Tags: articoli taggati con "psicologia sociale"

psicologia sociale

P come pressione a dire Sì

Perché alla fine ci ritroviamo ad accettare cose che in realtà non ci interessano senza capire se è davvero quello che vogliamo?

Quante volte ci impegniamo per agevolare altri a scapito nostro?

E quanto spesso mettiamo da parte i desideri perché ci sembra impossibile dire No, anche se con il Sì minacciamo per sempre i nostri piani migliori?

E’ come sabotare se stessi, essere sprovvisti di bussola interna per indirizzare il comportamento.

Cerchiamo costantemente convalida fuori di noi, vogliamo risultare gradevoli per la paura di non piacere. Temiamo rifiuti, allontanamenti, perdite.

Semplicemente per evitare scontri o disagio, a volte troviamo più facile dire Sì.

Ti può interessare anche: La donna oggettivata

Allinearci alle richieste

In particolare come donne siamo abituate a grossi compromessi per allinearci a quello che la società ci richiede.

Di essere moglie, madre, lavoratrice impeccabile ad esempio ma anche piacente, perfetta, possibilmente in linea.

Sempre sorridente e dedita alla famiglia, pronta a sostituire il collega assente, a provvedere e anticipare magari le esigenze di coloro che vivono accanto.

Per poi rimanere a corto di tempo, esausta, risentita con chi non è in grado di capire come mi sento davvero.

Perché faticare per assolvere aspettative diverse riguarda tutti ma ci sono particolari costruzioni sulla femminilità. Impossibile negare che la pressione a dire Sì è più grande per lei rispetto a lui.

Il No femminile infatti assume spesso un che di egoistico. In quanto donna, nel sentire comune, se metto le mie esigenze avanti a quella degli altri, allora sono individualista e prepotente.

Se non mi conformo alle aspettative, non vado per niente bene. Corro e mi faccio in quattro, dico Sì in molti modi però spesso non mi sono riconosciute le cose che faccio.

Qual è il vecchio adagio? Ah sì, le donne sono deboli, emotive, influenzabili. E tanto disponibili, pronte a sacrificarsi. Arrendevoli e accomodanti.

Così ci vogliono vecchi modelli culturali. Non tutte lo viviamo allo stesso modo ma certi atteggiamenti trovano radici nell’infanzia, quando veniamo rinforzate facendo quello che ci viene richiesto piuttosto che incoraggiate ad affermarci.

Così impariamo che per essere amate incondizionatamente dobbiamo soddisfare le richieste altrui.

Poi cresciamo e arrivano le richieste del partner, dei colleghi, del capo, dei figli. Alcune volte, cercando di piacere, diventiamo come zerbini nella speranza di ricevere complimenti.

Dire sì sul lavoro

P come pressione a dire Sì

In ambito lavorativo le ricerche dimostrano ad esempio che le lavoratrici vengono penalizzate se rifiutano del lavoro extra, e si sentono anche più in colpa dei colleghi nel farlo.

Temono problemi, e in effetti i dati dimostrano che il rifiuto femminile ha ripercussioni negative sulle valutazioni professionali e sulla possibilità di carriera.

Ma anche dire sempre  è controproducente: gli atteggiamenti sacrificali le penalizzano, in un mondo lavorativo ancora fortemente connotato al maschile.

Spendere tanta energia per gli altri, in ogni ambito dell’esistenza, fa perdere di vista noi stesse e il controllo della nostra vita.

Per favore, Per favore o in molti casi anche senza Per favore, copriamo le esigenze di altri, spesso del partner. E poi esplodiamo. O implodiamo.

Dire Sì perché non riusciamo a dire Mi dispiace ma proprio non posso, non mi va, non riesco rappresenta una bandiera rossa per noi stesse e per le relazioni.

Imparare a dire NO

Occorre partire da qui, perché un No può invece avere grande risonanza e aprire un varco verso la nostra autenticità.

Tutto questo non vuole dire trascurare i bisogni degli altri ma chiarire i propri, stanare le paure, non temere il disaccordo.

Rimanere sensibili ed empatiche sapendo mettere un filtro tra sé e gli altri, dichiarare la propria autonomia, decidere cosa ci rende soddisfatte.

Chiedersi quali sono i veri motivi che smuovono quegli antipatici sensi di colpa quando neghiamo qualcosa.

E riflettere sulla natura delle relazioni se sono ambiti entro i quali è impossibile mostrare i No.

Esercitiamoci inoltre a dire No.

Possiamo appropriarci di questa parola in modo sereno, imparando ad esempio a dire Potrei fare questa cosa che mi chiedi ma ho bisogno prima di dedicarmi alle mie esigenze. Puoi aspettare oppure vuoi trovare qualcun altro che risolta subito?

E riscoprire il diritto di alcune frasi come Non mi interessa, non capisco, non so, non ho voglia, ho bisogno che tu faccia questo per me. Dire No può smuovere ansia ma anche tanta leggerezza e libertà.

E’ vero che pendono aspettative culturali a nostro svantaggio per la conquista di assertività ma possiamo rinegoziarle.

Scoprendo di poterci prenderci cura delle relazioni, gestire con tatto gli scambi rispettando se stesse.

Negare e concedere sono mezzi per affermarsi, per gestire il proprio potere, per dichiarare indipendenza, per differenziarsi e assumersi responsabilità. Per mettere confini entro i quali nessuno può avanzare.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche gli altri della rubrica L’Alfabeto delle Donne!

I social media ci fanno sentire meno soli?

Negli ultimi anni il numero di persone iscritte ai social media è cresciuto a ritmi vertiginosi.

Oggi in Italia si contano circa 28 milioni di utenti attivi solo su Facebook.

Questo fenomeno ha dato vita a un acceso dibattito sugli effetti che la socializzazione 2.0 produce sul benessere delle persone.

