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Vita di coppia: quando i figli non arrivano

Elena sembrava disperata, il suo pianto era lungo e silenzioso, non riusciva a parlare e la sua postura era rannicchiata sulla sedia, braccia conserte e testa bassa, come se avesse già sentito tutto e non poteva ascoltare di più.

Suo marito – Alfonso – la guardava con preoccupante angoscia, le diceva che non gli importava, che potevano essere comunque felici insieme, che non era quel bambino a unirli, che la loro coppia era più forte e avrebbe sostenuto anche questa tempesta, come tutte le altre. Tuttavia il suo tono era stridulo e poco credibile.

Inoltre, le sue parole così razionalmente rassicuranti, non alimentavano il vuoto che Elena provava, erano lontane come un’eco distante anni luce e anzi, tale percezione uditiva faceva brillare una luce nei suoi occhi, non propriamente rassicurante.

Sembrava un guizzo di rabbia, sarcastico e dolente, come solo una donna tradita e incompresa può avere.

Elena si sentiva tradita dalla vita che l’aveva resa sterile e dolorosamente lontana dal resto del mondo, anche dal marito con cui aveva trascorso pianti e risate in passato.

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Il progetto figlio

Il desiderio di un figlio, anche dopo qualche tempo dalla costituzione della coppia, non implica una priorità perché percepito lontano. Viceversa, si investe sulla coppia stessa, sulla realizzazione personale (studio/lavoro), l’acquisto di casa, la definizione di confini con le rispettive famiglie d’origine.

Sembra quasi come se il desiderio di un figlio arrivi improvvisamente da lontano, come il fischio di un treno che si avvicina a velocità: da impercettibile, diventa incessante, frustrante se non arriva quando la coppia si sente pronta!

La coppia pertanto inizia ad immaginare questo scenario e a lavorare per la realizzazione del progetto figlio. A volte, l’obiettivo del progetto si raggiunge in poco tempo. Altre volte, invece passano i mesi senza alcun risultato e la coppia è spinta a richiedere un approfondimento e a sottoporsi ad una serie di esami concezionali.

Molto spesso accade che – dopo aver ultimato tutti gli accertamenti del caso, la coppia si trovi ad affrontare una diagnosi di sterilità sine causa o idiomatica, ossia non motivata da alcun elemento organico.

Altre volte, invece le cause sono più propriamente organiche ma richiedono ugualmente – come le precedenti – un supporto psicologico della coppia, al fine di ridefinire un progetto nella condivisione e nell’empatia.

Le emozioni negative quando i figli non arrivano

Le coppie che si trovano a non ultimare il progetto figlio entrano in un circolo vizioso da cui le emozioni più frequenti sono: rabbia, senso di inadeguatezza, paura del giudizio, mortificazione, senso di colpa.

Perché proprio a noi?

Che senso ha la nostra coppia ora?

Cosa dirà la gente?

Perché abbiamo aspettato così tanto?

I nostri amici, Elena e Alfonso, ripetevano con angoscia queste frasi, non ascoltavano, non si guardavano.

La coppia era in crisi!

Non frequentavano ormai più gli amici perché, fatalità, tutti intorno a loro erano felici: alcuni aspettavano un figlio, altri lo avevano già. Loro sì, che erano normali e fortunati!

Certo, erano felici per il loro amici, ci mancherebbe, ma il dolore e la rabbia si impossessavano dell’altra metà del loro cuore e la nostra coppia non poteva far altro che esprimersi con disprezzo nei loro confronti, pur amandoli.

Questa ambivalenza diventava talmente insopportabile da poter essere risolta solo evitando l’incontro.

Quando le famiglie d’origine hanno saputo che non avrebbero potuto avere un nipotino, immediatamente hanno proposto l’adozione, come superamento della crisi e sublimazione della sterilità.

Inizialmente, Alfonso ed Elena hanno valutato questa proposta con un immaginario diverso, avrebbero potuto essere genitori comunque, ma durante il percorso psicoterapeutico hanno compreso successivamente che un figlio non può arrivare per aggiustare.

