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Il corpo che parla re-integrare la mente con il corpo

Prendi un grande foglio bianco,

prepara tante matite colorate.

Osserva per qualche secondo il foglio e i colori.

Prendi due profondi respiri e quando ti senti pronto disegna il modo in cui il tuo corpo si sente.

Non preoccuparti di cercare di darne un’immagine realistica.

Non è questo l’obiettivo.

Una volta che hai terminato, osserva ciò che hai disegnato.

Puoi osservare delle forme che normalmente non noti?

Che cosa rappresenta per te il disegno?

Adesso immagina che il tuo corpo disegnato sia una compagnia e che tu sia un ispettore mandato a intervistare gli operai su come ciascuno si senta in rapporto al suo lavoro.

Partendo dai piedi, scrivi di fianco a ciascuna parte del corpo la sua esperienza emotiva.

“Questi sono i miei piedi e loro…”

“Questo è il mio ventre e lui…”

“Questa è la mia testa e lei…”

Quando tutto il corpo ha avuto la possibilità di parlare, rileggi tutto ciò che hai scritto.

Avrai così modo di vedere come il tuo corpo esprime l’esperienza della sua vita.

Questo esercizio aiuta a mantenere in contatto la nostra mente con il nostro corpo: dando voce alle varie parti del corpo consente alla mente di dialogare con queste e di conoscerne l’esperienza.

L’immagine del corpo coincide con quella del nostro essere psicologico: corpo ed emozioni viaggiano insieme, quest’ultime giungono alla coscienza attraverso sensazioni corporee.

La vita psicologica è legata alle sue espressioni nel corpo e alle sensazioni fisiche.

La non integrazione tra mente e corpo è una delle problematiche più comuni dei nostri tempi: difficilmente ci identifichiamo con il corpo, sentendoci poco connessi e integrati.

Questo è il paradosso dei nostri giorni: perennemente connessi con la tecnologia, scarsamente connessi con il nostro corpo.

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Psicosomatica della non integrazione

Quante volte tendiamo a evitare relazioni intime e sentimentali? Quante volte ci ritiriamo nell’autodifesa?

Quante volte adottiamo comportamenti opposti, una volta siamo arroganti e un’altra avviliti?

Quante volte ci comportiamo come se avessimo poca connessione con i sentimenti?

Quante volte assumiamo comportamenti di forte rigidità ma, nel contempo, rimaniamo emotivamente molto fragili?

Tutti questi comportamenti sono legati a una scarsa integrazione tra mente e corpo.

Tale mancanza di integrazione può portare a disturbi psicosomatici di vario tipo. Le affezioni che si riscontrano più frequentemente sono: l’insonnia, la dismenorrea, la colite e la cistite.

Nelle persone con una scarsa integrazione tra mente e corpo si possono riscontrare panico o terrori notturni, paure improvvise che portano al risveglio, difficoltà ad abbandonarsi e rilassarsi.

Tra apparato genitale e stress esiste un rapporto stretto: lo stress agisce negativamente sul funzionamento ormonale, creando una somatizzazione di tensioni nei tessuti pelvici.

I disturbi viscerali che coinvolgono l’addome e la pelvi sono spesso legati a un’alterazione della motilità della muscolatura degli organi interni che crea una somatizzazione in questi organi, causando spasmi e ristagni, predisponendo a infiammazioni e infezioni.

La sfida, nel nostro tempo, è integrare una mente e un corpo sempre più antitetici.

Come scrive Galimberti:

Se non ci fidiamo più dei sensi, se svalutiamo l’importanza delle loro informazioni è perché abbiamo rimosso la nostra esperienza corporea. Il disagio nasce proprio dalla pretesa di abitare un mondo, che è corporeo e terreno, con il solo pensiero dimenticandoci del corpo.

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Il cioccolato tra i piaceri della mente e i piaceri del corpo

La leggenda narra che Quetzalcoatl, il dio serpente dell’antica Mesoamerica, rubò agli déi un albero di cacao, il più bello di tutto il paradiso azteca, per regarlarlo agli uomini che impararono, con l’aiuto della divinità della pioggia Tlaloc e della dea della fertilità Xochiquetzal, a coltivare, a raccoglierne i frutti e a macinarne i semi per realizzare una bevanda aromatica: il cioccolato.

Il cioccolato era una vera e propria golosità che ringiovaniva, allungava la vita e migliorava la salute, non per altro veniva considerato il nutrimento degli déi.

Dal punto di vista storico il cioccolato nasce in Amazzonia e giunge in Messico 3000 anni fa. Origina da una pianta sempreverde, alta fino a 20 metri, che produce i frutti da cui derivano i semi del cacao.

