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Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica, come il linguaggio, è un’attività esclusivamente umana.

È una forma di comunicazione, ha valore simbolico e spesso è definita un mezzo di comunicazione universale per il fatto che è una capacità innata, comprensibile a tutti e che appartiene ad ogni essere umano.

Tuttavia la musica è un’attività legata anche all’apprendimento, si pensi alla pratica dello strumento musicale.

Diversi fattori hanno reso difficile la comprensione della relazione tra musica e linguaggio, soprattutto nei bambini.

In primis per le definizioni eccessivamente restrittive della musica che hanno imposto delle ipotesi fatte sugli adulti e riportate direttamente sui bambini.

In secondo luogo, la musica e il linguaggio sono spesso stati trattati come sistemi in gran parte indipendenti la cui convergenza dipendeva da fattori quali ad esempio la formazione musicale.

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Il Disturbo Specifico del Linguaggio e la musica

Un disturbo del linguaggio che può riflettere un problema di fondo con l’udito musicale è il Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL.

Il DSL è un disturbo dell’infanzia comune che risulta in difficoltà di comprensione e/o di utilizzo del linguaggio, nonostante ci sia un’intelligenza normale e un ambiente di apprendimento sufficiente, assenza di deficit uditivi o problemi di tipo psicopatologico.

Dove non trattate, queste difficoltà di linguaggio hanno implicazioni di vasta portata su altri aspetti dello sviluppo del bambino, come il successo scolastico, sociale, comportamentale ed emozionale.

Le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL possono presentarsi in diversi domini del linguaggio a livello della struttura delle frasi (sintassi), nella struttura delle parole (morfologia), nel significato delle parole (semantica) e nell’organizzazione dei suoni per formare le parole (fonologia) nonché nell’utilizzo del linguaggio a livello sociale (pragmatica).

Anche se i bambini con DSL rappresentano una popolazione eterogenea, una caratteristica peculiare è la loro particolare difficoltà nell’area della sintassi e della morfologia.

Molti bambini dislessici hanno difficoltà a parlare a tempo con un metronomo, a percepire un ritmo e a percepire un tempo.

È tuttavia interessante notare che per alcuni dislessici la lettura musicale può risultare più semplice di quella delle parole, mentre per altri accade il contrario.

Come nella dislessia i bambini che sviluppano un Disturbo Specifico del Linguaggio hanno difficoltà nell’elaborazione e nella discriminazione dei contrasti di tempo (Corriveau et al., 2007).

Un bambino con DSL sembra mostrare una ridotta sensibilità alla durata dei suoni, già visibile a 2 mesi di età, (Friedrich et al., 2004; Corriveau et al., 2007) e ha principalmente un deficit di elaborazione sintattica che si estende anche alla sintassi musicale (Jentschke et al. ,2008).

Molti deficit di apprendimento linguistico sembrano essere legati a deficit dell’elaborazione degli stimoli uditivi in ingresso (musicali – sonori).

Questa definizione più ampia del disturbo può aiutare a sviluppare e a sostenere varie tipologie di intervento attraverso la musica, o meglio attraverso la musicoterapia.

In che modo la musica influisce sul linguaggio?

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

Uno degli scopi delle strategie d’intervento su sintassi e morfologia per l’acquisizione del linguaggio è aumentare la salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche.

Questo approccio è influenzato dalle teorie che suggeriscono che le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL siano dovute a competenze di elaborazione uditiva molto povere.

L’aumento della salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche è stato ipotizzato che possa ridurre la domanda di elaborazione cognitiva, che a sua volta porta il bambino a porre più enfasi sull’apprendimento del linguaggio.

Modificando gli elementi prosodici del linguaggio, come rendere le caratteristiche delle parole più lunghe o più lente, o produrre parole con una dinamica più variabile, può aumentarne la salienza.

L’effettivo ruolo della modificazione della prosodia nell’apprendimento di nuove parole è stato già ampiamente dimostrato con i bambini con DSL.

La modificazione degli elementi prosodici del linguaggio è esagerata nelle canzoni – che in sostanza sono una combinazione di linguaggio, melodia e ritmo.

L’aggiunta della melodia e del ritmo può fornire un aumento naturale della salienza delle caratteristiche specifiche del linguaggio.

Diversi studi con varie popolazioni hanno comparato gli effetti delle canzoni rispetto al parlato durante la presentazione di stimoli consistenti in apprendimento di parole, produzione verbale e di testi scritti.

