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Non è una scuola per bulli strategie di prevenzione del bullismo, cyberbullismo e bullismo omofobico

La prevenzione del bullismo rappresenta la sfida più importante che la scuola si trova ad affrontare negli ultimi anni.

Il libro recentemente pubblicato da Edizioni Galton Non è una scuola per bulli: strategie di prevenzione del bullismo, cyberbullismo e bullismo omofobico dello psicologo e psicoterapeuta Davide Viola offre una vasta gamma di indicazioni operative per la sua prevenzione in ambito scolastico.

In particolare l’accento viene posto sull’integrazione tra:

  • gli aspetti teorici – il bullismo, il cyberbullismo e il bullismo omofobico;
  • gli aspetti metodologici – le strategie di prevenzione del bullismo nelle scuole di ogni
    ordine e grado;
  • gli aspetti più pratici – perché si diventa bullo, il bullismo femminile, come difendersi
    dai bulli, cosa possono fare i genitori.

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Cos’è il bullismo

Il termine bullismo è la letterale traduzione della parola inglese bullying, termine usato per descrivere il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo.

Il bullismo colpisce le società attuali senza distinzioni di fasce sociali, di provenienza, di regione, di nazione.

Il bullo è chi mette in atto prevaricazioni ripetute verso la vittima; la vittima è chi subisce, ripetutamente nel corso del tempo, prepotenze da un bullo o da un gruppo di bulli.

Il bullismo è un fenomeno drammaticamente diffuso nelle scuole del nostro paese, ma la ricerca sul fenomeno nelle scuole italiane è relativamente recente: solo negli anni Novanta se ne sono evidenziate la gravità e la pervasività.

Una percentuale molto alta di ragazzi e ragazze riferisce di essere stata vittima di bullismo, basti pensare che il 41% di alunni nella scuola primaria e il 26% nella scuola secondaria dichiarano di aver subito prepotenze.

Questi dati suggeriscono che la percentuale di bambini vittime di tale problematica diminuisce col crescere dell’età, soprattutto nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado e successivamente alla scuola secondaria di secondo grado.

Allo stesso modo, però, possiamo sostenere che gli episodi più gravi di bullismo avvengano proprio nella scuola secondaria di secondo grado, nonostante una diminuzione della frequenza del fenomeno nelle relative classi.

Il cyberbullismo

La diffusione di internet e dei computer, tablet e smartphone ha portato con sé la diffusione del cyberbullismo e la tecnologia è diventata l’arma di quei prepotenti che utilizzano telefono, e-mail, sms, siti web, social network per aggredire le loro vittime.

Il termine cyberbullismo si riferisce all’utilizzo di informazioni e comunicazioni tecnologiche a sostegno di un comportamento intenzionalmente ripetitivo e ostile di un individuo o di un gruppo di individui che intende danneggiare uno o più soggetti.

Il bullismo non si configura più solo con urla, spintoni o prese in giro ma corre sul web: è proprio all’interno di questo contesto che la presunta invisibilità, l’indebolimento delle remore etiche, la maggiore spontaneità e immediatezza, l’assenza di limiti spazio-temporali e la disinibizione diventano i mezzi attraverso cui la maggior parte degli adolescenti intraprende la strada del cyberbullismo.

Il bullismo omofobico

Per bullismo omofobico si intende quell’insieme di atti intenzionali e ripetuti, sulla base di credenze piuttosto diffuse in tema di sessualità e genere.

Si tratta di un’azione deliberata di uno o più individui finalizzata a denigrare o deridere un’altra persona o una categoria di persone omosessuali o presunte tali, attaccandone con violenza fisica e/o verbale, in modo diretto o indiretto, l’identità sessuale e di genere, i gusti, il corpo, i comportamenti e le fantasie.

Non è una scuola per bulli: uno strumento di prevenzione

Non è una scuola per bulli strategie di prevenzione del bullismo, cyberbullismo e bullismo omofobico

Un’ampia parte del volume è dedicata alle strategie di prevenzione del bullismo: ciò lo rende un utile strumento per educatori ed insegnanti, ma anche per gli stessi genitori.

Oltre ad esempi pratici con progetti da attuare nelle scuole, vi è una parte in cui si spiega ai genitori come iniziare a prevenire tale fenomeno fin dall’ambiente domestico.

Inoltre il libro contiene un’aggiornata appendice normativa su tale problematica.

È possibile acquistare il libro di Edizioni Galton nelle librerie specializzate in psicologia e neuroscienze o tramite i principali portali: si può acquistare su Amazon, su IBS o su Webster – Libreria Unversitaria.

10 principi di psicologia applicati al marketing

Credere che fare marketing sia solo vendere è inesatto e riduttivo. Una buona strategia di marketing è orientata all’ascolto del proprio pubblico di riferimento e mira a fornire una soluzione ai loro bisogni.

Un elemento essenziale per chi si occupa di marketing è conoscere le modalità di pensiero e i processi mentali alla base del nostro comportamento: che è poi ciò di cui si occupa la psicologia.

Nei manuali di marketing troviamo quindi spesso dei concetti o intere teorie prese in prestito, in questo articolo ti parlerò di 7 principi di psicologia applicati al marketing.