C’è chi sostiene che i social media abbiano allargato la nostra rete di amicizie, e chi, invece, li ritiene responsabili della fine dei rapporti umani veri.

Per questa seconda corrente di pensiero i social media ci hanno reso in definitiva più soli. Ma è davvero così?

Anni di ricerche scientifiche ci hanno insegnato che in molti casi, ma non tutti, il senso di solitudine è provocato dalla mancanza di tre ingredienti: senso di appartenenza, supporto emotivo e sociale, intelligenza emotiva e sociale. Di cosa si tratta? E soprattutto, sono ingredienti che vendono anche online?

Ti può interessare anche: Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Senso di appartenenza

Ci si sente meno soli quando si appartiene a una comunità (di qualsiasi tipo e ampiezza).

Si condividono valori e obiettivi, si percepiscono confini entro i quali ci si sente sicuri, fiduciosi e solidali.

Quando ci si sente presi in considerazione, ascoltati e stimati. Ripagati (non in termini economici) e appagati per aver dato il proprio contributo.

Quando le memorie dei momenti più duri o più belli diventano collanti emotivi. Quando anche l’identità viene forgiata e l’io solitario si trasforma in noi.

Supporto emotivo e sociale

Ci si sente meno soli quando si sa di poter contare sul sostegno di un’altra persona.

Esistono quattro tipi di supporto emotivo e sociale che possiamo dare o ricevere: il supporto emotivo in senso stretto implica sentimenti di cura, affetto, fiducia e rispetto; il supporto strumentale riguarda le situazioni in cui si mettono a disposizione degli altri i propri beni o il proprio tempo, ad esempio quando si presta la macchina a un amico, o lo si aiuta durante un trasloco; il supporto informativo consiste nel dare informazioni utili o consigli; e infine il supporto alla valutazione si da attraverso feedback che permettono all’altra persona di auto-valutarsi (attraverso gli altri conosciamo e valutiamo anche noi stessi).

Intelligenza emotiva e sociale

Ci si sente meno soli se si ha intelligenza emotiva e sociale.

Questa forma di intelligenza può essere pensata come una scaletta con cinque gradini. Più si sale, più si riesce a vedere e capire.

Per raggiungere il livello più alto non si possono saltare gli step, ma vanno percorsi uno ad uno.

  • Autoconsapevolezza: ci si sente meno soli se prima di tutto si è con sé stessi, se si riconoscono le proprie emozioni e gli effetti che provocano, i punti di forza e debolezza, i limiti e le capacità, i desideri e le aspirazioni.
  • Autoregolazione: ci si sente meno soli se si possono stabilire relazioni sane con gli altri, quindi se si ha il controllo delle proprie emozioni, soprattutto quelle negative, se si mantengono standard di onestà e integrità morale, se ci si assume la responsabilità delle proprie azioni.
  • Motivazione: ci si sente meno soli se si fortificano le proprie ossa, se ci si impegna per migliorarsi e raggiungere standard di eccellenza, se si colgono le opportunità e si persiste nei propri obiettivi nonostante le difficoltà.
  • Empatia: ci si sente meno soli se ci si mette nei panni degli altri, si comprendono le loro emozioni, i punti di vista e i vissuti.
  • Social Skills: ci si sente meno soli se si comunica con gli altri nel modo giusto, se si ascolta apertamente e se i disaccordi vengono risolti nel rispetto delle opinioni di tutti, se si lavora insieme verso obiettivi e ideali comuni.

Se le interazioni sui social media riescano o meno a soddisfare questi criteri è qualcosa che ognuno di noi può valutare nella propria e intima consapevolezza di sé.

E se nonostante le ore spese a interagire sui social network ci si sente comunque un po’ soli, forse è il caso di alzare gli occhi dallo schermo e guardarsi intorno.

Blaming the victim:

Attualità e cronaca sono per la psicologia sociale un immenso bacino da cui trarre spunti di riflessione e analisi, e non solo per i fatti in sé, ma anche per l’interessante lettura che si può fare delle reazioni delle persone alle notizie, delle frasi dei personaggi pubblici, delle discussioni sui social network.

Del resto, una vulgata ormai talmente vecchia da rendere impossibile citarne l’autore primo sostiene che lo scienziato sociale sia un po’ come colui, o colei, che va allo stadio e, invece di guardare la partita, passa il tempo a osservare il pubblico.

E, dunque, anche oggi facciamo scorrere il nostro sguardo sulle reazioni suscitate dalla cronaca, soprattutto su quelle che ci lasciano interdetti, o che non riusciamo a comprendere a fondo.

Ti può interessare anche: Perché restiamo testimoni inerti?

Le responsabilità della vittima

Negli ultimi giorni, purtroppo, tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con la tragedia di Orlando, in cui un uomo si è introdotto in un locale aprendo il fuoco e compiendo una strage.

Non era un luogo qualunque, però, bensì un club notturno frequentato da un’alta percentuale di persone appartenenti alla comunità LGBT+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali e altri gruppi di minoranze sessuali e di genere).

Il che, non solo è stato fondamentale per la scelta dell’obiettivo da parte dell’assassino, ma ha anche avuto un effetto enorme sulle reazioni della società.

Dal punto di vista della psicologia sociale ci sarebbe veramente molto da scrivere su quanto è accaduto.

Dalla descrizione che i media hanno dato dell’evento, fino alla peculiarità della condivisione del cordoglio, passando per le dinamiche discriminatorie che hanno influenzato il fatto che proprio la comunità LGBT+ diventasse il bersaglio di un episodio simile.

In questo articolo, però, voglio concentrarmi su un aspetto in particolare: in tanti, nel commentare l’accaduto, hanno aggiunto una riflessione sul fatto che se non si fossero baciati in pubblico; se a baciarsi fossero stati alcuni eterosessuali; se avessero fatto le loro cose a casa la strage non sarebbe accaduta.

