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relazione di coppia

Condivisione e progettualità nella coppia

Guardavo perplessa questa coppia davanti a me.

Anche loro erano sgomenti, perché ciò che avevano avuto modo di capire in quell’istante era l’impossibilità di ritrovarsi.

Certo, avevano già percepito in passato la difficoltà di parlarsi senza gridare, la sofferente indifferenza con cui sopportavano la presenza reciproca, la diffidenza che ormai era costante nei loro atteggiamenti.

Ma pensavano che in fondo si volevano bene e che non si sarebbero mai lasciati.

In verità questa coppia ha iniziato a separarsi tanti anni fa, quando un giorno ha deciso, più o meno consapevolmente, di non scegliere l’altro come compagno di vita e si è arreso all’ordinaria quotidianità.

Allora, la comunicazione era diventata del tipo: come stai? = normale; cos’hai? = niente.

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Si può invertire la rotta?

Se si vuole, la risposta è: Sì!

Questo è importante saperlo, sia per coloro che ancora non si sono trovati in questa fase (perché si può evitare), sia per coloro che ci stanno già dentro.

Per uscirne, occorrono motivazione, pazienza e capacità di ascolto.

Questi sono gli ingredienti alla base dell’empatia, ossia la capacità di sintonizzarsi sull’altro, fare propri i desideri e i sentimenti del partner.

Occorre ri-scegliersi autenticamente con gli occhi sulle differenze e non sul mito che ci ha proposto la luna di miele.

Se la scoperta di queste differenze può essere non solo tollerabile ma anche arricchente per entrambi, allora ognuno può nuovamente allenarsi all’empatia.

Lo step successivo è ricominciare a condividere e progettare

Quando faccio queste proposte alle mie coppie stanche e dolenti, sento la loro resistenza, perché ricominciare ad amare può essere faticoso.

Le resistenze alle mie proposte di riattivazione sono le più varie:

Non c’è tempo, dobbiamo lavorare, abbiamo i figli, abbiamo i genitori anziani da accudire, non abbiamo soldi per uscire…

Quasi come se le parole condivisione e progettualità implicassero uno sforzo energetico e finanziario enorme. Ma in verità c’è dell’altro.

Molte coppie pensano di aver già fatto esperienza di condivisione, perché hanno sempre parlato di tutto e quindi, è una strada che nella loro esperienza è stata già fallimentare.

Ed è vero che queste coppie parlano molto; spesso si trasmettono ricche informazioni sull’andamento della propria giornata o sul programma da svolgere, quasi come se fossero cronisti di un TG.

E quindi si parla del traffico che si incontra per andare a lavoro, del funzionamento della macchina, del capo o del collega che l’ha infastidito, del tempo, di ciò che si mangerà, ecc.

I contenuti delle conversazioni quotidiane possono essere tantissimi eppure questa coppia rischia di perdersi lo stesso.

Condividere non è informare

Condivisione e progettualità nella coppia

Nonostante entrambi i partner sappiano tante cose dell’altro, ciò che non conoscono è:

Come l’altro vive tutto ciò? Qual è la sua emozione?

Esprimersi in modo emotivo, raccontando quanto sia stato piacevole o spiacevole un determinato momento, aiuta intanto ad uscire da questa tiepidezza dell’ordinario che spesso ingoia tutti i colori dell’emozione, lasciano dietro di sé una grigia apatia.

A quel punto diventa tutto normale, ossia vuoto.

Inoltre raccontare al proprio compagno di vita la propria emozione, dà significato e rilevanza a sé e all’altro, perché lo si ritiene in grado di ascoltare e sostenere.

Quindi si crea un circolo virtuoso di condivisione. Attenzione però! Condividere non significa sfogarsi!

Alcune persone gettano addosso all’altro le proprie emozioni – ovviamente negative – legate ad eventi frustranti da loro vissuti.

Questa attività spesso non dà buoni risultati, a meno che tale sfogo non sia accompagnato anche dall’espressione di ipotetici strumenti di soluzione del problema: a questo punto diventa vera condivisione.

Alleniamoci non solo a vedere e sentire la frustrazione di un problema, ma anche a comunicarlo, condividendo possibilità di soluzioni!

Se si riesce a condividere, si può anche fare il passo successivo, ossia ritornare a progettare.

Quando io chiedo alle mie coppie di progettare, spesso anche lì devo sfatare un altro significato che porta lontano: non si progetta solo una casa, un figlio, l’arredamento di una stanza, progettare è anche decidere insieme dove fare una passeggiata.

Ritornate ad ascoltarvi, sintonizzarvi, condividere e progettare, questi sono gli ingredienti per ricominciare a scegliersi!

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Quanto è consentita l’autonomia nella Coppia?

Trovo sempre meraviglioso il momento in cui due persone si innamorano, sembra tutto semplice.

Ricordate? Ne abbiamo parlato nel precedente articolo La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti.

Durante la magia dell’innamoramento, non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro. All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un “io” ad un “noi”. In questo “noi” si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé. Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

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As time goes by

Adesso immaginate questa coppia dopo un anno.

I due protagonisti, hanno iniziato a litigare furiosamente, esprimendo con forza i propri bisogni personali. Ci si sente rabbiosi, incompresi e soli.

Le domande che i protagonisti di questa tipologia di coppia mi rivolgono più spesso, in questa specifica fase iniziano tutte con: Le sembra giusto che….?

  • …stia sempre davanti al pc?
  • …stia sempre al cellulare?
  • …stia sempre con gli amici?
  • …stia sempre in palestra?
  • …stia sempre con la sua famiglia d’origine?
  • …stia cosi tanto tempo a lavoro?

Il più fondamentale e cruento momento che la coppia si trova ad affrontare dopo la magica fase della luna di miele riguarda proprio gli spazi di autonomia personale.

Questo perché fisiologicamente la coppia deve passare da un’immagine di un Noi in cui le differenze individuali non esistono, ad un’immagine più realistica, in cui invece le differenze individuali possono completare l’altro.

Questo passaggio non è indolore e la coppia entra in crisi.

Ciò che era normale prima, ora non lo è più. Le esigenze personali diventano più impellenti.

Ma nonostante il dolore e la rabbia con cui si vive questo momento, tutto ciò è normale e sano!

Se i protagonisti della nostra storia non discutono e non trovano una mediazione fra le esigenze del noi e i desideri personali, rischiano di sacrificare passivamente la propria felicità e, a lungo andare, anche quella della coppia stessa.

Autonomia e famiglie di origine

Occorre anche ricordare che la definizione di Autonomia della singola persona all’interno della coppia, riguarda il modo con cui ognuno è cresciuto nella propria famiglia d’origine.

Le modalità con cui i genitori del futuro partner gli hanno consentito libertà di esplorazione dell’ambiente, sarà la stessa che lui/lei trasferiranno nella coppia futura. E’ proprio nella sua famiglia che l’adolescente fa esperienza delle modalità di protezione/controllo e a sua volta creerà una coppia futura considerando normali i medesimi comportamenti.

Ritrovare se stessi per stare bene in coppia

E così, spesso mi ritrovo in stanza di psicoterapia, con coppie che sono già in una profonda crisi disfunzionale e il bisogno fondamentale che mi riportano è legato al mancato soddisfacimento dei propri spazi personali.

Si riconoscono perché sono persone in apnea, insoddisfatte della propria vita coniugale che ha ingoiato tutti i desideri e la libertà personale.

Dai loro racconti, riscopro persone che prima di arrivare a questa coppia – oggi così disidratata –  erano molto solari,  vivaci,  ricchi di interessi,  di viaggi, di passioni. Erano persone colorate e felici.

Come fare per ritrovare quella leggerezza? La soluzione non è difficile.

Il primo passo è: ritrovare al più presto una maggiore autentiticità e sincerità con se stessi.

E già, perché dopo qualche anno in cui la luna di miele è lontana e diventa normale avere una vita di coppia con ritmi stabili, il pericolo maggiore è sopravvivere anziché vivere.

Si sacrifica il soddisfacimento dei propri bisogni per il bene della coppia o dei figli, e man mano questa stabilità diventa pesante e ci si dimentica gradualmente chi si era e quali erano i propri bisogni. Ci si scopre improvvisamente in apnea e infelici.

Questa triste consapevolezza ha un’unico rimedio: Ri-Guardare in fondo a se stessi e Ri-TrovarsiRi-scoprire i propri bisogni, interessi e passioni.

Il secondo passo è: parlare autenticamente con la persona cui cui si vive la coppia e trovare un nuovo patto, che tenga in considerazione il Noi, senza abbandonare il proprio Io.

Ci si può riscoprire con felicità persone diverse!

La felicità della coppia non può realizzarsi se le persone che la compongono sono tristi!

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La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Ho pensato spesso a ciò che accade dentro ognuno di noi, quando finisce un rapporto d’amore!

Ci si sente persi, vuoti, annientati… una mia paziente quando ha compreso che il suo matrimonio era finito, si è definita senza pelle.

L’amore che finisce fa vivere a tutti le medesime emozioni, indipendentemente dall’estrazione sociale, economica, culturale.

Spesso la fine di un amore non sconvolge solo i protagonisti della coppia, ma anche il mondo sociale ed affettivo che la circonda. E quindi, anche ognuno di noi avrà detto Ma com’è possibile? Sembravano così felici insieme!!!

