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Il corpo che parla re-integrare la mente con il corpo

Prendi un grande foglio bianco,

prepara tante matite colorate.

Osserva per qualche secondo il foglio e i colori.

Prendi due profondi respiri e quando ti senti pronto disegna il modo in cui il tuo corpo si sente.

Non preoccuparti di cercare di darne un’immagine realistica.

Non è questo l’obiettivo.

Una volta che hai terminato, osserva ciò che hai disegnato.

Puoi osservare delle forme che normalmente non noti?

Che cosa rappresenta per te il disegno?

Adesso immagina che il tuo corpo disegnato sia una compagnia e che tu sia un ispettore mandato a intervistare gli operai su come ciascuno si senta in rapporto al suo lavoro.

Partendo dai piedi, scrivi di fianco a ciascuna parte del corpo la sua esperienza emotiva.

“Questi sono i miei piedi e loro…”

“Questo è il mio ventre e lui…”

“Questa è la mia testa e lei…”

Quando tutto il corpo ha avuto la possibilità di parlare, rileggi tutto ciò che hai scritto.

Avrai così modo di vedere come il tuo corpo esprime l’esperienza della sua vita.

Questo esercizio aiuta a mantenere in contatto la nostra mente con il nostro corpo: dando voce alle varie parti del corpo consente alla mente di dialogare con queste e di conoscerne l’esperienza.

L’immagine del corpo coincide con quella del nostro essere psicologico: corpo ed emozioni viaggiano insieme, quest’ultime giungono alla coscienza attraverso sensazioni corporee.

La vita psicologica è legata alle sue espressioni nel corpo e alle sensazioni fisiche.

La non integrazione tra mente e corpo è una delle problematiche più comuni dei nostri tempi: difficilmente ci identifichiamo con il corpo, sentendoci poco connessi e integrati.

Questo è il paradosso dei nostri giorni: perennemente connessi con la tecnologia, scarsamente connessi con il nostro corpo.

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Psicosomatica della non integrazione

Quante volte tendiamo a evitare relazioni intime e sentimentali? Quante volte ci ritiriamo nell’autodifesa?

Quante volte adottiamo comportamenti opposti, una volta siamo arroganti e un’altra avviliti?

Quante volte ci comportiamo come se avessimo poca connessione con i sentimenti?

Quante volte assumiamo comportamenti di forte rigidità ma, nel contempo, rimaniamo emotivamente molto fragili?

Tutti questi comportamenti sono legati a una scarsa integrazione tra mente e corpo.

Tale mancanza di integrazione può portare a disturbi psicosomatici di vario tipo. Le affezioni che si riscontrano più frequentemente sono: l’insonnia, la dismenorrea, la colite e la cistite.

Nelle persone con una scarsa integrazione tra mente e corpo si possono riscontrare panico o terrori notturni, paure improvvise che portano al risveglio, difficoltà ad abbandonarsi e rilassarsi.

Tra apparato genitale e stress esiste un rapporto stretto: lo stress agisce negativamente sul funzionamento ormonale, creando una somatizzazione di tensioni nei tessuti pelvici.

I disturbi viscerali che coinvolgono l’addome e la pelvi sono spesso legati a un’alterazione della motilità della muscolatura degli organi interni che crea una somatizzazione in questi organi, causando spasmi e ristagni, predisponendo a infiammazioni e infezioni.

La sfida, nel nostro tempo, è integrare una mente e un corpo sempre più antitetici.

Come scrive Galimberti:

Se non ci fidiamo più dei sensi, se svalutiamo l’importanza delle loro informazioni è perché abbiamo rimosso la nostra esperienza corporea. Il disagio nasce proprio dalla pretesa di abitare un mondo, che è corporeo e terreno, con il solo pensiero dimenticandoci del corpo.

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Pensiamo alla sensazione delle farfalle nello stomaco che proviamo quando siamo innamorati, o ancora a un improvviso mal di pancia appena prima di un esame.

Abbiamo tutti sperimentato – almeno una volta nella vita – quanto l’emotività possa riflettersi sul sistema intestinale: coliti, spasmi, gonfiore, nausea, bruciori di stomaco ci raccontano dello stretto collegamento esistente tra cervello e intestino.

Negli ultimi anni, infatti, si sente spesso parlare dell’intestino come di un secondo cervello.

Il ruolo di questo organo nel corpo umano è di fondamentale importanza: il benessere intestinale si ripercuote sul resto del corpo e un intestino in disordine può portare a sviluppare alcune forme di ansia e di depressione.

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L’asse pancia-testa

Se guardiamo un’immagine dell’intestino e del cervello ci accorgiamo subito della straordinaria somiglianza anatomica e funzionale: anche l’intestino è dotato di un sistema nervoso (enterico) costituito da una fitta rete di neuroni, oltre quarantamila, ed è costantemente in comunicazione con il cervello ma, allo stesso tempo, è autonomo e indipendente.

La mucosa intestinale è dotata di un vero e proprio sistema immunitario capace di dialogare con le cellule di tutto l’organismo. Il 90% dello scambio totale delle informazioni inviate nel nostro organismo è da parte del cervello addominale al cervello centrale.

Il nervo vago è il ponte deputato al trasporto delle informazioni dall’intestino al cervello.

L’intestino aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolori; non a caso, le sue cellule producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere.

L’intestino rilascia serotonina anche in seguito a stimoli interni, come emozioni e abitudini.

Le neuroscienze parlano di una vera e propria asse pancia-testa, con il dominio della pancia, più intellettuale del cuore: l’intestino può pensare, prendere decisioni, provare sensazioni in modo autonomo dal cervello ma qualunque emozione o stress che coinvolge il primo cervello influenza inevitabilmente la salute e il benessere del secondo cervello, e viceversa.

