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Cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

L’amor che move il sole e l’altre stelle causa nel nostro organismo dei cambiamenti: chi di voi non ha mai provato la sensazione delle farfalle nello stomaco?

Ma cosa accade al nostro cervello quando ci innamoriamo?

Attraverso le moderne tecniche di neuroimmagine si è riusciti a vedere che alcune aree cerebrali si attivano quando osserviamo le foto della persona amata: non sono solo i nostri occhi a brillare, ma anche la nostra materia grigia si illumina.

Ma ciò accade quando siamo già innamorati, vi spiegherò invece cosa accade al momento del colpo di fulmine.

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Uno studio sull’innamoramento

Uno studio pubblicato su Nature ha trovato che c’è una particolare connessione neurale nel cervello femminile che unisce due diverse aree: l’una comunica all’altra che lui è quello giusto.

Onde evitare polemiche a sfondo sessista sul perché sia stato studiato solo il cervello femminile, chiariamo subito che i soggetti dello studio erano le arvicole: questi roditori sono stati scelti per via della loro tendenza a stabilire relazioni sentimentali di lunga durata e per la difficoltà metodologica oggettiva di tracciare il momento dell’innamoramento negli umani.

Questi simpatici animali venivano quindi messi nello stesso ambiente e gli sperimentatori provvedevano ad osservare cosa accadeva a livello neurale nel momento in cui si manifestava il side by side huddling, un comportamento indicante la formazione di un legame affettivo.

Le neuroscienze di Cupido

Durante lo studio sono state filmati i comportamenti delle arvicole e contemporaneamente sono state misurate le variazioni neurofisiologiche, per determinare cosa accadeva nel cervello al manifestarsi di particolari comportamenti.

Dalla ricerca di Robert Liu e dei suoi colleghi dell’Emory University è quindi emerso che la corteccia prefrontale mediale, un’area cerebrale coinvolta nel decision making, esercita un controllo sul nucleus accumbens, un’area associata ai meccanismi di ricompensa e delle dipendenze.

La connessione tra queste due aree suggerisce che la prima suggerisca all’altra come rispondere agli stimoli sociali, per fare in modo che questa li consideri attraenti.

Impariamo ad apprezzare l’odore, o la voce, o l’aspetto del partner – afferma il Dott. Liu – Presumibilmente questo è il modo in cui riusciamo a far sì che alcuni dettagli siano più significativi per noi.

Secondo gli autori dello studio ipotizzando la presenza di questo meccanismo neurale nel nostro cervello, si potrebbe pensare che il nostro innamoramento avvenga con le stesse modalità.

Sempre nelle arvicole dell’esperimento un maggiore livello di attivazione cerebrale si è dimostrato essere direttamente proporzionale al rapido stabilirsi di un legame tra i soggetti sperimentali.

Per generalizzare i risultati di questa ricerca sarà necessario quindi attendere che l’esperimento venga replicato sugli esseri umani, ma le già citate difficoltà tecniche e la nostra maggiore complessità a livello relazionale richiederanno un adattamento dello studio: oltre ai dettami etici, bisognerà comprendere quanto possa essere considerato romantico uno studio del genere!

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L’Empatia, l’ingrediente essenziale nella coppia

Sono contenta di avere avuto molti riscontri positivi e richieste di approfondimento relative al mio primo articolo E (forse) vissero felici e contenti.

Siete stati in molti a chiedermi in anteprima di sapere i famosi strumenti per sostenere la coppia, di cui ho parlato. Intanto vi propongo il primo: l’empatia, che dà il nome a questo nuovo articolo.

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La solitudine nella coppia

Come al solito, mi faccio aiutare dai protagonisti delle mie sedute di psicoterapia, perché le loro storie sono anche le nostre e possono aiutarci a comprendere come vivere (e non sopravvivere) nella coppia.

Di fronte alla mia scrivania, i due coniugi che avevano condiviso la loro vita per 8 anni, sembravano più soli che mai.

Ognuno di loro mi rivolgeva sguardi da cui emergeva un profondo dolore, rabbia, senso di impotenza, silenzio, paura e bisogno di separarsi.

I due sembravano statue.

Anche muoversi in un certo modo, poteva essere letto dall’altro come un messaggio per colpire, e quindi la coppia arrivata in stanza di terapia, non solo aveva rinunciato a parlarsi, ma anche a comunicare.