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Il priming

L’effetto priming è un effetto psicologico per cui l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta a stimoli successivi, un sistema mnemonico involontario.

L’influenza dello stimolo si può esercitare a livello percettivo, semantico o concettuale.

Per fare un semplice esempio, se ci viene chiesto di ricordare un elenco di parole tra cui ci sono cielo e banana, nel caso che queste siano precedute dalla parola giallo noi tenderemo a ricordare di più la parola banana per via dell’associazione semantica col suo colore.

L’effetto priming può essere utilizzato nel marketing per favorire associazioni che facciano ricordare meglio i nostri prodotti o che ci portino a sceglierli.

La reciprocità

Il termine reciprocità è stato introdotto è stato introdotto da Robert Cialdini, uno psicologo americano che ha condotto numerosi studi sulle tecniche di persuasione, e si basa su un semplice assunto: se qualcuno fa qualcosa per noi o ci offre un omaggio, naturalmente saremo portati a ripagare il gesto altruista.

L’esempio più tipico è quello del cameriere che ci offre una caramella con il conto. Ricevendo questo piccolo omaggio ci sentiamo di dover ricambiare e saremo più generosi al momento di lasciare la mancia.

Come si può utilizzare questo principio psicologico nel marketing? Basta semplicemente offrire qualcosa all’acquirente o al probabile acquirente ed aumenterà la possibilità che questi porti a termine il processo d’acquisto.

La riprova sociale

La riprova sociale è quel principio per cui siamo automaticamente portati a ritenere maggiormente validi i comportamenti e le scelte che vengono effettuate a un numero maggiore di persone.

Scegliamo i ristoranti più affollati perché se c’è fila vorrà dire che si mangia bene, vediamo le serie TV che ci vengono consigliate da più amici, tendiamo a prendere per vera una notizia che è stata condivisa da più persone.

In questo caso le applicazioni nel mondo del marketing sono praticamente infinite!

L’effetto esca

L’effetto esca, o effetto decoy, è un fenomeno per cui quando si vuole orientare l’acquirente a scegliere una delle due opzioni disponibili si introduce una terza opzione per influenzare la scelta.

L’effetto esca si basa sull’effetto di dominanza asimmetrica: la terza opzione è meno conveniente di entrambe le precedenti ma non in maniera netta nei confronti di entrambe, così il nostro giudizio viene influenzato e sbilanciato verso l’opzione di scelta che a questo punto appare maggiormente conveniente.

Un esempio di effetto decoy è un’offerta di abbonamento che è stata proposta dal The Economist:

  1. Abbonamento alla rivista virtuale: 59 dollari;
  2. Abbonamento alla rivista cartacea: 125 dollari;
  3. Abbonamento ad entrambe le versioni della rivista: 125 dollari.

In questo caso l’opzione esca è la seconda: anziché farci scegliere tra due offerte simili (una base che costa meno e una più cara ma con un servizio extra), ci orienta su quella dal costo maggiore perché decisamente più vantaggiosa rispetto alla terza opzione.

La nostra capacità di giudizio viene quindi influenzata e spinta verso l’opzione più conveniente per chi vende la rivista.

La scarsità

Quello della scarsità è un altro effetto analizzato da Cialdini e riguardante le nostre euristiche di pensiero, cioè le scorciatoie mentali che applichiamo inconsapevolmente per risparmiare risorse cognitive.

Quando un prodotto ha una scarsa disponibilità, il nostro cervello va in corto circuito e siamo portati ad accaparrarcelo, anche se non ci serve. In ogni caso la spinta del desiderio di approfittare dell’offerta affretta le nostre decisioni, facendo in modo che la nostra non sia una scelta perfettamente ponderata.

Questo sistema è molto utilizzato nell’ecommerce: prenotando un hotel c’è sempre l’ultima camera disponibile, acquistando quel libro trovi disponibilità limitata, solo 6 copie residue, nei siti di annunci economici ti avvisano che altri tre utenti stanno guardando questa inserzione in questo momento.

Queste indicazioni impattano sulla nostra scelta, spingendoci a cogliere al volo quello che a prima vista può sembrare un affare.

Il bias di ancoraggio

Il bias di ancoraggiotrappola della relatività è un bias cognitivo per il quale quando prendiamo una decisione tendiamo a confrontare solo un insieme limitato di elementi, commettendo l’errore di fissarci su un valore che poi in seguito useremo, arbitrariamente, in modo comparativo, cioè come termine di paragone per le valutazioni in atto, invece di basarci sul valore assoluto.

A causa di questo bias siamo portati a dilapidare i nostri stipendi in tempo di saldi: nella nostra mente abbiamo un prezzo di riferimento per quel determinato prodotto e quindi vedendolo scontato il nostro cervello ci suggerisce di approfittare dell’offerta.

Il problema è che quasi mai siamo consapevoli di questa modalità di pensiero, mentre i commercianti la conoscono molto bene!

Il fenomeno Baader-Meinhof

Il fenomeno Baader-Meinhof si verifica quando, poco dopo aver appreso un’informazione particolarmente insolita ed inusuale oppure aver sentito una parola od un nome poco familiare, ci capita di iniziare ad incontrare tale termine nuovamente, spesso in maniera ricorrente ed in un breve lasso di tempo.