Non è, purtroppo, l’unico contesto in cui abbiamo letto di reazioni simili; non molti giorni prima della strage, si è diffusa la notizia dell’ennesima ragazza morta in seguito a violenze fisiche e sessuali.

E, come accade spesso quando una donna subisce un’aggressione simile, un numero considerevole di persone attribuisce alla vittima la responsabilità di quanto accaduto, perché era vestita in modo non consono; frequentava una zona non sicura; o ancora perché seguiva uno stile di vita che la esponeva a troppi rischi.

Così se una cooperante viene rapita durante la sua attività in una zona a rischio, o un ricercatore perde la vita mentre si trova in un qualche Paese straniero, è diffusa la reazione che attribuisce al suo comportamento, e non all’autore del crimine, la responsabilità prima di quanto accaduto.

E, in generale, attribuisce in qualche modo ai comportamenti della vittima una quota di responsabilità.

Blaming the victim

Perché accade? Cosa spinge a questa colpevolizzazione della vittima?

È un fenomeno noto in psicologia sociale come blaming the victim, ed è in realtà una delle tante distorsioni a cui la nostra cognizione provvede per aiutarci a vivere nel nostro mondo sociale e, al tempo stesso, a cercare di crearcene un’immagine quanto più comprensibile.

Una di queste semplificazioni consiste, appunto, nel cercare di percepire il mondo in cui viviamo come caratterizzato, quanto più possibile, da ordine e sicurezza.

Fare i conti, quotidianamente, con i molteplici rischi del vivere nel mondo richiede uno sforzo mentale elevatissimo, e implica, o meglio implicherebbe, un costo enorme in termini di tensione costante, preoccupazioni e stress.

Per questo motivo, alcuni processi ci portano a ridurre questa insicurezza, rendendo il nostro ambiente sociale più familiare e confortevole.

È la ragione per la quale gli esseri umani si trovano molto più a proprio agio se possono coltivare la credenza in un mondo giusto; in un mondo, cioè, nel quale gli eventi positivi sono la norma, e gli accadimenti negativi riguardano solamente coloro che, in qualche modo, se lo meritano o se la sono andati a cercare.

Così quando arriva la notizia di una vittima innocente, la nostra credenza in un mondo giusto è messa a rischio, e, insieme a lei, il nostro benessere.

Gli individui, messi davanti alla consapevolezza della propria vulnerabilità, hanno a disposizione due strade: la prima consiste nel concludere che il mondo sia effettivamente un posto ingiusto, in cui le tragedie e le disgrazie accadono anche a chi non se le merita (questo è il percorso più complesso dal punto di vista cognitivo); la seconda consiste nel negare o depotenziare la sofferenza della vittima, attribuendole la responsabilità della propria condizione (strategia che ripristina il nostro equilibrio cognitivo).

Prendere le distanze

La credenza in un mondo giusto non agisce però solo nei casi di violenza, anche se sono, ovviamente, quelli più eclatanti.

Per esempio, nel momento in cui ci si rende conto che alcune persone hanno condizioni di vita peggiori di altre, biasimare la vittima della disuguaglianza, incolpando la sua scarsa voglia di impegnarsi, o la sua tendenza a dedicarsi ad attività poco produttive, ci consente di rimanere al sicuro, nella nostra sfera di (relativo) benessere, senza doverci chiedere quale potrebbe essere il rischio di incappare nella stessa cattiva sorte.

È qui che questo fenomeno psicologico incontra il pregiudizio e lo stereotipo nei confronti dei gruppi sociali, e ci spiega perché la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nei casi in cui essa faccia parte di un gruppo minoritario.

Ci fa anche capire perché, nel caso delle violenze e delle molestie di genere, le reazioni siano influenzate dal genere e dall’orientamento sessuale, e la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nel caso delle donne e degli omosessuali.

Perché incolpare il loro modo di essere (che consideriamo in qualche maniera differente dal nostro) ci consente di sentirci al riparo dai pericoli e di sottostimare la nostra percezione di coinvolgimento, fisico ed emotivo.

Renato Troffa per Psicologia24

Blaming the victim: "In fondo, te la sei andata a cercare!"

Questa rubrica partirà spesso, nel trattare i propri argomenti, non solo dall’attualità e dalla cronaca, ma anche dalla lettura delle reazioni delle persone alle notizie, dalle frasi dei personaggi pubblici, dai media, dalle discussioni sui social network.

Del resto, una vulgata ormai talmente vecchia da rendere impossibile citarne l’autore primo sostiene che lo scienziato sociale sia un po’ come colui, o colei, che va allo stadio e, invece di guardare la partita, passa il tempo a osservare il pubblico.

E, dunque, anche oggi facciamo scorrere il nostro sguardo sulle reazioni suscitate dalla cronaca, soprattutto su quelle che ci lasciano interdetti, o che non riusciamo a comprendere a fondo.

Ti può interessare anche: Perché restiamo testimoni inerti?

Le responsabilità della vittima

Negli ultimi giorni, purtroppo, tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con la tragedia di Orlando, in cui un uomo si è introdotto in un locale aprendo il fuoco e compiendo una strage.

Non era un luogo qualunque, però, bensì un club notturno frequentato da un’alta percentuale di persone appartenenti alla comunità LGBT+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali e altri gruppi di minoranze sessuali e di genere).

Il che, non solo è stato fondamentale per la scelta dell’obiettivo da parte dell’assassino, ma ha anche avuto un effetto enorme sulle reazioni della società.

Dal punto di vista della psicologia sociale ci sarebbe veramente molto da scrivere su quanto è accaduto.