Eppure, pochi anni prima, lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

Allenare l’empatia

La loro vita era piena di Gioia, Risate, Desiderio di Stare Insieme il più possibile, Voglia di Progettare, Ascolto, Comprensione

L’ingrediente fondamentale del loro Amore era l’Empatia: ognuno di loro si sentiva amato proprio come avrebbe voluto e a sua volta amava l’altro come lui avrebbe voluto.

Dopo qualche anno accade qualcosa di strano in molte coppie: Pur conoscendosi da più tempo, l’empatia si perde e ci si sente aridi, vuoti.

E’ successo anche a te?

Improvvisamente, ognuno cerca nell’altro di soddisfare il proprio bisogno di essere amato secondo i propri desideri, ma questa aspettativa resta delusa e i coniugi si allontanano, sentendosi dolenti, arrabbiati, impotenti e vuoti.

Quando le coppie arrivano in questa fase, si deprimono, oppure si separano, oppure decidono di chiedere aiuto e si rivolgono ad uno psicoterapeuta.

L’empatia va curata! Va allenata!

Quando la coppia nasce tanti fattori, anche ormonali, aiutano la produzione di empatia, ma immaginate che questa quantità iniziale prodotta dalla coppia è minima.

Nelle fasi di vita successive, tale produzione di empatia dipende solo dall’attivazione di entrambi gli appartenenti alla coppia.

Il primo passo per allenarsi nuovamente all’empatia è impegnarsi ad interessarsi all’altro.

Lo so, non è semplice ricominciare, proprio perché ognuno aspetta dall’altro questo interesse nei propri confronti. Ma quest’aspettativa potrebbe non essere mai soddisfatta…

Quindi tocca a te!

Ricominciare ad interessarsi all’altro, valorizzando il partner e non dando per scontato nulla.

Non sto proponendovi di mentire o di fingere. Se voi vivete la difficoltà di ri-conoscere nell’altro, la persona con cui avete deciso di condividere la vostra coppia, le strade sono 2: o smettete di cercare (per ritrovare) o iniziate davvero a cercare (per ritrovare).

Quando uno dei partner si accorge di essere nuovamente valorizzato, improvvisamente si sente nuovamente amabile (ossia degno di amore) e in genere a sua volta farà la stessa cosa.

Quando viceversa si perde l’empatia, il dolore fa sentire soli, la persona si percepisce non amabile: il dolore diventa presto rabbia e l’antico desiderio di amore diventa pretesa e rabbiosa lamentazione.

Occorre invertire questo destino.

Nelle condizioni di grave incomunicabilità, io spesso prescrivo come medicina l’obbligo di trovare 5 minuti al giorno per ascoltarsi, lontani da distrazioni.

Molti mi rispondono non c’è tempo, ma il tempo è davvero un concetto relativo.

Avete mai pensato a quanto tempo impieghiamo per lavoro, faccende di casa, gestione dei figli, palestra, pc, cellulare, ecc.?

Ebbene, quando la coppia soffre, ha la priorità assoluta.

5 minuti al giorno sono pochi se inseriti in una vita frenetica come quella che tutti noi viviamo, ma sono preziosissimi per salvare la vita della coppia!!!

Questo è il primo strumento, impegnativo e fondamentale!

Vi invito ad esercitarvi e ne parleremo insieme nelle prossime dirette sulla Pagina Facebook di Psicologia24.

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La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Ho pensato spesso a ciò che accade dentro ognuno di noi, quando finisce un rapporto d’amore!

Ci si sente persi, vuoti, annientati… una mia paziente quando ha compreso che il suo matrimonio era finito, si è definita senza pelle.

L’amore che finisce fa vivere a tutti le medesime emozioni, indipendentemente dall’estrazione sociale, economica, culturale.

Spesso la fine di un amore non sconvolge solo i protagonisti della coppia, ma anche il mondo sociale ed affettivo che la circonda. E quindi, anche ognuno di noi avrà detto Ma com’è possibile? Sembravano così felici insieme!!!

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Sembravano così felici…

Partiamo da qui: una foto scattata nel momento di felicità di questa coppia e avvolgiamo all’indietro il nastro: ingoiando conflitti, tensioni, parole non dette o parole gridate…

Andiamo indietro e ritroviamo quella foto in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

Entriamo in quella linea di sguardo, quali emozioni scopriamo?