Questi studi hanno fornito indicazioni positive sull’utilizzo della canzone per la riabilitazione e l’apprendimento del linguaggio. La melodia e il ritmo costituiscono così due componenti principali della musica utilizzati come mezzo di riabilitazione/rieducazione.

Il disturbo specifico del linguaggio è stato descritto da alcuni, come abbiamo visto prima, attraverso un deficit di elaborazione, ovvero i bambini mostrano difficoltà di percezione, di mantenimento, di interpretazione e di integrazione dell’input uditivo (Leonard & Weber-Fox, 2012).

Quindi è possibile che l’aggiunta dell’indizio musicale fornito attraverso il ritmo e la melodia possa ridurre la richiesta cognitiva per l’elaborazione dei segnali uditivi, così che i bambini possano focalizzarsi sull’apprendimento del linguaggio.

I modelli ritmici del linguaggio che sono esagerati nella canzone faciliterebbero e intensificherebbero la percezione e l’apprendimento del linguaggio.

Uno studio di Schon (2016) e colleghi ha dimostrato che durante l’apprendimento di una nuova lingua, gli indizi melodici e ritmici assistono i partecipanti nel riconoscere i contorni delle parole e quindi essi apprendono nuove parole con più facilità rispetto ai partecipanti a cui vengono presentate solo sequenze di parlato.

Questo fatto continua a fornire una prova evidente di come ci siano elementi della canzone che possano essere efficaci nell’intervento sul linguaggio per i bambini con DSL, che presentano problemi di elaborazione.

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Il ritmo

Risultati da studi di elettroencefalografia – EEG suggeriscono che il ritmo, in particolare il metro musicale nella canzone che si allinea con gli accenti linguistici, migliora la comprensione dei testi attraverso la sincronizzazione dell’attività neurale con le sillabe forti (Gordon, 2011).

Questo fatto fornisce una prima evidenza neurologica per l’abilità del ritmo nel facilitare l’apprendimento e il richiamo dei testi delle canzoni.

È anche in linea con le ipotesi che suggeriscono che il ritmo inerente alla canzone fornisca una struttura metrico-temporale che permette di raggruppare a livello percettivo e di suddividere le informazioni in unità più maneggevoli a livello cognitivo, tanto da facilitarne il richiamo in memoria.

Le canzoni

Per cui sembra chiaro che l’apprendimento linguistico sia molto facilitato dall’utilizzo delle canzoncine influendo sia a livello ritmico che melodico.

La presenza di contorni ritmici può migliorare la discriminazione fonologica, dal momento che il cambiamento delle sillabe è spesso accompagnato da un cambiamento di intonazione, e accentuazione.

Inoltre la strutturazione costante degli aspetti musicali e linguistici ottimizza il funzionamento dei meccanismi di apprendimento: è più semplice imparare il testo di una canzone cantandola che solo parlando.

Se dovessimo prendere in considerazione che la musica è simile alla prosodia, questi risultati sarebbero in linea con gli studi che dimostrano come la prosodia sia fondamentale per la segmentazione del linguaggio.

Al di là degli studi scientifici che supportano il ruolo della canzone nel facilitare il linguaggio, la canzone è uno stimolo piacevole per i bambini, che fornisce loro un contesto in cui possono apprendere meglio.

Poiché la canzone è piacevole e motivante, essa permette al bambino di fare pratica attraverso la ripetizione senza il senso di un’esercitazione monotona. Questa ripetizione è cruciale nell’intervento linguistico.

L’utilizzo di ripetizioni e routine familiari durante l’apprendimento del linguaggio è anche influenzato dall’idea di assegnare le risorse, cioè quando le sequenze vengono ripetute è dato per certo che i bambini possano ridurre la quantità di risorse assegnate alla comprensione e si possano focalizzare maggiormente sull’apprendimento.

L’utilizzo della musicoterapia nei disturbi del linguaggio

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica è un mezzo attrattivo, appetibile, accessibile che incoraggia e motiva i bambini a comunicare in maniera più intensa, più efficiente e confidenziale.

Nel momento in cui i bambini cominciano ad esplorare la loro voce, essi scoprono la loro forza nel creare i suoni che emergono da loro stessi e infatti la musica e la voce umana aiutano a liberare l’espressione di sé.

