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Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Affrontare l’argomento dell’esperienza psicologica BES – Bisogni Educativi Speciali significa definire il valore che diamo a tale realtà e tale significato risiede principalmente nel modo in cui i BES sono vissuti dalla nostra cultura.

Ogni persona, infatti, definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive.

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Tipologie di BES

Le situazioni in cui l’apprendimento può essere difficoltoso o complesso sono molteplici, il Ministero dell’Istruzione ha identificato tre sottocategorie di alunni con Bisogni Educativi Speciali:

  1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92;
  2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui si inseriscono:
    D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per il cui riconoscimento è necessario presentare la diagnosi di D.S.A. ai sensi della legge 170/2010;
    – deficit di linguaggio;
    – deficit delle abilità non verbali;
    – deficit della coordinazione motoria;
    A.D.H.D. (Deficit di Attenzione e di Iperattività);
  3. alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico.

I Bisogni Educativi Speciali e la famiglia

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Da recenti studi emerge come la famiglia della persona con BES, anche se spesso in difficoltà, non sia necessariamente destinata a entrare in crisi e crollare: essa sopravvive, si adatta alla situazione e ne trae, in alcuni casi, perfino aspetti positivi (Zanobini, Manetti e Usai, 2002).

La prospettiva oggi utilizzata è quella psicosociale volta primariamente alla promozione dei fattori di salute e alla prevenzione.

La presa in carico della famiglia con BES viene fatta con un’attenzione maggiore allo sviluppo e consolidamento delle competenze di coping e di integrazione con la rete sociale e con l’integrazione di professioni diverse quali lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore e il neuropsichiatra (Mazzoleni, 2004).

Il figlio con Bisogni Educativi Speciali richiede molto spesso uno sforzo speciale, talvolta gravoso, sia dal punto di vista psicofisico che organizzativo ed economico anche per il suo mantenimento delle sue condizioni di salute.

La famiglia, ma solitamente e principalmente la madre, vede aumentare in misura rilevante il peso e la complessità dei compiti pratici di allevamento del figlio.

Spesso le spese per cure o visite specialistiche contribuiscono all’aggravamento del sistema familiare.

Molti studi sono stati prodotti sullo studio del ciclo di vita di questa tipologia di famiglia: partendo dalla comunicazione della diagnosi di BES che può avvenire in diversi momenti della vita del figlio, dei genitori e dei fratelli, se presenti.

Non si devono quindi considerare i BES come uno svantaggio specifico di un soggetto, che come tale viene trattato, riabilitato ed assistito.

Piuttosto si tratta di un evento scatenante reazioni e adattamenti interconnessi: non solo all’interno del soggetto stesso, ma anche in un più ampio raggio che supera perfino la rete dei suoi rapporti familiari.

Il fenomeno arriva ad interessare la comunità in cui vive, influenzandola ed essendone influenzato.

La famiglia conserva una propria identità; grazie al concetto di ciclo vitale è possibile rappresentare questa complessità e comprendere i bisogni, le difficoltà, le esigenze e le peculiarità del sistema in una determinata fase del suo sviluppo.

I BES rappresentano quindi, dei rilevatori di giochi relazionali e degli attivatori delle risposte individuali al disagio, così da renderle evidenti.

La famiglia con bambini BES è uno spaccato di famiglia normale, dove gli eventi stressanti mettono in rilievo quelle caratteristiche comuni alle difese dei sistemi umani di relazione, in maniera così evidente da non passare inosservati.

Giulia Liperini e Alessandra Testi per Psicologia24

Le strategie di marketing possono influenzare il nostro cervello?

Nonostante la diffusione e l’importanza del marketing, soltanto negli ultimi anni sta crescendo l’interesse per i meccanismi neurali attraverso cui le pubblicità colpiscono le decisioni da noi prese per i nostri acquisti.

Uno studio del California Institute of Technology e della Stanford Graduate School of Business ha ipotizzato che le azioni pubblicitarie, come ad esempio un cambiamento nel prezzo, possano influenzare la rappresentazione neurale della piacevolezza che associamo ad un determinato prodotto.

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Percezione soggettiva e gusto

I ricercatori hanno effettuato una scansione con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per capire cosa accadeva a livello neurale nei soggetti partecipanti allo studio sperimentale, mentre questi assaggiavano dei vini.

La loro esperienza è stata influenzata manipolando le informazioni riguardanti il prezzo dei vini proposti.

L’ipotesi principale dello studio era che un aumento del prezzo del vino avrebbe comportato un aumento delle aspettative legate al gusto ed aumentato l’attività della corteccia mediale orbitofrontale: i risultati ottenuti hanno fornito prove coerenti con l’ipotesi.

È stato mostrato infatti che man mano che il prezzo aumentava, cresceva anche l’esperienza di piacere legata a quel determinato prodotto.

Ciò era misurabile mediante l’aumento dei livelli d’ossigeno nel sangue dovuto all’attività della corteccia mediale orbitofrontale, una zona che è considerata importante per codificare il piacere quando viene vissuto dalle persone.

Le strategie di marketing possono influenzare il nostro cervello?

La riprova di come il prezzo influenzasse l’esperienza di piacere legata al prodotto era ulteriormente confermata dal fatto che lo stesso vino, proposto in due momenti differenti con due prezzi differenti, non veniva riconosciuto e veniva valutato diversamente a seconda del prezzo.

Marketing e neuroscienze

Questo studio di Hilke Plassmann, John O’Doherty, Baba Shiv, e Antonio Rangel ha rivelato come la pubblicità sia in grado di variare i processi neurali legati al piacere vissuto e attraverso quali meccanismi.

Questo va contro l’idea, che noi tutti abbiamo, di scegliere un prodotto per le sue proprietà intrinseche o perché ne abbiamo realmente bisogno.

Già in diversi studi precedenti si era compreso che la corteccia mediale orbitofrontale si attivava di fronte a stimoli piacevoli come odori o gusti gradevoli , ma anche di fronte a stimoli musicali.

È importante sottolineare che, non sia stato registrato un effetto dei prezzi sulle aree primarie del gusto, la corteccia dell’insula, il nucleo postero-mediale del talamo o i nuclei parabrachiali del ponte.

Questi risultati hanno importati implicazioni per l’economia, in quanto è stato dimostrato che l’esperienza di piacere del consumatore dipende dalle qualità non intrinseche del prodotto, come ad esempio il prezzo a cui il prodotto è venduto.

Le ricerche di marketing con tecniche di neuroimmagine stanno prendendo in considerazione tante altre variabili, come ad esempio le valutazioni di qualità degli esperti, le informazioni sul paese di origine, il brand o la ripetuta esposizione agli annunci pubblicitari.

Sta anche a noi, in qualità di consumatori, aprire uno spazio di riflessione e domandarci se acquistiamo sempre ciò che ci piace per quello che è o se il nostro cervello è influenzato da altre variabili.

Cristiana Faedda per Psicologia 24

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