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Come prevedere un sano invecchiamento del cervello

Nelle persone giovani il cervello riesce a gestire efficacemente i processi mentali necessari a portare a termine un determinato compito, spegnendo temporaneamente tutti gli altri processi che non sono rilevanti per la sua buona riuscita; lo afferma uno studio del Center for Vital Longevity (CVL) della Texas University.

Tale abilità di controllo e moderazione delle attività psichiche appare però compromessa negli anziani: dalla stessa ricerca emerge che i partecipanti con un’età più avanzata avessero una minore neuroflessibilità.

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Neuroflessibilità e invecchiamento cerebrale

Lo studio ha esaminato un campione di 161 adulti in buona salute, di età compresa tra i 20 e i 94 anni; i partecipanti sono stati sottoposti a una batteria di test neuropsicologici, ed è stata misurata la loro attività cerebrale mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre erano impegnati in semplici compiti in cui dovevano valutare le distanze di alcuni oggetti.

Le scansioni hanno mostrato che nei giovani adulti si attivavano differenti aree cerebrali: al crescere della difficoltà dei compiti, crescevano i livelli di ossigenazione del sangue misurate dalla fMRI.

Nello specifico era accentuato il livello di attività delle regioni fronto-parietali, mentre si evidenziava una riduzione dell’attivazione delle aree associate al sognare ad occhi aperti.

Secondo la Dott.ssa Kristen Kennedy, ricercatrice della School of Behavioral and Brain Sciences, l’abilità di modulare l’attività cerebrale per raggiungere un obiettivo, potenziando le aree necessarie al compito da svolgere e inibendo quelle non coinvolte, può essere un buon indicatore del processo di invecchiamento.

Secondo quanto emerso nello studio, una maggiore neuroflessibilità nelle persone di mezza età potrebbe essere predittiva di un declino cognitivo tardivo rispetto ai soggetti con minore capacità di modulazione dell’attività cerebrale: procedendo in questa direzione con le successive ricerche si potrebbe giungere a definire un efficace strumento per misurare l’invecchiamento cerebrale.

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Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Secondo il Digital in 2017 Global Overview redatto da We Are Social, il 37% della popolazione mondiale utilizza i social media: una platea di quasi 2,8 miliardi di persone. In Italia in media passiamo due ore al giorno sui vari social network.

La maggior parte delle connessioni in rete avviene dai nostri smartphone: con l’accesso ad internet sempre disponibile riusciamo ad essere sempre connessi con gli altri e a condividere emozioni e vissuti con i nostri contatti a distanza.

Il rovescio della medaglia è che più siamo connessi in rete, più tendiamo a disconnetterci da ciò che ci circonda.

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La depressione giovanile: colpa dei social media?

È opinione diffusa che internet e i social media siano dannosi: molti esperti ed opinionisti hanno spesso attribuito un effetto negativo al sempre crescente utilizzo del nostro tempo sui social.

In particolare ad internet viene attribuita l’escalation delle difficoltà psicologiche dei giovani, perché sono coloro che maggiormente fanno uso della tecnologia.

Ma un gruppo di ricercatori della Florence Nightingale Faculty of Nursing and Midwifery del King’s College London ha passato in rassegna undici studi che hanno esaminato il rapporto tra gli adolescenti, la rete e i disturbi psichici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Adolescent Research Review edita da Springer, ha trovato soltanto una correlazione debole, ma statisticamente significativa, tra le interazioni sociali e l’umore depresso.

I risultati dello studio

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Alcune delle ricerche analizzate dagli studiosi del King’s College hanno mostrato una debolezza metodologica: le statistiche sull’utilizzo della rete non sono state misurate ma sono state determinate dalle interviste ai partecipanti.

In altri studi i sintomi psichici non sono stati valutati in maniera rigorosa.

In ogni caso, su un campione complessivo di circa 12.000 soggetti, a nessuno è stata fatta diagnosi di depressione.

In nessuna ricerca è stato poi chiarito se la tendenza alla depressione fosse una causa o un effetto dell’utilizzo dei social media: non è stato dimostrato se uno dei due fenomeni esaminati sia l’effetto dell’altro.

L’unica evidenza emersa è che i giovani con un mood tendente alla depressione cercano un supporto sociale nell’internet.

