per aggiustare.

Dal lutto alla rinascita

In questa fase di pianto e disperazione, di lutto per un bambino che non potrà mai nascere dalla propria pancia, l’adozione non è la soluzione.

L’impossibilità di avere figli dovrà essere affrontata come la morte di un congiunto, richiede risposte sane e naturali: negazione, rabbia, protesta, disperazione, rassegnazione.

Sono queste le reazioni che tutti noi abbiamo di fronte ad un evento luttuoso che ci coglie impreparati e Alfonso ed Elena le hanno vissute tutte, coraggiosamente, pensando a volte di non farcela, di non avere più la forza di piangere, ma comprendendo che occorreva passare aldilà del fiume per uscire dal guado e solo dopo, avrebbero trovato la serenità.

La coppia può uscirne se riesce a trovare dentro di sé altri tipi di fertilità e in questo diventa fondamentale il percorso psicoterapeutico.

Molte coppie naufragano durante il guado. Se la propria coppia risperimenta dentro di sé i motivi profondi che l’ha unita, capirà che un figlio è un completamento e non l’essenza che la tiene insieme.

Molte coppie riscoprono così il piacere di stare insieme, di ri-progettare e lasciano la propria impronta in attività sociali, culturali, professionali, di volontariato… diventandone genitori.

Solo dopo aver raggiunto questo equilibrio, si può essere un nido accogliente per un bimbo adottato, già portatore di sue ferite e bisognoso di una coppia che ha smesso di piangere!

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Come trasmettere regole efficaci ai nostri figli

Acquisire le regole della vita quotidiana è importante per tante ragioni.

Le regole facilitano la convivenza, danno sicurezza e punti di riferimento; favoriscono inoltre il processo di adattamento alla vita sociale e relazionale.

E’ come se rappresentassero i binari dentro cui canalizzare le energie: senza di esse il treno può deragliare.

Perché è così difficile trasmettere le regole?

Essenzialmente per due motivi:

1. le regole hanno un carattere di costrizione e di fatica;

2. le regole vengono trasmesse in modo non corretto.

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Atteggiamenti utili per trasmettere le regole con efficacia

Esprimere le regole al positivo: se si vuole comunicare ad un bambino di non picchiare il fratellino, sarà meglio suggerirgli un paio di comportamenti da tenere con lui, piuttosto che dirgli cosa non deve fare.

Essere sintetici: dare le regole con dolcezza e fermezza, senza lamentarsi di eventuali comportamenti negativi tenuti dal bambino in passato.

Naturalmente, il bambino può fare o non fare ciò che gli chiediamo (ricordiamoci sempre anche dell’età del bambino a cui ci stiamo rivolgendo!). Se il bambino non lo fa, possiamo iniziare a fare la cosa che ci aspettiamo con lui.

Essere concreti: devi essere più buono…; non essere cattivo…: cosa vogliono dire esattamente i termini bontà, cattiveria, rispetto? E’ meglio esprimersi in modo concreto.

Va specificato con attenzione il contesto in cui si inserisce ciò che stiamo dicendo. Es: Devi essere buono, devi salutare la nonna quando entra…Quando hai finito di giocare, metti le macchinine nel contenitore…

Dare le regole al momento giusto: se la regola viene trasmessa o ripetuta in contesti in cui si sta rimproverando il bambino perché l’ha violata, l’atmosfera del rimprovero si trasferisce anche alla regola.

L’alternativa è parlare delle regole nei momenti piacevoli, quando si sta bene insieme.

Dare poche regole: è buona cosa limitare il numero delle regole a 4 o 5.

Questo consente di aiutare i bambini a focalizzare l’attenzione su ogni singola regola e ad interiorizzarla.

Potrebbe essere utile presentare le regole in un ordine che ricalca la sequenza cronologica, suggerendo il comportamento appropriato durante i vari momenti della giornata.

E’ importante che gli adulti esplicitino alcune delle regole che seguono loro e che le mantengano.

Come trasmettere regole efficaci ai nostri figli

L’importanza della coerenza tra genitori: capita che i due genitori non abbiano la stessa visione delle cose o dell’educazione dei propri figli.

Spesso, uno dei due genitori si assume il ruolo di persona più permissiva e l’altro di persona più normativa.

I bambini, soprattutto nei primi anni, non sono in grado di comprendere la relatività dei punti di vista. In questa situazione, la regola non viene interiorizzata.

Se le fonti di informazione più importanti danno versioni diverse, le regole stesse diventano discutibili.

Inoltre, quando capita che il bambino trovi difficile seguire una regola, imparerà ad andare a rifugiarsi dal genitore che non trova fondamentale quella regola.