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Sembravano così felici…

Partiamo da qui: una foto scattata nel momento di felicità di questa coppia e avvolgiamo all’indietro il nastro: ingoiando conflitti, tensioni, parole non dette o parole gridate…

Andiamo indietro e ritroviamo quella foto in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

Entriamo in quella linea di sguardo, quali emozioni scopriamo?

Gioia, risate, desiderio di stare insieme il più possibile, voglia di progettare, ascolto, comprensione…

Ricordo che – durante una vivace seduta di coppia – i due partner urlavano nella stanza di terapia, insultandosi pesantemente e non sentendo l’altro. Ognuno dei due aveva solo il forte bisogno di gridare all’altro il proprio dolore e la propria rabbia, attribuendosi reciprocamente la fine del rapporto.

Quando io ho chiesto di raccontarmi come si sono conosciuti, la rabbia si è sciolta nel dolore e il dolore si è espresso con delle silenziose lacrime; lì è stato possibile accedere a quella foto di tanto tempo prima in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

La costituzione della coppia: desideri e aspettative

La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Quando si rompe una coppia, non è MAI inspiegabile. Tutto nasce dal significato di quegli sguardi della nostro foto.

La costituzione della coppia è basata non solo sull’incontro di due persone, ma anche di due storie di vita con credenze, miti e regole.

I modelli e le aspettative dei nostri protagonisti nascono dalle attese elaborate dalle rispettive famiglie di origine.

Durante la magia dell’innamoramento non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro.

All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un io ad un noi.

In questo noi si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé.

Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

Un altro aspetto fondamentale è legato al livello di attrazione fisica, che è molto elevato, spesso la vicinanza sessuale è più intensa rispetto a quello che sarà nei periodi successivi, si vive in un’atmosfera densa di sogni, aspettative, progetti, si fantastica molto per il futuro.

Attraverso la comunicazione, ogni coppia inizia a darsi delle definizioni in merito alle funzioni, agli spazi e alle distanze che meglio rispondono: sia ai bisogni di intimità, sia a quelli di libertà personale.

Questa è la vera luna di miele.

Questa fase mitica della coppia non può durare per sempre.

Anzi in verità non sarebbe psicologicamente sana se durasse, perché significherebbe vivere mistificando la realtà dei fatti.

Eppure, viene vista con amara nostalgia dai protagonisti della nostra coppia, a distanza di tempo.

Quando la luna di miele finisce, la coppia deve superare una sfida, ossia riuscire a mantenere le caratteristiche dell’amore, nel quotidiano.

Le difficoltà legate a questa fase sono spesso ritratte in proverbi popolari, tipo Il matrimonio è la tomba dell’amore, ma anche in frasi proposte da illustri scrittori e filosofi:

E’ degno d’aver più mogli chi non reputa castigo sufficiente una moglie – Dante Alighieri

Nel matrimonio succede quel che si vede nelle gabbie. Gli uccelli che sono fuori vorrebbero entrare, quelli che sono dentro vorrebbero uscire – M. De Montaigne

Cosa accade quando la luna di miele finisce?

Un mio paziente mi raccontava questa fase, come se si fosse tolto un velo dagli occhi, scoprendo che la persona accanto era totalmente diversa da quella scelta: All’improvviso mi sono scoperto solo. Lei non mi guardava più, non mi ascoltava più.

Oltre che sui motti di spirito che chiaramente nascono dalla difficile esperienza che la coppia vive quando deve superare la fase mitica, in cui sembra tutto più semplice, vorrei puntare l’attenzione su quali strumenti bisogna avere per sentirsi sempre amati, ascoltati, sostenuti anche nelle fasi successive della coppia.

Nei prossimi articoli conosceremo un po’ meglio gli arnesi per rendere quel famoso sguardo della nostra foto più presente e vivido.

E voi come avete vissuto questa luna di miele?

Quanto siete ancora dentro questa fase o quanto lontani da essa?

Pensavo fosse amore, invece… Cosa succede quando ci innamoriamo.

Ne abbiamo parlato in diretta sulla nostra pagina Facebook: rivedi il video.

Ti amo davvero o sono solo attaccato a te?

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“Io, tu e… i tuoi!” Le intrusioni nella coppia

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S come separazione

Ogni volta che vai via (Every time you go away) è il titolo di un brano di Paul Young piuttosto popolare degli anni ottanta. Racconta del dolore che si prova quando la persona che amiamo si allontana.

Non andare via, non lasciarmi, senza te non posso stare sono ritornelli romantici piuttosto ricorrenti.

E in effetti la scienza ha dimostrato che in incorriamo in una vera sindrome da separazione quando il nostro partner ci lascia, anche per brevi periodi.

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I cambiamenti nella separazione

Si registrano cambiamenti fisiologici e comportamentali significativi in entrambi i partner, particolarmente in coloro che rimangono e che esprimono un attaccamento ansioso, mentre la lunghezza, la soddisfazione del rapporto e l’abitudine agli allontanamenti non sembrano influire sullo stress da separazione.

Una lontananza a lungo termine porta aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

La ricerca sta studiando i meccanismi neurochimici alla base di questi effetti comportamentali del tutto simili all’astinenza, segnalati anche in animali monogami, come alcuni roditori.

Un indice significativo, registrato persino in coloro che non esibiscono forti sintomi di ansia, è l’aumento del livello del cortisolo, l’ormone dello stress. Nell’attaccamento e nella separazione di tutti i legami importanti sono implicate le stesse sostanze neurochimiche: ossitocina, vasopressina, e dopamina.

L’attaccamento nella relazione

Questi dati fanno capire come in una coppia i partner si attacchino l’uno all’altro in modo del tutto simile a quello che avviene tra neonato e genitori. Di come si tenda a creare un’unità psicologica (tra amanti, tra genitore e figlio) dove le esigenze di essere vicini, prendersi cura e resistere alla separazione sono molto forti.

Talmente forti, da portare in alcuni casi ad estrema angoscia se si è divisi da qualcuno a noi molto vicino come una madre e un padre per un bambino o il partner per un adulto. Condizione definita in termini clinici come disturbo d’ansia da separazione.

Per John Bowlby, lo psicoanalista britannico che ha studiato approfonditamente i legami affettivi, l’angoscia suscitata dalla perdita o dalla separazione di uno stretto rapporto con la figura di riferimento è una caratteristica che definisce il legame di attaccamento.

Alcuni studi dimostrano che l’ansia da separazione in età adulta è però un’estensione di uno stile di attaccamento disfunzionale stabilito nella prima infanzia con le figure primarie, che rende vulnerabili alle separazioni, soprattutto in caso di forte stress.

Per dire che anche se numerose ricerche supportano l’idea che una relazione sentimentale possa rappresentare una dimensione di rifugio, appoggio, sostegno emotivo, un attacco insicuro (ansioso – ho bisogno di te – o evitante – vieni qui/ vai via) rovina questa possibilità.

Coppia e autonomia

S come separazione

Il bisogno di rimanere uniti non deve impedire in ogni caso la possibilità di rendersi autonomi, allontanarsi, esplorare.

A volte in una relazione può esserci addirittura bisogno di separarsi, almeno per un po’. Anche se si crede che la coppia debba stare sempre e comunque appiccicata e che prendere le distanze sia un rimedio per coppie finite, utile solo a riorganizzarsi da soli.

Perché la distanza fa paura, pone di fronte ad una situazione dove perdiamo controllo sull’altro e sulla relazione.

Quando sentiamo scivolare via il partner, infatti, ci viene spontaneo avvicinarsi ancora di più. E insistere nelle stesse modalità esasperando così situazioni già instabili.

In alcune condizioni particolari separarsi può probabilmente riuscire a rafforzare il rapporto.

Il tempo da soli non risolve magicamente i problemi dello stare vicini, ovvio, ma può smuovere cambiamenti quando si torna insieme, se ci sono impegno e volontà.

E se questo tempo da separati non è vissuto come modo per testarsi, cioè non è: ci separiamo per un po’ per vedere se possiamo fare da soli, con la cintura di sicurezza attaccata all’altro però, in caso si scopra di non essere in grado

Quando finisce un amore…

A volte invece nei legami, le separazioni sono già avvenute da tempo, stanno nelle pieghe profonde della relazione. Volontà, interesse, entusiasmo non ci sono più, solo serrature chiuse, arresti emotivi. Ad un certo punto ci siamo lasciati, senza ufficializzarlo. Mantenendo tutto intatto in superficie.

Quando la separazione invece è inevitabile, ci si lascia e dobbiamo distaccarci, arriva il momento nel quale mettiamo a fuoco dolorosamente quanto si è condiviso con il partner.

L’altro ha fatto parte della nostra quotidianità, è stato nelle piccole cose ma anche nella nostra testa, nelle decisioni, nei comportamenti. Ha abitato la nostra anima.

Condiviso il nostro Sé, in una sorta di duplex emotivo. Adesso invece, con il distacco, c’è bisogno di iniziare a definirsi in relazione a se stessi. Di uscire da quell’intimità per riorganizzarsi.

Secondo alcuni studi, i partner più disastrati dopo una separazione sono quelli che dimostrano un attaccamento evitante (che preferiscono rimanere a distanza) e che hanno difficoltà a regolare le proprie emozioni.

In modo sorprendente invece gli attaccati in modo ansioso (dipendenti) dimostrano di ritrovare meglio, nel corso del tempo, il modo di sopravvivere alla rottura e rimettere di nuovo insieme i pezzi della propria identità.

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R come ricostruire una relazione

E poi tra di noi qualcosa si è rotto.