Dalla descrizione che i media hanno dato dell’evento, fino alla peculiarità della condivisione del cordoglio, passando per le dinamiche discriminatorie che hanno influenzato il fatto che proprio la comunità LGBT+ diventasse il bersaglio di un episodio simile.

In questo articolo, però, voglio concentrarmi su un aspetto in particolare: in tanti, nel commentare l’accaduto, hanno aggiunto una riflessione sul fatto che se non si fossero baciati in pubblico; se a baciarsi fossero stati alcuni eterosessuali; se avessero fatto le loro cose a casa la strage non sarebbe accaduta.

Non è, purtroppo, l’unico contesto in cui abbiamo letto di reazioni simili; non molti giorni prima della strage, si è diffusa la notizia dell’ennesima ragazza morta in seguito a violenze fisiche e sessuali.

E, come accade spesso quando una donna subisce un’aggressione simile, un numero considerevole di persone attribuisce alla vittima la responsabilità di quanto accaduto, perché era vestita in modo non consono; frequentava una zona non sicura; o ancora perché seguiva uno stile di vita che la esponeva a troppi rischi.

Così se una cooperante viene rapita durante la sua attività in una zona a rischio, o un ricercatore perde la vita mentre si trova in un qualche Paese straniero, è diffusa la reazione che attribuisce al suo comportamento, e non all’autore del crimine, la responsabilità prima di quanto accaduto.

E, in generale, attribuisce in qualche modo ai comportamenti della vittima una quota di responsabilità.

Blaming the victim

Perché accade? Cosa spinge a questa colpevolizzazione della vittima?

È un fenomeno noto in psicologia sociale come blaming the victim, ed è in realtà una delle tante distorsioni a cui la nostra cognizione provvede per aiutarci a vivere nel nostro mondo sociale e, al tempo stesso, a cercare di crearcene un’immagine quanto più comprensibile.

Una di queste semplificazioni consiste, appunto, nel cercare di percepire il mondo in cui viviamo come caratterizzato, quanto più possibile, da ordine e sicurezza.

Fare i conti, quotidianamente, con i molteplici rischi del vivere nel mondo richiede uno sforzo mentale elevatissimo, e implica, o meglio implicherebbe, un costo enorme in termini di tensione costante, preoccupazioni e stress.

Per questo motivo, alcuni processi ci portano a ridurre questa insicurezza, rendendo il nostro ambiente sociale più familiare e confortevole.

È la ragione per la quale gli esseri umani si trovano molto più a proprio agio se possono coltivare la credenza in un mondo giusto; in un mondo, cioè, nel quale gli eventi positivi sono la norma, e gli accadimenti negativi riguardano solamente coloro che, in qualche modo, se lo meritano o se la sono andati a cercare.

Così quando arriva la notizia di una vittima innocente, la nostra credenza in un mondo giusto è messa a rischio, e, insieme a lei, il nostro benessere.

Gli individui, messi davanti alla consapevolezza della propria vulnerabilità, hanno a disposizione due strade: la prima consiste nel concludere che il mondo sia effettivamente un posto ingiusto, in cui le tragedie e le disgrazie accadono anche a chi non se le merita (questo è il percorso più complesso dal punto di vista cognitivo); la seconda consiste nel negare o depotenziare la sofferenza della vittima, attribuendole la responsabilità della propria condizione (strategia che ripristina il nostro equilibrio cognitivo).

Prendere le distanze

La credenza in un mondo giusto non agisce però solo nei casi di violenza, anche se sono, ovviamente, quelli più eclatanti.

Per esempio, nel momento in cui ci si rende conto che alcune persone hanno condizioni di vita peggiori di altre, biasimare la vittima della disuguaglianza, incolpando la sua scarsa voglia di impegnarsi, o la sua tendenza a dedicarsi ad attività poco produttive, ci consente di rimanere al sicuro, nella nostra sfera di (relativo) benessere, senza doverci chiedere quale potrebbe essere il rischio di incappare nella stessa cattiva sorte.

È qui che questo fenomeno psicologico incontra il pregiudizio e lo stereotipo nei confronti dei gruppi sociali, e ci spiega perché la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nei casi in cui essa faccia parte di un gruppo minoritario.

Ci fa anche capire perché, nel caso delle violenze e delle molestie di genere, le reazioni siano influenzate dal genere e dall’orientamento sessuale, e la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nel caso delle donne e degli omosessuali.

Perché incolpare il loro modo di essere (che consideriamo in qualche maniera differente dal nostro) ci consente di sentirci al riparo dai pericoli e di sottostimare la nostra percezione di coinvolgimento, fisico ed emotivo.

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Incubo in un centro per anziani: gli ospiti di una casa di riposo erano costantemente sottoposti a umiliazioni e sevizie dal personale che avrebbe dovuto accudirli.

È una notizia che, recentemente, ha occupato i mezzi di informazione di tutta Italia.

Le reazioni tra chi assisteva ai telegiornali, leggeva i quotidiani o, semplicemente, faceva scorrere le pagine dei social network, si sono disposte lungo un range che andava dall’indignazione alla rabbia, dalla richiesta di pene esemplari allo sgomento.

Ci si chiedeva come fosse possibile che alcuni professionisti avessero potuto essere così spietatamente crudeli con altri esseri umani, per di più anziani e con un’autosufficienza limitata.

Purtroppo, non è stata l’unica notizia simile su cui ci siamo trovati a riflettere negli ultimi mesi; anzi, a scorrere la cronaca del periodo recente, l’elenco appare abbastanza corposo: un gruppo di docenti e operatori di un asilo maltrattavano regolarmente i bambini a loro affidati disumanizzandoli e sottoponendoli a vessazioni degradanti; una persona affidata alla tutela dei medici (agenti o infermieri) è stata oggetto di sevizie e percosse; un gruppo di giovani ha circondato un senzatetto e lo ha pestato brutalmente.