Gioia, risate, desiderio di stare insieme il più possibile, voglia di progettare, ascolto, comprensione…

Ricordo che – durante una vivace seduta di coppia – i due partner urlavano nella stanza di terapia, insultandosi pesantemente e non sentendo l’altro. Ognuno dei due aveva solo il forte bisogno di gridare all’altro il proprio dolore e la propria rabbia, attribuendosi reciprocamente la fine del rapporto.

Quando io ho chiesto di raccontarmi come si sono conosciuti, la rabbia si è sciolta nel dolore e il dolore si è espresso con delle silenziose lacrime; lì è stato possibile accedere a quella foto di tanto tempo prima in cui lui e lei si guardavano negli occhi e sorridevano.

La costituzione della coppia: desideri e aspettative

La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti

Quando si rompe una coppia, non è MAI inspiegabile. Tutto nasce dal significato di quegli sguardi della nostro foto.

La costituzione della coppia è basata non solo sull’incontro di due persone, ma anche di due storie di vita con credenze, miti e regole.

I modelli e le aspettative dei nostri protagonisti nascono dalle attese elaborate dalle rispettive famiglie di origine.

Durante la magia dell’innamoramento non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro.

All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un io ad un noi.

In questo noi si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé.

Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

Un altro aspetto fondamentale è legato al livello di attrazione fisica, che è molto elevato, spesso la vicinanza sessuale è più intensa rispetto a quello che sarà nei periodi successivi, si vive in un’atmosfera densa di sogni, aspettative, progetti, si fantastica molto per il futuro.

Attraverso la comunicazione, ogni coppia inizia a darsi delle definizioni in merito alle funzioni, agli spazi e alle distanze che meglio rispondono: sia ai bisogni di intimità, sia a quelli di libertà personale.

Questa è la vera luna di miele.

Questa fase mitica della coppia non può durare per sempre.

Anzi in verità non sarebbe psicologicamente sana se durasse, perché significherebbe vivere mistificando la realtà dei fatti.

Eppure, viene vista con amara nostalgia dai protagonisti della nostra coppia, a distanza di tempo.

Quando la luna di miele finisce, la coppia deve superare una sfida, ossia riuscire a mantenere le caratteristiche dell’amore, nel quotidiano.

Le difficoltà legate a questa fase sono spesso ritratte in proverbi popolari, tipo Il matrimonio è la tomba dell’amore, ma anche in frasi proposte da illustri scrittori e filosofi:

E’ degno d’aver più mogli chi non reputa castigo sufficiente una moglie – Dante Alighieri

Nel matrimonio succede quel che si vede nelle gabbie. Gli uccelli che sono fuori vorrebbero entrare, quelli che sono dentro vorrebbero uscire – M. De Montaigne

Cosa accade quando la luna di miele finisce?

Un mio paziente mi raccontava questa fase, come se si fosse tolto un velo dagli occhi, scoprendo che la persona accanto era totalmente diversa da quella scelta: All’improvviso mi sono scoperto solo. Lei non mi guardava più, non mi ascoltava più.

Oltre che sui motti di spirito che chiaramente nascono dalla difficile esperienza che la coppia vive quando deve superare la fase mitica, in cui sembra tutto più semplice, vorrei puntare l’attenzione su quali strumenti bisogna avere per sentirsi sempre amati, ascoltati, sostenuti anche nelle fasi successive della coppia.

Nei prossimi articoli conosceremo un po’ meglio gli arnesi per rendere quel famoso sguardo della nostra foto più presente e vivido.

E voi come avete vissuto questa luna di miele?

Quanto siete ancora dentro questa fase o quanto lontani da essa?

Pensavo fosse amore, invece… Cosa succede quando ci innamoriamo.

Ne abbiamo parlato in diretta sulla nostra pagina Facebook: rivedi il video.

Ti amo davvero o sono solo attaccato a te?

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“Io, tu e… i tuoi!” Le intrusioni nella coppia

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Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

I figli sono tutti uguali, almeno dal punto di vista dei diritti e delle opportunità che devono avere.

Ma, nonostante il sicuramente genuino sentimento di chi afferma di non avere preferenze tra avere un figlio maschio o femmina, la differenza di genere cambia il modo in cui ci si relaziona a loro.