Si sono infiltrate incomprensioni, difficoltà, delusioni. Sono sorte distanze. Siamo diventati, in modo incomprensibile, estranei nella confidenza.

Adesso, dopo strappi profondi, è il momento di ristrutturare la nostra relazione. Oppure di rinunciare.

Ancora non lo so bene. Ma trascinarci in questo modo ci fa troppo male. Inventiamoci qualcosa di nuovo, smettendo di ripeterci.

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La danza di una relazione

Mi chiedo se la danza complicata di ogni relazione possa trovare in sé l’energia e la tenacia per ricomporsi. Per evolvere.

O se invece, ad un certo punto, perda il suo ritmo irrimediabilmente.

Fino ad ora ci si siamo urtati, pestati, difficile capire se siamo ancora in pista, se esistono margini di ripresa.

Bisogna rufolare dentro questa storia se abbiamo voglia di ricostruire, tirare fuori desiderio, impegno e tutto quello che di costruttivo ancora possiamo racimolare.

Metterli avanti, sopra ai dispiaceri e al risentimento. Sollevare la rabbia per comprendere quanta solitudine e tristezza ci stanno sotto.

Penso anche sia il momento di smettere di rimanere su chi ha ragione e chi torto ma identificare i nostri modi di interagire che non funzionano più.

Riflettere non in termini di persone, chi ha fatto meglio o peggio, ma di modelli.

Come tu attivi me e io a mia volta influenzo te, in una noiosa spirale senza fine.

Non pensare a cosa ci diciamo ma a come lo facciamo. Non ai contenuti ma al processo.

Alle emozioni che spalmiamo nei nostri modi di rivolgerci, parlare, ascoltarci l’un l’altro. Alla maniera abituale di trattare il conflitto, gestire la tensione.

Un nuovo modello di relazione

Ecco: dobbiamo rompere il nostro modello per ricostruirne uno nuovo.

Responsabilizzarci delle nostre emozioni, usarle come informazioni per capire cosa sta succedendo.

Ognuno deve rendersi conto, uscendo dal frastuono del dolore, che anche l’altro sta lottando interiormente.

Forse sarebbe meglio ragionare in termini di impegno e non di esito.

Abbandonare rimproveri, critiche, rimpianti che rendono il cuore così pesante. E smettere di combattere su chi deve cambiare, innescando una lotta di potere inutile.

Impegniamoci a muovere cambiamenti, ognuno per quanto ne è in grado, per poi rinnovare anche i sentimenti.

Ma nel tentativo di ritrovarci, vedo del tutto inutile sotterrare e nascondere le nostre fratture.

Annullare il dolore e ripartire da dove ci siamo lasciati è come togliere dignità alla nostra sofferenza.

E’ impossibile prendere una gomma e cancellare quello che non ci piace, ridisegnandoci sopra nuovi percorsi.

Non si può rimettere tutto a posto perché adesso non siamo più quelli di prima e le cose devono trovare posti nuovi.

Non possiamo prendere Attak, adesivo universale, e rincollare i pezzi della nostra storia, così come si aggiustano gli oggetti danneggiati.

Usare questa colla trasparente a tenuta forte per far sparire le rotture. Il restauro che ci attende non deve rimettere a nuovo.

Valorizzare i punti di rottura

Credo ci sia bisogno invece di dare consistenza alle nostre cicatrici, prenderne consapevolezza ed elaborarle.

Mi viene in mente l’antica arte giapponese del kintsugi.

Quel raffinato procedimento di riparazione attraverso il quale il vasellame rotto viene accomodato riattaccando i cocci con resina collante mista a oro, argento o platino.

Una tecnica originale che insegna a non cancellare i segni delle spaccature ma anzi a valorizzarle.

Arricchito dalle nuove venature, il vaso riparato in questo modo diventa prezioso, unico e irripetibile, decorato dai segni della sua storia. Una procedura dal significato profondo, a livello simbolico.

Che ci fa capire come le rotture, i contrasti, le cicatrici, anche in una relazione, sono segni importanti dalle quali può nascere quacosa di nuovo.

Ci ricordano le sofferenze e i passaggi che ci hanno portato dove siamo.

Testimoniano che ce l’abbiamo fatta, dopo tutto, abbiamo imparato qualcosa, siamo diventati resilienti. Che sono stati intrapresi nuovi percorsi.

Che qualcosa di riparato può farsi più forte e bello.

Che si può abbracciare il danno, compiacersi delle ferite, esibire le proprie rughe con naturalezza. Che non si deve buttare ciò che si rompe perchè rottura non vuol dire fine.

Le fratture, se le sappiamo utilizzare, possono rinsaldarci e renderci ancora più resistenti. Sono opportunità di consolidamento, anche se dolorose.

Senza rimuginare sul passato, appropriamoci del potere di gestire le nostre difficoltà, di fortificarci sulle fragilità invece di sentirci sopraffatti, piccoli e spaventati.

Credo sia questa la strada per ritrovarci, ricostruire, rinnovarci. Proviamo.

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La fine di un amore

Clive Staples Lewis scriveva:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi.

Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura con passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo.

Ma in quello scrigno (al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto) esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile

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La fine di una relazione

Cos’è la mancanza?

Cosa accade quando una relazione sia essa amicale, sentimentale, lavorativa cui si è investito in termini di tempo, sentimenti, emozioni e progettualità improvvisamente termina? Una mente matura elabora ed accetta la perdita.

Ma cosa succede quando la mente non è pronta a riferire questo pensiero nella realtà?

Una mente fragile, non pronta cade in impasse, non trova soluzioni.

Iniziano a vacillare aspetti fondamentali del proprio Sé tali da creare nel profondo una frattura, tali da creare dei sospesi.

Sembra essere proprio questa la sensazione percepita prima e riferita poi, la sospensione, restare in attesa di un incontro, di un movimento.

Perché si resta sospesi

La fine di un amore

Questo accade poiché l’evento inaspettato genera uno stato di shock, che solo una mente strutturata può accogliere ed iniziare a rielaborare, perché il dolore c’è e non è possibile annullarlo, ma ciò che è importante rielaborare è l’evento traumatico in se stesso, che ha generato uno stato di blocco.

Quando il pensiero non è elaborato prima a livello cognitivo e rielaborato poi a livello espressivo si crea un sospeso che diventa un legame al quale è difficoltoso dare consapevolezza e movimento.

Questo non permette l’investimento in una nuova relazione poiché si è ancora intimamente legati, si è ancora a credito verso ciò che è stato.

Tra le conseguenze psicologiche che potrebbero dar moto d’angoscia ad una mente più fragile vi sono la depressione, stati d’ansia generalizzata, disturbi somatoformi, disturbi che riguardano il corpo, è come se si iniziasse a dar voce al dolore tramite il corpo piuttosto che la parola.

Tutto questo accade, perché inutile girarci attorno, la fine di un amore è dolore, è dolore lancinante.

Certamente il dolore provato è diverso per tutti, così come sono diverse le strategie utilizzare per farvi fronte, ma la voglia di restare legati al passato, quel legame sospeso, la negazione appartengono a tutti.

Ripartire dopo un addio

La fine di un amore

Si aprono delle possibilità che conducono a camminare con le nostre gambe verso la strada della totale accettazione del dolore.

La prima possibilità è abbandonare l’idea delle avventure facili, il rischio è un ulteriore diminuzione dell’autostima, del senso di autoefficacia, probabilmente la sensazione di piacere prodotta ci darà la sensazione, ma solo a breve termine d’avere superato il dolore, ma non è altro invece, che una veste diversa della negazione di questo dolore.

La seconda possibilità è provare a fare della propria vita un arcobaleno di colori in cui iniziare a fare entrare piccole novità possibili, sciogliendo le nostre passioni, la nostra creatività, queste piccole novità e realizzazioni contribuiscono notevolmente a riconquistare stima e fiducia in noi stessi.

Allontanarsi dall’idea che parlare con parenti ed amici della fine della storia sia funzionale, perché lo sfogo a lungo andare alimenta profondamente il nostro legame sospeso; impariamo invece a dar voce ai nostri sentimenti ed alle nostre emozioni veicolandole verso il nuovo, verso il possibile.

Accettiamo quindi, la nostra vulnerabilità, accettiamo la mancanza come motore verso il desiderio dell’altro, non abbandoniamoci al piacere che ci allontana dal nostro essere rendendoci soggetti pieni che non accolgono l’altro nella loro vita.

Evitiamo di pensare a noi stessi, ma ritorniamo ad amare in modo sano e costruttivo, solo così ciò che è sospeso lascerà posto alla possibilità del nuovo.

Concetta Sortino per Psicologia 24

di -
L'innamoramento, tra psicologia e biologia

Innamorarsi è tra le esperienze più dirompenti, totalizzanti e meravigliose, ma a volte anche deprimenti e tristissime, della nostra vita.

È qualcosa che ci porta in dimensioni nuove, che ancora non conosciamo di noi stessi.

Che non può essere controllato o guarito, ci fa diventare un po’ pazzi, stupidi, forse solo più divertenti.

Intensamente vivi. Carichi di energia. Pronti ad esprimersi, espandersi, aumentare le nostre capacità.

Posseduti da una passione irrefrenabile. Dall’altro. Tirati verso emozioni incontrollabili e travolgenti.

Fissati anche, monotematici. Incantati, ansiosi, pesanti. Angosciati e disperati, a volte.

In uno stato di coscienza alterato, siamo disturbati dal punto di vista psicologico.