Ogni volta che avete pensato Strano, ho giusto sentito parlare di questa cosa poco tempo fa, state sperimentando il fenomeno Baader-Meinhof.

Tale effetto, noto anche come illusione di frequenza, è dovuto al fatto che ogni volta che si presenta uno stimolo inconsueto, questo attira la nostra attenzione. Ma ciò non implica che, dopo la prima volta, lo stimolo si presenti con maggiore frequenza: siamo semplicemente noi prestare più attenzione.

Presentando quindi il tuo prodotto o servizio con una pubblicità che presenti il tuo marchio in maniera insolita, sia online che offline, le persone inizieranno a notare maggiormente ciò che proponi e ciò porterà ad un aumento delle vendite.

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Cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

L’amor che move il sole e l’altre stelle causa nel nostro organismo dei cambiamenti: chi di voi non ha mai provato la sensazione delle farfalle nello stomaco?

Ma cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

Attraverso le moderne tecniche di neuroimmagine si è riusciti a vedere che alcune aree cerebrali si attivano quando osserviamo le foto della persona amata: non sono solo i nostri occhi a brillare, ma anche la nostra materia grigia si illumina.

Ma ciò accade quando siamo già innamorati, vi spiegherò invece cosa accade al momento del colpo di fulmine.

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Uno studio sull’innamoramento

Uno studio pubblicato su Nature ha trovato che c’è una particolare connessione neurale nel cervello femminile che unisce due diverse aree: l’una comunica all’altra che lui è quello giusto.

Onde evitare polemiche a sfondo sessista sul perché sia stato studiato solo il cervello femminile, chiariamo subito che i soggetti dello studio erano le arvicole: questi roditori sono stati scelti per via della loro tendenza a stabilire relazioni sentimentali di lunga durata e per la difficoltà metodologica oggettiva di tracciare il momento dell’innamoramento negli umani.

Questi simpatici animali venivano quindi messi nello stesso ambiente e gli sperimentatori provvedevano ad osservare cosa accadeva a livello neurale nel momento in cui si manifestava il side by side huddling, un comportamento indicante la formazione di un legame affettivo.

Le neuroscienze di Cupido

Durante lo studio sono state filmati i comportamenti delle arvicole e contemporaneamente sono state misurate le variazioni neurofisiologiche, per determinare cosa accadeva nel cervello al manifestarsi di particolari comportamenti.

Dalla ricerca di Robert Liu e dei suoi colleghi dell’Emory University è quindi emerso che la corteccia prefrontale mediale, un’area cerebrale coinvolta nel decision making, esercita un controllo sul nucleus accumbens, un’area associata ai meccanismi di ricompensa e delle dipendenze.

La connessione tra queste due aree suggerisce che la prima suggerisca all’altra come rispondere agli stimoli sociali, per fare in modo che questa li consideri attraenti.

Impariamo ad apprezzare l’odore, o la voce, o l’aspetto del partner – afferma il Dott. Liu – Presumibilmente questo è il modo in cui riusciamo a far sì che alcuni dettagli siano più significativi per noi.

Secondo gli autori dello studio ipotizzando la presenza di questo meccanismo neurale nel nostro cervello, si potrebbe pensare che il nostro innamoramento avvenga con le stesse modalità.

Sempre nelle arvicole dell’esperimento un maggiore livello di attivazione cerebrale si è dimostrato essere direttamente proporzionale al rapido stabilirsi di un legame tra i soggetti sperimentali.

Per generalizzare i risultati di questa ricerca sarà necessario quindi attendere che l’esperimento venga replicato sugli esseri umani, ma le già citate difficoltà tecniche e la nostra maggiore complessità a livello relazionale richiederanno un adattamento dello studio: oltre ai dettami etici, bisognerà comprendere quanto possa essere considerato romantico uno studio del genere!

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Il falso mito dell'emisfero cerebrale logico e di quello creativo

Una delle false credenze più diffuse sul funzionamento del nostro cervello riguarda i due emisferi che lo compongono: l’idea di un emisfero sinistro con maggiori abilità logiche e di un emisfero destro con doti prettamente creative viene spesso considerata come un assioma delle neuroscienze.

Ma la realtà dei fatti è differente, e tale teoria può essere considerata a pieno merito un falso mito, come anche la storiella per cui utilizziamo solo una piccola percentuale del nostro cervello.

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Le origini del (falso) mito

La teoria, inesatta da un punto di vista scientifico, è nata da negli anni sessanta come conseguenza di studi pionieristici sul cervello e sulle sue caratteristiche funzionali.

Non disponendo all’epoca della strumentazione odierna, che riesce ad esaminare quello che avviene nella nostra testa con l’ausilio delle moderne tecniche di neuroimmagine, molte delle osservazioni venivano osservate, teorizzate e confermate o sconfermate solo quando ciò era effettivamente possibile.

Ad esempio Broca riuscì a determinare la sede anatomica dell’afasia che porta il suo nome solo grazie all’autopsia del suo famoso paziente Tan: anni di osservazione delle conseguenze di una lesione e per poi avere una conferma postuma della sede del danno.