In particolare il recente studio Child Gender Influences Paternal Behavior, Language, and Brain Function dei ricercatori della Emory University e della University of Arizona ha esaminato le differenze di comportamento, linguaggio e attività cerebrale dei papà.

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Papà preferisce un ometto a cui insegnare il calcio?

Lo stereotipo più diffuso nel nostro paese è quello di un papà che desidera un figlio maschio per tramandare tutto il suo mondo di calcio, sport, motori, donne, ecc.

Un ometto da plasmare a propria immagine e somiglianza, destinato a diventare il portatore di tutti quelle caratteristiche associate alla mascolinità.

Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

Questa visione del rapporto maschile viene confermata dagli studi scientifici condotti finora: i papà tendono a prediligere il rough-and-tumble play con i loro pargoli di sesso maschile: una modalità di gioco e relazione più fisica e ruvida.

Ci sono inoltre differenze nel linguaggio utilizzato con i maschietti; i papà usano nei loro confronti un maggior numero di termini associati al successo e alla realizzazione: termini come vincere, orgoglio e migliore sono molto più diffusi di parole rimandanti a un contenuto emotivo.

Il papà e la sua principessa

I risultati più sorprendenti delle ricerche esaminate dagli autori dello studio sui papà, riguardano il rapporto di questi ultimi con le figlie.

Ciò che è emerso contrasta con l’immagine tradizionale di un babbo a disagio tra le bambole, le scarpette della danza e al cospetto di un esserino più delicato.

Il cervello dei papà reagisce in base al genere del figli

In realtà i papà sono molto più attenti e premurosi nell’analizzare e soddisfare i bisogni delle proprie figlie, più di quanto non facciano con i maschietti.

I padri inoltre cantano più spesso per le loro figlie e dialogano apertamente su emozioni e sentimenti, anche sulla tristezza: sono in generale maggiormente disposti ad accettare i sentimenti delle loro piccole anziché quelli dei maschietti.

Le differenze nel cervello dei papà

Le differenti modalità di interazione dei padri nei confronti della prole in base al genere non sono basate soltanto sulle osservazioni racchiuse nei vari studi scientifici.

In questo ultimo studio, quello citato all’inizio di questo articolo, i ricercatori hanno posto l’attenzione anche sui meccanismi neurali che intervengono nella relazione padre-figlio e padre-figlia.

A un’analisi con tecniche di neuroimmagine è emerso che i padri hanno una reazione più marcata alle espressioni facciali felici delle figlie: si ha un maggiore livello di attivazione delle aree mediale e laterale della corteccia orbitofrontale, importanti per i circuiti cerebrali della ricompensa e della regolazione emotiva.

Nel relazionarsi dei papà con i figli maschi, si ha invece una maggiore risposta neurale alle espressioni facciali neutre di questi ultimi: si attiva maggiormente solo l’area mediale della corteccia orbitofrontale.

I padri si relazionano quindi in maniera differente alla prole in base al genere dei propri figli, probabilmente ciò è dovuto a un intreccio di fattori biologici, evolutivi e sociali che hanno portato nel tempo il nostro cervello a sviluppare differenti pattern comportamentali nell’interazione con la propria progenie.

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I come intimità

Forse abbiamo tutti lacune significative nel nostro modo di amare.

Nella possibilità di fare spazio ad un altro dentro di noi, di accoglierlo, di farlo accomodare, di lasciargli spazio. Offrirgli qualcosa per farlo stare bene. Permettergli di andarsene quando vuole.

Condividere lo spazio mentale. Senza confinarlo in un angolo oppure farsi invadere.

Siamo particolari anche nella modalità di desiderare l’altro: trattenendolo e soffocandolo a volte; facendoci travolgere; dicendo approfitta, muoviti come vuoi, ho bisogno di te, io intanto mi impegno per diventare quello che vuoi tu; ingabbiandoci in rapporti tormentati e abusanti.

Cercando soprattutto appoggio, posando autonomia e indipendenza per cercare conferme continue dall’altro.

Gli lasciamo fare di tutto purché rimanga, aspettiamo che si faccia carico della gestione di bisogni e sentimenti, lo carichiamo di responsabilità, lo assilliamo, spaventandolo solitamente.

A volte gli regaliamo lo scettro della nostra vita, incoronandolo re del nostro affetto, dei nostri pensieri, dei nostri investimenti.