La prosodia, ripetiamo l’elemento musicale dell’espressività vocale, è ritenuta essere il contributo fondamentale e l’aspetto principale dello sviluppo del linguaggio nell’infanzia e durante la vita.

La musicoterapia può effettivamente sviluppare le abilità ritmiche e prosodiche quando sono deficitarie, consentendo in tale direzione una maggiore efficienza della memoria di lavoro per l’elaborazione e la comprensione del linguaggio (Grosz et al., 2010).

La ricerca indica che il musicoterapeuta può implementare le strategie e le tecniche per soddisfare i bisogni comunicativi del bambino.

Grosz (2010) parla di un approccio individualizzato, particolarmente inerente all’improvvisazione che incorpora e riflette l’espressione musicale e vocale di ogni bambino.

Nella pratica musicoterapeutica si parla semplicemente di improvvisazione creativa seppur finalizzata: l’idea è quella di elicitare le risposte dell’altro in modo da portarlo a vocalizzare, a crescere e a rispecchiare diversi modelli ritmici e melodici.

Vengono di seguito riportati esempi pratici di come possono essere utilizzati gli strumenti all’interno di un lavoro di musicoterapia sullo sviluppo del linguaggio

Quando i bambini suonano uno strumento favorito o uno strumento che comunque li motivano a comunicare, i bambini sono coinvolti e contribuiscono da soli al miglioramento delle loro capacità linguistiche, nonché anche dell’attività senso-motoria.

I bambini sono molto interessati e motivati agli strumenti che creano suoni di animali, ad esempio un guiro può rappresentare il verso di una rana.

Questi strumenti forniscono uno stimolo a suonare e a creare i suoni degli animali. Un altro modo è utilizzare degli shakers di diversa forma come se fossero dei frutti, ad esempio una mela, una banana o un’arancia.

Questo utilizzo permette di poter sfruttare canzoni che supportino l’attività del mangiare (quindi le azioni di routine), ma anche la scelta e l’utilizzo di nomi che aiutino la categorizzazione attraverso il gioco.

Ancora gli strumenti a fiato possono risultare molto utili per sviluppare la chiusura delle labbra, il tono muscolare orale e la coordinazione del flusso d’aria.

Inoltre l’esplorazione libera dello strumento facilita anche la vocalizzazione e l’eccessiva salivazione. Il potenziale di poter evocare attraverso l’attività strumentale e vocale questi effetti include la possibilità di dare luogo a un gioco creativo, spontaneo, centrato sul bambino e collaborativo.

La musicoterapia come terapia di supporto al linguaggio

Sembra evidente come la terapia musicale sia funzionale alle qualità musicali e prosodiche, nonché allo sviluppo del linguaggio.

Durante le sessioni di musicoterapia i bambini sembrano accedere al proprio potenziale e sono anche in grado di adattarsi ad un altro ambiente così come alle nuove situazioni come ad esempio l’utilizzo di proposte musicali simboliche d’immaginazione, l’uso di canzoni con temi di fantasia o del gioco con i suoni.

Il miglioramento delle capacità cognitive sembra poi avere un risvolto anche sui modelli d’azione che sembrano più coordinati e integrati tra loro.

L’integrazione del pensiero e quindi dell’azione richiede necessariamente una significativa capacità cognitiva. La musicoterapia può potenziare tali risorse e promuovere questa integrazione tra il pensare e il fare.

Le sequenze ripetitive e l’utilizzo di pause e interruzioni alla fine di ogni frase di canzoni familiari possono motivare il bambino ad anticipare e contribuire a terminarle, mentre le canzoni create di persona, con l’immaginazione e la fantasia, possono evocare un senso di identità musicale e appartenenza personale.

I terapisti del linguaggio e i musicoterapeuti devono sviluppare approcci sistematici insieme, in un contesto multidisciplinare e di lavoro collaborativo.

Condividendo gli obiettivi e lavorando insieme sull’intensità e la velocità del linguaggio, nonché su l’intelligibilità, musicoterapia e logopedia possono creare un processo terapeutico flessibile ed efficace, ma soprattutto ideale per i bambini con disturbi del linguaggio.

Aurora Merciaro per Psicologia24

Fonti:

Awareness of rhythm patterns in speech and music in children with specific language impairments

Musical Rhythm discrimination explains individual differences in grammar skills in children

Songs as an aid for language acquisition

Short and long term rhythmic interventions: perspectives for language rehabilitation

An fMRI study of music sight-reading

Processing prosodic and musical patterns: a neuropsychological investigation

Music, Language and the Brain

Dislexia, Temporal processing and music: the potential of music as an early learning aid for dyslexic children

Musical Rhythm and Language Development

Effects of music therapy in the treatment of children with delayed speech development – results of a pilot study

V come vita vegetale

Forse siamo solo replicanti.