In particolare, la leggenda degli emisferi uguali anatomicamente e diversi da un punto di vista funzionale è nata dallo studio di un limitato numero di soggetti a cui era stata recisa la connessione tra le due parti del cervello per limitare gli effetti delle loro crisi epilettiche.

In questi soggetti si osservò la capacità di dei due emisferi cerebrali di elaborare stimoli ed informazioni l’uno senza il supporto dell’altro e con caratteristiche leggermente differenti.

Due emisferi, una mente

Il falso mito dell'emisfero cerebrale logico e di quello creativo

È abbastanza risaputo che l’emisfero sinistro sia dominante rispetto al destro per le abilità di linguaggio nella maggior parte degli individui; mentre il destro è maggiormente implicato nei processi emozionali e nel riconoscere gli stati mentali altrui.

Ma sebbene esistano delle differenze tra i due emisferi, non si può non considerare il ruolo del corpo calloso: un sistema di fibre nervose appartenenti per la maggior parte alla sostanza bianca telencefalica, che svolge la funzione di connettere le aree perlopiù omologhe situate nelle due aree cerebrali.

Le fibre nervose che uniscono i due emisferi rendono possibile l’integrazione dell’attività delle due metà del cervello, che lavorano in sinergia tra loro e con le altre strutture subcorticali: considerare la loro attività separata e attribuire loro ruoli differenti fornirebbe una rappresentazione falsata delle nostre abilità mentali.

Neuroplasticità e funzioni cerebrali

Un altro motivo per cui non si può attribuire un’abilità specifica a uno dei due emisferi è la neuroplasticità: il cervello riesce in alcuni casi a riorganizzare la propria organizzazione neurale e a recuperare le funzioni compromesse da eventuali traumi.

Ad esempio in pazienti con danni alle aree del linguaggio si è osservata una riorganizzazione funzionale attraverso l’utilizzo delle aree cerebrali limitrofe e delle aree omologhe dell’altro emisfero al posto di quelle danneggiate.

Quindi nel caso di danneggiamento della base neurale di una ipotetica funzione psichica situata in un solo emisfero, non potremmo escludere che tale funzione si riorganizzi in quello opposto.

Connessione e cooperazione

Parafrasando il Simposio di Platone, attribuire determinate caratteristiche a una sola metà della mela, sarebbe riduttivo.

I due emisferi cerebrali sono come due anime gemelle, che insieme ritrovano l’unità e danno origine alla nostra identità personale.

Essi lavorano in sinergia tra loro e con le altre strutture presenti nella scatola cranica, raccolgono gli stimoli di tutto il corpo provenienti dal sistema nervoso periferico e insieme al cervelletto e alle altre strutture subcorticali regolano tutte le nostre funzioni.

Un altro aspetto da considerare è poi quello concettuale: in casi di soggetti con emisferi scollegati tra loro, dopo aver compiuto delle operazioni guidate dalla parte destra, si è poi verificato come poi la parte sinistra fosse in grado di ricostruire una versione creativa, confabulata, di ciò che aveva osservato e di cui non comprendeva la motivazione. Come potrebbe l’emisfero sinistro inventare una sua versione senza l’aiuto del creativo emisfero destro?

Pensare di utilizzare un solo emisfero sarebbe quindi come pensare di andare in palestra e allenare un solo muscolo.

Esistono quindi aree cerebrali maggiormente specializzate in alcuni compiti, ma la complessità delle nostre azioni è data dall’interazione tra tutte le strutture.

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Le basi neurologiche del perdono

Un recente studio condotto dai ricercatori del SISSA – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste ha studiato il funzionamento del nostro cervello al fine di determinare la probabile base neurologica del perdono.

Secondo gli studiosi, maggiore è la quantità di materia grigia nella parte anteriore del solco temporale superiore, maggiormente riusciamo a perdonare chi ci ha arrecato un torto non intenzionalmente.

 

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Il giudizio morale nel nostro cervello

La ricerca del SISSA si è soffermata sul ruolo svolto da tale area cerebrale nell’elaborazione dei nostri giudizi morali.

Numerosi studi comportamentali hanno mostrato che quando l’intenzione e l’esito di un’azione sono contrastanti, le persone tendono a focalizzarsi maggiormente sulle intenzioni quando devono formulare un giudizio su ciò che è accaduto. Questo meccanismo di giudizio morale è una caratteristica più o meno universale tra le varie culture – sostiene il Dott. Indrajeet Patil, uno degli autori dello studio.

Ad oggi però soltanto poche ricerche avevano affrontato tale questione da un punto di vista anatomico; nessuno si era focalizzato su come le differenze delle strutture cerebrali potevano influire sul giudizio morale.

Le basi neurologiche del perdono

Lo studio ha coinvolto 50 soggetti a cui sono stati somministrati dei questionari contenenti 36 storie con quattro potenziali situazioni: in alcune delle azioni svolte in maniera intenzionale potevano avere esiti negativi o neutri; in altre eventi accidentali potevano portare a conseguenze negative o neutre.

I partecipanti dovevano esprimere un giudizio su una scala likert a 7 punti e dovevano rispondere a due domande:

  • Quanto può essere considerato responsabile il soggetto coinvolto in questa storia?
  • Quanto è accettabile moralmente il suo comportamento?