Creare riti e rituali: il rituale ha una grande funzione riparativa; non c’è niente di più facile per un bambino che adeguarsi ad un rituale, perché da contenimento e sensazione di certezza. Naturalmente, esiste anche un’educazione al rituale.

Le regole devono mutare nel tempo rispetto alle diverse tappe dello sviluppo del bambino.

Un’altra strategia per far imparare le regole e instaurare una buona relazione col proprio figlio è quello di sottolineare le qualità positive del bambino, sempre spiegandone il perchè. Ad esempio: Sei stato proprio bravo, perché sei stato gentile con il tuo amico.

Il bambino può non capire subito la regola, chi lo educa può aiutarlo:

• dandogli istruzioni specifiche e non vaghe (sistema i tuoi giochi è molto più efficace di non farmi arrabbiare!);

• dare un’istruzione per volta (vestiti! e non lavati, vestiti, prepara i libri…);

• ripetere anche più volte le regole senza rabbia e, quando la regola non viene rispettata, sottolineare cosa non è andato bene e suggerire come potrebbe fare il bambino per comportarsi correttamente;

essere un buon esempio per il proprio figlio.

Come trasmettere regole efficaci ai nostri figli

Errori da evitare:

Incoerenza: castigo e consolazione. Uno degli errori più diffusi nei genitori è l’incoerenza nelle sue diverse forme. Per educare un bambino, i genitori devono essere loro stessi i primi a non infrangere i patti e le regole che hanno stabilito. C’è chi un giorno è indulgente e un altro no: così il bambino non capisce perché lo stesso comportamento un giorno va bene e l’altro no, oppure perché un giorno passa inosservato ed un altro viene castigato.

• Le decisioni prese dai genitori devono essere chiare: entrambi concordi sul da farsi, così da evitare confusione e disorientamento nel bambino. Accade molto più spesso di quanto si possa immaginare che il bambino venga rimproverato e messo in castigo per un motivo giusto e grave da un genitore o da entrambi, e che poi dopo un breve, brevissimo tempo, lo si vada a consolare e coccolare.

Se ciò accade sempre, diventando una modalità abituale, genera confusione e diseducazione. Ma che cosa accade in questo caso? Può insorgere nel genitore il senso di colpa per ciò che è accaduto e per aver sgridato il bambino.

Il senso di colpa muove nel genitore un conseguente comportamento riparativo che porta al consolare, coccolare il bambino. Questo è altamente incoerente e sbagliato.

Il limite, la regola, il divieto rappresentano inevitabilmente delle frustrazioni, sia in chi li dà, sia in chi li riceve: se il genitore non riesce a gestire tali frustrazioni come potrà essere di esempio per il bambino? Inoltre un rimprovero subito rimangiato genera confusione e tali comportamenti genitoriali potrebbero diventare un al lupo, al lupo! a cui il bambino non crederà più.

Quando però un genitore si accorge di essersi comportato in modo non solo incoerente, ma anche ingiusto, punendo il bambino per una cosa da nulla, è importante che sappia riconoscerlo subito: Mi dispiace: ho sbagliato. Oggi sono molto stanco e ho perso la pazienza. E’ bene che il bambino sappia che anche ai genitori può capitare di sbagliare.

• Lasciar correre: non dire nulla, far finta di niente o giustificare tutto non va bene. I genitori che non si arrabbiano mai, lanciano al bambino un messaggio di indifferenza e disinteresse.

• La minaccia: se lo rifai ancora una volta, a volte la minaccia si trasforma nella vera e propria esigenza di fare ciò che è proibito.

Si tratta di una vera e propria sfida all’autostima e all’autonomia del bambino.

Alcune si presentano sotto forma di minacce-ricompense che poi il genitore non riesce a mantenere: se farai i compiti, ti porterò al parco. E poi ci si dimentica, suscitando nel bambino aspettative disilluse.

Elisa Oliva per Psicologia 24

Madre-bambino: la base di tutti i legami

Nasciamo programmati per entrare in relazione con gli altri e formare legami.

Già nella vita intrauterina il feto è in grado di connettersi con ciò che lo circonda, addirittura di condividere le emozioni con la madre.

Studi di psicologia prenatale hanno infatti scoperto che il nascituro interagisce, risponde agli stimoli, si turba in alcune situazioni, stabilendo un misterioso e profondo legame con la propria mamma ben prima del parto.

La predisposizione a sviluppare un legame fin dalla nascita con chi si prende cura di noi è una necessità predisposta geneticamente.