Ci sentiamo avanti oggi grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi sistemi digitali ma probabilmente abbiamo solo duplicato qualcosa che esiste già nel mondo naturale. Arriviamo secondi.

Perché i vegetali sono da sempre connessi tra di loro, collegati ad una grande Bio-Rete naturale attraverso la quale comunicano, si scambiano segnali, messaggi, informazioni. Un sistema unico e intercomunicante.

Con il satellite immaginario di Pandora, l’idea di una forza vitale condivisa chiamata Grande Madre, di una foresta interattiva, di una rete di comunicazione biochimica tra gli alberi simile a quella dei neuroni di un cervello umano, dell’Albero delle Anime capace di estrarre dal terreno le sue radici e usarle per connettersi al sistema nervoso di una qualunque altra creatura vivente, l’immaginazione degli sceneggiatori del film Avatar ha preannunciato quello che oggi la neurobiologia vegetale sembra a poco a poco dimostrare.

I vegetali infatti non sono passivi, fermi, succubi dell’ambiente, così come li immaginiamo.

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La neurobiologia vegetale

Gli studi del Professor Stefano Mancuso, fisiologo vegetale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, dimostrano cose davvero sorprendenti.

Ce le racconta nei suoi affascinanti libri, l’ultimo dei quali Verde brillante scritto con la collega Alessandra Viola.

In un modo diverso dal nostro, i vegetali comunicano con il mondo circostante, sono sensibili e intelligenti.

Utilizzano un vocabolario chimico per il loro linguaggio. Producono molecole che diventano messaggi in codice con funzione di allarme o di avvertimento. Riescono perfino ad apprendere.

Possiedono una personalità, si scambiano informazioni e interagiscono con gli animali.

Per sopravvivere adottano strategie mirate, hanno una vita sociale, sfruttano al meglio le risorse energetiche.

Sono capaci di scegliere, ricordare, sentono perfino la gravità. Sono degli esseri.

Sembra che i segnali che si scambiano soprattutto tra le radici siano capaci di guidare verso il cibo, di allontanarsi dal pericolo, di collaborare con insetti, funghi e microbi del terreno.

Due alberi vicini crescendo possono intrecciare le loro chiome oppure allontanarle in una sorta di simpatia o inimicizia. Risulta inoltre che una pianta possa chiedere aiuto agli insetti quando avverte che un’altra vicina sta soffrendo.

Qualcosa che somiglia all’empatia, alla compassione e alla solidarietà.

Sembra che il mondo vegetale sappia utilizzare una rete comunicativa sotterranea per sostenersi, difendersi, fare squadra. Concetti ai quali l’uomo ancora non è così bene arrivato.

Esiste inoltre una ricca letteratura sugli effetti benefici delle piante. E’ provato che la loro presenza silenziosa ma saggia influisce sulla nostra psiche, ci rilassa, ci aiuta a guarire, ad apprendere, ad essere più attenti. Ci nutre psicologicamente.

Ci passa in modo misterioso gli influssi potenti della linfa vitale che muove la Natura.

La vita vegetale come esempio

I vegetali dovrebbero essere davvero un modello di ispirazione per ognuno di noi. Esempi di come si può essere produttivi senza frenesia. Di come potersi fermare, di tanto in tanto, rimanendo vivi e vegeti.

Ci offrono lo spunto per riflettere sul sottile ma robusto legame che raccoglie tutti gli esseri viventi, quel filo invisibile che unisce rendendo ognuno parte di un insieme al quale noi umani dobbiamo riconnetterci. Riconsiderando il concetto che abbiamo degli esseri vegetali.

Fare la pianta non vuol dire non fare nulla o essere inutili. Si dimentica come una pianta sia capace di crescere tenace in una crepa in mezzo al cemento, come possa sfondare marciapiedi, come alcune radici siano in grado di sollevare il terreno, distruggere muri. Fare il vegetale non vuol dire essere passivo o inutile.

Si vive in una cultura che ritiene il fare sempre meglio del non fare, dove siamo quello che realizziamo e valiamo quanto più produciamo.