Lo rendiamo il primo interlocutore mentale, in alcuni casi una figura idealizzata, irreale in un certo senso, che non realizza una vera confidenza ma ci permette solo di sognare e impegnare le emozioni.

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La paura dell’intimità

La paura dell’intimità può tracciare disegni complessi anche quando, al contrario, ci porta a relegare l’altro in ambiti ristretti.

Quando lo facciamo arrivare ma gli diciamo entra ma lì non andare, rimani ma tieni la valigia pronta.

Quando siamo sospettosi, temiamo di essere invasi, travolti, inghiottiti, di perdere il nostro spazio vitale, la nostra individualità.

E allora ci ritiriamo, disinvestiamo. Rifuggiamo, teniamo a distanza. A volte evitiamo del tutto.

Non di rado diamo il via a danze incomprensibili e contorte con il partner per allontanarlo e poi ricercarlo: ti voglio ma non così tanto.

Oppure evitiamo di coinvolgerci, non ci addentriamo per non rischiare niente. Con i sentimenti anestetizzati tra desiderio e paura, rimaniamo dietro muri emotivi sfuggendo le occasioni della nostra esistenza.

Molto è stato scritto sull’intimità e la paura del rifiuto. E forse anche essere accettati può essere spaventoso.

La nostra struttura difensiva potrebbe reagire, oltre al rifiuto, anche di fronte alla possibilità di essere approvati e accolti. Essere bloccati nel ricevere.

Possiamo alzare muri per tutelare l’eventualità di essere visti realmente per quello che siamo.

Per l’imbarazzo di occhi puntati sulla nostra esistenza, di attenzioni e interesse, di qualcuno così vicino da scoprire come siamo davvero, un modo che a noi alla fine non piace tanto mostrare.

Anche questo porta ad evitare coinvolgimento, a tenere l’altro lontano perché non ci fidiamo e allo stesso tempo a diventare ambivalenti, concederci per poi spaventarci, con il timore di essere accettati perché noi stessi non lo facciamo.

Probabilmente la paura dell’intimità, nelle sue forme diverse, è un tratto universale.

Intimità e attaccamento

Abbiamo paura di darci, aprire porte, metterci a nudo rischiando il rifiuto, l’abbandono. La scienza dice che siamo programmati ad attaccarci.

Vogliamo essere accolti, compresi e amati. Ma può succedere che la vita ci abbia tenuti a dieta d’amore, siamo stati troppo spesso svalutati, accusati, criticati, imparando che gli altri non sono un posto sicuro e quindi è meglio proteggerci.

Del resto sono le esperienze precoci di attaccamento a definire il modo che facciamo nostro di stare insieme agli altri e di condurre i rapporti.

E’ lì che impariamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, vengono accettati, compresi, accolti e ricambiati.

E’ in questa dimensione che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sentire cosa prova l’altro, a sintonizzarci, a capire il ritmo delle relazioni, quella reciprocità emotiva alla base di ogni forma di amore.

E’ da lì che comincia la nostra prima formazione per stare nelle relazioni, è con questi primi rapporti che ci formiamo l’idea di cosa vuol dire stare accanto ad un altro.

Per questo ognuno ha un proprio modo di legarsi, di rispondere e di vivere il legame.

Le nostre relazioni emotive più significative, da quelle infantili con i genitori a quelle adulte con un partner, sono caratterizzate da uno stile personale che abbiamo formato nelle esperienze precoci.

Sappiamo anche che la mancanza di questo training ha costi altissimi in termini emozionali.

Segna per sempre. Condanna ad una vita disturbata in termini relazionali minando la possibilità di vivere pienamente l’intimità.

Quella particolare vicinanza emotiva con un’altra persona che ci pone in relazione in modo autentico, all’interno della quale circolano emozioni, pensieri, sentimenti profondi.

Quella meravigliosa risonanza positiva all’interno della quale possono essere esposte le nostre parti più intense e nascoste, fragili e vulnerabili.

Che ci nutre, rende i rapporti speciali, ci fa sentire a casa, disinvolti, liberi di essere come siamo.

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Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Affrontare l’argomento dell’esperienza psicologica BES – Bisogni Educativi Speciali significa definire il valore che diamo a tale realtà e tale significato risiede principalmente nel modo in cui i BES sono vissuti dalla nostra cultura.