In questo sentimento mettiamo infatti tanto di noi, le parti più intime, le fragilità, fratture, esigenze.

Ogni relazione segna la storia di un nuovo romanzo privato.

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La scienza dell’amore

Anche se l’amore porta in sé sempre qualcosa di misterioso e inafferrabile, le recenti scoperte nel campo delle scienze delle relazioni sono in grado di svelarci numerosi aspetti di questa potente esperienza.

Ad esempio che siamo più orientati a legarci emotivamente a qualcuno quando siamo eccitati, se ci troviamo in situazioni avventurose o pericolose, oppure se si fanno insieme cose nuove.

Che bisogna abbassare le difese, disinibirsi per connettersi.

Che non sono gli opposti ad attrarsi ma in genere tendiamo ad accompagnarci e a rimanere con persone che ci somigliano, per intelligenza, formazione o aspetto.

Che divertirsi insieme è un collante per la coppia. Che l’impegno – questo forse ci piace meno – è un ingrediente per costruire l’amore, mentre la passione sfrenata non favorisce una relazione sana.

Gli studi sostengono che avvicinarsi fisicamente, entrare nello spazio personale dell’altro aiuta a sviluppare sensazioni di intimità.

Fissarsi intensamente negli occhi inoltre produce un rapido aumento dell’attrazione reciproca, anche tra persone sconosciute.

Guardandosi infatti, ci rendiamo vulnerabili l’uno all’altro, elemento chiave nella costruzione di ogni legame emotivo.

Vulnerabilità nel senso di rivelarsi, esporsi autenticamente, permettere a se stessi di essere chi siamo.

Proponendoci tecniche di affiatamento, di promozione della simpatia e dell’attrazione, la scienza dell’amore sembra volerci insegnare come possiamo acquisire il controllo della nostra vita sentimentale.

Soprattutto ci spiega che l’amore non è una forza oscura di cui si rimane succubi, che non si può vivere felici e contenti senza fare niente.

Riflettendo su alcuni aspetti di noi, possiamo infatti scoprire il potere che abbiamo nelle relazioni, sempre, anche quando ci sentiamo vittime o prigionieri.

La chimica dell’innamoramento

Le moderne neuroscienze ci spiegano inoltre i sentimenti in termini biochimici.

L’innamoramento fa balzare in alto il livello della dopamina, ad esempio, il neurotrasmettitore stimolante di intenso piacere, euforia, eccitazione, iperattività rilasciato allo stesso modo nell’uso di cocaina, anfetamina, nicotina, e coinvolta nelle principali dipendenze.

In questo senso l’amore dà dipendenza oppure è come una droga. Con la tossicodipendenza condivide in effetti molti aspetti come insonnia, perdita del senso del tempo, concentrazione assoluta sulla sostanza, tolleranza, astinenza.

Gli studi della professoressa Helen Fisher, antropologa e ricercatrice, esperta di biologia dell’amore, hanno dimostrato che il cervello innamorato e quello sotto effetto di cocaina, ad esempio, si somigliano molto, attivati dagli stessi mediatori chimici, segnati dagli stessi percorsi neuronali, coinvolti dal medesimo effetto stimolante e stato di coscienza positivo.

Questo dato forse può aiutarci a comprendere la forza di alcuni comportamenti ossessivi tipici degli innamorati, soprattutto di coloro che vengono lasciati.

La dopamina lavora inoltre insieme alla noradrenalina, provocando il classico batticuore. Bassi livelli di serotonina sono invece correlati all’idea fissa dell’altro, al fatto di pensare costantemente al proprio partner, condizione biochimica del tutto simile nel disturbo ossessivo-compulsivo.

L’innamoramento smuove inoltre ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, che spinge alla vicinanza e cementa il legame, spronando fiducia ed empatia.

L’ossitocina viene rilasciata durante l’attività sessuale, quando due persone si abbracciano, quando la mamma allatta il neonato.

Alcuni studi sembravano aver indicato la possibilità di un uso terapeutico nelle persone affette da disturbi come autismo o schizofrenia, ostacolate nello sviluppo di rapporti positivi.

Tuttavia la ricerca più recente ha suggerito il lato oscuro di questo ormone perché risulta amplificare anche comportamenti opposti come gelosia, invidia e sospetto. I suoi effetti variano cioè in persone diverse.

Innamorarsi nel suo insieme può essere fisicamente ed emotivamente benefico, riducendo addirittura il rischio di ammalarsi.

Si tratta di un processo gioioso, di affermazione della vita, di una dipendenza costruttiva che non ha bisogno di essere trattata.

Anche se facilmente diventa ambito di sofferenza, pieno di imprevisti e complicazioni…

Brunella Gasperini per Psicologia24

Hackeraggio psicologico: cos'è e come difendersi

È come quando qualcuno riesce ad accedere al nostro account Facebook, oppure ad introdursi nella nostra rete protetta, a violare il nostro sito web.

In termini informatici lo si definisce hacker: qualcuno che tenta di acquisire un’approfondita conoscenza di un sistema per potervi accedere, adattandolo alle proprie esigenze. Se l’obiettivo è la distruzione di quel sistema, è in realtà un cracker.

Anche in termini psicologici si può subire l’attacco di un hacker, di una persona che si intromette nella nostra rete sentimentale protetta per attaccarci da dentro.

Qualcuno che insidiosamente ci viola senza che ce ne rendiamo conto, arrivando ad abusare di noi.

Una persona che è vicina, molto intima, che ci conosce bene e sa come introdursi e arrivare alle nostre parti più fragili. Un partner soprattutto, ma anche un genitore o un figlio.

Qualcuno che riesce a manomettere il nostro sistema operativo psicologico, in molti casi alterando ciò che pensiamo di noi stessi.

Che fa hackeraggio bucando il nostro senso del Sé, l’autostima, l’obiettività.

Si tratta di una persona che è in realtà morbosamente insicura, che sente di valere solo attraverso il dominio e il controllo, che si attacca alle nostre insicurezze e che per ragioni sorprendentemente simili non riusciamo a bloccare.

Ti può interessare anche: La dipendenza affettiva

L’hackeraggio da parte del partner

In termini tecnici si definisce abuso emotivo. Spesso trova la sua espressione più comune all’interno di una relazione sentimentale, in una coppia dove un membro controlla l’altro ostacolandone l’autonomia e la fiducia in se stesso, facendolo sentire nulla in sua assenza per incatenarlo a sé.

Un partner disconnesso emotivamente. Che ci fa sentire invisibili, inascoltati, intimiditi, poco attraenti.

Nulli, incapaci, inadeguati. Soli e poco importanti.

Che ci tiene in un clima di allerta terroristico: non si sa mai per cosa sbotterà, cosa gli darà fastidio, o per cosa ci punirà.

Che ci spaventa e minaccia. Ci incolpa della sua insoddisfazione dicendo che siamo noi a rendergli la vita difficile. Con il quale bisogna chiedersi ogni volta cosa fare per non disturbarlo, innervosirlo.

Che si imbroncia facilmente, o se ne va, non interessandosi di come ci sentiamo e dei nostri bisogni, che fa quello che lui ritiene sia meglio per noi. Geloso in modo ossessivo. Invadente, incapace di rispettare i confini.

Un partner che ci controlla, minimizza quello che diciamo, o non ci prende sul serio. Ci svilisce, ridicolizza e critica, perché per sentirsi bene ha bisogno di sentirsi di più rispetto a noi. Così ci fa diventare bersaglio del suo sarcasmo.

E poi ci rende instabili, paurosi. Ci fa sentire in colpa, pensare che qualcosa in noi non va, che siamo noi a portarlo a certi comportamenti, a provocarlo.

Proprio come un hacker, questa persona riesce a rubare la nostra identità, a violare il nostro sistema di fondo, infrangendo il codice di sicurezza.

Ci porta a fare cose che non vorremmo solo per salvare il rapporto, rendendoci diversi da quello che siamo veramente, stravolgendo chi siamo.

Ci porta ad adattarci a quello che lui vuole, a cambiare modo di vestire, ad esempio, ad evitare certe persone, a cambiare lavoro, a metterci a dieta. Facendoci perdere la nostra identità.

Evitare di cadere nella dipendenza

Ci ritroviamo così intrappolati in una dipendenza dove amore e paura sono mescolati in modo potente e pericoloso.

Ci sentiamo svalorizzati ma incapaci di andare via. Pur stando male, continuiamo a pensare che poi l’altro cambierà, che se trovasse il lavoro giusto; se riuscisse in quella cosa; se non fosse stressato; o se io fossi più disponibile, lo capissi di più…

Ci diciamo che va bene così, tutto sommato, e ci aggrappiamo a quel poco di positivo, mettendo il dolore in un angolo.

Rimanere ci fa sentire più sicuri che andare via. E in effetti gli studi dicono che più della metà delle persone coinvolte in relazioni abusanti vedono comunque il partner come affidabile e affettuoso.

A volte infatti essere violati nelle nostre parti più profonde è qualcosa di tanto familiare che in un certo senso ci fa sentire a casa.

Si può continuare a ricercare inconsciamente i rapporti abusivi del nostro passato, della nostra infanzia. Si cerca l’amore in quella forma, l’unica che conosciamo, ripetendo così il dolore anche nelle relazioni adulte.

L’abuso emozionale è altrettanto distruttivo dell’abuso fisico e nonostante le cicatrici non si vedano può avere conseguenze gravi a lungo termine.