In altre parole, quel che accade nella vita viene elaborato a entrambi i livelli e se il livello alto non riesce ad affrontare del tutto un problema, quello basso gli viene in soccorso, a modo suo, con il suo linguaggio biologico.

La sindrome del colon irritabile

La sindrome del colon irritabile è un disturbo che include una serie di problematiche persistenti all’alvo intestinale che non dipendono da alcuna patologia lesionata conosciuta. È la sindrome che meglio spiega lo stretto collegamento tra intestino e cervello.

È il disturbo più comune che riguarda il colon ed è associato ad alcuni sintomi, come: dolore o disagio addominale, cambiamento nella frequenza, aspetto, colore e odore delle feci, produzione di muco, rigonfiamento addominale, flatulenza, mal di testa, letargia, mal di schiena.

L’alternanza del comportamento intestinale equivale a un’alternanza dell’atteggiamento mentale: apertura e chiusura, dare e trattenere, affermarsi e inibirsi, agire e non agire, assertività e passività. Frequenti sono i sintomi psichici, come ansia e depressione.

È un disturbo frequente soprattutto nelle donne e negli ambienti lavorativi molto stressanti, dove domina la competizione e l’urgenza di fare carriera. Chi ne soffre è costretto a evitare certe situazioni sociali o a sottoporvisi con ansia.

Adesso sappiamo che la sindrome del colon irritabile è il risultato dell’interazione tra fattori fisiologici, psicologici e sociali.

Tra i fattori psicologici e sociali vi sono: il perfezionismo, ovvero attribuirsi traguardi difficilmente raggiungibili con un conseguente divario tra aspirazioni e standard severi ed esposizione a livelli elevati di stress cronico; la difficoltà a esprimere in modo diretto i propri bisogni e il proprio disagio psicologico con conseguente tendenza ad autozittirsi, negando e svalutando i propri pensieri e bisogni; la mancata consapevolezza dell’esistenza di un conflitto che si dirige pertanto verso il corpo; la tendenza ad auto colpevolizzarsi, attribuendosi la responsabilità di qualunque evento negativo.

Prendersi cura dell’intestino

Diversamente da quelli contenuti nel cervello, i neuroni sparsi nel resto del nostro organismo possono essere massaggiati, sia attraverso dei veri e propri massaggi che stimolano i corpuscoli tattili e i recettori fibro-muscolari e tendinei, sia con l’esercizio fisico e la respirazione addominale come insegnano le discipline orientali.

Avere uno stile di vita sano e un’alimentazione equilibrata è di fondamentale importanza tanto quanto riuscire a gestire nel modo migliore stress ed emozioni negative.

In fondo, nella lotta tra il cuore e il cervello, alla fine vince l’intestino.

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Le modificazioni corporee in psicoanalisi

In questo articolo proverò ad esporre le motivazioni sottostanti il ricorso all’utilizzo compulsivo delle modificazioni corporee come piercing, tatuaggi e chirurgia estetica.

Dopo un breve excursus sulla nascita e sulla diffusione di queste pratiche passerò ad analizzare le motivazioni inconsce riguardanti l’utilizzo di tali pratiche in modo patologico.

 

Origini della pratica del tatuaggio

La parola tatuaggio deriva dal francese tatouage, proveniente dal verbo tatouer, e dall’inglese tattoo, adattamento dal termine samoano tatau.

Questa pratica ha avuto ed ha tutt’oggi diverse funzioni e scopi. Ad esempio, nelle popolazioni primitive, come i maori della Nuova Zelanda, è un segno di integrazione sociale.

I maori sono soliti tatuarsi il viso con un disegno chiamato moko, che è un segno di distinzione di rango e che rende unico ogni individuo.

Sono molto diffusi in tutta l’Oceania, tra i popoli del monte Hagen in Nuova Papua Guinea, tra i giapponesi, i cinesi e gli inuit; ognuna di queste popolazioni ha i suoi caratteristici simboli e significati.

Il tatuaggio in passato è stato utilizzato anche per finalità terapeutiche come quelli ritrovati in Asia centrale sulla mummia dell’Uomo di Pazyryk, sul cui corpo erano presenti complicati tatuaggi che rappresentavano animali, e quello, di elevato livello artistico, rappresentante un animale immaginario trovato sul corpo della Mummia dell’Altai (principessa di Ukok).

Nell’antica Roma erano molto diffusi tra i cristiani che, per marcare la propria identità spirituale, erano soliti tatuarsi simboli religiosi, tuttavia, ai tempi della conversione al Cristianesimo da parte dell’imperatore Costantino, furono vietati.

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Origini dell’utilizzo del piercing

La pratica del piercing (dall’inglese to pierce, perforare) consiste nel praticare fori in alcune parti superficiali del corpo come orecchie, naso, labbra, lingua, sopracciglia, capezzoli, ombelico, e talvolta anche genitali.

All’interno di questi fori vengono introdotti oggetti prevalentemente in metallo, sovente arricchiti da pietre preziose, ma che possono essere anche in osso, in pietra o in altri materiali.

Le origini di questa pratica affondano le loro radici nell’antichità, in cui veniva utilizzata dai membri delle varie tribù per distinguere il proprio ruolo sia all’interno della vita quotidiana che durante le cerimonie.

Molto diffusa anche oggi in maniera trasversale tra le diverse culture, e i suoi scopi sono, oltre a quelli legati alla religione, alla spiritualità, alla tradizione, anche quelli legati alla moda, all’erotismo, e al conformismo o per identificarsi con una particolare sottocultura.