La cronaca degli ultimi mesi è stata puntuale nel proporci episodi in cui un gruppo di persone approfittava della propria condizione di vantaggio (numerico, di ruolo, di forza fisica) per esercitare soprusi su un altro gruppo meno forte, o su una persona in particolare in quanto appartenente a un gruppo minoritario (stranieri, clochard, anziani).

Ti può interessare anche: Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Le motivazioni della violenza

Se ampliamo lo sguardo, sia dal punto di vista temporale che delle dimensioni dell’evento, abbiamo quasi l’impressione che la discriminazione e la prevaricazione siano fenomeni costanti nelle relazioni tra gruppi sociali.

E, come spesso accade davanti a notizie come quelle riportate, la prima domanda che ci viene in mente è: Perché? Cosa rende possibile che alcuni individui si accaniscano in questa maniera contro altri esseri umani?

Che è, poi, una delle domande fondamentali che i pensatori, i filosofi, gli artisti, si sono posti: cosa rende cattivi gli esseri umani? Cosa implica che le persone si comportino in maniera pro o anti sociale?

La prima spiegazione che ci viene in mente, d’istinto, è connessa alla malvagità individuale. Solo esseri malvagi possono concepire un’azione simile

Solamente criminali con turbe gravi possono essere capaci di isolare un uomo o una donna e ferirli, fisicamente o psicologicamente. È una spiegazione che, sulle prime, ci appare soddisfacente.

Ci consente di mantenere il nostro mondo in un ordine dotato di coerenza apparente, anche a costo di cadere in quello che viene solitamente chiamato errore fondamentale di attribuzione: ricondurre la maggior parte delle azioni umane a cause individuali.

Però, se vogliamo contrastare questi eventi, dobbiamo essere sicuri che la spiegazione che ci diamo sia quella giusta. E, dunque, chiederci se davvero solo le persone malvagie compiano atti malvagi, o se invece esista qualcosa, nel contesto in cui viviamo, che può spingerci a comportarci in una maniera o nell’altra.

La prigione di Stanford

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

È l’esatto quesito da cui è partito Philip Zimbardo, attualmente professore emerito all’Università di Stanford ed ex presidente dell’Associazione di Psicologia Americana (APA): è possibile che il contesto sia molto più importante di quanto saremmo portati a credere? Che una persona in partenza buona possa approcciarsi a una determinata situazione e comportarsi in maniera malvagia o sadica?

È la situazione che Zimbardo provò a riprodurre in quello che è diventato uno degli esperimenti più famosi della psicologia sociale: l’esperimento della Prigione di Stanford.

L’obiettivo era quello di ricreare un contesto che potenzialmente potesse indurre i partecipanti ad adottare condotte scorrette, assicurandosi, tuttavia, che queste persone non fossero sospettabili di essere preventivamente cattive.

Zimbardo e i suoi organizzarono un finto, ma realistico, carcere all’interno dell’Università di Stanford; quindi, reclutarono ventiquattro persone e le sottoposero a test psicologici che permettessero loro di escludere la possibilità che fra questi ci fossero individui con predisposizione alla violenza, o alla prevaricazione.

In pratica, si accertarono di non aver inserito nel loro cestino nessuna mela marcia.

A quel punto, assegnarono ai partecipanti, in maniera del tutto casuale, il ruolo di guardia o carcerato.

Rimaneva da vedere cosa sarebbe successo. Se, davvero, escludere le mele marce sarebbe bastato a scongiurare il verificarsi di atti di prevaricazione, o se invece il cestino in sé avrebbe fatto marcire le mele.

I risultati furono sorprendenti: nell’arco di sei giorni, l’esperimento dovette essere sospeso, perché quello che accadde tra i sanissimi occupanti della finta prigione di Stanford fu esattamente ciò che abbiamo visto, anni dopo, nelle carceri di Abu Ghraib, in Iraq, o nei locali della Diaz e di Bolzaneto, in Italia.

Prigionieri de-umanizzati, privati di ogni possibile connotazione personale, forzati dalle guardie a compiti degradanti come utilizzare le mani, nude, per la pulizia dei sanitari, o umiliati dal punto di vista fisico e sessuale, costretti, nudi, a simulare atti sessuali.

La situazione degenerò a tal punto che cinque ragazzi, sanissimi prima dello studio, furono preda di sindrome acuta da stress.

Il parallelo con Abu Ghraib rende particolarmente, non solo per la tragica similitudine tra le umiliazioni patite dai prigionieri; ma anche perché la spiegazione ufficiale, in quel caso, parlò di “mele marce”, di individui che con la propria condotta (im)morale avevano rovinato un contesto altrimenti sano.

Ciò che ci ha invece dimostrato Zimbardo, già da quel primo studio fondamentale, è che invece troppo spesso, per concentrarci sulle mele marce, dimentichiamo di focalizzare la nostra attenzione sul cestino.

È il cestino, se insano, a far marcire le mele che, come il gatto di Schrodinger, hanno in sé la possibilità di essere sia buone che cattive, fino a che non interviene il contesto.

Ma quali sono le caratteristiche che rendono “marcio” il cestino? Cosa accomuna il carcere di Zimbardo, la casa di riposo e l’asilo di cui ci hanno parlato le cronache?

Le cause degli abusi

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Il primo fattore comune è lo squilibrio di potere: in tutti questi casi, a un gruppo di persone veniva dato potere su un altro gruppo, senza che fosse previsto alcun tipo di supervisione che controllasse, o limitasse, questo dislivello.

Il secondo è la de-umanizzazione delle vittime: il gruppo dominante agiva come se non avesse a che fare con individui singoli, dotati di un proprio vissuto e di una propria individualità.