Poi, mediante l’utilizzo della risonanza magnetica, sono stati analizzati il funzionamento e la struttura dei cervelli dei partecipanti all’esperimento.

I risultati dello studio

Analizzando i dati raccolti tramite l’apparato sperimentale, i ricercatori sono giunti a delle conclusioni:

Abbiamo scoperto che il volume della sostanza grigia presente parte anteriore del solco temporale superiore (aSTS) sembra influenzare il giudizio individuale. Nello specifico. più l’aSTS è sviluppata, più le persone sono orientate a essere indulgenti nei confronti di chi ha causato il danno – afferma Patil – La parte anteriore del solco temporale superiore era già nota per essere coinvolta nella capacità di rappresentare gli stati mentali altrui (pensieri, credenze, desideri, ecc.).

Secondo quanto emerso dalla ricerca, gli individui con una maggiore quantità di materia grigia nell’aSTS sono maggiormente in grado di comprendere gli stati mentali altrui e di giudicare l’intenzionalità delle azioni commesse dagli altri: nell’emettere un giudizio sono quindi più in grado di focalizzarsi sulle intenzioni e non sulle spiacevoli conseguenze delle azioni.

Ciò li rende in grado di perdonare gli altri nel momento in cui appare chiaro che le loro intenzioni non erano malevole.

Lo studio però non si sofferma sul perché determinate persone siano maggiormente predisposte alla comprensione e al perdono: probabilmente la loro struttura cerebrale è stata forgiata dal loro corredo genetico e dall’ambiente in cui sono cresciuti: per determinarlo e per rispondere agli interrogativi che emergono da questa evidenza scientifica saranno necessari nuovi studi.

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Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

I figli sono tutti uguali, almeno dal punto di vista dei diritti e delle opportunità che devono avere.

Ma, nonostante il sicuramente genuino sentimento di chi afferma di non avere preferenze tra avere un figlio maschio o femmina, la differenza di genere cambia il modo in cui ci si relaziona a loro.

In particolare il recente studio Child Gender Influences Paternal Behavior, Language, and Brain Function dei ricercatori della Emory University e della University of Arizona ha esaminato le differenze di comportamento, linguaggio e attività cerebrale dei papà.

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Papà preferisce un ometto a cui insegnare il calcio?

Lo stereotipo più diffuso nel nostro paese è quello di un papà che desidera un figlio maschio per tramandare tutto il suo mondo di calcio, sport, motori, donne, ecc.

Un ometto da plasmare a propria immagine e somiglianza, destinato a diventare il portatore di tutti quelle caratteristiche associate alla mascolinità.

Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

Questa visione del rapporto maschile viene confermata dagli studi scientifici condotti finora: i papà tendono a prediligere il rough-and-tumble play con i loro pargoli di sesso maschile: una modalità di gioco e relazione più fisica e ruvida.

Ci sono inoltre differenze nel linguaggio utilizzato con i maschietti; i papà usano nei loro confronti un maggior numero di termini associati al successo e alla realizzazione: termini come vincere, orgoglio e migliore sono molto più diffusi di parole rimandanti a un contenuto emotivo.

Il papà e la sua principessa

I risultati più sorprendenti delle ricerche esaminate dagli autori dello studio sui papà, riguardano il rapporto di questi ultimi con le figlie.

Ciò che è emerso contrasta con l’immagine tradizionale di un babbo a disagio tra le bambole, le scarpette della danza e al cospetto di un esserino più delicato.

Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

In realtà i papà sono molto più attenti e premurosi nell’analizzare e soddisfare i bisogni delle proprie figlie, più di quanto non facciano con i maschietti.

I padri inoltre cantano più spesso per le loro figlie e dialogano apertamente su emozioni e sentimenti, anche sulla tristezza: sono in generale maggiormente disposti ad accettare i sentimenti delle loro piccole anziché quelli dei maschietti.

Le differenze nel cervello dei papà

Le differenti modalità di interazione dei padri nei confronti della prole in base al genere non sono basate soltanto sulle osservazioni racchiuse nei vari studi scientifici.

In questo ultimo studio, quello citato all’inizio di questo articolo, i ricercatori hanno posto l’attenzione anche sui meccanismi neurali che intervengono nella relazione padre-figlio e padre-figlia.

A un’analisi con tecniche di neuroimmagine è emerso che i padri hanno una reazione più marcata alle espressioni facciali felici delle figlie: si ha un maggiore livello di attivazione delle aree mediale e laterale della corteccia orbitofrontale, importanti per i circuiti cerebrali della ricompensa e della regolazione emotiva.

Nel relazionarsi dei papà con i figli maschi, si ha invece una maggiore risposta neurale alle espressioni facciali neutre di questi ultimi: si attiva maggiormente solo l’area mediale della corteccia orbitofrontale.

I padri si relazionano quindi in maniera differente alla prole in base al genere dei propri figli, probabilmente ciò è dovuto a un intreccio di fattori biologici, evolutivi e sociali che hanno portato nel tempo il nostro cervello a sviluppare differenti pattern comportamentali nell’interazione con la propria progenie.

