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Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica, come il linguaggio, è un’attività esclusivamente umana.

È una forma di comunicazione, ha valore simbolico e spesso è definita un mezzo di comunicazione universale per il fatto che è una capacità innata, comprensibile a tutti e che appartiene ad ogni essere umano.

Tuttavia la musica è un’attività legata anche all’apprendimento, si pensi alla pratica dello strumento musicale.

Diversi fattori hanno reso difficile la comprensione della relazione tra musica e linguaggio, soprattutto nei bambini.

In primis per le definizioni eccessivamente restrittive della musica che hanno imposto delle ipotesi fatte sugli adulti e riportate direttamente sui bambini.

In secondo luogo, la musica e il linguaggio sono spesso stati trattati come sistemi in gran parte indipendenti la cui convergenza dipendeva da fattori quali ad esempio la formazione musicale.

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Il Disturbo Specifico del Linguaggio e la musica

Un disturbo del linguaggio che può riflettere un problema di fondo con l’udito musicale è il Disturbo Specifico del Linguaggio – DSL.

Il DSL è un disturbo dell’infanzia comune che risulta in difficoltà di comprensione e/o di utilizzo del linguaggio, nonostante ci sia un’intelligenza normale e un ambiente di apprendimento sufficiente, assenza di deficit uditivi o problemi di tipo psicopatologico.

Dove non trattate, queste difficoltà di linguaggio hanno implicazioni di vasta portata su altri aspetti dello sviluppo del bambino, come il successo scolastico, sociale, comportamentale ed emozionale.

Le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL possono presentarsi in diversi domini del linguaggio a livello della struttura delle frasi (sintassi), nella struttura delle parole (morfologia), nel significato delle parole (semantica) e nell’organizzazione dei suoni per formare le parole (fonologia) nonché nell’utilizzo del linguaggio a livello sociale (pragmatica).

Anche se i bambini con DSL rappresentano una popolazione eterogenea, una caratteristica peculiare è la loro particolare difficoltà nell’area della sintassi e della morfologia.

Molti bambini dislessici hanno difficoltà a parlare a tempo con un metronomo, a percepire un ritmo e a percepire un tempo.

È tuttavia interessante notare che per alcuni dislessici la lettura musicale può risultare più semplice di quella delle parole, mentre per altri accade il contrario.

Come nella dislessia i bambini che sviluppano un Disturbo Specifico del Linguaggio hanno difficoltà nell’elaborazione e nella discriminazione dei contrasti di tempo (Corriveau et al., 2007).

Un bambino con DSL sembra mostrare una ridotta sensibilità alla durata dei suoni, già visibile a 2 mesi di età, (Friedrich et al., 2004; Corriveau et al., 2007) e ha principalmente un deficit di elaborazione sintattica che si estende anche alla sintassi musicale (Jentschke et al. ,2008).

Molti deficit di apprendimento linguistico sembrano essere legati a deficit dell’elaborazione degli stimoli uditivi in ingresso (musicali – sonori).

Questa definizione più ampia del disturbo può aiutare a sviluppare e a sostenere varie tipologie di intervento attraverso la musica, o meglio attraverso la musicoterapia.

In che modo la musica influisce sul linguaggio?

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

Uno degli scopi delle strategie d’intervento su sintassi e morfologia per l’acquisizione del linguaggio è aumentare la salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche.

Questo approccio è influenzato dalle teorie che suggeriscono che le difficoltà di linguaggio dimostrate dai bambini con DSL siano dovute a competenze di elaborazione uditiva molto povere.

L’aumento della salienza delle caratteristiche morfo-sintattiche è stato ipotizzato che possa ridurre la domanda di elaborazione cognitiva, che a sua volta porta il bambino a porre più enfasi sull’apprendimento del linguaggio.

Modificando gli elementi prosodici del linguaggio, come rendere le caratteristiche delle parole più lunghe o più lente, o produrre parole con una dinamica più variabile, può aumentarne la salienza.

L’effettivo ruolo della modificazione della prosodia nell’apprendimento di nuove parole è stato già ampiamente dimostrato con i bambini con DSL.

La modificazione degli elementi prosodici del linguaggio è esagerata nelle canzoni – che in sostanza sono una combinazione di linguaggio, melodia e ritmo.