Ogni persona, infatti, definisce i propri valori in uno scambio continuo con gli individui con i quali vive.

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Tipologie di BES

Le situazioni in cui l’apprendimento può essere difficoltoso o complesso sono molteplici, il Ministero dell’Istruzione ha identificato tre sottocategorie di alunni con Bisogni Educativi Speciali:

  1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92;
  2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui si inseriscono:
    D.S.A. (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), per il cui riconoscimento è necessario presentare la diagnosi di D.S.A. ai sensi della legge 170/2010;
    – deficit di linguaggio;
    – deficit delle abilità non verbali;
    – deficit della coordinazione motoria;
    A.D.H.D. (Deficit di Attenzione e di Iperattività);
  3. alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico.

I Bisogni Educativi Speciali e la famiglia

Bisogni Educativi Speciali: la famiglia, un sistema di relazioni

Da recenti studi emerge come la famiglia della persona con BES, anche se spesso in difficoltà, non sia necessariamente destinata a entrare in crisi e crollare: essa sopravvive, si adatta alla situazione e ne trae, in alcuni casi, perfino aspetti positivi (Zanobini, Manetti e Usai, 2002).

La prospettiva oggi utilizzata è quella psicosociale volta primariamente alla promozione dei fattori di salute e alla prevenzione.

La presa in carico della famiglia con BES viene fatta con un’attenzione maggiore allo sviluppo e consolidamento delle competenze di coping e di integrazione con la rete sociale e con l’integrazione di professioni diverse quali lo psicologo, l’assistente sociale, l’educatore e il neuropsichiatra (Mazzoleni, 2004).

Il figlio con Bisogni Educativi Speciali richiede molto spesso uno sforzo speciale, talvolta gravoso, sia dal punto di vista psicofisico che organizzativo ed economico anche per il suo mantenimento delle sue condizioni di salute.

La famiglia, ma solitamente e principalmente la madre, vede aumentare in misura rilevante il peso e la complessità dei compiti pratici di allevamento del figlio.

Spesso le spese per cure o visite specialistiche contribuiscono all’aggravamento del sistema familiare.

Molti studi sono stati prodotti sullo studio del ciclo di vita di questa tipologia di famiglia: partendo dalla comunicazione della diagnosi di BES che può avvenire in diversi momenti della vita del figlio, dei genitori e dei fratelli, se presenti.

Non si devono quindi considerare i BES come uno svantaggio specifico di un soggetto, che come tale viene trattato, riabilitato ed assistito.

Piuttosto si tratta di un evento scatenante reazioni e adattamenti interconnessi: non solo all’interno del soggetto stesso, ma anche in un più ampio raggio che supera perfino la rete dei suoi rapporti familiari.

Il fenomeno arriva ad interessare la comunità in cui vive, influenzandola ed essendone influenzato.

La famiglia conserva una propria identità; grazie al concetto di ciclo vitale è possibile rappresentare questa complessità e comprendere i bisogni, le difficoltà, le esigenze e le peculiarità del sistema in una determinata fase del suo sviluppo.

I BES rappresentano quindi, dei rilevatori di giochi relazionali e degli attivatori delle risposte individuali al disagio, così da renderle evidenti.

La famiglia con bambini BES è uno spaccato di famiglia normale, dove gli eventi stressanti mettono in rilievo quelle caratteristiche comuni alle difese dei sistemi umani di relazione, in maniera così evidente da non passare inosservati.

Giulia Liperini e Alessandra Testi per Psicologia24

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L'innamoramento, tra psicologia e biologia

Innamorarsi è tra le esperienze più dirompenti, totalizzanti e meravigliose, ma a volte anche deprimenti e tristissime, della nostra vita.

È qualcosa che ci porta in dimensioni nuove, che ancora non conosciamo di noi stessi.

Che non può essere controllato o guarito, ci fa diventare un po’ pazzi, stupidi, forse solo più divertenti.

Intensamente vivi. Carichi di energia. Pronti ad esprimersi, espandersi, aumentare le nostre capacità.

Posseduti da una passione irrefrenabile. Dall’altro. Tirati verso emozioni incontrollabili e travolgenti.

Fissati anche, monotematici. Incantati, ansiosi, pesanti. Angosciati e disperati, a volte.

In uno stato di coscienza alterato, siamo disturbati dal punto di vista psicologico.