Anche se a volte ci viene detto che non è importante quello che facciamo ma come lo facciamo, in un certo senso siamo invitati a diventare consapevoli e stare meglio comunque nella smania di fare.

Anche alcune tecniche di gestione dello stress o del tempo sono volte a gestire la nostra frenesia.

Invece è necessario in molti casi fare i vegetali, semplicemente smettere di fare, essere meno convulsi.

Sostare in uno stato vegetativo, prendere spazio tra noi e quello che facciamo. Mettere distanze con ciò che ci pesa.

Produrre in altri sensi, in termini psicologici per noi stessi.

Perché la stanchezza dello strafare annebbia intuito e saggezza. Se riusciamo a fermarci può apparirci subito chiaro cosa sta succedendo.

Talvolta è necessario sostare in quello stato allentato, senza obiettivi e orari, rinunciando ad andare da qualche parte, evitando soluzioni rapide.

Essere produttivi per la propria vita interiore non facendo apparentemente niente, proprio come un vegetale. Smorzando passioni ed esuberanza, attenzioni e interessi.

Gli studi indicano che uno stato apparentemente passivo, libero da intenzioni, predispone alla creazione di nuove connessioni neurali, altri collegamenti, idee innovative, soluzioni, spiegazioni diverse.

Essere sempre protesi verso qualcosa non è la posizione più comoda. Stare su se stessi in molti casi lo è. Proprio come una pianta.

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Autismo ragionamento fluido ed abilità cognitive

I bambini autistici presentano importanti deficit nella comunicazione e nell’interazione sociale, con una marcata assenza di reciprocità emotiva e di condivisione affettiva.

Non bisogna però dare per scontato l’assunto che un programma riabilitativo per l’autismo basato proprio sulla corporeità e la relazionalità possa contribuire ad incrementare non solo l’intelligenza fluida dei soggetti a questo sottoposti ed il loro livello cognitivo generale, ma anche ridurre la severità stessa del disturbo.

E’ ciò che ha provato sperimentalmente e descritto in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Reports la Dott.ssa Magda di Renzo, psicoterapeuta dell’età evolutiva e responsabile del servizio terapie dell’Istituto di Ortofonologia di Roma.

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Il Progetto Tartaruga

Nello specifico l’autrice ha cercato di dimostrare l’efficacia del Progetto Tartaruga, che parte dall’assunto per il quale le componenti affettive e cognitive di cui il bambino fa esperienza sono strettamente interrelate ed il linguaggio e l’intelligenza, così come le competenze emotive e sociali, si acquisiscono attraverso le relazioni e gli scambi affettivi.

Concretamente il progetto, che mira ad attribuire un significato agli atteggiamenti del bambino e a sintonizzare le cure parentali con i suoi bisogni più autentici, si struttura sulla base di una serie di attività ambulatoriali e domiciliari, interventi educativi, sessioni di psicoterapia, psicomotricità e musicoterapia, riabilitazione neurocognitiva e laboratori di natura linguistica.

L’obiettivo è quello di incrementare le abilità di ragionamento fluido dei soggetti a questo sottoposti in base all’assunto per il quale un miglioramento in questo senso potrebbe essere associato ad una riduzione significativa non solo delle eventuali difficoltà cognitive che spesso accompagnano la patologia autistica, ma anche della severità della sintomatologia stessa.

Autismo: ragionamento fluido ed abilità cognitive

In effetti la ricerca condotta dimostra che i bambini precocemente sottoposti a questo programma di trattamento, quando si approcciano al Test Leiter-R (che fornisce una misura dell’intelligenza fluida, del ragionamento non verbale, delle abilità visive, della memoria spaziale e dell’attenzione), ottengono un punteggio significativamente superiore rispetto a coloro che non hanno usufruito della proposta terapeutica: ciò indica un incremento progressivo del parametro correlato all’intelligenza fluida nel corso del trattamento stesso.

Anche per quanto riguarda le abilità cognitive generali, misurate attraverso il parametro del Quoziente Intellettivo, la ricerca dimostra che questo valore si incrementa in misura rilevante nel corso dei quattro anni di trattamento e che tale crescita appare superiore nei soggetti più piccoli, di età compresa tra i 2,5 ed i 5 anni, rispetto a quelli più grandi.