L’aggiunta della melodia e del ritmo può fornire un aumento naturale della salienza delle caratteristiche specifiche del linguaggio.

Diversi studi con varie popolazioni hanno comparato gli effetti delle canzoni rispetto al parlato durante la presentazione di stimoli consistenti in apprendimento di parole, produzione verbale e di testi scritti.

Questi studi hanno fornito indicazioni positive sull’utilizzo della canzone per la riabilitazione e l’apprendimento del linguaggio. La melodia e il ritmo costituiscono così due componenti principali della musica utilizzati come mezzo di riabilitazione/rieducazione.

Il disturbo specifico del linguaggio è stato descritto da alcuni, come abbiamo visto prima, attraverso un deficit di elaborazione, ovvero i bambini mostrano difficoltà di percezione, di mantenimento, di interpretazione e di integrazione dell’input uditivo (Leonard & Weber-Fox, 2012).

Quindi è possibile che l’aggiunta dell’indizio musicale fornito attraverso il ritmo e la melodia possa ridurre la richiesta cognitiva per l’elaborazione dei segnali uditivi, così che i bambini possano focalizzarsi sull’apprendimento del linguaggio.

I modelli ritmici del linguaggio che sono esagerati nella canzone faciliterebbero e intensificherebbero la percezione e l’apprendimento del linguaggio.

Uno studio di Schon (2016) e colleghi ha dimostrato che durante l’apprendimento di una nuova lingua, gli indizi melodici e ritmici assistono i partecipanti nel riconoscere i contorni delle parole e quindi essi apprendono nuove parole con più facilità rispetto ai partecipanti a cui vengono presentate solo sequenze di parlato.

Questo fatto continua a fornire una prova evidente di come ci siano elementi della canzone che possano essere efficaci nell’intervento sul linguaggio per i bambini con DSL, che presentano problemi di elaborazione.

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Il ritmo

Risultati da studi di elettroencefalografia – EEG suggeriscono che il ritmo, in particolare il metro musicale nella canzone che si allinea con gli accenti linguistici, migliora la comprensione dei testi attraverso la sincronizzazione dell’attività neurale con le sillabe forti (Gordon, 2011).

Questo fatto fornisce una prima evidenza neurologica per l’abilità del ritmo nel facilitare l’apprendimento e il richiamo dei testi delle canzoni.

È anche in linea con le ipotesi che suggeriscono che il ritmo inerente alla canzone fornisca una struttura metrico-temporale che permette di raggruppare a livello percettivo e di suddividere le informazioni in unità più maneggevoli a livello cognitivo, tanto da facilitarne il richiamo in memoria.

Le canzoni

Per cui sembra chiaro che l’apprendimento linguistico sia molto facilitato dall’utilizzo delle canzoncine influendo sia a livello ritmico che melodico.

La presenza di contorni ritmici può migliorare la discriminazione fonologica, dal momento che il cambiamento delle sillabe è spesso accompagnato da un cambiamento di intonazione, e accentuazione.

Inoltre la strutturazione costante degli aspetti musicali e linguistici ottimizza il funzionamento dei meccanismi di apprendimento: è più semplice imparare il testo di una canzone cantandola che solo parlando.

Se dovessimo prendere in considerazione che la musica è simile alla prosodia, questi risultati sarebbero in linea con gli studi che dimostrano come la prosodia sia fondamentale per la segmentazione del linguaggio.

Al di là degli studi scientifici che supportano il ruolo della canzone nel facilitare il linguaggio, la canzone è uno stimolo piacevole per i bambini, che fornisce loro un contesto in cui possono apprendere meglio.

Poiché la canzone è piacevole e motivante, essa permette al bambino di fare pratica attraverso la ripetizione senza il senso di un’esercitazione monotona. Questa ripetizione è cruciale nell’intervento linguistico.

L’utilizzo di ripetizioni e routine familiari durante l’apprendimento del linguaggio è anche influenzato dall’idea di assegnare le risorse, cioè quando le sequenze vengono ripetute è dato per certo che i bambini possano ridurre la quantità di risorse assegnate alla comprensione e si possano focalizzare maggiormente sull’apprendimento.