Al giorno d’oggi, nella nostra cultura, entrambe queste pratiche vengono utilizzate con lo scopo di distinguersi, e per costruire e affermare la propria identità.

Origini della chirurgia estetica

Le prime testimonianze della chirurgia estetica si possono trovare negli antichi testi sacri indiani dei Veda, in cui sono presenti riferimenti riguardo pratiche di innesti cutanei per finalità ricostruttive.

Alcuni studiosi ritengono che tali pratiche fossero nate per ricostruire determinate parti del corpo danneggiate dalla pratica indiana della mutilazione giudiziaria, attraverso la quale venivano amputate alcune parti del corpo, principalmente il naso, come pena per la trasgressione di alcune leggi Manu.

Altri, invece, ritengono che la pratica sia nata per ricostruire i lobi delle orecchie lacerati dall’utilizzo di orecchini eccessivamente pesanti.

All’inizio dell’800 la chirurgia estetica, fino ad allora in mano ai barbieri, crebbe notevolmente grazie allo sviluppo dell’anestesia, divenendo così una pratica medica.

A cavallo tra l’800 e il ‘900, in particolar modo negli Stati Uniti, questa pratica fu utilizzata come possibilità di assimilazione sociale, per eliminare i tratti fisici caratteristici delle diverse razze o dell’appartenenza etnica per non essere stigmatizzati come diversi.

Ad esempio, gli ebrei erano soliti modificare il loro naso, gli asiatici gli occhi, e gli afroamericani il naso e le labbra.

Questa pratica è assai diffusa anche al giorno d’oggi nella società occidentale, in cui viene praticata sia come chirurgia ricostruttiva, nei casi di incidente, sia come chirurgia plastica migliorativa, solitamente eseguita su soggetti clinicamente sani per cercare di assomigliare quanto più possibile ai modelli di bellezza dettati dalla cultura e dalla società o per modificare parti del proprio corpo ritenute non gradevoli al punto tale da minacciare l’autostima e la qualità della vita percepita dall’individuo.

Quest’ultima pratica non è necessariamente di natura psicopatologica, come nel caso della dismorfofobia (dal greco antico dis – morphé, forma distorta e phobos, timore; eccessiva preoccupazione riguardo parti del proprio corpo), in quanto, parafrasando Freud, talvolta un naso brutto è semplicemente un naso brutto.

Dopo queste doverose premesse sorge spontanea una domanda: quando un comportamento (tatuaggio, piercing, intervento di chirurgia estetica, o un qualsiasi altro comportamento) diventa patologico?

La risposta, apparentemente semplice, è quando questo comportamento diventa necessario, non è possibile fare a meno di metterlo in atto, e compulsivo, la messa in atto del comportamento non esaurisce la sua necessità di essere messo in atto; in parole povere, nel nostro caso, dopo l’ennesimo tatuaggio/piercing/intervento di chirurgia estetica, si ripresenta immediatamente il bisogno di un nuovo tatuaggio/piercing/intervento di chirurgia estetica.

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Il corpo dato

Le modificazioni corporee in psicoanalisi

Nell’opera Sotto la Pelle, la psicoanalista Alessandra Lemma affronta l’argomento del corpo e delle motivazioni che portano alle sue modificazioni massicce e disfunzionali.

All’interno dell’opera viene messo in evidenza come non sia possibile considerare uno sviluppo del corpo a priori, senza tener conto delle caratteristiche affettive, sociali e relazionali che fanno parte del mondo interno ed esterno dell’individuo.

L’autrice afferma come Non possiamo non tenere conto di come il corpo non si sviluppi in un vuoto, ancora, Il corpo è un corpo sociale, connotato secondo il genere, e di come l’esperienza di essere-in-un-corpo-femminile sia diversa dall’esperienza di essere-in-un-corpo-maschile.

Dalle parole di Lemma è evidente quindi come non esista qualcosa come un corpo naturale ma che dipendiamo tutti, oltre che dalla società e dal genere, dallo sguardo dell’altro e da quanto è premuroso.

Per questo la modificazione corporea viene ad essere dunque, utilizzando un linguaggio psicoanalitico, la realizzazione di una relazione d’oggetto interiorizzata attraverso la relazione con il corpo, ed è la qualità di questa relazione che distingue l’uso patologico fatto del corpo dall’uso quotidiano, ma non meno significativo, per definire ed esprimere la nostra identità.

Come si può raggiungere uno sviluppo sano del corpo?

Per rispondere a questa domanda si rende inevitabile il ricorso agli insegnamenti di Donald Winnicott, pediatra prima che psicoanalista, secondo cui il bambino può imparare ad abitare in modo confortevole il proprio corpo solo se, nelle interazioni tattili con la madre, ha imparato a mettere in relazione ciò che immagina accada nel e sul corpo con le sensazioni somatiche suscitate dall’handling materno (poppate, bagnetti, ninne nanne) e che gli restituisce un’immagine del suo corpo piacevole e degna d’amore, componente necessaria e fondamentale per i primi legami di attaccamento.

Quando questo non avviene, quando le cure genitoriali non sono sufficientemente buone, per usare nuovamente le parole di Winnicott, possono essere messe in atto tre tipi di fantasie individuate da Lemma: la fantasia di corrispondenza perfetta, la fantasia di autocreazione, e la fantasia di rivendicazione.

Quando le cure non sono sufficientemente buone

Nei casi di neglect genitoriale, in presenza di gravi carenze e difetti nel contatto e nel contenimento del bambino, si possono verificare le distorsioni dell’immaginario corporeo che ci descrive Lemma.

Ad esempio, una madre troppo presa da se stessa e dai propri bisogni che non riesce a vedere suo/a figlio/a può diventare una madre-specchio-unidirezionale opaco che fa la pelle annientando il Sé del/la bambino/a.