Sulla base di queste evidenze e delle successive analisi statistiche si può dunque dedurre un intervento basato sulla relazione potrebbe incrementare le competenze cognitive future del bambino e che le abilità di ragionamento fluido possono essere considerate come un buon indice predittivo del futuro sviluppo cognitivo del bambino affetto da autismo, indipendentemente dal livello intellettivo di base e dalla severità della sintomatologia autistica.

Probabilmente il risultato più sorprendente è che l’autrice ravvisa una correlazione significativa anche tra le abilità cognitive generali e la fenomenologia della sindrome autistica.

Sottoposti al test Autism Diagnostic Observation Schedule (che fornisce una valutazione nel merito delle abilità di comunicazione e di interazione sociale, la capacità di utilizzare gli oggetti in modo funzionale, i comportamenti stereotipati e la ristrettezza degli interessi) i bambini che hanno avuto modo di ampliare le proprie competenze cognitive mostrano infatti una netta riduzione della severità del loro disturbo.

Ciò indica che, come è stato provato dalle analisi statistiche, il ragionamento fluido può avere un ruolo di rilievo nel cambiamento della sintomatologia autistica, portando addirittura ad una revisione della diagnosi che potrebbe migrare da un disturbo autistico ad un maggiormente circoscritto spettro autistico oppure dallo spettro autistico ad uno stato non propriamente patologico.

La ricerca dimostra dunque che l’unica variabile in grado di determinare una riduzione della sintomatologia autistica al test ADOS è il parametro dell’intelligenza non condizionata dagli apprendimenti verbali e che in questo processo non hanno alcun tipo di ruolo altre fattori come il sesso, l’età e le condizioni socio-economiche della famiglia di appartenenza.

Questa evidenza appare in linea con il presupposto di base precocemente esplicitato, in base al quale il linguaggio e l’intelligenza, così come le competenze emotive e sociali, si acquisiscono attraverso le relazioni e gli scambi affettivi.

Veronica Tresoldi per Psicologia 24

Il linguaggio degli occhi

La comunicazione non verbale spesso veicola più informazioni della comunicazione verbale.

Il linguaggio degli occhi, i gesti, la postura, le espressioni del volto, gli aspetti non verbali del parlato (tono della voce, velocità dell’eloquio, ecc.) veicolano informazioni importanti.

In Italia uno dei maggiori ricercatori scientifici nel campo della comunicazione non verbale è il Prof. Mauro Cozzolino, autore del libro La Comunicazione Invisibile: gli aspetti non verbali della comunicazione edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing.

Il prof. Cozzolino ha effettuato ricerche sul significato comunicativo di gesti, posture e espressioni del volto.

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L’attaccamento mediante lo sguardo

Per quanto riguarda in particolare il linguaggio degli occhi, il Prof. Cozzolino ritiene che lo sguardo e il comportamento visivo rappresentano un elemento fondamentale per raccogliere informazioni sul modo in cui la persona vive la propria realtà interna e si rapporta al mondo esterno.

Gli studi di psicologia dello sviluppo hanno mostrato che esiste un interesse innato per gli occhi altrui.

Il linguaggio degli occhi

Fin dalle prime settimane, i neonati sono attratti dagli occhi dalla madre. Essi rappresentano l’oggetto che più attira l’attenzione del bambino.

Il contatto visivo e lo sguardo assumono un ruolo centrale nello sviluppo dell’attaccamento e della competenza sociale.

Nel rapporto tra madre e bambino determinanti sono la varietà e l’intensità degli sguardi reciproci.

Occhi che sanno parlare

Le pupille degli occhi si dilatano quando si guarda qualcosa che eccita o stimola.

Le persone con una maggiore dilatazione delle pupille sono ritenute più attraenti.

D’altra parte, la dilatazione delle pupille ricopre un importante ruolo anche all’interno dei processi di attrazione sessuale.

La dilatazione delle pupille non avviene solo in presenza di stimoli eccitanti sessualmente ma anche in risposta all’interesse che si prova per le opere d’arte come quadri e sculture.

Il linguaggio degli occhi

Nelle relazioni interpersonali lo sguardo, il guardare e l’essere guardati, è un elemento cruciale della comunicazione.

Le ricerche scientifiche condotte sul rapporto tra sguardo e atteggiamenti interpersonali hanno evidenziato che l’ascoltatore che non guarda la persona che gli sta parlando comunica indifferenza e rifiuto, oppure sottomissione e timore reverenziale.

Ma anche guardare troppo chi ci sta parlando può essere indice di comunicazione non adeguata.