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Come prevedere un sano invecchiamento del cervello

Nelle persone giovani il cervello riesce a gestire efficacemente i processi mentali necessari a portare a termine un determinato compito, spegnendo temporaneamente tutti gli altri processi che non sono rilevanti per la sua buona riuscita; lo afferma uno studio del Center for Vital Longevity (CVL) della Texas University.

Tale abilità di controllo e moderazione delle attività psichiche appare però compromessa negli anziani: dalla stessa ricerca emerge che i partecipanti con un’età più avanzata avessero una minore neuroflessibilità.

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Neuroflessibilità e invecchiamento cerebrale

Lo studio ha esaminato un campione di 161 adulti in buona salute, di età compresa tra i 20 e i 94 anni; i partecipanti sono stati sottoposti a una batteria di test neuropsicologici, ed è stata misurata la loro attività cerebrale mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre erano impegnati in semplici compiti in cui dovevano valutare le distanze di alcuni oggetti.

Le scansioni hanno mostrato che nei giovani adulti si attivavano differenti aree cerebrali: al crescere della difficoltà dei compiti, crescevano i livelli di ossigenazione del sangue misurate dalla fMRI.

Nello specifico era accentuato il livello di attività delle regioni fronto-parietali, mentre si evidenziava una riduzione dell’attivazione delle aree associate al sognare ad occhi aperti.

Secondo la Dott.ssa Kristen Kennedy, ricercatrice della School of Behavioral and Brain Sciences, l’abilità di modulare l’attività cerebrale per raggiungere un obiettivo, potenziando le aree necessarie al compito da svolgere e inibendo quelle non coinvolte, può essere un buon indicatore del processo di invecchiamento.

Secondo quanto emerso nello studio, una maggiore neuroflessibilità nelle persone di mezza età potrebbe essere predittiva di un declino cognitivo tardivo rispetto ai soggetti con minore capacità di modulazione dell’attività cerebrale: procedendo in questa direzione con le successive ricerche si potrebbe giungere a definire un efficace strumento per misurare l’invecchiamento cerebrale.

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Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Secondo il Digital in 2017 Global Overview redatto da We Are Social, il 37% della popolazione mondiale utilizza i social media: una platea di quasi 2,8 miliardi di persone. In Italia in media passiamo due ore al giorno sui vari social network.

La maggior parte delle connessioni in rete avviene dai nostri smartphone: con l’accesso ad internet sempre disponibile riusciamo ad essere sempre connessi con gli altri e a condividere emozioni e vissuti con i nostri contatti a distanza.

Il rovescio della medaglia è che più siamo connessi in rete, più tendiamo a disconnetterci da ciò che ci circonda.

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La depressione giovanile: colpa dei social media?

È opinione diffusa che internet e i social media siano dannosi: molti esperti ed opinionisti hanno spesso attribuito un effetto negativo al sempre crescente utilizzo del nostro tempo sui social.

In particolare ad internet viene attribuita l’escalation delle difficoltà psicologiche dei giovani, perché sono coloro che maggiormente fanno uso della tecnologia.

Ma un gruppo di ricercatori della Florence Nightingale Faculty of Nursing and Midwifery del King’s College London ha passato in rassegna undici studi che hanno esaminato il rapporto tra gli adolescenti, la rete e i disturbi psichici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Adolescent Research Review edita da Springer, ha trovato soltanto una correlazione debole, ma statisticamente significativa, tra le interazioni sociali e l’umore depresso.

I risultati dello studio

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Alcune delle ricerche analizzate dagli studiosi del King’s College hanno mostrato una debolezza metodologica: le statistiche sull’utilizzo della rete non sono state misurate ma sono state determinate dalle interviste ai partecipanti.

In altri studi i sintomi psichici non sono stati valutati in maniera rigorosa.

In ogni caso, su un campione complessivo di circa 12.000 soggetti, a nessuno è stata fatta diagnosi di depressione.

In nessuna ricerca è stato poi chiarito se la tendenza alla depressione fosse una causa o un effetto dell’utilizzo dei social media: non è stato dimostrato se uno dei due fenomeni esaminati sia l’effetto dell’altro.

L’unica evidenza emersa è che i giovani con un mood tendente alla depressione cercano un supporto sociale nell’internet.

I social offrono una continua opportunità di interazione sociale, ma l’essere sempre connessi e lo scambio di like non alimentano il pensiero, la creatività e l’empatia.

Il male del progresso tecnologico

La tecnologia non è un male per lo sviluppo delle relazioni umane, soprattutto negli adolescenti.

Esistono sicuramente risvolti patologici nell’utilizzo smodato delle nuove tecnologie, come l’Internet Addiction Disorder, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un delicato periododi cambiamento psicofisico, emotivo e relazionale: per appunto l’adolescenza.

Anche nel diciannovesimo secolo si parlò di una forma di nevrosi nota come railway sickness, attribuita al neonato trasporto ferroviario: attribuire alle nuove tecnologie le problematiche sociali e relazionali dei giovani, che sono di solito i più coinvolti nei processi di innovazione, è una ormai vecchia abitudine.