In tutte queste situazioni erano infatti previste delle routine che tendevano a omogeneizzare il gruppo dotato di minor potere (come le divise dei carcerati o i numeri utilizzati al posto dei nomi per indicarli).

Per contro, gli individui del gruppo che ha in mano il potere agiscono spesso nell’anonimato, al punto da potersi fondere in un gruppo che, come nelle bianche divise del film arancia meccanica, faciliti l’identificazione e, quindi, la possibilità di vedere allentata la responsabilità personale in favore di una responsabilità collettiva.

In questi contesti si notava anche la tendenza ad adeguarsi in maniera rigida alle norme del gruppo, in parte per conformismo e, in parte, per la presenza di un’autorità difficile da mettere in discussione.

Tanto che, spesso, chi ha provato a opporsi alle norme è stato oggetto di violenza e minacce fisiche o verbali.

Sapere tutto questo non ci serve certo per scusare eventuali atti simili, anzi; ma è utile per capire che, se vogliamo davvero ridurre il numero di questi episodi, dobbiamo allontanarci dal modello attualmente dominante, medico, centrato sull’individuo, per includere nel nostro ragionamento un approccio più sociale, che consideri anche le variabili contestuali. Anche perché modificare il contesto sociale significa agire, contemporaneamente, su più persone.

E, dunque, dobbiamo iniziare a ripensare il modo in cui alcune strutture, o società, sono concepite, valorizzando le individualità dei membri di entrambi i gruppi; riducendo l’omogeneizzazione; tutelando, dal punto di vista organizzativo, la possibilità di critica alle autorità, individuali o di gruppo che siano; e prevedere un’adeguata supervisione in tutte quelle situazioni o istituzioni nelle quali un gruppo abbia la possibilità di esercitare potere su un altro.

Per concludere citando ancora Philip Zimbardo: dare alle persone potere senza supervisione è una ricetta per ottenere abusi.

Renato Troffa per Psicologia24

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Incubo in un centro per anziani: gli ospiti di una casa di riposo erano costantemente sottoposti a umiliazioni e sevizie dal personale che avrebbe dovuto accudirli.

È una notizia che, recentemente, ha occupato i mezzi di informazione di tutta Italia.

Le reazioni tra chi assisteva ai telegiornali, leggeva i quotidiani o, semplicemente, faceva scorrere le pagine dei social network, si sono disposte lungo un range che andava dall’indignazione alla rabbia, dalla richiesta di pene esemplari allo sgomento.

Ci si chiedeva come fosse possibile che alcuni professionisti avessero potuto essere così spietatamente crudeli con altri esseri umani, per di più anziani e con un’autosufficienza limitata.

Purtroppo, non è stata l’unica notizia simile su cui ci siamo trovati a riflettere negli ultimi mesi; anzi, a scorrere la cronaca del periodo recente, l’elenco appare abbastanza corposo: un gruppo di docenti e operatori di un asilo maltrattavano regolarmente i bambini a loro affidati disumanizzandoli e sottoponendoli a vessazioni degradanti; una persona affidata alla tutela dei medici (agenti o infermieri) è stata oggetto di sevizie e percosse; un gruppo di giovani ha circondato un senzatetto e lo ha pestato brutalmente.

La cronaca degli ultimi mesi è stata puntuale nel proporci episodi in cui un gruppo di persone approfittava della propria condizione di vantaggio (numerico, di ruolo, di forza fisica) per esercitare soprusi su un altro gruppo meno forte, o su una persona in particolare in quanto appartenente a un gruppo minoritario (stranieri, clochard, anziani).

Ti può interessare anche: Il ruolo della famiglia nella nascita di un bullo

Le motivazioni della violenza

Se ampliamo lo sguardo, sia dal punto di vista temporale che delle dimensioni dell’evento, abbiamo quasi l’impressione che la discriminazione e la prevaricazione siano fenomeni costanti nelle relazioni tra gruppi sociali.

E, come spesso accade davanti a notizie come quelle riportate, la prima domanda che ci viene in mente è: Perché? Cosa rende possibile che alcuni individui si accaniscano in questa maniera contro altri esseri umani?

Che è, poi, una delle domande fondamentali che i pensatori, i filosofi, gli artisti, si sono posti: cosa rende cattivi gli esseri umani? Cosa implica che le persone si comportino in maniera pro o anti sociale?

La prima spiegazione che ci viene in mente, d’istinto, è connessa alla malvagità individuale. Solo esseri malvagi possono concepire un’azione simile

Solamente criminali con turbe gravi possono essere capaci di isolare un uomo o una donna e ferirli, fisicamente o psicologicamente. È una spiegazione che, sulle prime, ci appare soddisfacente.

Ci consente di mantenere il nostro mondo in un ordine dotato di coerenza apparente, anche a costo di cadere in quello che viene solitamente chiamato errore fondamentale di attribuzione: ricondurre la maggior parte delle azioni umane a cause individuali.

Però, se vogliamo contrastare questi eventi, dobbiamo essere sicuri che la spiegazione che ci diamo sia quella giusta. E, dunque, chiederci se davvero solo le persone malvagie compiano atti malvagi, o se invece esista qualcosa, nel contesto in cui viviamo, che può spingerci a comportarci in una maniera o nell’altra.

La prigione di Stanford

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

È l’esatto quesito da cui è partito Philip Zimbardo, attualmente professore emerito all’Università di Stanford ed ex presidente dell’Associazione di Psicologia Americana (APA): è possibile che il contesto sia molto più importante di quanto saremmo portati a credere? Che una persona in partenza buona possa approcciarsi a una determinata situazione e comportarsi in maniera malvagia o sadica?

È la situazione che Zimbardo provò a riprodurre in quello che è diventato uno degli esperimenti più famosi della psicologia sociale: l’esperimento della Prigione di Stanford.