L’antivirus per questo tipo di attacchi lo dobbiamo cercare dentro di noi, nel nostro sistema immunitario emotivo, nel nostro senso del Sé.

Nelle nostre risorse interiori che sempre giacciono sul fondo, anche se provate, compromesse, infettate.

In alcuni casi occorre chiedere un aiuto esterno, bisogna fare il download di nuovi programmi emotivi, eseguire una specie di formattazione, ripristinare contenuti psicologici in forme diverse.

Abbiamo bisogno di fare delle nostre relazioni intime una dimensione dove poter esprimere se stessi e non un luogo dove avere paura. Dove espandersi e non essere schiacciati.

Dobbiamo prendere consapevolezza del diritto di stare con persone che possano celebrare chi siamo, e per nessun motivo denigrarci.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Hackeraggio psicologico: cos'è e come difendersi

È come quando qualcuno riesce ad accedere al nostro account Facebook, oppure ad introdursi nella nostra rete protetta, a violare il nostro sito web.

In termini informatici lo si definisce hacker: qualcuno che tenta di acquisire un’approfondita conoscenza di un sistema per potervi accedere, adattandolo alle proprie esigenze. Se l’obiettivo è la distruzione di quel sistema, è in realtà un cracker.

Anche in termini psicologici si può subire l’attacco di un hacker, di una persona che si intromette nella nostra rete sentimentale protetta per attaccarci da dentro.

Qualcuno che insidiosamente ci viola senza che ce ne rendiamo conto, arrivando ad abusare di noi.

Una persona che è vicina, molto intima, che ci conosce bene e sa come introdursi e arrivare alle nostre parti più fragili. Un partner soprattutto, ma anche un genitore o un figlio.

Qualcuno che riesce a manomettere il nostro sistema operativo psicologico, in molti casi alterando ciò che pensiamo di noi stessi.

Che fa hackeraggio bucando il nostro senso del Sé, l’autostima, l’obiettività.

Si tratta di una persona che è in realtà morbosamente insicura, che sente di valere solo attraverso il dominio e il controllo, che si attacca alle nostre insicurezze e che per ragioni sorprendentemente simili non riusciamo a bloccare.

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L’hackeraggio da parte del partner

In termini tecnici si definisce abuso emotivo. Spesso trova la sua espressione più comune all’interno di una relazione sentimentale, in una coppia dove un membro controlla l’altro ostacolandone l’autonomia e la fiducia in se stesso, facendolo sentire nulla in sua assenza per incatenarlo a sé.

Un partner disconnesso emotivamente. Che ci fa sentire invisibili, inascoltati, intimiditi, poco attraenti.

Nulli, incapaci, inadeguati. Soli e poco importanti.

Che ci tiene in un clima di allerta terroristico: non si sa mai per cosa sbotterà, cosa gli darà fastidio, o per cosa ci punirà.

Che ci spaventa e minaccia. Ci incolpa della sua insoddisfazione dicendo che siamo noi a rendergli la vita difficile. Con il quale bisogna chiedersi ogni volta cosa fare per non disturbarlo, innervosirlo.

Che si imbroncia facilmente, o se ne va, non interessandosi di come ci sentiamo e dei nostri bisogni, che fa quello che lui ritiene sia meglio per noi. Geloso in modo ossessivo. Invadente, incapace di rispettare i confini.

Un partner che ci controlla, minimizza quello che diciamo, o non ci prende sul serio. Ci svilisce, ridicolizza e critica, perché per sentirsi bene ha bisogno di sentirsi di più rispetto a noi. Così ci fa diventare bersaglio del suo sarcasmo.

E poi ci rende instabili, paurosi. Ci fa sentire in colpa, pensare che qualcosa in noi non va, che siamo noi a portarlo a certi comportamenti, a provocarlo.

Proprio come un hacker, questa persona riesce a rubare la nostra identità, a violare il nostro sistema di fondo, infrangendo il codice di sicurezza.

Ci porta a fare cose che non vorremmo solo per salvare il rapporto, rendendoci diversi da quello che siamo veramente, stravolgendo chi siamo.

Ci porta ad adattarci a quello che lui vuole, a cambiare modo di vestire, ad esempio, ad evitare certe persone, a cambiare lavoro, a metterci a dieta. Facendoci perdere la nostra identità.

Evitare di cadere nella dipendenza

Ci ritroviamo così intrappolati in una dipendenza dove amore e paura sono mescolati in modo potente e pericoloso.

Ci sentiamo svalorizzati ma incapaci di andare via. Pur stando male, continuiamo a pensare che poi l’altro cambierà, che se trovasse il lavoro giusto; se riuscisse in quella cosa; se non fosse stressato; o se io fossi più disponibile, lo capissi di più…

Ci diciamo che va bene così, tutto sommato, e ci aggrappiamo a quel poco di positivo, mettendo il dolore in un angolo.

Rimanere ci fa sentire più sicuri che andare via. E in effetti gli studi dicono che più della metà delle persone coinvolte in relazioni abusanti vedono comunque il partner come affidabile e affettuoso.

A volte infatti essere violati nelle nostre parti più profonde è qualcosa di tanto familiare che in un certo senso ci fa sentire a casa.

Si può continuare a ricercare inconsciamente i rapporti abusivi del nostro passato, della nostra infanzia. Si cerca l’amore in quella forma, l’unica che conosciamo, ripetendo così il dolore anche nelle relazioni adulte.

L’abuso emozionale è altrettanto distruttivo dell’abuso fisico e nonostante le cicatrici non si vedano può avere conseguenze gravi a lungo termine.

L’antivirus per questo tipo di attacchi lo dobbiamo cercare dentro di noi, nel nostro sistema immunitario emotivo, nel nostro senso del Sé.

Nelle nostre risorse interiori che sempre giacciono sul fondo, anche se provate, compromesse, infettate.

In alcuni casi occorre chiedere un aiuto esterno, bisogna fare il download di nuovi programmi emotivi, eseguire una specie di formattazione, ripristinare contenuti psicologici in forme diverse.

Abbiamo bisogno di fare delle nostre relazioni intime una dimensione dove poter esprimere se stessi e non un luogo dove avere paura. Dove espandersi e non essere schiacciati.

Dobbiamo prendere consapevolezza del diritto di stare con persone che possano celebrare chi siamo, e per nessun motivo denigrarci.

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non si può non comunicare

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

Coppia: cos'è la trascuratezza emotiva e come identificarla

La trascuratezza emotiva all’interno di una relazione si verifica quando uno o entrambi i suoi membri fallisce nel supportare emotivamente l’altro.

È qualcosa di diverso sia dall’abuso emotivo, che implica un comportamento attivo ai danni dell’altro (come l’aggressione verbale), sia dall’abuso fisico.

La trascuratezza emotiva è caratterizzata piuttosto da omissioni.

Un genitore, ad esempio, trascura emotivamente il figlio quando non riesce a mostrare un livello sufficiente di affetto e attenzione, pur provvedendo ai bisogni fisici del bambino (cibo, cure mediche, beni materiali).

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La trascuratezza emotiva nella vita di coppia

Esiste una vasta letteratura scientifica sulle ripercussioni negative che la trascuratezza emotiva vissuta durante l’infanzia produce in età adulta – aumentando il rischio di depressione e altri disturbi psichici – ma meno è stato scritto sull’importanza di ricevere attenzione e supporto emotivo anche nelle fasi di vita successive.

Il contesto più importante in questo senso è quello della relazione di coppia.

Infatti, così come lo scopo della genitorialità è quello di creare le condizioni ideali, di tipo materiale e psicologico, per la crescita dei figli, allo stesso modo un rapporto di coppia sano deve porsi come obiettivo la creazione di una cornice stabile di mutua comprensione, intimità e cura.

Il supporto emotivo implica una combinazione di aspetti fisici, comportamentali e cognitivi.

Forme di supporto emotivo di tipo fisico includono scambi di affetto quali abbracci, baci, contatto fisico e sessuale.

Trascorrere del tempo insieme al partner, aiutare in una situazione difficile, telefonare se si è distati per lungo tempo sono forme di supporto emotivo di tipo comportamentale.

Il supporto emotivo di tipo cognitivo implica, invece, ascolto, pazienza, incoraggiamento, comprensione ed empatia.

Le manifestazioni di supporto emotivo non sono le medesime in tutte le coppie poiché dipendono da un mix di fattori sia personali (personalità, carattere, etc.) che di contesto (cultura, situazione, etc.).

Idem per il livello di supporto emotivo ritenuto sufficiente al benessere dei partner. Tuttavia, esiste una soglia sotto la quale l’atteggiamento proprio o del partner implica una evidente trascuratezza emotiva.

Ad esempio, la completa mancanza, o quasi, di contatto fisico non arriva alla soglia minima di supporto emozionale necessario al benessere della coppia. Lo stesso vale per il rifiuto continuo di trascorrere del tempo insieme al partner.

Tuttavia, solo quando la trascuratezza emotiva assume la forma di un’abitudine o predisposizione stabile verso l’altro, la si può chiamare propriamente tale. Un partner che occasionalmente rifiuta un rapporto sessuale o si mostra distaccato e freddo dopo una lite non è un partner emotivamente negligente.

Cause e possibili soluzioni

Le cause sottostanti un atteggiamento di questo tipo possono essere varie: può dipendere da eccessiva preoccupazione per il lavoro o da altri problemi connessi o meno alla coppia; può essere dovuto a un disturbo di personalità narcisistica oppure può essere causato da scompensi neuro-psicologici che compromettono l’abilità di esprimere le emozioni (come nello spettro autistico).