I social offrono una continua opportunità di interazione sociale, ma l’essere sempre connessi e lo scambio di like non alimentano il pensiero, la creatività e l’empatia.

Il male del progresso tecnologico

La tecnologia non è un male per lo sviluppo delle relazioni umane, soprattutto negli adolescenti.

Esistono sicuramente risvolti patologici nell’utilizzo smodato delle nuove tecnologie, come l’Internet Addiction Disorder, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un delicato periododi cambiamento psicofisico, emotivo e relazionale: per appunto l’adolescenza.

Anche nel diciannovesimo secolo si parlò di una forma di nevrosi nota come railway sickness, attribuita al neonato trasporto ferroviario: attribuire alle nuove tecnologie le problematiche sociali e relazionali dei giovani, che sono di solito i più coinvolti nei processi di innovazione, è una ormai vecchia abitudine.

Per stabilire se esiste una reale connessione tra l’utilizzo dei social media e qualche forma di patologia psichica sarà necessario effettuare nuovi studi che valutino in maniera rigorosa ed accurata nel tempo gli effetti delle nuove tecnologie sulla nostra vita.

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Madre-bambino: la base di tutti i legami

Nasciamo programmati per entrare in relazione con gli altri e formare legami.

Già nella vita intrauterina il feto è in grado di connettersi con ciò che lo circonda, addirittura di condividere le emozioni con la madre.

Studi di psicologia prenatale hanno infatti scoperto che il nascituro interagisce, risponde agli stimoli, si turba in alcune situazioni, stabilendo un misterioso e profondo legame con la propria mamma ben prima del parto.

La predisposizione a sviluppare un legame fin dalla nascita con chi si prende cura di noi è una necessità predisposta geneticamente.

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La necessità dell’attaccamento

Si ha bisogno da subito di essere accolti, rassicurati, amati, riconosciuti.

Di essere addomesticati, secondo le parole tra il Piccolo Principe e la volpe di Antoine de Saint-Exupéry: se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

In effetti il meraviglioso e delicato processo di attaccamento tra genitore e neonato è la misura di quanto diventano speciali l’uno per l’altro.

Subito dopo la nascita c’è un periodo sensibile durante il quale circolano insolitamente livelli molto alti di endorfine nella coppia madre/neonato, significativi per l’attaccamento.

Questo primo legame forte e specifico che fa attaccare madre – o un’altra figura di accudimento – e bambino e prosegue negli anni della crescita è la dimensione nella quale impariamo molto su chi siamo, come si sta con gli altri, come si conducono i rapporti.

È lì che avviene l’imprinting sociale, che capiamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, sono accettati, compresi, ricambiati. È in questo ambito emotivo che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sintonizzarci con l’altro, a ritmare le relazioni in una reciprocità emotiva.

Un attaccamento inefficace, insufficiente impone costi enormi in termini emotivi. Segna per sempre.

La trascuratezza, il rifiuto, il distacco, l’insensibilità materna, e quindi l’impossibilità di attaccarsi in modo sicuro, di scoprire e stare in intimità, rende poveri in empatia, insensibili al dolore altrui, aggressivi, instabili, inesperti di legami anche in età adulta.

Grezzi, incapaci di muoversi nei rapporti. Furtivi e paurosi. Risulta esserci una correlazione anche con bassa autostima, sensi di inadeguatezza, aggressività, e forte dipendenza.

Apprendere la relazione

Un rapporto emotivamente positivo stabile e reciprocamente gratificante tra bambino e adulti di riferimento invece è il punto di partenza per ricreare legami affettivi forti con altre persone speciali nella vita, provare piacere e gioia nell’interagire con loro, essere confortati dalla loro vicinanza.

Senza aggrapparsi in modo ossessivo, né rifuggire in modo ansioso.

L’importanza di un efficace attaccamento per lo sviluppo del cucciolo è del resto conosciuto anche negli animali. La separazione precoce dalla madre, ad esempio, rende alcune razze di cane pericolosamente aggressive.

Sono famosi in questo ambito gli studi della teoria dell’attaccamento degli studiosi Bowlby, Spitz, Harrow sull’importanza del legame con la madre per sviluppare la propria sicurezza, sul ritardo dell’accrescimento del bambino a seguito della mancanza o inefficacia della figura materna (sindrome da deprivazione materna), sulle scimmiette che prediligono una mamma surrogata calda e accogliente rispetto a quella fredda ma dispensatrice di cibo.