L’utilizzo della musicoterapia nei disturbi del linguaggio

Musica e disturbi del linguaggio prospettive e tecniche d’intervento

La musica è un mezzo attrattivo, appetibile, accessibile che incoraggia e motiva i bambini a comunicare in maniera più intensa, più efficiente e confidenziale.

Nel momento in cui i bambini cominciano ad esplorare la loro voce, essi scoprono la loro forza nel creare i suoni che emergono da loro stessi e infatti la musica e la voce umana aiutano a liberare l’espressione di sé.

La prosodia, ripetiamo l’elemento musicale dell’espressività vocale, è ritenuta essere il contributo fondamentale e l’aspetto principale dello sviluppo del linguaggio nell’infanzia e durante la vita.

La musicoterapia può effettivamente sviluppare le abilità ritmiche e prosodiche quando sono deficitarie, consentendo in tale direzione una maggiore efficienza della memoria di lavoro per l’elaborazione e la comprensione del linguaggio (Grosz et al., 2010).

La ricerca indica che il musicoterapeuta può implementare le strategie e le tecniche per soddisfare i bisogni comunicativi del bambino.

Grosz (2010) parla di un approccio individualizzato, particolarmente inerente all’improvvisazione che incorpora e riflette l’espressione musicale e vocale di ogni bambino.

Nella pratica musicoterapeutica si parla semplicemente di improvvisazione creativa seppur finalizzata: l’idea è quella di elicitare le risposte dell’altro in modo da portarlo a vocalizzare, a crescere e a rispecchiare diversi modelli ritmici e melodici.

Vengono di seguito riportati esempi pratici di come possono essere utilizzati gli strumenti all’interno di un lavoro di musicoterapia sullo sviluppo del linguaggio

Quando i bambini suonano uno strumento favorito o uno strumento che comunque li motivano a comunicare, i bambini sono coinvolti e contribuiscono da soli al miglioramento delle loro capacità linguistiche, nonché anche dell’attività senso-motoria.

I bambini sono molto interessati e motivati agli strumenti che creano suoni di animali, ad esempio un guiro può rappresentare il verso di una rana.

Questi strumenti forniscono uno stimolo a suonare e a creare i suoni degli animali. Un altro modo è utilizzare degli shakers di diversa forma come se fossero dei frutti, ad esempio una mela, una banana o un’arancia.

Questo utilizzo permette di poter sfruttare canzoni che supportino l’attività del mangiare (quindi le azioni di routine), ma anche la scelta e l’utilizzo di nomi che aiutino la categorizzazione attraverso il gioco.

Ancora gli strumenti a fiato possono risultare molto utili per sviluppare la chiusura delle labbra, il tono muscolare orale e la coordinazione del flusso d’aria.

Inoltre l’esplorazione libera dello strumento facilita anche la vocalizzazione e l’eccessiva salivazione. Il potenziale di poter evocare attraverso l’attività strumentale e vocale questi effetti include la possibilità di dare luogo a un gioco creativo, spontaneo, centrato sul bambino e collaborativo.

La musicoterapia come terapia di supporto al linguaggio

Sembra evidente come la terapia musicale sia funzionale alle qualità musicali e prosodiche, nonché allo sviluppo del linguaggio.

Durante le sessioni di musicoterapia i bambini sembrano accedere al proprio potenziale e sono anche in grado di adattarsi ad un altro ambiente così come alle nuove situazioni come ad esempio l’utilizzo di proposte musicali simboliche d’immaginazione, l’uso di canzoni con temi di fantasia o del gioco con i suoni.

Il miglioramento delle capacità cognitive sembra poi avere un risvolto anche sui modelli d’azione che sembrano più coordinati e integrati tra loro.

L’integrazione del pensiero e quindi dell’azione richiede necessariamente una significativa capacità cognitiva. La musicoterapia può potenziare tali risorse e promuovere questa integrazione tra il pensare e il fare.

Le sequenze ripetitive e l’utilizzo di pause e interruzioni alla fine di ogni frase di canzoni familiari possono motivare il bambino ad anticipare e contribuire a terminarle, mentre le canzoni create di persona, con l’immaginazione e la fantasia, possono evocare un senso di identità musicale e appartenenza personale.

I terapisti del linguaggio e i musicoterapeuti devono sviluppare approcci sistematici insieme, in un contesto multidisciplinare e di lavoro collaborativo.