Questa esperienza può essere vissuta in modo persecutorio come un non potersi liberare dalla presa dell’oggetto che lascia il/la bambino/a con il bisogno di corrispondere a un ideale che garantirà, finalmente, lo sguardo amorevole dell’altro, generando a una fantasia di corrispondenza perfetta.

Questa fantasia si può veder concretizzata, ad esempio, in quelle donne più o meno giovani che ricorrono in maniera massiccia e compulsiva alla chirurgia estetica, desiderando quel seno, poi quei glutei, quel naso, quelle labbra, eccetera, e/o facendo ricorso a innumerevoli iniezioni di botulino, con il desiderio, più o meno inconscio, di contrastare e rimandare il più possibile una vecchiaia incombente, cercando senza tregua quell’apparenza perfetta idealizzata che garantirà loro lo sguardo amorevole dell’altro.

Può accadere anche l’oggetto interno materno sia uno specchio-distorcente, che si verifica nel caso in cui la relazione di accudimento sia carica di ostilità interpersonale e, di conseguenza, il corpo del/lla figlio/a diventa il ricettacolo delle parti brutte, cattive e inaccettabili della madre.

In questo caso, un’alternativa per sopravvivere a questo tipo di madre è fare la pelle alla madre, soppiantandola e diventando la madre, non come la madre, agendo quindi una fantasia onnipotente di autocreazione.

Questa fantasia si può trovare alla base del ricorso massiccio e compulsivo alle pratiche dei piercing e dei tatuaggi, dove la modificazione del corpo ha la funzione di creare il Sé negando che il proprio corpo sia dato dalla madre.

In questi casi, un’alternativa potrebbe essere mettere in atto una fantasia di rivendicazione, rivendicando la proprietà della pelle o del corpo centimetro per centimetro, sempre tramite l’utilizzo dei piercing e dei tatuaggi, come se lo si volesse liberare dall’occupazione di un nemico, l’oggetto materno cattivo introiettato.

Carlo Romano per Psicologia24

Emozioni e tumore: la personalità di tipo C

La patologia tumorale rappresenta la seconda causa di morte in Europa e in America del Nord tuttavia, pur a fronte di tale incremento nell’incidenza, la sopravvivenza dei malati si è notevolmente prolungata: la diagnosi precoce e le campagne preventive, il miglioramento delle tecniche chirurgiche, il perfezionamento della chemioterapia e della radioterapia consentono sopravvivenze molto elevate, anche a distanza di anni dalla diagnosi della malattia tumorale.

Da anni la psicosomatica sta indagando sui meccanismi che correlano caratteristiche di personalità con l’insorgenza di malattie organiche, specialmente cardiovascolari e oncologiche, al fine di cercare di prevenirne l’insorgenza e favorire trattamenti integrati.

Nello specifico, la psiconeuroendocrinoimmunologia approfondisce le correlazioni tra stress e malattia, il rapporto temporale tra eventi di vita e la comparsa della patologia tumorale, di come lo stato immunitario di un individuo possa modificarsi a fronte di intensi e protratti stati emozionali.

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Dalla psicosomatica alla psiconcologia

L’attenzione agli aspetti psicologici della malattia tumorale e i sempre più frequenti studi sulla psicosomatica dei tumori ha portato alla nascita di un’importante branca della oncologia e della psicologia: la psiconcologia.

Quella psiconcologica è una presa in carico integrata del paziente con tumore: valutazione psicologica prima della comunicazione della diagnosi, sostegno psicologico nel corso del cammino terapeutico, corretta gestione psicofisica, ove purtroppo necessaria, del paziente terminale.

Altri aspetti importanti sono il supporto psicologico della famiglia del malato e dello stesso staff medico.

La psicosomatica e la psiconcologia rappresentano dunque un importante anello di integrazione tra le discipline psichiche e quelle somatiche.

Emozioni e tumore

La possibilità di una relazione tra psiche e tumore è un’ipotesi formulata sin dai tempi di Galeno che mise in correlazione l’aumentato rischio di patologia tumorale con la deflessione del tono dell’umore.

Oggi in psicosomatica si parla di personalità di tipo C o cancer-prone personality (contrapposta a quella di tipo A che, al contrario, risulta particolarmente esposta a patologie di tipo coronarico), caratterizzata da un insieme di atteggiamenti e tratti emozionali ben definiti, quali accondiscendenza, conformismo, ricerca costante di approvazione, passività, scarsa assertività, tendenza a reprimere emozioni, come rabbia e aggressività.

Diversi studi clinici hanno riscontrato una presenza maggiore e significativa di eventi traumatici nei pazienti affetti da tumore rispetto ai controlli nel periodo che precedeva dai due ai dieci anni l’insorgenza del tumore.

La situazione più frequente è rappresentata da eventi di perdita affettiva, soprattutto nei tumori al seno, al collo dell’utero, ai polmoni e nelle forme dell’infanzia.

Le caratteristiche di personalità, gli eventi di vita e principalmente la tendenza a reprimere le emozioni, possono aumentare la suscettibilità alla malattia attraverso un’iperattivazione ripetuta del sistema neurovegetativo che, a lungo termine, porta a una compromissione dell’efficienza della risposta immunitaria, nello specifico una diminuzione dell’attività dei linfociti e delle cellule NK (cellule del sistema immunitario importanti nel riconoscimento e distruzione di cellule tumorali).