Anche le moderne neuroscienze ci mostrano le radici fisiologiche della nostra necessità di vicinanza, contatto, scambio con gli altri.

Nel nostro cervello le relazioni attivano i circuiti cerebrali della ricompensa. Ci fanno sentire bene, in altre parole.

Si è scoperto che le aree corticali rispondono in modo decisamente unico alla vista di altre persone o alle immagini di esseri umani.

Le emozioni negli altri sono registrate dal nostro cervello con forte intensità, i neuroni specchio ci permettono di empatizzare ed entrare in relazione quando osserviamo gli altri.

Relazioni e benessere

Le relazioni sociali sembrano implicate in complessi meccanismi biologici come la replica delle cellule e il funzionamento immunitario.

La scienza oggi ci porta numerose evidenze per farci capire come il benessere sia profondamente legato alla connessione e all’intimità sociale.

Gli studi provano che la qualità dei legami sociali è correlata alla salute fisica, ad una migliore immunità alle malattie infettive, a più bassi livelli di depressione. Anche ad un positivo senso di sé, di autostima.

La promozione della salute in questo senso passa necessariamente per il rafforzamento di legami sociali positivi.

È ampiamente dimostrato che cresciamo, definiamo chi siamo, costruiamo la nostra identità, l’autostima, la fiducia in noi stessi attraverso le relazioni, gli attaccamenti autentici con gli altri, con i nostri animali, anche.

Ogni legame, debole o forte, ha in sé un potenziale per aiutarci, così come farci del male. Perché legarsi vuol dire stringere una relazione profonda, connettersi, essere vicini. Entrare in intimità e quindi mettere in gioco le parti più intense e nascoste, esporsi alla vulnerabilità. Ma non si può prescindere dai rapporti profondi per conoscere se stessi ed esprimersi.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Apprendimento: fondamentale stimolarlo nei primi anni di vita

Gli studi recentemente condotti da un team di ricercatori del New York University’s Center for Neural Science, e pubblicati sulla rivista scientifica Nature Neuroscience, confermano l’importanza delle primissime esperienze di apprendimento nel forgiare la fisiologia del cervello, influenzando, in questo modo, le funzioni cognitive e il comportamento in età adulta.

I risultati di questi studi hanno evidenziato l’esistenza di un periodo critico, approssimativamente dai 2 ai 4 anni, durante il quale il sistema nervoso è particolarmente sensibile agli stimoli ambientali.

Sebbene durante questa fase il bambino non sia in grado di formare memorie e apprendimenti a lungo termine, dimenticando in breve tempo ciò che gli accade, le esperienze e gli insegnamenti a cui viene sottoposto modificano la biochimica del cervello, in particolar modo dell’ippocampo, un’area associata alla memoria, inducendo una forma latente di apprendimento di natura associativa.

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Tracce mnestiche latenti

Le modificazioni biochimiche, stimolate dai primi apprendimenti, sono i precursori dello sviluppo di funzioni cognitive più complesse, quali la memoria dichiarativa a lungo termine e l’apprendimento, che si stabilizzano in fasi successive della vita; ma non solo, gli scienziati hanno dimostrato che in alcuni casi le memorie latenti dei primi anni di vita, “conservate” nell’ippocampo, possono essere riattivate in età adulta attraverso l’esposizione agli stessi stimoli che le hanno generate.

Ad esempio, se un bambino di 3 anni ha associato la vista di un cane alla sensazione di paura, anche se non ricorda l’evento specifico in cui si è trovato ad avere paura del cane, in età adulta la vista di un qualsiasi cane potrebbe richiamare la stessa emozione.

I risultati della ricerca dimostrano quindi l’importanza che le prime esperienze di vita hanno su più fronti: una sufficiente e adeguata stimolazione dell’apprendimento nella prima infanzia è fondamentale allo sviluppo successivo di abilità cognitive più complesse; inoltre è fondamentale che le prime esperienze siano positive per evitare l’insorgere di patologie o disturbi di vario tipo (ad esempio, situazioni di abuso durante l’infanzia contribuiscono all’insorgere di disturbi depressivi).

Per concludere, i ricercatori osservano che interventi volti a favorire l’apprendimento durante il periodo critico possono aiutare bambini con Disturbi di Apprendimento a potenziare le aree deboli.

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