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… tra i piaceri della mente e del corpo

Oggi sappiamo che il piacere del cioccolato può generare benessere, sia psichico che fisico.

Alcune ricerche sostengono che mangiare cioccolato sia più eccitante che baciare il proprio partner e che mentre per gli uomini il cioccolato predispone alla sessualità, la maggior parte delle donne lo preferisce al sesso.

Il legame tra cioccolato e sessualità è storico: si narra che Montezuma, un imperatore azteco che possedeva un harem con 600 concubine, ne bevesse 5 tazze al giorno, che Madame Du Barry, la favorita di Luigi XV, lo offrisse ai suoi numerosi amanti, che Casanova lo consigliasse prima e dopo le fatiche dell’amore.

Ma quali sono gli effetti psicofisici del cioccolato?

Il cioccolato tra i piaceri della mente e i piaceri del corpo

La scienza ha dimostrato che:

  • offre sensazioni di tranquillità e felicità grazie al triptofano, un amminoacido fondamentale per il nostro organismo, che esercita il suo potere sulla serotonina, sulla feniletilammina e sull’anandamina, allontanando lo stress;
  • offre sensazioni di rinvigorimento, aiutandoci a recuperare stanchezza ed energia, grazie ai polifenoli, un gruppo di sostanze naturali;
  • incrementa l’attenzione e lo stato di allerta, con conseguente potenziamento dell’efficienza mentale, grazie alla presenza di magnesio che attiva il metabolismo cerebrale donandoci una maggiore lucidità di pensiero;
  • consente di attenuare l’ansia, grazie alla produzione di endorfine, gli ormoni del benessere;
  • migliora le funzioni cardio-vascolari, riducendo la pressione arteriosa, grazie ai flavonoidi (composti chimici naturali) e alle loro proprietà anti-ossidanti: così la probabilità di infarto diminuisce del 37% e il pericolo di ictus del 29%;
  • calma la motilità gastrica, grazie ai lipidi, composti organici presenti in natura, e di conseguenza può ridurre l’appetito e l’eccessiva introduzione di calorie;
  • ha un effetto antibatterico, grazie ai tannini, sostanze chimiche presenti negli estratti vegetali;
  • aiuta a combattere il diabete, aumentando l’insulino-resistenza.

Non è tutto cacao ciò che luccica

Attualmente la maggior parte del cioccolato in commercio contiene troppi zuccheri e troppo poco cacao che è quello che produce gli effetti positivi prima descritti.

È per questo che, anche in vista delle prossime festività pasquali e l’esponenziale aumento di consumo delle uova di cioccolato, si consiglia di preferire il cioccolato che contenga almeno il 65% di cacao.

E per chi sostiene che il cioccolato faccia male?

Ippocrate sosteneva che è la quantità che fa il veleno.

Quindi, godiamo pure dei piaceri psicofisici del cioccolato ma con moderazione!

In fondo, l’effetto benefico del cioccolato si ottiene con 7,5 grammi al giorno.

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Cos’è la mente e come conosciamo il mondo?

Ci interroghiamo ormai da millenni sulla natura della mente e delle sue sorprendenti funzioni.

Il tema è stato oggetto di studio da parte di filosofi, pensatori e scienziati di tutti i tempi, ma è solo con la nascita della psicologia scientifica che il concetto di mente viene differenziato da quello di anima e coscienza.

Agli inizi del Novecento il paradigma dominante della ricerca psicologica era quello comportamentista, secondo il quale la psicologia può assumere come oggetto di studio esclusivamente i comportamenti manifesti degli individui.

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La visione comportamentista

Gli psicologi comportamentisti ritenevano che la mente non potesse essere studiata in maniera scientifica poiché non direttamente osservabile dallo studioso, e che pertanto solo attraverso lo studio dei comportamenti si potessero ottenere informazioni sul suo funzionamento.

I primi studi sul comportamento animale avevano mostrato che tramite punizioni e ricompense – e la loro associazione con stimoli neutri – era possibile condizionare la condotta animale.

Il cane, che aveva imparato ad associare il suono del campanello alla comparsa del cibo, iniziava a salivare non appena udiva il tintinnio, ancor prima di vedere il cibo.

Il comportamento era definito, quindi, come risposta standard (uguale per tutti gli individui) agli stimoli provenienti dall’ambiente.

La mente per i comportamentisti aveva un ruolo passivo e di poca importanza.

I comportamenti di risposta agli stimoli ambientali erano determinati da leggi naturali universali che non lasciavano spazio alla possibilità di agire in maniera diversa.