L’emozione comporta, a livello somatico, modificazioni a carico dei sistemi endocrino, vegetativo e immunitario: la reazione emozionale inibita o repressa, tipica della personalità di tipo C, si scarica attraverso canali somatici, con persistenza temporale della reazione, comportando un preciso effetto biologico caratterizzato da una riduzione della risposta immunitaria associata, di conseguenza, a una maggiore vulnerabilità alla malattia.

Tutto questo si può tradurre in maggiori possibilità di andare incontro al tumore, o quanto meno contribuirebbe al suo avanzamento.

Le tematiche della vita, del dolore e della morte

Il paziente oncologico è posto a confronto con le tematiche della vita, del dolore e della morte; i sentimenti suscitati dalla malattia sono molto intensi, come un senso di irrealtà, rifiuto, incredulità, disorientamento, disperazione e rabbia.

Perché è successo a me? – Cosa mi accadrà adesso? – Morirò? – Sarò in grado di affrontare la malattia?- sono alcune delle mille domande che invadono la mente del paziente.

Pertanto la sua presa in carico deve essere necessariamente globale e integrata, spaziando dalle problematiche corporee a quelle emozionali.

Nello specifico, lo psicologo può fare molto all’interno dell’equipe medica aiutando il paziente ad affrontare il cambiamento fisico e psicologico che accompagnerà la malattia, incoraggiandolo a esprimere e a comunicare le emozioni, favorendo lo sviluppo di modalità adattive per affrontare il tumore.

In altre parole, può aiutare il paziente ad accogliere la malattia a livello sensoriale, cognitivo ed emotivo focalizzandosi principalmente sul paziente stesso, sui vissuti e punti di forza.

In fondo, quando si cura una malattia si può vincere o perdere; quando ci si prende cura di una persona si vince sempre.

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Il sottile tessuto che avvolge il corpo: psicosomatica della pelle

Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle. – P. Valéry

La pelle è l’organo di superficie del nostro corpo e rappresenta – fisicamente e simbolicamente – l’involucro che ci protegge e ci mette allo stesso tempo in contatto con il mondo circostante.

È formata, dall’esterno verso l’interno, da tre strati: l’epidermide, il derma e ipoderma o tessuto adiposo sottocutaneo.

La pelle ha sia una funzione protettiva (termostatica, di senso, immunitaria ed escretoria) che di contatto: è la zona più coinvolta nella relazione con gli altri, è la sede delle carezze e degli abbracci, è l’area del contenimento emotivo.

Per questo motivo la pelle è il luogo del nostro corpo dove la personalità si lega al mondo esterno, dove la nostra vita comunica con l’esterno.

È il libro sul quale – senza rendercene conto – scriviamo ogni giorno la nostra storia, una storia che narra della nostra individualità e della relazione con il mondo: attraverso il rossore, il pallore, il sudore, l’odore, le rughe di espressione e i segni del tempo, riveliamo emozioni, fantasie, paure, segreti, dolori e gioie.

Per la psicosomatica la pelle si presta a varie letture, così come i disturbi che possono interessarla: comprendere le patologie della pelle a livello simbolico può aiutarci ad affrontare il disagio che proviamo che può aver contribuito alla sua insorgenza.

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Psicosomatica della pelle

Le problematiche della pelle più frequenti sono: l’acne, le dermatiti, la psoriasi, l’herpes zoster e l’alopecia.

L’acne è una malattia infiammatoria della pelle che coinvolge il follicolo pilifero e la relativa ghiandola sebacea con conseguente comparsa di comedoni, papule, pustole o noduli.

Ci racconta di una sensazione di non accettazione, di mancanza di autostima e di amor proprio: non sentendoci accettati dall’altro ci rendiamo sgradevoli mettendoci una maschera respingente, creandoci l’alibi per non avere relazioni.

Le dermatiti sono diverse malattie della cute, caratterizzate da processi infiammatori che causano prurito, vescicole, gonfiore e rossore. Ci raccontano di difficoltà a farci toccare, ad avere un’intimità, ad aprirci all’altro.

La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica delle pelle che si manifesta con chiazze eritematose ricoperte di squame secche.

Ci racconta di un’aggressività trattenuta, che rimane sulla pelle, e di un eccessivo bisogno di difenderci di fronte all’invadenza del mondo.

La psoriasi è quindi a livello simbolico una patologia della pelle che rappresenta una corazza con la funzione di proteggerci dall’esterno che avvertiamo come minaccioso.

L’herpes zoster, noto più comunemente con il nome fuoco di sant’Antonio, è una malattia che causa sfoghi cutanei dolorosi e pruriginosi.

Ci racconta di una difesa dalle tentazioni, dagli impulsi trasgressivi scacciati che dolorosamente affiorano sulla pelle.

L’alopecia è una patologia che comporta una perdita di peli e/o capelli, ci racconta di problematiche relative all’affettività e a esperienze traumatiche.

Attraverso l’alopecia elaboriamo la rottura di un legame e comunichiamo il nostro più profondo malessere.

Il sottile foglio di tessuto…

Concludendo con le parole di Le Breton: la pelle è un sottile foglio di tessuto che avvolge il corpo.

Fisiologicamente essa è un organo piuttosto semplice; dal punto di vista sociale e psicologico, invece, è un organo altamente complesso.

La pelle è un confine tra il mondo esterno e quello interno, tra l’ambiente e il proprio Sé.

Occuparci dei problemi psicosomatici della nostra pelle è un’occasione per conoscerci meglio e per superare quegli stati emotivi che ci danneggiano e bloccano la nostra realizzazione.

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Il sintomo psicosomatico nel bambino

Quando si parla di somatizzazione infantile si fa riferimento al fragile rapporto tra psiche e soma in età evolutiva: più il bambino è piccolo, più il suo disagio psicologico è veicolato attraverso i sintomi corporei.