Ai fini del nostro benessere psicologico è fondamentale riuscire a identificare un’eventuale predisposizione del nostro partner alla trascuratezza emotiva, nonché acquisire consapevolezza di un altrettanto eventuale nostro atteggiamento negligente.

A tal scopo è importante riflettere su alcuni fattori, quali la unidirezionalità o bidirezionalità del supporto emotivo all’interno della coppia, la stabilità dell’atteggiamento, la ragionevolezza delle aspettative reciproche e le eventuali modalità specifiche di trascuratezza emotiva (fisica, comportamentale o cognitiva).

Acquisire consapevolezza di eventuali comportamenti disfunzionali è il primo passo per affrontare il problema.

Non si tratta di una questione da poco, poiché una persona può trascorrere anni in una relazione disfunzionale a causa della negligenza emotiva e non comprendere appieno il motivo per cui si sente così infelice.

Infatti, mentre i casi di abuso psicologico e fisico implicano la messa in atto di comportamenti offensivi, nei casi di trascuratezza emotiva esistono solo omissioni.

Il partner emotivamente negligente, dopotutto, non fa nulla di sbagliato. Nonostante ciò la trascuratezza emotiva può essere molto dolorosa e compromettere gravemente la qualità della vita.

Per cui, realizzare di trovarsi in una relazione di questo tipo può essere un importante primo passo per risolvere una profonda infelicità.

Serena Firera per Psicologia 2

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Il mito della casalinga è tramontato, senza dubbio, ma non l’idea della femmina destinata, per quanto emancipata e impegnata professionalmente, a trovare il senso della vita principalmente attraverso famiglia e figli.

Uno dei traguardi – anzi Il Traguardo – delle donne sembra essere proprio il matrimonio. Pena l’essere viste come incapaci, incomplete, inadatte, frustrate. Strane, quando va bene.

La cultura popolare vuole anche la sposa, nel giorno del Sì, come la più bella. E, infatti, c’è un mondo economico, un business enorme, che poggia su questo, presunto, desiderio femminile.

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Il “gioco” dei ruoli nel matrimonio

Lei, la donna, deve attirare gli sguardi di tutti, essere bella per forza, una cosa da ammirare. Non una persona alla quale interessarsi. Un oggetto – non soggetto – di ammirazione.

Agli uomini invece viene calzata l’idea del matrimonio come trappola.

Lo sposo è idealmente trascinato all’altare dalla fidanzata che trepida per farsi mettere la fede al dito, convinto a compiere questo passo contro la sua vera natura di maschio che, ovviamente, detesta la monogamia a lungo termine.

Anche l’idea che avanzando negli anni gli uomini possano permettersi di buttare via le mogli invecchiate, sostituendole con ragazze provocanti, è piuttosto radicata.

Nelle fantasie popolari il matrimonio è visto come un habitat naturale per le donne, una comfort zone femminile, e un ingombro per gli uomini. Stando ai dati però le cose vanno diversamente.

Matrimonio e benessere

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Una voluminosa letteratura classica dimostra che i benefici coniugali e gli svantaggi dei singoli sono maggiori per gli uomini rispetto alle donne.

Gli sposati risultano stare meglio dei single. Non è così, invece, per le sposate rispetto alle nubili.

La ricerca ha del resto dimostrato un legame positivo tra matrimonio e benessere fisico e sociale in generale, per entrambi i sessi.

Il matrimonio, si è spiegato, infonde integrazione sociale ai suoi partecipanti, offre senso di appartenenza, reti di sostegno e possibilità di sperimentare vicinanza.

Tuttavia, ricerche più recenti, come quella del Professor Adam Shapiro del dipartimento di sociologia e antropologia presso la North Florida University, rivelano che essere sposati non offre molti più vantaggi per il proprio benessere rispetto ad essere single.

E smorzano l’enfasi sulle differenze di genere.

Risulta semplicistico sostenere che il benessere, un concetto così complesso, possa essere compreso nei termini dello stato civile.

In generale, non vi è alcuna prova che l’essere coniugati – contro l’essere single – sia correlato a un maggiore benessere psicologico.

Inoltre, le reti sociali di single, divorziati e vedovi poco differiscono da quelle di sposati o conviventi.

Si è visto, oltretutto, che i single possono essere capaci di organizzare la propria vita in modo significativo e soddisfacente.

Donne e separazione

All’interno della coppia sono soprattutto le donne a esprimere insoddisfazione e a scegliere di dividersi. Nel nostro Paese, ad esempio, le separazioni sono promosse maggiormente dalle donne (circa i due terzi), e non solo tra le giovani.

Forse le aspettative sproporzionate delle spose (e vissero felici e contenti) si scontrano con una realtà ben diversa.

Si tratta di una decisione legata però all’indipendenza economica. Nelle coppie che si sono separate in Italia, secondo i dati Istat riferiti all’anno 2012, le donne risultano avere un tasso di occupazione più alto della media nazionale.

Sebbene nel matrimonio sia soprattutto lei a volere la separazione, non è così in altre forme di rapporti stabili, fra cui la convivenza.

L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che le donne possano sentirsi oppresse, strette in un’istituzione, quella matrimoniale, che per molti versi risente ancora di un sistema di sottomissione femminile.

Per quanto ci riguarda, non dimentichiamoci che in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati parte del codice penale fino al 1981.

È vero che sono stati fatti molti passi in avanti e che la situazione sociale sta evolvendo, ma l’idea di un certo dominio, o forse vantaggio, maschile aleggia ancora nel matrimonio moderno.

Non si può non considerare, inoltre, che nel nostro Paese ha un lavoro retribuito meno di una donna su due – con differenze profonde tra Nord e Sud – e che resistono differenze retributive rilevanti fra i due generi.

Le lavoratrici, inoltre, accedono di meno a ruoli dirigenziali, e di frequente sono costrette a rinunciare al lavoro per motivi familiari.

Il tasso di occupazione delle madri italiane con figli sotto i tre anni è tra i più bassi d’Europa.

È sulle donne, inoltre, che ricade principalmente il compito di accudire i figli – o altri familiari – e la responsabilità dei lavori domestici.

Come in passato, di fatto, risulta che la moglie lavori in media molte ore di più la settimana, senza essere retribuita, rispetto al compagno.

Questi sono alcuni degli svantaggi femminili che possono incidere sul matrimonio, condizione, a quanto pare, nella quale le donne sembrano avere più fretta di infilarsi così come di venirne fuori.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Il mito della casalinga è tramontato, senza dubbio, ma non l’idea della femmina destinata, per quanto emancipata e impegnata professionalmente, a trovare il senso della vita principalmente attraverso famiglia e figli.

Uno dei traguardi – anzi Il Traguardo – delle donne sembra essere proprio il matrimonio. Pena l’essere viste come incapaci, incomplete, inadatte, frustrate. Strane, quando va bene.

La cultura popolare vuole anche la sposa, nel giorno del Sì, come la più bella. E, infatti, c’è un mondo economico, un business enorme, che poggia su questo, presunto, desiderio femminile.

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Il “gioco” dei ruoli nel matrimonio

Lei, la donna, deve attirare gli sguardi di tutti, essere bella per forza, una cosa da ammirare. Non una persona alla quale interessarsi. Un oggetto – non soggetto – di ammirazione.

Agli uomini invece viene calzata l’idea del matrimonio come trappola.

Lo sposo è idealmente trascinato all’altare dalla fidanzata che trepida per farsi mettere la fede al dito, convinto a compiere questo passo contro la sua vera natura di maschio che, ovviamente, detesta la monogamia a lungo termine.

Anche l’idea che avanzando negli anni gli uomini possano permettersi di buttare via le mogli invecchiate, sostituendole con ragazze provocanti, è piuttosto radicata.

Nelle fantasie popolari il matrimonio è visto come un habitat naturale per le donne, una comfort zone femminile, e un ingombro per gli uomini. Stando ai dati però le cose vanno diversamente.

Matrimonio e benessere

Matrimonio: come incide sul nostro benessere?

Una voluminosa letteratura classica dimostra che i benefici coniugali e gli svantaggi dei singoli sono maggiori per gli uomini rispetto alle donne.

Gli sposati risultano stare meglio dei single. Non è così, invece, per le sposate rispetto alle nubili.

La ricerca ha del resto dimostrato un legame positivo tra matrimonio e benessere fisico e sociale in generale, per entrambi i sessi.

Il matrimonio, si è spiegato, infonde integrazione sociale ai suoi partecipanti, offre senso di appartenenza, reti di sostegno e possibilità di sperimentare vicinanza.

Tuttavia, ricerche più recenti, come quella del Professor Adam Shapiro del dipartimento di sociologia e antropologia presso la North Florida University, rivelano che essere sposati non offre molti più vantaggi per il proprio benessere rispetto ad essere single.

E smorzano l’enfasi sulle differenze di genere.

Risulta semplicistico sostenere che il benessere, un concetto così complesso, possa essere compreso nei termini dello stato civile.

In generale, non vi è alcuna prova che l’essere coniugati – contro l’essere single – sia correlato a un maggiore benessere psicologico.

Inoltre, le reti sociali di single, divorziati e vedovi poco differiscono da quelle di sposati o conviventi.

Si è visto, oltretutto, che i single possono essere capaci di organizzare la propria vita in modo significativo e soddisfacente.