L’obiettivo era quello di ricreare un contesto che potenzialmente potesse indurre i partecipanti ad adottare condotte scorrette, assicurandosi, tuttavia, che queste persone non fossero sospettabili di essere preventivamente cattive.

Zimbardo e i suoi organizzarono un finto, ma realistico, carcere all’interno dell’Università di Stanford; quindi, reclutarono ventiquattro persone e le sottoposero a test psicologici che permettessero loro di escludere la possibilità che fra questi ci fossero individui con predisposizione alla violenza, o alla prevaricazione.

In pratica, si accertarono di non aver inserito nel loro cestino nessuna mela marcia.

A quel punto, assegnarono ai partecipanti, in maniera del tutto casuale, il ruolo di guardia o carcerato.

Rimaneva da vedere cosa sarebbe successo. Se, davvero, escludere le mele marce sarebbe bastato a scongiurare il verificarsi di atti di prevaricazione, o se invece il cestino in sé avrebbe fatto marcire le mele.

I risultati furono sorprendenti: nell’arco di sei giorni, l’esperimento dovette essere sospeso, perché quello che accadde tra i sanissimi occupanti della finta prigione di Stanford fu esattamente ciò che abbiamo visto, anni dopo, nelle carceri di Abu Ghraib, in Iraq, o nei locali della Diaz e di Bolzaneto, in Italia.

Prigionieri de-umanizzati, privati di ogni possibile connotazione personale, forzati dalle guardie a compiti degradanti come utilizzare le mani, nude, per la pulizia dei sanitari, o umiliati dal punto di vista fisico e sessuale, costretti, nudi, a simulare atti sessuali.

La situazione degenerò a tal punto che cinque ragazzi, sanissimi prima dello studio, furono preda di sindrome acuta da stress.

Il parallelo con Abu Ghraib rende particolarmente, non solo per la tragica similitudine tra le umiliazioni patite dai prigionieri; ma anche perché la spiegazione ufficiale, in quel caso, parlò di “mele marce”, di individui che con la propria condotta (im)morale avevano rovinato un contesto altrimenti sano.

Ciò che ci ha invece dimostrato Zimbardo, già da quel primo studio fondamentale, è che invece troppo spesso, per concentrarci sulle mele marce, dimentichiamo di focalizzare la nostra attenzione sul cestino.

È il cestino, se insano, a far marcire le mele che, come il gatto di Schrodinger, hanno in sé la possibilità di essere sia buone che cattive, fino a che non interviene il contesto.

Ma quali sono le caratteristiche che rendono “marcio” il cestino? Cosa accomuna il carcere di Zimbardo, la casa di riposo e l’asilo di cui ci hanno parlato le cronache?

Le cause degli abusi

Violenze e abusi: la necessità di un approccio sociale

Il primo fattore comune è lo squilibrio di potere: in tutti questi casi, a un gruppo di persone veniva dato potere su un altro gruppo, senza che fosse previsto alcun tipo di supervisione che controllasse, o limitasse, questo dislivello.

Il secondo è la de-umanizzazione delle vittime: il gruppo dominante agiva come se non avesse a che fare con individui singoli, dotati di un proprio vissuto e di una propria individualità.

In tutte queste situazioni erano infatti previste delle routine che tendevano a omogeneizzare il gruppo dotato di minor potere (come le divise dei carcerati o i numeri utilizzati al posto dei nomi per indicarli).

Per contro, gli individui del gruppo che ha in mano il potere agiscono spesso nell’anonimato, al punto da potersi fondere in un gruppo che, come nelle bianche divise del film arancia meccanica, faciliti l’identificazione e, quindi, la possibilità di vedere allentata la responsabilità personale in favore di una responsabilità collettiva.

In questi contesti si notava anche la tendenza ad adeguarsi in maniera rigida alle norme del gruppo, in parte per conformismo e, in parte, per la presenza di un’autorità difficile da mettere in discussione.

Tanto che, spesso, chi ha provato a opporsi alle norme è stato oggetto di violenza e minacce fisiche o verbali.

Sapere tutto questo non ci serve certo per scusare eventuali atti simili, anzi; ma è utile per capire che, se vogliamo davvero ridurre il numero di questi episodi, dobbiamo allontanarci dal modello attualmente dominante, medico, centrato sull’individuo, per includere nel nostro ragionamento un approccio più sociale, che consideri anche le variabili contestuali. Anche perché modificare il contesto sociale significa agire, contemporaneamente, su più persone.

E, dunque, dobbiamo iniziare a ripensare il modo in cui alcune strutture, o società, sono concepite, valorizzando le individualità dei membri di entrambi i gruppi; riducendo l’omogeneizzazione; tutelando, dal punto di vista organizzativo, la possibilità di critica alle autorità, individuali o di gruppo che siano; e prevedere un’adeguata supervisione in tutte quelle situazioni o istituzioni nelle quali un gruppo abbia la possibilità di esercitare potere su un altro.

Per concludere citando ancora Philip Zimbardo: dare alle persone potere senza supervisione è una ricetta per ottenere abusi.

La scienza del nostro vivere quotidiano

Viviamo in un mondo in cui la complessità è forse l’unico vero tratto comune delle nostre esperienze.

Nello scorrere la cronaca, o anche solo la bacheca di uno qualunque dei social network attraverso i quali sviluppiamo le nostre relazioni, veniamo sommersi da un numero enorme di domande, sul perché la realtà assuma una determinata forma.

Perché è così difficile la convivenza tra etnie e gruppi differenti?

Per quale motivo un gruppo di ragazzi, per strada, si accanisce contro un essere umano indifeso?

Quali sono le ragioni che spingono una moltitudine di persone a prendere, tutte assieme, una decisione smaccatamente errata?