Di primaria importanza nell’ambito della psicosomatica infantile è la relazione che il bambino instaura con la figura principale di accudimento, generalmente la madre.

Grazie al comportamento di cura materno e all’atteggiamento corporeo assunto dalla madre quando lo tiene in braccio, il bambino svilupperà un’integrazione psicosomatica, cioè la psiche riuscirà ad abitare il soma attraverso lo sviluppo di un Sé allo stesso tempo sia fisico che psichico.

Di contro, una mancata sintonizzazione affettiva con la madre può tradursi in dolore del corpo, manifestato attraverso disturbi psicosomatici di varia natura.

La relazione tra madre e bambino è intesa come un vero e proprio sistema interattivo che regola sia il comportamento che la fisiologia del bambino.

Anche la figura paterna contribuisce, con la sua presenza attiva, a realizzare l’ambiente idoneo alla maturazione psicosomatica del bambino.

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Il bambino come inventore di patologia

Nella somatizzazione e nei disturbi a essa correlati il bambino ha sintomi di sofferenza fisici, pensa eccessivamente ai sintomi e fa cose a essi collegati.

Nell’equilibrio psicosomatico del bambino giocano un ruolo fondamentale sia le esperienze corporee che le esperienze affettive.

Il bambino che presenta un ridotta capacità di elaborazione mentale manifesta frequentemente sintomi somatici connessi a situazioni di stress familiare e/o individuale.

Il corpo è per il bambino lo strumento, prima del linguaggio, attraverso cui esprimere una sofferenza psicologica.

Attraverso la somatizzazione l’emozione viene spostata su un organo o apparato, trovando così una via di sfogo e un modo per richiamare l’attenzione su di sé.

Il bambino che sviluppa un sintomo psicosomatico è come un inventore di patologia: il sintomo che si manifesta è forviante rispetto alla causa reale del disturbo; l’organo oggetto della malattia è un organo su cui il bambino scarica un disturbo di altro genere.

I disturbi da somatizzazione infantile

I disturbi psicosomatici più ricorrenti nei bambini sono:

  • Cefalea idiopatica precoce può esordire nella prima infanzia con dolori addominali ricorrenti, vomiti ciclici, vertigini, febbri senza causa, dolori articolari.
    Il bambino con cefalea idiopatica sembra avere peculiarità caratteriologiche ben precise che contribuiscono al determinare l’insorgenza e il mantenimento della patologia: tristezza, vulnerabilità alla frustrazione e all’ansia, minore fiducia di base e ottimismo, sensazioni di incapacità e timore di rimproveri e abbandoni.
    Situazioni ambientali strettamente legate alla cefalea idiopatica sono: depressione materna, genitori con rapporti conflittuali, separazione dei genitori.
  • Sintomi gastrointestinali – riguardano soprattutto la regione addominale, periombelicale, nel quadrante inferiore destro.
    Il contesto psicologico riguarda un bambino ansioso che vive in una famiglia altrettanto ansiosa che orienta tutte le sue attenzioni sull’addome del bambino, favorendone il vantaggio di benefici secondari.
    Frequenti sono i casi di fobia scolare: paura della scuola e paura di staccarsi dalla madre.
  • Sintomi respiratori – come crisi pseudo-asmatiche e tosse psicogena.
    Dal punto di vista psicologico, sono direttamente responsabili i fattori di stress cronico e acuto.
    Attraverso il respiro la vita scorre dentro di noi: il bambino che somatizza con sintomi respiratori esprime vissuti conflittuali nelle relazioni con l’ambiente esterno.
  • Dermatopatie: è il risultato di vissuti negativi legati a dinamiche interpersonali, come l’esistenza di un evento stressante specifico o la permanenza di una condizione di stress diffuso, e si manifesta con acne, alopecia, orticaria, dermatite atopica, vitiligine.
    Gli indicatori di disagio psicologico che possono predisporre alle dermatopatie sono la presenza di comportamenti estremi e inadeguati, atteggiamenti rinunciatari, problematiche a carico dell’interazione e dell’adattamento sociale

Il sintomo come comunicazione

La comunicazione attraverso il sintomo nel bambino è molto più comune di quanto si pensi; spesso è lieve e passeggera, altre volte richiede una presa in carico del bambino e della sua famiglia.

I disturbi psicosomatici possono insegnare ai genitori a conoscere i bisogni e le paure nascoste del loro bambino. 

Questi disturbi generalmente richiedono un intervento psicologico, ma ciò che farà la differenza è riuscire a cogliere e a comprendere il messaggio in codice che il bambino sta inviando attraverso la somatizzazione. Il bambino, in questo modo, ci insegna molto di lui.

In fondo, chi non impara nulla dai bambini, certamente non imparerà nulla dai grandi.

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Perdonare per guarire: psicosomatica della rabbia

Il Dalai Lama ha detto:

Se avete dei nemici e pensate a loro continuamente, alle loro colpe, a quello che hanno fatto e al vostro dispiacere, allora non godete veramente di nulla.

Non riuscite a mangiare, non riuscite a dormire bene.

Perché dar loro questa soddisfazione?

 

Perdonare non significa dimenticare, giustificare o ignorare un atto grave o un’ingiustizia, non significa minimizzare l’esperienza vissuta, ma si tratta di un costrutto psicologico complesso che coinvolge aspetti emotivi, cognitivi e comportamentali.

Perdonare è lasciare spazio a una vita libera dalle ferite del passato, attraverso il perdono, infatti, si può imparare a lasciare andare e a ricominciare da capo.