Dal lutto alla rinascita

In questa fase di pianto e disperazione, di lutto per un bambino che non potrà mai nascere dalla propria pancia, l’adozione non è la soluzione.

L’impossibilità di avere figli dovrà essere affrontata come la morte di un congiunto, richiede risposte sane e naturali: negazione, rabbia, protesta, disperazione, rassegnazione.

Sono queste le reazioni che tutti noi abbiamo di fronte ad un evento luttuoso che ci coglie impreparati e Alfonso ed Elena le hanno vissute tutte, coraggiosamente, pensando a volte di non farcela, di non avere più la forza di piangere, ma comprendendo che occorreva passare aldilà del fiume per uscire dal guado e solo dopo, avrebbero trovato la serenità.

La coppia può uscirne se riesce a trovare dentro di sé altri tipi di fertilità e in questo diventa fondamentale il percorso psicoterapeutico.

Molte coppie naufragano durante il guado. Se la propria coppia risperimenta dentro di sé i motivi profondi che l’ha unita, capirà che un figlio è un completamento e non l’essenza che la tiene insieme.

Molte coppie riscoprono così il piacere di stare insieme, di ri-progettare e lasciano la propria impronta in attività sociali, culturali, professionali, di volontariato… diventandone genitori.

Solo dopo aver raggiunto questo equilibrio, si può essere un nido accogliente per un bimbo adottato, già portatore di sue ferite e bisognoso di una coppia che ha smesso di piangere!

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Famiglie separate: come affrontare le vacanze?

Le vacanze per i genitori appena separati rappresentano spesso una sfida in termini emotivi e organizzativi.

Ci sono numerose decisioni da prendere: come organizzare i turni insieme ai figli? Quali tradizioni mantenere e quali abbandonare? trascorrere o no parte delle vacanze insieme all’ex coniuge?

Le prime vacanze successive al divorzio sono probabilmente le più difficili. C’è un senso di perdita e smarrimento in tutti i membri della famiglia, accompagnato dalla presa di coscienza che le cose non saranno più come prima.

La vacanza era per tradizione il momento in cui tutta la famiglia si riuniva, e adesso sembra essere quello in cui più si evidenziano le fratture.

I bambini sono più sensibili durante questo periodo e la priorità dei genitori dovrebbe essere quella di proteggerli da ulteriori traumi. Ecco alcuni consigli.

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Stessa spiaggia, stesso mare?

Se la casa al mare ad agosto, uguale tutti gli anni, o il viaggio in camper verso sud erano i capisaldi di ogni vacanza, e se oggi rischiano di non essere più praticabili, è importante far capire ai bambini che si potranno comunque trascorrere delle piacevoli vacanze all’insegna di avventure nuove ed esperienze altrettanto belle.

È effettivamente consigliabile stabilire un equilibrio tra vecchie e nuove abitudini: mantenere alcune tradizioni del passato è importante per non disorientare troppo i bambini con cambiamenti radicali; così come è importante crearne di nuove, specifiche del rapporto tra un genitore e il figlio, poiché esse costituiscono occasioni per rafforzare il legame e dare sicurezza ai bambini.

Capita, non raramente, di osservare dinamiche competitive tra i genitori per offrire ai figli la vacanza più entusiasmante.

È giusto fare il possibile affinché i bambini trascorrano le vacanze felicemente, ma un senso di eccessiva disparità potrebbe compromettere il rapporto dei figli con uno dei due genitori.

Si pensi, ad esempio, al caso in cui un genitore abbia minori disponibilità economiche dell’altro, la vacanza potrebbe essere strumentalizzata dal genitore più facoltoso per ottenere la preferenza dei figli.

In questi casi una buona prassi potrebbe essere quella di stabilire, con buonsenso, uno standard accessibile a entrambi i genitori.