Per stabilire se esiste una reale connessione tra l’utilizzo dei social media e qualche forma di patologia psichica sarà necessario effettuare nuovi studi che valutino in maniera rigorosa ed accurata nel tempo gli effetti delle nuove tecnologie sulla nostra vita.

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Il circuito neurale che aiuta a smettere di fumare

È opinione diffusa che per smettere di fumare sia necessaria una notevole forza di volontà e una salda motivazione.

Le neuroscienze ci suggeriscono invece che c’è un meccanismo neurale che potrebbe aiutarci a troncare la nostra relazione con la nicotina.

Una ricerca condotta presso la Medical University of South Carolinapubblicata su JAMA Psychiatry, una delle riviste dell’American Medical Association, ha dimostrato che la nostra abilità di smettere di fumare è influenzata da un circuito neurale in grado di inibire i comportamenti automatizzati.

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Fumare diventa un automatismo

Il Prof. Brett Froeliger, primo autore dello studio, sostiene che fumare diventa un comportamento automatico: nel nostro cervello lo stimolo ad accendere una sigaretta inizia nello stesso modo in cui il nostro piede preme l’acceleratore quando siamo alla guida e un semaforo diventa verde.

Riuscendo ad intervenire sul meccanismo automatico si potrebbe quindi riuscire ad interrompere la reiterazione a fumare e smettere in maniera più semplice.

Il nostro cervello inibisce i nostri comportamenti automatici attraverso l’inhibitory control network, un circuito neurale che va dal giro frontale inferiore destro e che attraverso la corteccia prefrontale arriva al talamo, una struttura che si trova al di sotto della corteccia cerebrale.

Nei fumatori la trasmissione di stimoli nervosi attraverso questo circuito è spesso compromessa.

Lo studio sperimentale

Il circuito neurale che aiuta a smettere di fumare

La prima parte dello studio è stata condotta esaminando 81 adulti nicotinodipendenti che erano impegnati in un programma di 10 settimane per smettere di fumare.

Prima dell’inizio del programma i soggetti furono esaminati tramite risonanza magnetica funzionale fMRI per verificare il funzionamento del circuito inibitorio: un maggiore livello di attivazione BOLD (Blood Oxygenation Level-Dependent) in tale area cerebrale significava che il cervello stava usando risorse maggiori nell’inibire una risposta automatica.

Dopo le 10 settimane, circa la metà dei fumatori era riuscita a smettere di fumare: dagli esami di neuroimmagine eseguiti è emerso che questi erano quelli che avevano livelli di attivazione BOLD più bassi.

In una fase successiva dello studio sono stati esaminati 26 soggetti fumatori che non avevano intenzione di smettere di fumare: questi venivano pagati per resistere alla tentazione di accendere una sigaretta.

Anche in questo caso coloro che avevano minori livelli di attivazione BOLD erano in grado di resistere senza fumare più a lungo.

Si può smettere di fumare?

Questo studio è il primo che dimostra la capacità del cervello di inibire l’automatismo del fumo.

Ovviamente ciò non vuol dire che la dipendenza dalla nicotina si possa spiegare soltanto tramite questo meccanismo neurale.

Lo studio è stato realizzato per meglio comprendere come aiutare le persone intenzionate a smettere di fumare.

Serviranno però altre ricerche per mettere a punto dei trattamenti comportamentali e farmacologici per potenziare il meccanismo di controllo inibitorio nei fumatori: questi dovranno comunque munirsi di buona volontà e motivazione, ma in futuro potranno avere un aiuto dalla scienza.

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Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Affrontare l’argomento dell’esperienza psicologica BES – Bisogni Educativi Speciali significa definire il valore che diamo a tale realtà e tale significato risiede principalmente nel modo in cui i BES sono vissuti dalla nostra cultura.

Ogni persona, infatti, definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive.

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Tipologie di BES

Le situazioni in cui l’apprendimento può essere difficoltoso o complesso sono molteplici, il Ministero dell’Istruzione ha identificato tre sottocategorie di alunni con Bisogni Educativi Speciali:

  1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92;
  2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui si inseriscono:
    D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per il cui riconoscimento è necessario presentare la diagnosi di D.S.A. ai sensi della legge 170/2010;
    – deficit di linguaggio;
    – deficit delle abilità non verbali;
    – deficit della coordinazione motoria;
    A.D.H.D. (Deficit di Attenzione e di Iperattività);
  3. alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico.

I Bisogni Educativi Speciali e la famiglia

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Da recenti studi emerge come la famiglia della persona con BES, anche se spesso in difficoltà, non sia necessariamente destinata a entrare in crisi e crollare: essa sopravvive, si adatta alla situazione e ne trae, in alcuni casi, perfino aspetti positivi (Zanobini, Manetti e Usai, 2002).

La prospettiva oggi utilizzata è quella psicosociale volta primariamente alla promozione dei fattori di salute e alla prevenzione.

La presa in carico della famiglia con BES viene fatta con un’attenzione maggiore allo sviluppo e consolidamento delle competenze di coping e di integrazione con la rete sociale e con l’integrazione di professioni diverse quali lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore e il neuropsichiatra (Mazzoleni, 2004).

Il figlio con Bisogni Educativi Speciali richiede molto spesso uno sforzo speciale, talvolta gravoso, sia dal punto di vista psicofisico che organizzativo ed economico anche per il suo mantenimento delle sue condizioni di salute.