Il processo del perdono è un viaggio e in quanto tale è il risultato di un lungo lavoro psicologico: nel perdonare le emozioni e il giudizio negativo nei confronti di chi ci ha fatto del male vengono alleviati e sostituiti da atteggiamenti più positivi di compassione, clemenza e amore.

Come sostiene Thich Nhat Hanh, monaco zen, poeta e costruttore di pace, ognuno possiede aspetti salutari e positivi, riconoscibili alla luce della consapevolezza.

Quando riconosciamo sinceramente le qualità dell’altra persona, è molto difficile rimanere vincolati a sentimenti di rabbia.

Ci ammorbidiamo, la nostra prospettiva si amplia e diventa in grado di includere tutti gli aspetti della realtà.

Quando non siamo più prigionieri di una rabbia cieca o di percezioni distorte e limitate o di giudizi, possiamo perdonare, ristabilendo amore e comprensione.

Il perdono è un processo di umanizzazione, poiché ci spinge a fare i conti con i nostri limiti, la nostra vulnerabilità e la nostra fragilità, ed è un principio di libertà, in quanto ci libera dalle ferite del passato, facendo pace con esso.

Perdonare significa abbandonare ogni speranza di un passato migliore: non ci si sforza di dimenticare o negare il fatto di essere stati feriti ma si cerca, invece, di arrivare a una relazione differente con il torto subìto.

Perdonare ci permette di proteggere la nostra salute dagli effetti disfunzionali della rabbia e delle emozioni negative, è un modo per vivere i sentimenti davvero significativi e importanti per il nostro benessere e il nostro equilibrio.

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Perdonare per guarire

Diversi studi hanno permesso di verificare che attraverso il perdono possono migliorare stati di malessere sia fisici che psichici: si possono verificare cali della pressione cardiaca, riduzione di sintomi depressivi e sintomi psicosomatici.

Perdonare ha l’effetto di alleviare stress, ansia, depressione e rabbia.

Perdonare riduce tutte quelle emozioni negative che non aiutano a superare il danno subìto ma al contrario ne peggiorano la salute psicofisica.

Psicosomatica della rabbia

La rabbia è senza dubbio un’emozione intensa, forse la più funzionale per gli esseri umani: ci fa sentire energici e in grado di affrontare le avversità della vita.

Se ben espressa può diventare perfino benefica per il nostro organismo.

Ma la sua forza può travolgere come un uragano e può diventare tossica per la nostra salute.

Numerosi studi hanno riscontrato che le persone tendenzialmente inclini a sperimentare vissuti di rabbia, in modo tale da esserne sopraffatti, da non riuscire a regolarla e gestirla, senza entrare realmente in contatto con essa, hanno una probabilità maggiore di sviluppare disturbi cardiaci.

La rabbia intensa, frequente e prolungata stimola in maniera eccessiva le aree del corpo che naturalmente ci aiutano a fronteggiare i brevi momenti di difficoltà.

La risposta di stress è benefica solo se momentanea, ma diviene dannosa per l’organismo se perdura nel tempo: è stata infatti riscontrata una concentrazione molto alta di PCR (una proteina rilevabile nel sangue, prodotta dal fegato, collegata all’aterosclerosi e al rischio di infarto) nelle persone inclini alla rabbia.

Se abbiamo difficoltà a perdonare, accumuliamo rabbia che finisce per danneggiare mente e corpo.

Il viaggio del perdono

Il viaggio del perdono è difficile e tortuoso, ma chi ha deciso di intraprenderlo ne ha ricavato una sensazione di benessere sia per la riconquista di una serenità che sembrava lontana e perduta sia per la possibilità di poter riprendere il viaggio della propria vita che si era momentaneamente fermato al capolinea della rabbia.

Come scrive Richard Bach:

Egli imparò a volare.

Scoprì che era la rabbia

a rendere così breve la vita di un gabbiano.

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Il cioccolato tra i piaceri della mente e i piaceri del corpo

La leggenda narra che Quetzalcoatl, il dio serpente dell’antica Mesoamerica, rubò agli déi un albero di cacao, il più bello di tutto il paradiso azteca, per regarlarlo agli uomini che impararono, con l’aiuto della divinità della pioggia Tlaloc e della dea della fertilità Xochiquetzal, a coltivare, a raccoglierne i frutti e a macinarne i semi per realizzare una bevanda aromatica: il cioccolato.

Il cioccolato era una vera e propria golosità che ringiovaniva, allungava la vita e migliorava la salute, non per altro veniva considerato il nutrimento degli déi.

Dal punto di vista storico il cioccolato nasce in Amazzonia e giunge in Messico 3000 anni fa. Origina da una pianta sempreverde, alta fino a 20 metri, che produce i frutti da cui derivano i semi del cacao.

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… tra i piaceri della mente e del corpo

Oggi sappiamo che il piacere del cioccolato può generare benessere, sia psichico che fisico.

Alcune ricerche sostengono che mangiare cioccolato sia più eccitante che baciare il proprio partner e che mentre per gli uomini il cioccolato predispone alla sessualità, la maggior parte delle donne lo preferisce al sesso.

Il legame tra cioccolato e sessualità è storico: si narra che Montezuma, un imperatore azteco che possedeva un harem con 600 concubine, ne bevesse 5 tazze al giorno, che Madame Du Barry, la favorita di Luigi XV, lo offrisse ai suoi numerosi amanti, che Casanova lo consigliasse prima e dopo le fatiche dell’amore.

Ma quali sono gli effetti psicofisici del cioccolato?