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La necessità dell’attaccamento

Si ha bisogno da subito di essere accolti, rassicurati, amati, riconosciuti.

Di essere addomesticati, secondo le parole tra il Piccolo Principe e la volpe di Antoine de Saint-Exupéry: se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

In effetti il meraviglioso e delicato processo di attaccamento tra genitore e neonato è la misura di quanto diventano speciali l’uno per l’altro.

Subito dopo la nascita c’è un periodo sensibile durante il quale circolano insolitamente livelli molto alti di endorfine nella coppia madre/neonato, significativi per l’attaccamento.

Questo primo legame forte e specifico che fa attaccare madre – o un’altra figura di accudimento – e bambino e prosegue negli anni della crescita è la dimensione nella quale impariamo molto su chi siamo, come si sta con gli altri, come si conducono i rapporti.

È lì che avviene l’imprinting sociale, che capiamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, sono accettati, compresi, ricambiati. È in questo ambito emotivo che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sintonizzarci con l’altro, a ritmare le relazioni in una reciprocità emotiva.

Un attaccamento inefficace, insufficiente impone costi enormi in termini emotivi. Segna per sempre.

La trascuratezza, il rifiuto, il distacco, l’insensibilità materna, e quindi l’impossibilità di attaccarsi in modo sicuro, di scoprire e stare in intimità, rende poveri in empatia, insensibili al dolore altrui, aggressivi, instabili, inesperti di legami anche in età adulta.

Grezzi, incapaci di muoversi nei rapporti. Furtivi e paurosi. Risulta esserci una correlazione anche con bassa autostima, sensi di inadeguatezza, aggressività, e forte dipendenza.

Apprendere la relazione

Un rapporto emotivamente positivo stabile e reciprocamente gratificante tra bambino e adulti di riferimento invece è il punto di partenza per ricreare legami affettivi forti con altre persone speciali nella vita, provare piacere e gioia nell’interagire con loro, essere confortati dalla loro vicinanza.

Senza aggrapparsi in modo ossessivo, né rifuggire in modo ansioso.

L’importanza di un efficace attaccamento per lo sviluppo del cucciolo è del resto conosciuto anche negli animali. La separazione precoce dalla madre, ad esempio, rende alcune razze di cane pericolosamente aggressive.

Sono famosi in questo ambito gli studi della teoria dell’attaccamento degli studiosi Bowlby, Spitz, Harrow sull’importanza del legame con la madre per sviluppare la propria sicurezza, sul ritardo dell’accrescimento del bambino a seguito della mancanza o inefficacia della figura materna (sindrome da deprivazione materna), sulle scimmiette che prediligono una mamma surrogata calda e accogliente rispetto a quella fredda ma dispensatrice di cibo.

Anche le moderne neuroscienze ci mostrano le radici fisiologiche della nostra necessità di vicinanza, contatto, scambio con gli altri.

Nel nostro cervello le relazioni attivano i circuiti cerebrali della ricompensa. Ci fanno sentire bene, in altre parole.

Si è scoperto che le aree corticali rispondono in modo decisamente unico alla vista di altre persone o alle immagini di esseri umani.

Le emozioni negli altri sono registrate dal nostro cervello con forte intensità, i neuroni specchio ci permettono di empatizzare ed entrare in relazione quando osserviamo gli altri.

Relazioni e benessere

Le relazioni sociali sembrano implicate in complessi meccanismi biologici come la replica delle cellule e il funzionamento immunitario.

La scienza oggi ci porta numerose evidenze per farci capire come il benessere sia profondamente legato alla connessione e all’intimità sociale.

Gli studi provano che la qualità dei legami sociali è correlata alla salute fisica, ad una migliore immunità alle malattie infettive, a più bassi livelli di depressione. Anche ad un positivo senso di sé, di autostima.

La promozione della salute in questo senso passa necessariamente per il rafforzamento di legami sociali positivi.

È ampiamente dimostrato che cresciamo, definiamo chi siamo, costruiamo la nostra identità, l’autostima, la fiducia in noi stessi attraverso le relazioni, gli attaccamenti autentici con gli altri, con i nostri animali, anche.

Ogni legame, debole o forte, ha in sé un potenziale per aiutarci, così come farci del male. Perché legarsi vuol dire stringere una relazione profonda, connettersi, essere vicini. Entrare in intimità e quindi mettere in gioco le parti più intense e nascoste, esporsi alla vulnerabilità. Ma non si può prescindere dai rapporti profondi per conoscere se stessi ed esprimersi.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Famiglie separate: come affrontare le vacanze?