Condividendo gli obiettivi e lavorando insieme sull’intensità e la velocità del linguaggio, nonché su l’intelligibilità, musicoterapia e logopedia possono creare un processo terapeutico flessibile ed efficace, ma soprattutto ideale per i bambini con disturbi del linguaggio.

Aurora Merciaro per Psicologia24

Fonti:

Awareness of rhythm patterns in speech and music in children with specific language impairments

Musical Rhythm discrimination explains individual differences in grammar skills in children

Songs as an aid for language acquisition

Short and long term rhythmic interventions: perspectives for language rehabilitation

An fMRI study of music sight-reading

Processing prosodic and musical patterns: a neuropsychological investigation

Music, Language and the Brain

Dislexia, Temporal processing and music: the potential of music as an early learning aid for dyslexic children

Musical Rhythm and Language Development

Effects of music therapy in the treatment of children with delayed speech development – results of a pilot study

Come prevedere un sano invecchiamento del cervello

Nelle persone giovani il cervello riesce a gestire efficacemente i processi mentali necessari a portare a termine un determinato compito, spegnendo temporaneamente tutti gli altri processi che non sono rilevanti per la sua buona riuscita; lo afferma uno studio del Center for Vital Longevity (CVL) della Texas University.

Tale abilità di controllo e moderazione delle attività psichiche appare però compromessa negli anziani: dalla stessa ricerca emerge che i partecipanti con un’età più avanzata avessero una minore neuroflessibilità.

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Neuroflessibilità e invecchiamento cerebrale

Lo studio ha esaminato un campione di 161 adulti in buona salute, di età compresa tra i 20 e i 94 anni; i partecipanti sono stati sottoposti a una batteria di test neuropsicologici, ed è stata misurata la loro attività cerebrale mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre erano impegnati in semplici compiti in cui dovevano valutare le distanze di alcuni oggetti.

Le scansioni hanno mostrato che nei giovani adulti si attivavano differenti aree cerebrali: al crescere della difficoltà dei compiti, crescevano i livelli di ossigenazione del sangue misurate dalla fMRI.

Nello specifico era accentuato il livello di attività delle regioni fronto-parietali, mentre si evidenziava una riduzione dell’attivazione delle aree associate al sognare ad occhi aperti.

Secondo la Dott.ssa Kristen Kennedy, ricercatrice della School of Behavioral and Brain Sciences, l’abilità di modulare l’attività cerebrale per raggiungere un obiettivo, potenziando le aree necessarie al compito da svolgere e inibendo quelle non coinvolte, può essere un buon indicatore del processo di invecchiamento.

Secondo quanto emerso nello studio, una maggiore neuroflessibilità nelle persone di mezza età potrebbe essere predittiva di un declino cognitivo tardivo rispetto ai soggetti con minore capacità di modulazione dell’attività cerebrale: procedendo in questa direzione con le successive ricerche si potrebbe giungere a definire un efficace strumento per misurare l’invecchiamento cerebrale.

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Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Secondo il Digital in 2017 Global Overview redatto da We Are Social, il 37% della popolazione mondiale utilizza i social media: una platea di quasi 2,8 miliardi di persone. In Italia in media passiamo due ore al giorno sui vari social network.

La maggior parte delle connessioni in rete avviene dai nostri smartphone: con l’accesso ad internet sempre disponibile riusciamo ad essere sempre connessi con gli altri e a condividere emozioni e vissuti con i nostri contatti a distanza.

Il rovescio della medaglia è che più siamo connessi in rete, più tendiamo a disconnetterci da ciò che ci circonda.

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La depressione giovanile: colpa dei social media?

È opinione diffusa che internet e i social media siano dannosi: molti esperti ed opinionisti hanno spesso attribuito un effetto negativo al sempre crescente utilizzo del nostro tempo sui social.

In particolare ad internet viene attribuita l’escalation delle difficoltà psicologiche dei giovani, perché sono coloro che maggiormente fanno uso della tecnologia.

Ma un gruppo di ricercatori della Florence Nightingale Faculty of Nursing and Midwifery del King’s College London ha passato in rassegna undici studi che hanno esaminato il rapporto tra gli adolescenti, la rete e i disturbi psichici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Adolescent Research Review edita da Springer, ha trovato soltanto una correlazione debole, ma statisticamente significativa, tra le interazioni sociali e l’umore depresso.