Il cioccolato tra i piaceri della mente e i piaceri del corpo

La scienza ha dimostrato che:

  • offre sensazioni di tranquillità e felicità grazie al triptofano, un amminoacido fondamentale per il nostro organismo, che esercita il suo potere sulla serotonina, sulla feniletilammina e sull’anandamina, allontanando lo stress;
  • offre sensazioni di rinvigorimento, aiutandoci a recuperare stanchezza ed energia, grazie ai polifenoli, un gruppo di sostanze naturali;
  • incrementa l’attenzione e lo stato di allerta, con conseguente potenziamento dell’efficienza mentale, grazie alla presenza di magnesio che attiva il metabolismo cerebrale donandoci una maggiore lucidità di pensiero;
  • consente di attenuare l’ansia, grazie alla produzione di endorfine, gli ormoni del benessere;
  • migliora le funzioni cardio-vascolari, riducendo la pressione arteriosa, grazie ai flavonoidi (composti chimici naturali) e alle loro proprietà anti-ossidanti: così la probabilità di infarto diminuisce del 37% e il pericolo di ictus del 29%;
  • calma la motilità gastrica, grazie ai lipidi, composti organici presenti in natura, e di conseguenza può ridurre l’appetito e l’eccessiva introduzione di calorie;
  • ha un effetto antibatterico, grazie ai tannini, sostanze chimiche presenti negli estratti vegetali;
  • aiuta a combattere il diabete, aumentando l’insulino-resistenza.

Non è tutto cacao ciò che luccica

Attualmente la maggior parte del cioccolato in commercio contiene troppi zuccheri e troppo poco cacao che è quello che produce gli effetti positivi prima descritti.

È per questo che, anche in vista delle prossime festività pasquali e l’esponenziale aumento di consumo delle uova di cioccolato, si consiglia di preferire il cioccolato che contenga almeno il 65% di cacao.

E per chi sostiene che il cioccolato faccia male?

Ippocrate sosteneva che è la quantità che fa il veleno.

Quindi, godiamo pure dei piaceri psicofisici del cioccolato ma con moderazione!

In fondo, l’effetto benefico del cioccolato si ottiene con 7,5 grammi al giorno.

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Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il collegamento tra malattie fisiche e vita emotiva è conosciuto da sempre, basti pensare che le prime formulazioni sul rapporto mente-corpo sono state poste a cominciare da Platone.

La psicosomatica si afferma nel mondo occidentale con l’imporsi della medicina scientifica, nella seconda metà dell’Ottocento, con i primissimi studi sul rapporto tra eventi di vita e insorgenza di patologie.

In diversi studi è stata riscontrata una connessione tra infarto e rottura di relazioni. L’associazione, in alcuni casi, si è evidenziata anche in rapporto all’anniversario della rottura.

Una signora di 40 anni, senza precedenti cardiaci, si sveglia una mattina alle 7 con un forte dolore al petto. Viene ricoverata in ospedale con una diagnosi di infarto miocardico.

Durante una consulenza la signora racconta che, esattamente un anno prima, l’ex marito alle 7 del mattino prepara le valigie e la lascia per un’altra donna. Da quel giorno, la signora era stata affetta da ansia e depressione e si svegliava spesso alle 7, rivivendo la scena dell’abbandono.

Il suo attacco cardiaco si era manifestato nel primo anniversario dalla rottura del matrimonio.

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Il cuore come motore della vita

Il cuore è il centro che sostiene la vita poiché ha la funzione, attraverso la parte muscolare, la parte arteriosa e la parte intracardiaca, di pompare il sangue nell’albero circolatorio che a sua volta lo distribuisce a tutte le porzioni corporee attraverso la vascolarizzazione dei tessuti organici.

Batte ottantamila volte al giorno, più di 35 milioni di volte all’anno; attraversando tutti gli organi il sangue compie un viaggio di oltre 96.000 chilometri.

In tutte le culture, il cuore rappresenta il centro dell’affettività e nel comune linguaggio metaforico lo utilizziamo frequentemente: Grazie di cuore; Ho il cuore pieno di gioia; Ti amo con tutto il cuore; Ho avvertito una stretta al cuore; Mi hai spezzato il cuore.

Tutte espressioni che rivelano il simbolismo emotivo racchiuso in quest’organo e nella motilità cardiaca: ad esso vengono associati sia concetti positivi, legati all’amore, all’amicizia, alla bontà, sia concetti negativi, legati al dolore, alla separazione, alla tristezza.

La sindrome del cuore infranto

Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il legame tra separazioni e cuore coinvolge strettamente gli ormoni e lo stress: abbandoni e separazioni provocano emozioni intense come dolore, preoccupazione, angoscia, tristezza, sensi di colpa, vergogna.

La difesa che si sviluppa in risposta a tali emozioni, come l’immobilità o la disperazione, ha un effetto immediato sul sistema nervoso autonomo e di conseguenza su quello ormonale e immunitario.

La sindrome dal cuore infranto è una patologia che si manifesta con una disfunzione del ventricolo sinistro come conseguenza a un evento di vita emotivamente stressante e doloroso.

Mi hai spezzato il cuore non diventa più metafora di un dolore ma la reale conseguenza di una forte sofferenza psichica legata alla separazione.

Il dolore vissuto porta a conseguenze fisiche che condizionano negativamente le funzioni vegetative ed endocrine tanto da provocare vere e proprie lesioni organiche.

Il cuore spezzato diventa espressione del conflitto conseguente alla perdita subita e il corpo diviene il mezzo attraverso cui scaricare il dolore.

C’è una crepa in ogni cosa

Inversamente, anche la guarigione risulta essere collegata a una dimensione relazionale: alcuni casi di regressione spontanea da malattie sono apparsi associati a miglioramenti nelle relazioni interpersonali.

In altri termini, il cuore batte, si può rompere e può guarire.

In fondo, come scrive Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa.

Ed è da lì che entra la luce.

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