Le vacanze per i genitori appena separati rappresentano spesso una sfida in termini emotivi e organizzativi.

Ci sono numerose decisioni da prendere: come organizzare i turni insieme ai figli? Quali tradizioni mantenere e quali abbandonare? trascorrere o no parte delle vacanze insieme all’ex coniuge?

Le prime vacanze successive al divorzio sono probabilmente le più difficili. C’è un senso di perdita e smarrimento in tutti i membri della famiglia, accompagnato dalla presa di coscienza che le cose non saranno più come prima.

La vacanza era per tradizione il momento in cui tutta la famiglia si riuniva, e adesso sembra essere quello in cui più si evidenziano le fratture.

I bambini sono più sensibili durante questo periodo e la priorità dei genitori dovrebbe essere quella di proteggerli da ulteriori traumi. Ecco alcuni consigli.

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Stessa spiaggia, stesso mare?

Se la casa al mare ad agosto, uguale tutti gli anni, o il viaggio in camper verso sud erano i capisaldi di ogni vacanza, e se oggi rischiano di non essere più praticabili, è importante far capire ai bambini che si potranno comunque trascorrere delle piacevoli vacanze all’insegna di avventure nuove ed esperienze altrettanto belle.

È effettivamente consigliabile stabilire un equilibrio tra vecchie e nuove abitudini: mantenere alcune tradizioni del passato è importante per non disorientare troppo i bambini con cambiamenti radicali; così come è importante crearne di nuove, specifiche del rapporto tra un genitore e il figlio, poiché esse costituiscono occasioni per rafforzare il legame e dare sicurezza ai bambini.

Capita, non raramente, di osservare dinamiche competitive tra i genitori per offrire ai figli la vacanza più entusiasmante.

È giusto fare il possibile affinché i bambini trascorrano le vacanze felicemente, ma un senso di eccessiva disparità potrebbe compromettere il rapporto dei figli con uno dei due genitori.

Si pensi, ad esempio, al caso in cui un genitore abbia minori disponibilità economiche dell’altro, la vacanza potrebbe essere strumentalizzata dal genitore più facoltoso per ottenere la preferenza dei figli.

In questi casi una buona prassi potrebbe essere quella di stabilire, con buonsenso, uno standard accessibile a entrambi i genitori.

Un’altra decisione delicata è quella riguardante la possibilità degli ex coniugi di trascorrere parte delle vacanze insieme per il bene dei figli. I potenziali benefici sono molti, ma non vanno sottovalutati i rischi.

Ovviamente occorre stabilire un clima positivo ed evitare di litigare, ma allo stesso tempo bisogna stare attenti a non nutrire nei figli la falsa speranza di un ritorno insieme.

In alcuni casi è opportuno parlare apertamente con i figli (soprattutto se la loro età lo consente), in altri è sufficiente veicolare in modo implicito il messaggio che mamma e papà possono trascorrere serenamente del tempo insieme pur rimanendo separati.

Le vacanze successive al divorzio avranno sicuramente un sapore diverso dal passato, ma un approccio consapevole e maturo può aiutare a renderle comunque piacevoli.

È fondamentale che la comunicazione tra tutti i membri della famiglia si assesti su toni pacati e rispettosi e che i comportamenti non siano finalizzati a danneggiare l’altra parte genitoriale.

In questa circostanza i genitori possono diventare per i loro figli modelli positivi di gestione del cambiamento e delle relazioni.

Genitori: come affrontare l'adolescenza dei figli?

L’adolescenza, è risaputo, è una fase un po’ turbolenta della vita.

Non solo per le importanti trasformazioni fisiche che occorrono in questi anni, ma anche, e soprattutto, per i bisogni di natura psicologica tipici di questa fase.

Ne sanno qualcosa i genitori di giovani adolescenti che si trovano ad assistere a cambiamenti di varia natura: dagli interessi ai modi di fare, dall’umore ai gusti musicali, alimentari, culturali ed estetici, per citarne solo alcuni.

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Adolescenza e cambiamenti

A volte i cambiamenti caratteristici della fase adolescenziale preoccupano i genitori.

Sembra che i figli si comportino in maniera completamente diversa dal passato e che attraverso parole e fatti vogliano solo affermare non sarò mai come te o come tu mi vuoi.

Da una parte mezza parola sbagliata detta dal padre o dalla madre potrebbe scatenare rabbia, disperazione o comportamenti oppositivi nel giovane; d’altra l’ansia e le preoccupazioni dei genitori possono sfociare in atteggiamenti invasivi, impositivi, di controllo, e in alcuni casi di disinteresse.