La mente veniva concepita come una sorta di scatola vuota in cui potevano essere inseriti determinati input per riceverne determinati output.

L’apprendimento si verificava quando nuove connessioni tra input e output venivano stabilite: il bambino che associava il gelato ad un gusto gradevole imparava che il gelato è buono.

La mente secondo la Psicologia della Gestalt

Cos’è la mente e come conosciamo il mondo?

Il paradigma comportamentista venne messo in discussione dalla Psicologia della Gestalt – una corrente psicologica sviluppatasi in Germania tra gli anni ’10 e ’30 – secondo la quale il modo in cui percepiamo la realtà è determinato da schemi mentali intrinseci.

In quest’ottica la mente non è intesa come una scatola vuota, ma come una scatola piena di schemi innati che servono a percepire la realtà in maniera razionale.

È proprio questa capacità della mente che ci fa percepire questi segni 🙂 come un viso sorridente e non come entità separate (due punti, parentesi e cerchio).

L’apprendimento secondo la Psicologia della Gestalt si verifica grazie alla capacità della mente di assemblare i pezzettini di realtà in un unico puzzle, che dà loro senso e coerenza. Gli schemi, inoltre, erano ritenuti comuni a tutti gli individui e immutevoli nel tempo.

Bruner e il Costruttivismo Socioculturale

Alla fine degli anni ’50 importanti ricerche psicologiche sul tema della mente hanno proposto una interpretazione nuova. Secondo l’approccio psicologico del New Look on Perception gli schemi mentali non sono innati e stabili, bensì mutevoli, influenzati dalle esperienze passate del soggetto, dai sui bisogni, dagli interessi e dalla cultura in cui vive.

Percepiamo in maniera selettiva solo alcuni aspetti della realtà, e altrettanto selettivamente ne ricordiamo alcuni e dimentichiamo altri, categorizziamo gli elementi della realtà secondo schemi che riflettono le nostre esperienze e la cultura in cui viviamo. In breve, costruiamo la nostra realtà.

Un esempio chiarirà il concetto. Immaginiamo di vedere una donna a cena con un uomo che non è suo marito: la situazione è socialmente accettabile? Si tratta di un amante o di un amico? La nostra interpretazione sarà basata sullo schema che si attiva per primo.

Lo schema a sua volta sarà indotto dalle nostre esperienze pregresse e dalla nostra cultura: se siamo nati e cresciuti in un paese in cui le donne non possono andare a cena con un amico, molto probabilmente riterremo il fatto socialmente inaccettabile.

Se abbiamo vissuto una o più esperienze di tradimento potremmo essere più propensi a interpretarlo in chiave maliziosa.

Conoscere diventa quindi un processo costruttivo e dinamico: gli schemi ci guidano nell’interpretazione della realtà e la realtà ci permette di creare e modificare schemi.

Le interazioni con gli altri – e in generale la cultura in cui viviamo – influenzano in maniera determinante la nostra idea del mondo.

La prospettiva appena descritta prende il nome di Costruttivismo Socio-culturale e lo psicologo americano Jerome Bruner, fra i più influenti pensatori del XX secolo, ne è stato il massimo esponente.

Grazie a lui oggi conosciamo un po’ di più sul funzionamento della mente, sull’influenza della cultura e del linguaggio, nonché sull’apprendimento.

Bruner si è spento cinque giorni fa, lo scorso 5 giugno.

Abbiamo voluto sinteticamente ripercorrere il filone di studi sulla mente per ricordare una piccola parte dei suoi contributi scientifici, ringraziarlo e salutarlo con affetto.

Serena Firera per Psicologia24

Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il collegamento tra malattie fisiche e vita emotiva è conosciuto da sempre, basti pensare che le prime formulazioni sul rapporto mente-corpo sono state poste a cominciare da Platone.

La psicosomatica si afferma nel mondo occidentale con l’imporsi della medicina scientifica, nella seconda metà dell’Ottocento, con i primissimi studi sul rapporto tra eventi di vita e insorgenza di patologie.

In diversi studi è stata riscontrata una connessione tra infarto e rottura di relazioni. L’associazione, in alcuni casi, si è evidenziata anche in rapporto all’anniversario della rottura.

Una signora di 40 anni, senza precedenti cardiaci, si sveglia una mattina alle 7 con un forte dolore al petto. Viene ricoverata in ospedale con una diagnosi di infarto miocardico.

Durante una consulenza la signora racconta che, esattamente un anno prima, l’ex marito alle 7 del mattino prepara le valigie e la lascia per un’altra donna. Da quel giorno, la signora era stata affetta da ansia e depressione e si svegliava spesso alle 7, rivivendo la scena dell’abbandono.