Generalmente, chi guarda in maniera fissa e persistente la persona che gli sta parlando viene considerato strano o deviante.

La frequenza e l’intensità degli sguardi reciproci varia comunque in base al tipo di relazione tra le persone.

Le coppie innamorate mostrano una frequenza di sguardi reciproci superiore a quella mostrata dalle coppie il cui sentimento d’amore è meno forte.

Esistono anche delle differenze nell’intensità e nella frequenza dello sguardo tra persone con differenti tratti di personalità come, ad esempio, tra introversi e estroversi.

Alcune ricerche hanno anche evidenziato alcune differenze tra donne e uomini nell’uso dello sguardo.

Le donne usano più degli uomini lo sguardo e presentano differenti pattern visivi. Le donne tendono a guardare di più mentre parlano, mentre gli uomini tendono a guardare di più mentre ascoltano.

Le persone che guardano l’altro frequentemente e in maniera prolungata vengono percepite come più sicure di sé e dominanti, ma solo fino a un certo punto, perché quando la frequenza e l’intensità dello sguardo superano una certa soglia comincia ad insorgere (in chi è guardato) una sensazione di fastidio e di disagio.

Saper usare lo sguardo con la giusta intensità e la giusta frequenza può quindi facilitare la comunicazione e le relazioni interpersonali.

Il linguaggio è una prerogativa degli esseri umani?

Il linguaggio degli esseri umani è qualcosa di straordinariamente sofisticato: complesso e allo stesso tempo flessibile.

Da una parte le regole della grammatica, dall’altra l’uso creativo delle parole.

È un sistema che ci permette creare infinite combinazioni di suoni, parole e frasi per esprimere concetti nuovi.

Certamente anche gli animali comunicano. Scambiano informazioni attraverso canali visivi, olfattivi, chimici, tattili e anche sonori.

Gli uccelli maschi di alcune specie sono in grado variare la combinazione di toni semplici e personalizzare il proprio canto, cosicché le femmine possano riconoscere non solo la specie ma anche il proprio compagno.

Scimpanzé e scimmie utilizzano un’ampia gamma di suoni, gesti ed espressioni facciali per interagire con gli altri esemplari.

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Comunicazione o linguaggio?

Ma la comunicazione animale può essere considerata una forma di linguaggio?

Gli animali possono imparare quello umano?

Negli anni ’40 alcuni psicologi allevarono cuccioli di scimpanzé come se fossero dei bambini e cercarono di insegnare loro a parlare.

Nonostante gli sforzi, gli animali impararono pochissime parole.

In parte ciò potrebbe essere dovuto alla posizione della laringe che impedisce agli scimpanzé di pronunciare alcuni suoni tipici del linguaggio umano.

studi più recenti, si è pensato allora di insegnare a scimpanzé e gorilla il linguaggio dei segni.

Sebbene gli animali siano riusciti a imparare il significato di molti gesti, nella comunità scientifica sono rimaste aperte delle questioni: gli animali possono combinare i gesti in modo creativo? Possono apprendere il sistema di sintassi? Possono esprimere concetti nuovi e più complessi?

Qui l’opinione degli scienziati si divide.

Il linguaggio è una prerogativa degli esseri umani?

I sostenitori dell’esistenza di un linguaggio animale citano esperimenti nei quali gli animali usano combinazioni di simboli per descrivere situazioni nuove.

Ad esempio, dopo aver imparato i segni di acqua e uccello uno scimpanzé, trovandosi accanto ad un cigno, unì i due simboli per indicare uccello d’acqua.

Gli scienziati che ritengono che il linguaggio sia una prerogativa umana controbattono affermando che lo scimpanzé avrebbe potuto fare i due gesti in maniera separata.

Infatti, il più delle volte gli animali combinano i simboli in maniera illogica o incomprensibile e solo raramente esprimono qualcosa di simile ad una inferenza come uccello d’acqua.

Non è facile rispondere alla domanda se sequenze apparentemente logiche di simboli riflettono momenti di lucidità linguistica oppure siano solo una coincidenza.

La questione della presenza del linguaggio negli animali sembra un problema di definizione.

Gli animali certamente comunicano, e per alcuni scienziati i loro sistemi di comunicazione sono sufficientemente sofisticati da essere considerati una forma rudimentale di linguaggio.

Per altri, le differenze tra linguaggio umano e animale sono troppo grandi per poter affermare che gli animali utilizzino un linguaggio.

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