Donne e separazione

All’interno della coppia sono soprattutto le donne a esprimere insoddisfazione e a scegliere di dividersi. Nel nostro Paese, ad esempio, le separazioni sono promosse maggiormente dalle donne (circa i due terzi), e non solo tra le giovani.

Forse le aspettative sproporzionate delle spose (e vissero felici e contenti) si scontrano con una realtà ben diversa.

Si tratta di una decisione legata però all’indipendenza economica. Nelle coppie che si sono separate in Italia, secondo i dati Istat riferiti all’anno 2012, le donne risultano avere un tasso di occupazione più alto della media nazionale.

Sebbene nel matrimonio sia soprattutto lei a volere la separazione, non è così in altre forme di rapporti stabili, fra cui la convivenza.

L’ipotesi avanzata dagli studiosi è che le donne possano sentirsi oppresse, strette in un’istituzione, quella matrimoniale, che per molti versi risente ancora di un sistema di sottomissione femminile.

Per quanto ci riguarda, non dimentichiamoci che in Italia il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati parte del codice penale fino al 1981.

È vero che sono stati fatti molti passi in avanti e che la situazione sociale sta evolvendo, ma l’idea di un certo dominio, o forse vantaggio, maschile aleggia ancora nel matrimonio moderno.

Non si può non considerare, inoltre, che nel nostro Paese ha un lavoro retribuito meno di una donna su due – con differenze profonde tra Nord e Sud – e che resistono differenze retributive rilevanti fra i due generi.

Le lavoratrici, inoltre, accedono di meno a ruoli dirigenziali, e di frequente sono costrette a rinunciare al lavoro per motivi familiari.

Il tasso di occupazione delle madri italiane con figli sotto i tre anni è tra i più bassi d’Europa.

È sulle donne, inoltre, che ricade principalmente il compito di accudire i figli – o altri familiari – e la responsabilità dei lavori domestici.

Come in passato, di fatto, risulta che la moglie lavori in media molte ore di più la settimana, senza essere retribuita, rispetto al compagno.

Questi sono alcuni degli svantaggi femminili che possono incidere sul matrimonio, condizione, a quanto pare, nella quale le donne sembrano avere più fretta di infilarsi così come di venirne fuori.

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F come fantasie sessuali

Viviamo in una cultura che non lascia molte vie di espressione alla creatività.

Impariamo presto a sotterrare la nostra fantasia con censure, razionalità, banalità e convenzioni, soffocando le nostre parti più vitali.

Anche le fantasie sessuali sono espressione della nostra vita interiore, attingono ad una parte di noi.

Sono sensazioni, idee, elaborazioni che scuotono le nostre emozioni, ci accendono.

Che spesso tendiamo a nascondere, quasi vergognandoci.

Che a volte irrompono all’improvviso e possono sconvolgere per i contenuti, facendoci addentrare in territori che non vorremmo mai conoscere dal vero. Ci offrono vitalità però, risvegliando e rinnovando il desiderio.

Qualche volta soddisfano più del sesso vero, succede anche questo. Le fantasie vanno oltre i confini della nostra sessualità.

In alcuni casi preferiamo condividerle con partner occasionali o sconosciuti, si ha paura di portarle nella relazione.

Rimangono esperienze sospese in dimensioni altre, lontane dalla vita di tutti i giorni. Un ambito privato di espressione.

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Scienza e fantasie sessuali

La ricerca recente dice che i contenuti di questo immaginario non risultano però così originali e insoliti.

Dominio e sottomissione, bondage, sesso di gruppo e anale si rivelano abbastanza comuni.

Inoltre, anche se la sessualità, il desiderio, la masturbazione femminile sono ancora tabù – non risulta viziosa o ninfomane se è lei ad esprimere la propria voglia? – la scienza dice che le donne desiderano e fantasticano sul sesso quanto gli uomini.

I maschi sono solo socialmente più abituati a valorizzare il loro piacere, ad amplificarlo. Possono parlarne liberamente.

Sembra piuttosto che i temi dell’immaginario erotico siano connotati sulla base del genere, anche se esiste una variabilità individuale piuttosto ampia.

Secondo le indagini, le femmine desiderano maggiormente essere dominate dal partner mentre i maschi sognano soprattutto di tradire.

In particolare le donne pensano a cosa un uomo può fare loro, si eccitano sul desiderio maschile.

Immaginano di cedere ai desideri di un maschio dominante, coinvolgendosi in pratiche erotiche squilibrate dal punto di vista del potere, così come avviene tra i protagonisti del bestseller Cinquanta sfumature di grigio.

Osare con la mente per lei vuol dire farsi guardare, esibirsi, sedurre a distanza o fare sesso con sconosciuti.

L’immaginario maschile sembra invece popolato soprattutto da immagini visive concentrate sui genitali, e ricco di performance: fare sesso con trans, con più partner contemporaneamente, guardare la propria compagna mentre si intrattiene con altri.

Lui ha comunque la stessa probabilità di fantasticare di essere dominato e sottomesso.

Dalla fantasia alla pratica

Ma forse la differenza di genere più interessante riguarda il fatto che le femmine non sono molto propense a realizzare quello che immaginano, mentre i maschi desiderano metterlo in pratica.

Anche se le fantasie di sottomissione si rivelano una categoria sorprendentemente comune nell’immaginario femminile, questo non vuol dire che le donne desiderino essere violentate, abusate, aggredite: la sottomissione nell’immaginazione è una scelta, non una costrizione.

Qualunque fantasia, qualora venga messa in atto tra adulti consenzienti, deve regalare libertà a chi la vive e a chi la condivide. Altrimenti è un’altra cosa.

L’orientamento sessuale non ha inoltre nessuna influenza sui contenuti.

La ricerca suggerisce che l’unica differenza tra le fantasie di uomini gay o eterosessuali e donne lesbiche o eterosessuali, è il sesso del partner pensato.

Piuttosto, mentre l’idea di avere rapporti con una persona dello stesso sesso è un tema di eccitazione ricorrente tra gli eterosessuali, non risulta che l’altro sesso movimenti il desiderio degli omosessuali.

Sembra piuttosto che siano gli stereotipi di genere a riflettersi pesantemente sul contenuto delle fantasie erotiche, stando ai dati raccolti dalle indagini.

Ma probabilmente esistono aspetti del tutto insondabili, non interpretabili. E fantasie libere e leggere che non stanno in nessuna di queste categorie.

Attaccamento e fantasie sessuali

Secondo una chiave interpretativa del tutto diversa, la produzione di immagini erotiche può aiutarci a comprendere le nostre esigenze più intime.

Un’indagine della psicologa israeliana Gurit E. Birnbaum, pubblicata sul Personality and Social Psychology Bulletin, ha individuato una correlazione tra stile di attaccamento – il modello mentale che abbiamo di noi stessi in relazione all’altro, come ci leghiamo nel rapporto di coppia – e temi delle fantasie sessuali.

Un attaccamento ansioso porta a fantasticare di essere umiliati, impotenti nelle mani di un partner forte. Soprattutto quando il rapporto non funziona bene.

Un attaccamento evitante, invece, è legato a temi di aggressione, ostilità e distacco emotivo. Anche in questo caso la correlazione è rilevante nei momenti più critici della relazione.

Alla fine, il modo in cui vediamo noi stessi, ci immaginiamo e sentiamo di muoverci nelle situazioni, forse non solo erotiche, è influenzato dalla qualità emotiva delle relazioni che viviamo.

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La gelosia: differenze tra donne e uomini

La gelosia è un’emozione comune e naturale,nel senso che è biologicamente fondata, ma a volte può assumere caratteristiche tali da farla diventare una vera e propria patologia.

In termini evolutivi della specie umana, la gelosia nella relazione sentimentale di coppia si è sviluppata perché determina importanti vantaggi riproduttivi: è un comportamento che assicura il possesso esclusivo del partner e consente la propagazione dei propri geni a dispetto di quelli di un potenziale rivale.

Benché abbia un’evidente valenza come comportamento utile in termini evolutivi, il sentimento di gelosia può trasformarsi, in alcuni individui, in un sentimento distruttivo che può sfociare anche in comportamenti aggressivi.

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Qual è il confine tra gelosia normale e patologica?

La gelosia patologica è distruttiva, molto intensa e sempre associata a sentimenti di rabbia nei confronti del partner e nei confronti dei potenziali, a volte solo immaginari, rivali.

La gelosia patologica è spesso associata a comportamenti svalutanti quali l’esigenza di controllare e di punire il partner oppure di evitarlo.

Ha un andamento altalenante, legato alle emozioni contingenti, tende a placarsi temporaneamente quando la percezione di vicinanza con il partner è più intensa, per poi riesplodere potentemente quando questa percezione di vicinanza diminuisce.

La gelosia patologica può essere la conseguenza di determinate esperienze infantili, di distorsioni cognitive o della mancanza di una sufficiente autostima.

Chi ha poca autostima tende a ritenere di non essere degno d’amore e a temere che il partner, prima o poi, si innamorerà di qualcun altro.

In alcuni casi la gelosia eccessiva può anche sconfinare in pensieri ossessivi. La gelosia ossessiva è caratterizzata dal verificarsi persistente di immagini, pensieri e dubbi riguardanti l’infedeltà del partner.

Chi soffre di gelosia ossessiva cerca continuamente informazioni che possano smentire o confermare il dubbio, senza riuscire mai a ridurre il numero di pensieri persistenti.