Un’altra decisione delicata è quella riguardante la possibilità degli ex coniugi di trascorrere parte delle vacanze insieme per il bene dei figli. I potenziali benefici sono molti, ma non vanno sottovalutati i rischi.

Ovviamente occorre stabilire un clima positivo ed evitare di litigare, ma allo stesso tempo bisogna stare attenti a non nutrire nei figli la falsa speranza di un ritorno insieme.

In alcuni casi è opportuno parlare apertamente con i figli (soprattutto se la loro età lo consente), in altri è sufficiente veicolare in modo implicito il messaggio che mamma e papà possono trascorrere serenamente del tempo insieme pur rimanendo separati.

Le vacanze successive al divorzio avranno sicuramente un sapore diverso dal passato, ma un approccio consapevole e maturo può aiutare a renderle comunque piacevoli.

È fondamentale che la comunicazione tra tutti i membri della famiglia si assesti su toni pacati e rispettosi e che i comportamenti non siano finalizzati a danneggiare l’altra parte genitoriale.

In questa circostanza i genitori possono diventare per i loro figli modelli positivi di gestione del cambiamento e delle relazioni.

Genitori: come affrontare l'adolescenza dei figli?

L’adolescenza, è risaputo, è una fase un po’ turbolenta della vita.

Non solo per le importanti trasformazioni fisiche che occorrono in questi anni, ma anche, e soprattutto, per i bisogni di natura psicologica tipici di questa fase.

Ne sanno qualcosa i genitori di giovani adolescenti che si trovano ad assistere a cambiamenti di varia natura: dagli interessi ai modi di fare, dall’umore ai gusti musicali, alimentari, culturali ed estetici, per citarne solo alcuni.

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Adolescenza e cambiamenti

A volte i cambiamenti caratteristici della fase adolescenziale preoccupano i genitori.

Sembra che i figli si comportino in maniera completamente diversa dal passato e che attraverso parole e fatti vogliano solo affermare non sarò mai come te o come tu mi vuoi.

Da una parte mezza parola sbagliata detta dal padre o dalla madre potrebbe scatenare rabbia, disperazione o comportamenti oppositivi nel giovane; d’altra l’ansia e le preoccupazioni dei genitori possono sfociare in atteggiamenti invasivi, impositivi, di controllo, e in alcuni casi di disinteresse.

Qual è, allora, il modo migliore di accompagnare i propri figli durante l’adolescenza?

In primo luogo i genitori dovrebbero essere consapevoli della natura delle trasformazioni che si verificano durante l’adolescenza.

Una nuova, propria identità

Genitori: come affrontare l’adolescenza dei figli?

L’adolescenza, infatti, è una fase molto delicata della vita, in cui fra i vari bisogni psicologici è particolarmente rilevante quello di forgiare una propria identità.

Un adolescente sano, non solo chiede più libertà e indipendenza, ma gioca con la propria individualità e sperimenta modalità nuove, alla ricerca di un senso di autenticità del sé.

Motivo per cui il giovane può passare da un interesse all’altro, cambiare amicizie o modalità di interazione sociale: ad esempio, non è infrequente che bambini timidi diventino adolescenti estroversi e viceversa.

Gran parte dei comportamenti che i genitori considerano atipici sono determinati dai processi psicologici tipici di questa età: la differenziazione e l’identificazione sono due strumenti, opposti e complementari, inevitabili e indispensabili, che forgiano l’identità del giovane.

In secondo luogo può essere rassicurante per i genitori sapere che in molti casi i cambiamenti dei propri figli adolescenti non rappresentano caratteristiche definitive della loro personalità o del loro carattere.

Probabilmente alcune modalità ritenute eccessive tenderanno a stabilizzarsi su toni più pacati e l’impulsività lascerà lentamente il posto a una maggiore razionalità.

Come interagire con un figlio adolescente

Sicuramente la modalità più sana di interagire con i figli adolescenti non è ansiogena, impositiva o indifferente; bisogna accompagnare i loro cambiamenti con interesse e discrezione.