Qual è, allora, il modo migliore di accompagnare i propri figli durante l’adolescenza?

In primo luogo i genitori dovrebbero essere consapevoli della natura delle trasformazioni che si verificano durante l’adolescenza.

Una nuova, propria identità

Genitori: come affrontare l’adolescenza dei figli?

L’adolescenza, infatti, è una fase molto delicata della vita, in cui fra i vari bisogni psicologici è particolarmente rilevante quello di forgiare una propria identità.

Un adolescente sano, non solo chiede più libertà e indipendenza, ma gioca con la propria individualità e sperimenta modalità nuove, alla ricerca di un senso di autenticità del sé.

Motivo per cui il giovane può passare da un interesse all’altro, cambiare amicizie o modalità di interazione sociale: ad esempio, non è infrequente che bambini timidi diventino adolescenti estroversi e viceversa.

Gran parte dei comportamenti che i genitori considerano atipici sono determinati dai processi psicologici tipici di questa età: la differenziazione e l’identificazione sono due strumenti, opposti e complementari, inevitabili e indispensabili, che forgiano l’identità del giovane.

In secondo luogo può essere rassicurante per i genitori sapere che in molti casi i cambiamenti dei propri figli adolescenti non rappresentano caratteristiche definitive della loro personalità o del loro carattere.

Probabilmente alcune modalità ritenute eccessive tenderanno a stabilizzarsi su toni più pacati e l’impulsività lascerà lentamente il posto a una maggiore razionalità.

Come interagire con un figlio adolescente

Sicuramente la modalità più sana di interagire con i figli adolescenti non è ansiogena, impositiva o indifferente; bisogna accompagnare i loro cambiamenti con interesse e discrezione.

È fondamentale stabilire una comunicazione sana, creando ponti e non muri, assumendo un atteggiamento rispettoso.

Chiedere a un figlio cosa rappresenti per lui un nuovo interesse, senza toni critici o presuntuosi, è un ottimo modo per iniziare a costruire una comunicazione sana.

Mentre durante l’infanzia è il bambino a doversi connettere con gli interessi dei genitori, nell’adolescenza il rapporto deve essere riequilibrato e anche i genitori devono connettersi agli interessi dei propri figli.

Così, ad esempio, la mamma che non ha mai avuto alcun interesse nella musica rock può chiedere al proprio figlio, fan degli AC/DC, di spiegarle il significato di qualche loro canzone.

È fondamentale sapere che costruire una comunicazione di questo tipo non è qualcosa che dipende solo ed esclusivamente dal carattere dell’adolescente (è troppo nervoso per poterci parlare), ma anche e soprattutto dal modo dei genitori di approcciarsi a lui.

Infine, è importante sottolineare che creare vicinanza emotiva, empatia e condivisione è anche il modo migliore che un adulto ha di farsi ascoltare e di aiutare il giovane a prevenire eventuali situazioni di rischio.

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci;Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci; Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

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Responsabilizzare troppo un bambino, lo renderà in futuro un genitore inadeguato?

In una ricerca condotta dalla Prof.ssa Amy K. Nuttall presso il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia della Famiglia alla Michigan State University (ricerca in fase di pubblicazione sulla rivista scientifica Journal of Family Psychology) è emerso che i bambini a cui vengono affidate costantemente troppe responsabilità (ad esempio, prendersi cura di un fratello minore o gestire alcune incombenze domestiche) da grandi tenderanno ad essere genitori che si prendono poca cura (o che non riescono a prendersi cura in maniera adeguata) dei propri figli.

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Sembra quindi che l’eccessiva responsabilizzazione dei bambini (soprattutto quella relativa al prendersi cura di altri), anziché contribuire a sviluppare in loro senso di responsabilità e capacità di accudimento tende a sviluppare in loro qualità opposte.

Chi da bambino è stato indotto a prendersi cura costantemente di un fratello minore, o a svolgere un ruolo di supporto emotivo degli adulti, da grande tenderà ad essere un genitore meno capace di comprendere i bisogni emotivi e le esigenze affettive dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa Nuttal, quindi, non si dovrebbero responsabilizzare troppo i bambini, né affidando loro eccessivi compiti di cura dei fratelli minori, né affidando loro in maniera costante la gestione di incombenze domestiche. I bambini dovrebbero poter vivere la propria infanzia da bambini e non da piccoli adulti.

Saranno comunque probabilmente necessari ulteriori studi per capire esattamente come l’eccessiva responsabilizzazione da bambini influisce sulle future capacità genitoriali e per capire anche se in alcuni casi tale fenomeno non si manifesta.

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