Il suo attacco cardiaco si era manifestato nel primo anniversario dalla rottura del matrimonio.

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Il cuore come motore della vita

Il cuore è il centro che sostiene la vita poiché ha la funzione, attraverso la parte muscolare, la parte arteriosa e la parte intracardiaca, di pompare il sangue nell’albero circolatorio che a sua volta lo distribuisce a tutte le porzioni corporee attraverso la vascolarizzazione dei tessuti organici.

Batte ottantamila volte al giorno, più di 35 milioni di volte all’anno; attraversando tutti gli organi il sangue compie un viaggio di oltre 96.000 chilometri.

In tutte le culture, il cuore rappresenta il centro dell’affettività e nel comune linguaggio metaforico lo utilizziamo frequentemente: Grazie di cuore; Ho il cuore pieno di gioia; Ti amo con tutto il cuore; Ho avvertito una stretta al cuore; Mi hai spezzato il cuore.

Tutte espressioni che rivelano il simbolismo emotivo racchiuso in quest’organo e nella motilità cardiaca: ad esso vengono associati sia concetti positivi, legati all’amore, all’amicizia, alla bontà, sia concetti negativi, legati al dolore, alla separazione, alla tristezza.

La sindrome del cuore infranto

Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il legame tra separazioni e cuore coinvolge strettamente gli ormoni e lo stress: abbandoni e separazioni provocano emozioni intense come dolore, preoccupazione, angoscia, tristezza, sensi di colpa, vergogna.

La difesa che si sviluppa in risposta a tali emozioni, come l’immobilità o la disperazione, ha un effetto immediato sul sistema nervoso autonomo e di conseguenza su quello ormonale e immunitario.

La sindrome dal cuore infranto è una patologia che si manifesta con una disfunzione del ventricolo sinistro come conseguenza a un evento di vita emotivamente stressante e doloroso.

Mi hai spezzato il cuore non diventa più metafora di un dolore ma la reale conseguenza di una forte sofferenza psichica legata alla separazione.

Il dolore vissuto porta a conseguenze fisiche che condizionano negativamente le funzioni vegetative ed endocrine tanto da provocare vere e proprie lesioni organiche.

Il cuore spezzato diventa espressione del conflitto conseguente alla perdita subita e il corpo diviene il mezzo attraverso cui scaricare il dolore.

C’è una crepa in ogni cosa

Inversamente, anche la guarigione risulta essere collegata a una dimensione relazionale: alcuni casi di regressione spontanea da malattie sono apparsi associati a miglioramenti nelle relazioni interpersonali.

In altri termini, il cuore batte, si può rompere e può guarire.

In fondo, come scrive Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa.

Ed è da lì che entra la luce.

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Le modificazioni cerebrali indotte dalla psicoterapia

Molti psicologi e neuroscienziati hanno sempre considerato certo che la psicoterapia produce i suoi effetti modificando il funzionamento cerebrale, però la natura esatta delle modificazioni del cervello indotte dalla psicoterapia è sempre stata, fino a poco tempo fa, sconosciuta e incerta.

Recentemente, grazie anche alle nuove tecnologie e ai nuovi strumenti che consentono di “guardare” il lavoro del cervello, stanno cominciando ad essere più chiari i substrati cerebrali e neurobiologici su cui si fondano i cambiamenti indotti dalla psicoterapia.

Almeno 5 diverse aree cerebrali sembrano essere coinvolte nei cambiamenti prodotti dalla psicoterapia: i circuiti dei neuroni specchio, alcuni circuiti del tronco encefalico e dell’insula, i circuiti dell’amigdala, alcuni circuiti della corteccia orbitofrontale, e alcuni circuiti della corteccia prefrontale dorsolaterale.

Alcuni recentissimi studi sembrerebbero anche mettere in evidenza il ruolo svolto dall’ippocampo e dal nucleo accumbens in correlazione con specifiche modifiche indotte dalla psicoterapia.

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Aree cerebrali e disturbi specifici

Si ipotizza anche (ma sono in corso ulteriori studi per averne conferma) che il trattamento psicoterapeutico della depressione sia correlato con modifiche dell’attività metabolica della corteccia prefrontale, dell’ippocampo e del giro del cingolo; che il trattamento psicoterapeutico del disturbo ossessivo-compulsivo sia correlato con una riduzione del metabolismo del nucleo caudato (soprattutto nell’emisfero destro); e che il trattamento psicoterapeutico delle fobie specifiche sia correlato con modifiche nel metabolismo dell’amigdala, dell’ippocampo e del grigio periacqueduttale.

 

EVENTI