La sindrome di Otello

Nei casi più gravi, la gelosia patologica può assumere la forma di Sindrome di Otello: la persona è fermamente convinta dell’infedeltà del partner e ricerca continuamente conferme del tradimento.

Cerca di strappare la confessione al partner e utilizza tutte le strategie possibili per far confessare il tradimento. Comportamenti innocui del partner o di sospettati rivali vengono male interpretati ed erroneamente considerati come prova della relazione, in realtà inesistente, tra il partner e il rivale immaginario.

La Sindrome di Otello può sfociare in attacchi di rabbia verso il partner o il sospettato rivale, con conseguente aggressività verbale e violenza fisica.

Uomini, donne e gelosia

Alcuni studi scientifici recenti hanno cercato di rilevare le cause più frequenti della gelosia patologica.

Vi è un consenso quasi unanime, tra i diversi studiosi, sul fatto che fattori biologici, psicologici e culturali interagiscono nel determinare i casi più gravi di gelosia patologica.

Un altro dato emerso in recenti ricerche scientifiche sull’argomento mostra che tra uomini e donne vi sono alcune differenze negli elementi scatenanti la gelosia: mentre per gli uomini è il tradimento, o il sospettato tradimento, sessuale a scatenare le reazioni più forti; nelle donne è il tradimento, o il sospettato tradimento, emotivo ed affettivo a scatenare le reazioni più forti.

Gli uomini tendono a reagire negativamente al tradimento fisico sessuale, anche nei casi in cui la sfera emotiva non è coinvolta.

Le donne invece tendono a reagire negativamente al tradimento emotivo ed affettivo, anche se non c’è alcun coinvolgimento sessuale tra il partner e la rivale.

Un team di psicologi della Norwegian University of Science and Technology ha recentemente condotto una ricerca scientifica dalla quale sono emerse le suddette differenze tra uomini e donne.

 

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Le differenze di genere nell'aiuto al partner in situazioni di stress

In una recente ricerca scientifica condotta dal Prof. Thomas Bradbury, dell’Istituto di Scienze delle Relazioni dell’Università della California – UCLCA, è emerso che in situazioni di reciproco stress uomini e donne si comportano diversamente nei confronti del partner che chiede aiuto e sostegno.

Mentre in situazioni normali, quando non si è stressati, sia gli uomini che le donne tendono a rispondere prontamente e adeguatamente alle richieste del partner; nelle situazioni di stress le donne tendono a rispondere in maniera più rapida e maggiormente adeguata rispetto agli uomini.

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Lo studio sullo stress nelle coppie

Il gruppo di ricercatori diretto dal Prof. Bradbury ha studiato 200 coppie valutando i loro comportamenti in situazioni normali e in situazioni di stress.

Nelle situazioni normali entrambi i partner mostravano attenzione per le difficoltà e le richieste di sostegno dell’altro, mentre in situazioni di stress gli uomini, più delle donne, tendevano a rispondere in maniera negativa, a criticare il partner e a innervosirsi per le richieste di aiuto e sostegno.

La maggior parte delle donne tendeva a rimanere sensibile e attenta alle richieste provenienti dal partner anche nelle situazioni di stress.

Le prossime ricerche del Prof. Bradbury si porranno come obiettivo quello di scoprire i fattori (cognitivi, relazionali, comportamentali ed eventualmente anche biologici) che stanno alla base del diverso comportamento di uomini e donne in situazioni stressanti.

Non si può non comunicare!

Nel 1960, durante un’assemblea delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista russo, Nikita Kruscev, si tolse una scarpa e cominciò a sbatterla sul tavolo.

In pochi secondi ottenne la massima attenzione dei colleghi, stupefatti da un gesto allora piuttosto inusuale.

Kruscev doveva far arrivare un forte messaggio di protesta e decise che il modo migliore per farlo fosse utilizzare una forza comunicativa per l’appunto inusuale, insolita, fuori dagli schemi.

Sapeva che, con quel gesto, avrebbe lanciato un messaggio chiaro ai presenti e, a ragion veduta, anche ai media: l’immagine è una delle icone del Ventesimo Secolo.

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Il nostro comportamento comunica

Comunicare è un processo costante, impossibile da bloccare, tanto che il primo assioma della comunicazione umana, eloquentemente sintetizzato da Paul Watzlawick e colleghi nell’opera Pragmatica della comunicazione umana (1967), recita per l’appunto: Non si può non comunicare.

Questa assiomatica verità sorge dalla consapevolezza che ogni comportamento comunica sempre qualcosa, al punto che nella novella Il sonno del vecchio, Pirandello ricorda quel commediografo francese che sosteneva che anche addormentarsi durante uno spettacolo è un’opinione.

Se quindi ogni comportamento comunica qualcosa, è facile intuire perché non si possa non comunicare: per farlo bisognerebbe assumere un non-comportamento.

Comunicazioni familiari non verbali

Non si può non comunicare

Inviteremmo il lettore a tentare l’impresa se già non sapessimo che è davvero impossibile e che, probabilmente, se ne sarà già reso conto: è esperienza comune, infatti, l’eloquente espressione di apparente indifferenza indossata dalle suocere che, in realtà (da quelle labbra strette e livide, da quelle sopracciglia aggrottate, dagli occhi ridotti a fessura, e dalla borsetta minacciosamente stretta nel pugno), ci fa percepire tutta la disapprovazione per qualcosa che abbiamo detto o fatto (o che avremmo dovuto dire o fare).

Dell’impossibilità di non comunicare se ne accorsero anche gli studiosi della Scuola di Palo Alto, in California (parte dei quali scrissero il libro di cui sopra), che arrivarono al punto di ipotizzare che il linguaggio sconclusionato e il pensiero disordinato dello schizofrenico non fosse altro che un tentativo di non comunicare in un contesto familiare in cui, qualunque comunicazione, veniva squalificata (Bateson et al., 1956).

Tentativo fallito, ahimè, poiché con quella comunicazione disorganizzata lo schizofrenico non fa altro che comunicare Non voglio comunicare: quindi, di fatto, comunica[1].

Non pensassero, dunque, i rispettivi partner di una coppia, che basta restare in silenzio per non dire ciò che si pensa e si sente: espressioni del volto, postura, distanza e persino ciò che indossiamo sta comunicando qualcosa al nostro intimo interlocutore.

La consapevolezza dei messaggi non detti

Non si può non comunicare!

Se dunque non puoi non comunicare non ti resta che essere consapevole delle tue comunicazioni: ciò che dici, ciò che fai, il modo in cui appari, tutto comunicherà qualcosa agli altri.

Lo sanno politici e persuasori vari, che curano i dettagli più minimali di gesti, oggetti e, naturalmente, parole consapevoli che tutto ciò che diranno e faranno, potrà essere usato contro di loro.

Ad esempio, è dimostrato da tempo che l’aspetto fisico del politico influisce notevolmente sulle possibilità di essere eletto (Efrain et al., 1974).

Consapevoli che non si può non comunicare potremmo giustamente domandarci: Come ci comportiamo quando siamo costretti a farlo ma non vorremmo farlo?

Da un lato potremmo farci venire un bel mal di testa.

Il sintomo, infatti, è spesso una vera e propria forma di comunicazione, sorta laddove non si riesca o non si possa comunicare ciò che si vorrebbe, oppure laddove si sarebbe altrimenti costretti a comunicare ciò che si preferirebbe tenere per sé.

Così le malattie immaginarie dell’ipocondriaco sono da sempre viste come la disperata ricerca di attenzioni di chi si sente debole ed escluso (salvo poi finire come il tipo della barzelletta che sulla sua lapide fece incidere: Adesso ci credete che stavo male?), ed il mal di testa serale arriva sempre al momento giusto quando la donna (ma ormai anche gli uomini) preferisce evitare qualunque forma di intimità con il partner (almeno finché non avrà capito il suo sbaglio – di cui lui ovviamente è ignaro).

Questo principio fu dimostrato anche sperimentalmente, in anni in cui c’era molto più pudore di oggi.

A dei soggetti vennero fatte vedere delle immagini proiettate su uno schemo per pochi decimi di secondo, quanto bastava perché la coscienza fosse in grado di registrarle e il soggetto di identificarle: un cane, una casa, una palla…

Ma quando passava, alla stessa velocità, l’immagine poco pudica di un organo genitale nature, la maggior parte dei presenti non riuscivano a dire cosa fosse passato sotto i loro occhi, né sapevano spiegarsi perché mai fossero d’improvviso arrossiti: la coscienza aveva registrato, identificato e poi censurato (McGinnies, 1949).

Dall’altro lato possiamo divenire noi stessi, e far divenire gli altri, più consapevoli delle nostre comunicazioni.

A dirsi è facile: ora che sapete che tutto ciò che fate, dite e indossate comunica qualcosa, porvi più attenzione vi permetterà di comunicare con più precisione e meno errori, evitando che l’altro capisca di più, o di meno, di quanto volete dire.

E d’altra parte vi permetterà anche d’essere a vostra volta più attenti a come comunicano gli altri.

Certo, a farsi, non è altrettanto facile, ma non perché occorrano poteri misteriosi.

Semplicemente si tratta di allenarsi a fare qualcosa che spesso trascuriamo: osservare con attenzione.

Flavio Cannistrà per Psicologia 24

[1]     Per dovere di cronaca, la teoria qui esposta fu poi integrata dall’avanzare delle conoscenze, ma al tempo – parliamo degli anni ’50 – fu incredibilmente innovativa.

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