È fondamentale stabilire una comunicazione sana, creando ponti e non muri, assumendo un atteggiamento rispettoso.

Chiedere a un figlio cosa rappresenti per lui un nuovo interesse, senza toni critici o presuntuosi, è un ottimo modo per iniziare a costruire una comunicazione sana.

Mentre durante l’infanzia è il bambino a doversi connettere con gli interessi dei genitori, nell’adolescenza il rapporto deve essere riequilibrato e anche i genitori devono connettersi agli interessi dei propri figli.

Così, ad esempio, la mamma che non ha mai avuto alcun interesse nella musica rock può chiedere al proprio figlio, fan degli AC/DC, di spiegarle il significato di qualche loro canzone.

È fondamentale sapere che costruire una comunicazione di questo tipo non è qualcosa che dipende solo ed esclusivamente dal carattere dell’adolescente (è troppo nervoso per poterci parlare), ma anche e soprattutto dal modo dei genitori di approcciarsi a lui.

Infine, è importante sottolineare che creare vicinanza emotiva, empatia e condivisione è anche il modo migliore che un adulto ha di farsi ascoltare e di aiutare il giovane a prevenire eventuali situazioni di rischio.

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci;Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci; Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

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Le voglie in gravidanza leggenda o realtà

Fino a poco tempo fa, in alcuni ambienti scientifici si riteneva che le voglie in gravidanza, cioè il desiderio della gestante, improvviso, impellente e forte di mangiare un determinato alimento, fossero solo una leggenda senza alcun fondamento scientifico.

Studi recenti hanno invece mostrato che le voglie in gravidanza hanno un preciso fondamento biologico e che, molto probabilmente, in alcuni casi sono anche determinate da fattori psicologici.

In conseguenza della stimolazione degli ormoni, in gravidanza c’è una modificazione del metabolismo che fa crescere il fabbisogno di specifici nutrienti, in modo particolare di carboidrati, e ciò determina l’attrazione della gestante verso determinati cibi.

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I fattori psicologici delle voglie

Anche i fattori psicologici possono svolgere un ruolo nel manifestarsi delle voglie.

Durante la gravidanza può capitare che la futura mamma avverta un sano desiderio di essere accudita e coccolata, e che le voglie rappresentino quindi uno modo per manifestare questa esigenza di accudimento.

Tornando ai fattori biologici che determinano le voglie in gravidanza, alcuni risultati interessanti sono stati recentemente ottenuti in studi condotti su animali.

In uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Centro Champalimaud di Lisbona, sotto la guida del Dott. Ribeiro, è stata messa in luce una similarità alquanto curiosa tra animali e essere umano:  la ceratitis capitata, meglio conosciuta come mosca della frutta, sperimenta un aumento del desiderio di sale durante la gravidanza.

Lo stesso fenomeno accade nella donna dell’essere umano immediatamente dopo il concepimento.

Dopo una serie di esperimenti i ricercatori hanno scoperto, non solo, che la mosca della frutta effettivamente condivide con i mammiferi un aumento del desiderio di sale durante la gravidanza, ma anche, che una dieta ricca di sale determina una maggiore produzione di cellule uovo.

Ribeiro afferma: Abbiamo scoperto che esiste una correlazione diretta tra la quantità di sale nella dieta e la quantità di cellule uovo che le femmine sono in grado di produrre e aggiunge: Sembra anche che l’aumento del desiderio di sale si verifichi in diverse specie animali e ciò suggerisce l’esistenza di cause biologiche comuni.

Secondo Samuel Walker, dottorando presso il laboratorio del Dott. Ribeiro, durante l’accoppiamento il maschio inietta nella femmina una molecola chiamata Sex Peptide che modifica la percezione del gusto.

Walker spiega: La molecola attiva alcuni neuroni nell’utero della femmina e una breve catena di interazioni neuronali segnala al cervello di aumentare la preferenza per il sale.

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