In questo sentimento mettiamo infatti tanto di noi, le parti più intime, le fragilità, fratture, esigenze.

Ogni relazione segna la storia di un nuovo romanzo privato.

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La scienza dell’amore

Anche se l’amore porta in sé sempre qualcosa di misterioso e inafferrabile, le recenti scoperte nel campo delle scienze delle relazioni sono in grado di svelarci numerosi aspetti di questa potente esperienza.

Ad esempio che siamo più orientati a legarci emotivamente a qualcuno quando siamo eccitati, se ci troviamo in situazioni avventurose o pericolose, oppure se si fanno insieme cose nuove.

Che bisogna abbassare le difese, disinibirsi per connettersi.

Che non sono gli opposti ad attrarsi ma in genere tendiamo ad accompagnarci e a rimanere con persone che ci somigliano, per intelligenza, formazione o aspetto.

Che divertirsi insieme è un collante per la coppia. Che l’impegno – questo forse ci piace meno – è un ingrediente per costruire l’amore, mentre la passione sfrenata non favorisce una relazione sana.

Gli studi sostengono che avvicinarsi fisicamente, entrare nello spazio personale dell’altro aiuta a sviluppare sensazioni di intimità.

Fissarsi intensamente negli occhi inoltre produce un rapido aumento dell’attrazione reciproca, anche tra persone sconosciute.

Guardandosi infatti, ci rendiamo vulnerabili l’uno all’altro, elemento chiave nella costruzione di ogni legame emotivo.

Vulnerabilità nel senso di rivelarsi, esporsi autenticamente, permettere a se stessi di essere chi siamo.

Proponendoci tecniche di affiatamento, di promozione della simpatia e dell’attrazione, la scienza dell’amore sembra volerci insegnare come possiamo acquisire il controllo della nostra vita sentimentale.

Soprattutto ci spiega che l’amore non è una forza oscura di cui si rimane succubi, che non si può vivere felici e contenti senza fare niente.

Riflettendo su alcuni aspetti di noi, possiamo infatti scoprire il potere che abbiamo nelle relazioni, sempre, anche quando ci sentiamo vittime o prigionieri.

La chimica dell’innamoramento

Le moderne neuroscienze ci spiegano inoltre i sentimenti in termini biochimici.

L’innamoramento fa balzare in alto il livello della dopamina, ad esempio, il neurotrasmettitore stimolante di intenso piacere, euforia, eccitazione, iperattività rilasciato allo stesso modo nell’uso di cocaina, anfetamina, nicotina, e coinvolta nelle principali dipendenze.

In questo senso l’amore dà dipendenza oppure è come una droga. Con la tossicodipendenza condivide in effetti molti aspetti come insonnia, perdita del senso del tempo, concentrazione assoluta sulla sostanza, tolleranza, astinenza.

Gli studi della professoressa Helen Fisher, antropologa e ricercatrice, esperta di biologia dell’amore, hanno dimostrato che il cervello innamorato e quello sotto effetto di cocaina, ad esempio, si somigliano molto, attivati dagli stessi mediatori chimici, segnati dagli stessi percorsi neuronali, coinvolti dal medesimo effetto stimolante e stato di coscienza positivo.

Questo dato forse può aiutarci a comprendere la forza di alcuni comportamenti ossessivi tipici degli innamorati, soprattutto di coloro che vengono lasciati.

La dopamina lavora inoltre insieme alla noradrenalina, provocando il classico batticuore. Bassi livelli di serotonina sono invece correlati all’idea fissa dell’altro, al fatto di pensare costantemente al proprio partner, condizione biochimica del tutto simile nel disturbo ossessivo-compulsivo.

L’innamoramento smuove inoltre ossitocina, l’ormone dell’attaccamento, che spinge alla vicinanza e cementa il legame, spronando fiducia ed empatia.

L’ossitocina viene rilasciata durante l’attività sessuale, quando due persone si abbracciano, quando la mamma allatta il neonato.

Alcuni studi sembravano aver indicato la possibilità di un uso terapeutico nelle persone affette da disturbi come autismo o schizofrenia, ostacolate nello sviluppo di rapporti positivi.

Tuttavia la ricerca più recente ha suggerito il lato oscuro di questo ormone perché risulta amplificare anche comportamenti opposti come gelosia, invidia e sospetto. I suoi effetti variano cioè in persone diverse.