La famiglia, ma solitamente e principalmente la madre, vede aumentare in misura rilevante il peso e la complessità dei compiti pratici di allevamento del figlio.

Spesso le spese per cure o visite specialistiche contribuiscono all’aggravamento del sistema familiare.

Molti studi sono stati prodotti sullo studio del ciclo di vita di questa tipologia di famiglia: partendo dalla comunicazione della diagnosi di BES che può avvenire in diversi momenti della vita del figlio, dei genitori e dei fratelli, se presenti.

Non si devono quindi considerare i BES come uno svantaggio specifico di un soggetto, che come tale viene trattato, riabilitato ed assistito.

Piuttosto si tratta di un evento scatenante reazioni e adattamenti interconnessi: non solo all’interno del soggetto stesso, ma anche in un più ampio raggio che supera perfino la rete dei suoi rapporti familiari.

Il fenomeno arriva ad interessare la comunità in cui vive, influenzandola ed essendone influenzato.

La famiglia conserva una propria identità; grazie al concetto di ciclo vitale è possibile rappresentare questa complessità e comprendere i bisogni, le difficoltà, le esigenze e le peculiarità del sistema in una determinata fase del suo sviluppo.

I BES rappresentano quindi, dei rilevatori di giochi relazionali e degli attivatori delle risposte individuali al disagio, così da renderle evidenti.

La famiglia con bambini BES è uno spaccato di famiglia normale, dove gli eventi stressanti mettono in rilievo quelle caratteristiche comuni alle difese dei sistemi umani di relazione, in maniera così evidente da non passare inosservati.

Giulia Liperini e Alessandra Testi per Psicologia24

Le strategie di marketing possono influenzare il nostro cervello?

Nonostante la diffusione e l’importanza del marketing, soltanto negli ultimi anni sta crescendo l’interesse per i meccanismi neurali attraverso cui le pubblicità colpiscono le decisioni da noi prese per i nostri acquisti.

Uno studio del California Institute of Technology e della Stanford Graduate School of Business ha ipotizzato che le azioni pubblicitarie, come ad esempio un cambiamento nel prezzo, possano influenzare la rappresentazione neurale della piacevolezza che associamo ad un determinato prodotto.

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Percezione soggettiva e gusto

I ricercatori hanno effettuato una scansione con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per capire cosa accadeva a livello neurale nei soggetti partecipanti allo studio sperimentale, mentre questi assaggiavano dei vini.

La loro esperienza è stata influenzata manipolando le informazioni riguardanti il prezzo dei vini proposti.

L’ipotesi principale dello studio era che un aumento del prezzo del vino avrebbe comportato un aumento delle aspettative legate al gusto ed aumentato l’attività della corteccia mediale orbitofrontale: i risultati ottenuti hanno fornito prove coerenti con l’ipotesi.

È stato mostrato infatti che man mano che il prezzo aumentava, cresceva anche l’esperienza di piacere legata a quel determinato prodotto.

Ciò era misurabile mediante l’aumento dei livelli d’ossigeno nel sangue dovuto all’attività della corteccia mediale orbitofrontale, una zona che è considerata importante per codificare il piacere quando viene vissuto dalle persone.

Le strategie di marketing possono influenzare il nostro cervello?

La riprova di come il prezzo influenzasse l’esperienza di piacere legata al prodotto era ulteriormente confermata dal fatto che lo stesso vino, proposto in due momenti differenti con due prezzi differenti, non veniva riconosciuto e veniva valutato diversamente a seconda del prezzo.

Marketing e neuroscienze

Questo studio di Hilke Plassmann, John O’Doherty, Baba Shiv, e Antonio Rangel ha rivelato come la pubblicità sia in grado di variare i processi neurali legati al piacere vissuto e attraverso quali meccanismi.

Questo va contro l’idea, che noi tutti abbiamo, di scegliere un prodotto per le sue proprietà intrinseche o perché ne abbiamo realmente bisogno.

Già in diversi studi precedenti si era compreso che la corteccia mediale orbitofrontale si attivava di fronte a stimoli piacevoli come odori o gusti gradevoli , ma anche di fronte a stimoli musicali.

È importante sottolineare che, non sia stato registrato un effetto dei prezzi sulle aree primarie del gusto, la corteccia dell’insula, il nucleo postero-mediale del talamo o i nuclei parabrachiali del ponte.

Questi risultati hanno importati implicazioni per l’economia, in quanto è stato dimostrato che l’esperienza di piacere del consumatore dipende dalle qualità non intrinseche del prodotto, come ad esempio il prezzo a cui il prodotto è venduto.

Le ricerche di marketing con tecniche di neuroimmagine stanno prendendo in considerazione tante altre variabili, come ad esempio le valutazioni di qualità degli esperti, le informazioni sul paese di origine, il brand o la ripetuta esposizione agli annunci pubblicitari.

Sta anche a noi, in qualità di consumatori, aprire uno spazio di riflessione e domandarci se acquistiamo sempre ciò che ci piace per quello che è o se il nostro cervello è influenzato da altre variabili.

Cristiana Faedda per Psicologia 24

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