E, soprattutto, quanto ci aiuterebbe una scienza che si occupasse di darci proprio le risposte a queste domande, quelle che scandiscono il nostro vivere quotidiano?

Ti può interessare anche: Le radici dell’intolleranza

La psicologia sociale

A dire il vero, esiste una disciplina scientifica che è nata proprio per questo motivo: cercare di capire le ragioni dei comportamenti umani nella società, partendo forse dal perché che, più di tutti, continua a risuonare nelle menti di tutti noi.

La Psicologia Sociale è nata, infatti, come disciplina moderna, all’indomani della tragedia rappresentata dalla seconda guerra mondiale, e da tutto il contesto che l’ha generata e accompagnata: il totalitarismo nazifascista e lo sterminio sistematico di esseri umani che questo regime ha perpetrato.

L’orrore non è stato l’unico sentimento suscitato da questo fenomeno; nella mente di persone normali, giudici, politici e, in questo caso soprattutto, scienziati, si è materializzata una domanda a caratteri cubitali e difficilmente ignorabili: perché?

Perché, non solo nell’accezione del come è stato possibile, ma anche del per quale ragione è accaduto.

La motivazione che ha spinto tanti scienziati sociali ad agire era proprio originata dall’obiettivo di soddisfare queste due domande, che, in seguito, si sono dimostrate fondamentali.

Come è stato possibile che intere popolazioni abbiano assistito in silenzio, spesso silenzio complice quando non si è declinata addirittura una complicità esplicita, al sistematico e organizzato sterminio di intere categorie di esseri umani?

Era davvero, come una prima spiegazione semplicistica ma, a suo modo, quasi tranquillizzante, sembrava suggerire, una questione di una personalità condivisa più sensibile alla violenza e all’autorità?

Per dirla con parole più semplici, se si sia trattato davvero un fenomeno terribile ma limitato ai confini del popolo tedesco (o italiano) perché più cattivo di altri e, quindi, più incline al cercare di sopraffare gli altri.

È stata questa la scintilla che ha portato gli psicologi sociali, dagli anni quaranta in poi, a interrogarsi sulle possibili cause dei fenomeni di malvagità socialmente diffusa.

Alcuni di loro, scampati allo sterminio, ai rastrellamenti e ai campi di concentramento, li hanno conosciuti da vicino, e hanno iniziato a studiarli appena giunti in paesi liberi.

Non è un caso che gli interrogativi dei primi studi nel campo si sovrappongano alle giustificazioni che hanno riempito l’aria dell’aula di Norimberga.

Può davvero un essere umano normale e non aprioristicamente malvagio arrivare a torturare a un altro essere umano solo perché gli viene ordinato da un’autorità? A quali condizioni?

È realmente possibile che persone non geneticamente cattive possano segregare dei loro simili perché la maggioranza degli appartenenti al loro gruppo lo fa? E fino a che punto ci si può spingere?

Cosa fa sì che noi ci riconosciamo in un gruppo al punto da discriminare chi non condivide questa appartenenza?

L’obiettivo non aveva e non ha niente a che fare con la necessità di giustificare il male. La Psicologia, come fa notare Philip Zimbardo, non è scusiologia.

Ma capire è, per gli psicologi sociali, l’unico modo per riuscire a comprendere, e per poter prevenire.

Arrivando a rendersi condo di quanto l’approccio totalmente individualista non fosse in grado di far luce sulle molteplici sfaccettature della realtà.

Così Stanley Milgram ha indagato fino a quali estremi ci possa portare l’obbedienza all’autorità; Henry Tajfel e Muzafer Sherif hanno studiato le origini della discriminazione tra i gruppi, Zimbardo ci ha spiegato fino a che punto lo squilibrio di potere tra i gruppi sociali possa sfociare in repressione e discriminazione violenta.

Studiare l’essenza del quotidiano

Ma, ovviamente, questo è stato solo il punto di partenza. Perché tutti questi studi hanno indagato un aspetto che permea tutto il nostro vivere quotidiano: quanto il contesto in cui viviamo, agiamo e pensiamo possa influenzarci.

La gran parte degli studi in Psicologia Sociale si occupa proprio di questo: l’influenza sociale, e le sue molteplici declinazioni.

Quanto, e a quali condizioni, il comportamento della maggioranza sia in grado di influenzarci; quali siano le modalità attraverso le quali la minoranza possa, al contrario, esercitare la propria influenza arrivando a modificare le posizioni della maggioranza; quali gli elementi su cui basiamo la nostra interpretazione dei comportamenti altrui; da cosa partono i pregiudizi, gli stereotipi o gli atteggiamenti, in genere attraverso i quali giudichiamo la realtà che ci circonda e a partire dai quali programmiamo le nostre azioni.

E, ovviamente, quali sono le strategie che si possono utilizzare per modificare questi atteggiamenti, e quali siano i confini della persuasione che può essere esercitata sulle persone, in campo sociale, politico, del marketing, e così via.

Sono state alcune delle tappe fondative di una disciplina che sta ancora progredendo, dopo aver studiato processi decisionali di singoli e di politici, e che è passata attraverso una moltitudine di metodologie, dagli esperimenti di laboratorio agli studi sul campo, per arrivare, adesso, a scambiare informazioni con le neuroscienze per approfondire anche i fondamenti neurofisiologici dell’empatia e degli scambi sociali.

Senza mai, però, potersi allontanare dalle strade, dagli uffici, dalle aule di studio, dagli stadi… da tutti quei luoghi, in pratica, nei quali gli esseri umani declinano la propria esperienza di vita.

Ed è il motivo per cui sarà interessante tenere questa rubrica, e spero leggerla. Per conoscere un po’ meglio la scienza che studia le nostre interazioni quotidiane.

IL LIBRO DEL MESE

EVENTI