I risultati dello studio

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Alcune delle ricerche analizzate dagli studiosi del King’s College hanno mostrato una debolezza metodologica: le statistiche sull’utilizzo della rete non sono state misurate ma sono state determinate dalle interviste ai partecipanti.

In altri studi i sintomi psichici non sono stati valutati in maniera rigorosa.

In ogni caso, su un campione complessivo di circa 12.000 soggetti, a nessuno è stata fatta diagnosi di depressione.

In nessuna ricerca è stato poi chiarito se la tendenza alla depressione fosse una causa o un effetto dell’utilizzo dei social media: non è stato dimostrato se uno dei due fenomeni esaminati sia l’effetto dell’altro.

L’unica evidenza emersa è che i giovani con un mood tendente alla depressione cercano un supporto sociale nell’internet.

I social offrono una continua opportunità di interazione sociale, ma l’essere sempre connessi e lo scambio di like non alimentano il pensiero, la creatività e l’empatia.

Il male del progresso tecnologico

La tecnologia non è un male per lo sviluppo delle relazioni umane, soprattutto negli adolescenti.

Esistono sicuramente risvolti patologici nell’utilizzo smodato delle nuove tecnologie, come l’Internet Addiction Disorder, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un delicato periododi cambiamento psicofisico, emotivo e relazionale: per appunto l’adolescenza.

Anche nel diciannovesimo secolo si parlò di una forma di nevrosi nota come railway sickness, attribuita al neonato trasporto ferroviario: attribuire alle nuove tecnologie le problematiche sociali e relazionali dei giovani, che sono di solito i più coinvolti nei processi di innovazione, è una ormai vecchia abitudine.

Per stabilire se esiste una reale connessione tra l’utilizzo dei social media e qualche forma di patologia psichica sarà necessario effettuare nuovi studi che valutino in maniera rigorosa ed accurata nel tempo gli effetti delle nuove tecnologie sulla nostra vita.

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Un nuovo test per la valutazione dei Disturbi dell'Apprendimento

Il Test PML è una batteria di strumenti per la misurazione oggettiva delle abilità di memoria, di facile e veloce somministrazione, che consente di individuare profili cognitivi correlati alle difficoltà di apprendimento.

Uno dei fattori causali che può essere riscontrato alla base di alcune tipologie di difficoltà di apprendimento e disturbi dell’apprendimento è infatti la memoria a breve termine, conosciuta anche come working memory o memoria di lavoro.

La Batteria PML misura la memoria a breve termine ed è articolata in una serie di prove di base e in prove di approfondimento.

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Utilità del Test PML

Le prove di base contengono una serie di compiti selezionati secondo il tradizionale modello teorico di Baddeley e Hitch e sono in parte ispirate ai più noti compiti utilizzati nella letteratura scientifica nazionale e internazionale per la misurazione della memoria di lavoro.

Le prove di approfondimento della batteria PML esaminano invece in maniera analitica i singoli processi esecutivi (shifting, updating e inibizione) e includono anche compiti che esaminano la velocità di elaborazione delle informazioni e la velocità di accesso alle informazioni a lungo termine.

Secondo le autrici del PML , AntoneIla D’Amico e Claudia Lipari, i campi di applicazione del test sono piuttosto vasti.

Esso può infatti essere utilmente impiegato in ambito scolastico, per conoscere meglio le potenzialità di apprendimenti dei singoli alunni; in ambito diagnostico può consentire di formulare un profilo analitico del funzionamento dei diversi processi di memoria e dei fattori attentivi coinvolti; può essere infine molto utile per l’avvio di un percorso riabilitativo, al fine di individuare i punti di maggiore forza nelle abilità di memoria del bambino e le aree di particolare carenza.

Il test PML è edito dalla casa editrice Firera & Liuzzo Publishing e distribuito in Italia da Edizioni Galton.

Presso l’Istituto Galton sono in corso una serie di ricerche scientifiche che mirano a valutare l’efficacia del test PML negli interventi di assessment e riabilitazione inerenti a difficoltà di apprendimento e disturbi specifici dell’apprendimento.

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

L’idea di come si debba essere maschio o femmina, di ciò che è ritenuto appropriato per ogni sesso, di cosa sia la mascolinità e la femminilità è segnata culturalmente, ribadita in modo ossessivo da quando si nasce.

Sulla base di stereotipi riduttivi e semplificati si formano aspettative, convinzioni, credenze comuni che influenzano gli stili educativi, il modo di interpretare comportamenti, di costruire le relazioni.

Limitando la possibilità di esprimere il genere in modo libero.

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Differenze tra lui e lei

La letteratura scientifica ha dimostrato che ci sono differenze nel modo in cui vengono interpretate, accettate e trattate le emozioni di lui e di lei.

Per esempio è stato verificato che i genitori si impegnano maggiormente a parlare di emozioni con le figlie e tendono a spazientirsi, essere punitivi o deridere i figli se si dimostrano timorosi, esitanti, poco decisi nelle situazioni.

Le femmine hanno in genere più probabilità di acquisire gli strumenti necessari per far fronte alle emozioni negative, ai sentimenti indesiderati e gestire le relazioni.

I maschi tendono a rimanere impreparati sotto questo aspetto, da loro ci si aspetta il silenzio delle emozioni.

I ragazzi sono più orientati ad esprimere la rabbia, le ragazze la tristezza.

Viviamo in una cultura che rafforza assertività, espressività e competitività al maschile.

Comportamenti di cura, dipendenza, protezione al femminile.

Non servono del resto gli studi per rendersi conto delle differenze di stimoli offerti ai bambini sulla base del sesso di appartenenza.

Bambini e bambine sono destinati a giocattoli, atteggiamenti e anche sentimenti diversi. A partire dai supereroi coraggiosi e audaci per lui e le principesse passive e belle per lei.

Le bimbe possono rimanere introverse e timide e stentano a trovare modelli e tenaci che non siano capricciosi. I maschi hanno invece più difficoltà a incontrare esempi miti, riservati e tranquilli.

L’assertività è vietata alle femmine, la debolezza ai maschi. Nella letteratura per i più piccoli in genere i personaggi timidi sono infelici e problematici se maschili, docili e dolci se femminili.

La timidezza è disadattiva per i maschi

Bambini: la timidezza è più svantaggiosa per i maschietti

Un interessante studio di Laura Doey e collaboratori dell’Università di Ottawa in Canada (2013) suggerisce che la timidezza rappresenta un aspetto della personalità molto più svantaggioso in un maschio che in una femmina, esponendolo a rischi maggiori.

Ci sono prove che i ragazzi introversi, inibiti o impacciati, che tendono a ritirarsi nelle situazioni sociali, sono visti più negativamente dai coetanei, dai genitori e dagli insegnanti rispetto alle ragazze che esprimono lo stesso tratto.

Socialmente, dunque, i bambini chiusi, non conformi alle norme culturali maschili di affermazione e competitività, sono penalizzati.

Anche se le ricerche dimostrano che la timidezza è uniformemente distribuita tra i due sessi in età prescolare, per i maschi può comportare più rischi come solitudine, depressione e bassa autostima.

Verso i 9-10 anni, infatti, le indagini rivelano che più del doppio delle bambine si dichiara timida rispetto ai bambini. Differenza che persiste per tutta l’adolescenza.

Questo fa supporre che i maschi, crescendo, imparino a nascondere i loro imbarazzi, più che acquistare intraprendenza. Perché la caratteristica timidezza, ereditabile biologicamente e perfettamente normale, nei maschi è considerata segno di debolezza, qualcosa in meno.

Esitare, provare paura o ansia non si addice allo stereotipo del maschio forte e coraggioso.

Anche numerosi studi di psicologia sociale indicano che l’uomo adulto, quando non è macho, non piace, che dolcezza è associata a debolezza e umiltà a sottomissione nella mentalità comune, tratti fortemente rifiutati in un maschio.

I bambini riservati e chiusi sono tendenzialmente incoraggiati dai genitori ad essere assertivi, a non fare le femminucce mentre la timidezza nelle ragazze è interpretata come tranquillità.

Studi più approfonditi hanno indicato interazioni meno positive tra madri e ragazzi chiusi rispetto a madri e ragazze con la stessa caratteristica.

Anche gli insegnanti di bambini della scuola primaria rispondono con maggiore indifferenza verso le emozioni negative dei maschi rispetto alle femmine.

Tendono a elogiare i ragazzi per comportamenti schietti e intraprendenti e le ragazze se stanno tranquille e zitte. Un bambino riservato inoltre rischia di più il rifiuto dal gruppo dei coetanei rispetto ad una bambina

Anche secondo indici neurochimici i maschi risultano svantaggiati.

E’ stato osservato che in età prescolare i timidi, rispetto alle timide, hanno livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – più elevati durante tutto il giorno.

E questa differenza rimane nel tempo, fino all’adolescenza. Sembra inoltre che la timidezza costituisca fattore di rischio di risposte disadattive allo stress, come abuso di sostanze, nei maschi, e elemento protettivo invece nelle femmine, riducendo la possibilità di dipendenza e abuso di sostanze.

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La nostra autostima si forma a 5 anni?

L’autostima e l’opinione positiva di sé stessi sono elementi fondamentali per il benessere psicologico.

Chi ha una bassa autostima tende infatti a manifestare più frequentemente depressione, ansia e altri disturbi psicologici.

In passato si riteneva che l’autostima cominciasse a consolidarsi nell’adolescenza o nella prima giovinezza.

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Quando si forma l’autostima?

Una ricerca scientifica condotta da un team di psicologi dell’Università di Washington, pubblicata nel numero di gennaio 2016 della rivista scientifica Journal of Experimental Social Psychology, ha mostrato che, contrariamente a quanto si credeva in passato, già a 5 anni comincia a prendere forma e a consolidarsi la nostra autostima.

A 5 anni alcuni bambini hanno un’alta stima di sé stessi mentre altri hanno una bassa considerazione di sé.

La nostra autostima si forma a 5 anni?

Il Prof. Dario Cvencek, uno degli autori della ricerca, ritiene che il senso di autostima formatosi a 5 anni possa perdurare nel tempo, anche se alcuni eventi successivi della vita potrebbero forse modificarne il livello, in una certa misura.

Ciò comporta che le esperienze del bambino nei primi 5 anni di vita, comprese le esperienze relative ai metodi educativi dei genitori, sono fondamentali per il formarsi di una sana autostima che perdura nel tempo.

I ricercatori vogliono ora condurre altre ricerche per cercare di capire quali esperienze, quali metodi educativi e quali circostanze ambientali possano favorire lo sviluppo di una sana autostima nei bambini.

Al momento ci sono opinioni contrastanti sui fattori che determinano lo sviluppo di una buona autostima, ma le prossime ricerche scientifiche in questo campo potranno fornire utili indicazioni per capire quali sono quelli più importanti.

di -
Il linguaggio della madre influenza le capacità sociali dei bambini

In una ricerca longitudinale condotta dalla Prof.ssa Elizabeth Kirk, presso la University of York, è stato rilevato che il linguaggio che la madre utilizza per interagire con i figli nei primi mesi di vita, e in particolare tra i 10 mesi e i 20 mesi, influenza le capacità sociali dei bambini a 5 anni.

In questa ricerca, recentemente pubblicata nel British Journal of Developmental Psychology, è emerso infatti che i figli di madri che nei primi mesi di vita utilizzano per interagire con il figlio un linguaggio ricco di termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi a 5 anni hanno capacità sociali significativamente superiori a quelle dei figli di madri che invece nei primi mesi di vita utilizzano pochi termini che si riferiscono a stati mentali ed emotivi.

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Le capacità sociali superiori nei bambini si manifestano con una maggiore capacità di interagire con i coetanei, con un minor grado di egocentrismo, e con una maggiore capacità di mettersi nei panni dei coetanei intuendo i loro stati emotivi (felicità, ansia, rabbia, ecc.) in diversi contesti e in diversi momenti.

Le capacità sociali superiori, migliorando la qualità delle relazionali con i coetanei, determinano più alte probabilità che il bambino cresca con un equilibrio emotivo e comportamentale e con minori problematiche psicologiche.

I prossimi studi della Prof.ssa Elizabeth Kirk si orienteranno probabilmente verso la ricerca delle modalità con cui le mamme che lo desiderino possono acquisire le competenze necessarie per utilizzare con i loro figli un linguaggio che possa facilitare lo sviluppo delle capacità sociali.

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