Innamorarsi nel suo insieme può essere fisicamente ed emotivamente benefico, riducendo addirittura il rischio di ammalarsi.

Si tratta di un processo gioioso, di affermazione della vita, di una dipendenza costruttiva che non ha bisogno di essere trattata.

Anche se facilmente diventa ambito di sofferenza, pieno di imprevisti e complicazioni…

Brunella Gasperini per Psicologia24

Hackeraggio psicologico: cos'è e come difendersi

È come quando qualcuno riesce ad accedere al nostro account Facebook, oppure ad introdursi nella nostra rete protetta, a violare il nostro sito web.

In termini informatici lo si definisce hacker: qualcuno che tenta di acquisire un’approfondita conoscenza di un sistema per potervi accedere, adattandolo alle proprie esigenze. Se l’obiettivo è la distruzione di quel sistema, è in realtà un cracker.

Anche in termini psicologici si può subire l’attacco di un hacker, di una persona che si intromette nella nostra rete sentimentale protetta per attaccarci da dentro.

Qualcuno che insidiosamente ci viola senza che ce ne rendiamo conto, arrivando ad abusare di noi.

Una persona che è vicina, molto intima, che ci conosce bene e sa come introdursi e arrivare alle nostre parti più fragili. Un partner soprattutto, ma anche un genitore o un figlio.

Qualcuno che riesce a manomettere il nostro sistema operativo psicologico, in molti casi alterando ciò che pensiamo di noi stessi.

Che fa hackeraggio bucando il nostro senso del Sé, l’autostima, l’obiettività.

Si tratta di una persona che è in realtà morbosamente insicura, che sente di valere solo attraverso il dominio e il controllo, che si attacca alle nostre insicurezze e che per ragioni sorprendentemente simili non riusciamo a bloccare.

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L’hackeraggio da parte del partner

In termini tecnici si definisce abuso emotivo. Spesso trova la sua espressione più comune all’interno di una relazione sentimentale, in una coppia dove un membro controlla l’altro ostacolandone l’autonomia e la fiducia in se stesso, facendolo sentire nulla in sua assenza per incatenarlo a sé.

Un partner disconnesso emotivamente. Che ci fa sentire invisibili, inascoltati, intimiditi, poco attraenti.

Nulli, incapaci, inadeguati. Soli e poco importanti.

Che ci tiene in un clima di allerta terroristico: non si sa mai per cosa sbotterà, cosa gli darà fastidio, o per cosa ci punirà.

Che ci spaventa e minaccia. Ci incolpa della sua insoddisfazione dicendo che siamo noi a rendergli la vita difficile. Con il quale bisogna chiedersi ogni volta cosa fare per non disturbarlo, innervosirlo.

Che si imbroncia facilmente, o se ne va, non interessandosi di come ci sentiamo e dei nostri bisogni, che fa quello che lui ritiene sia meglio per noi. Geloso in modo ossessivo. Invadente, incapace di rispettare i confini.

Un partner che ci controlla, minimizza quello che diciamo, o non ci prende sul serio. Ci svilisce, ridicolizza e critica, perché per sentirsi bene ha bisogno di sentirsi di più rispetto a noi. Così ci fa diventare bersaglio del suo sarcasmo.

E poi ci rende instabili, paurosi. Ci fa sentire in colpa, pensare che qualcosa in noi non va, che siamo noi a portarlo a certi comportamenti, a provocarlo.

Proprio come un hacker, questa persona riesce a rubare la nostra identità, a violare il nostro sistema di fondo, infrangendo il codice di sicurezza.

Ci porta a fare cose che non vorremmo solo per salvare il rapporto, rendendoci diversi da quello che siamo veramente, stravolgendo chi siamo.

Ci porta ad adattarci a quello che lui vuole, a cambiare modo di vestire, ad esempio, ad evitare certe persone, a cambiare lavoro, a metterci a dieta. Facendoci perdere la nostra identità.

Evitare di cadere nella dipendenza

Ci ritroviamo così intrappolati in una dipendenza dove amore e paura sono mescolati in modo potente e pericoloso.

Ci sentiamo svalorizzati ma incapaci di andare via. Pur stando male, continuiamo a pensare che poi l’altro cambierà, che se trovasse il lavoro giusto; se riuscisse in quella cosa; se non fosse stressato; o se io fossi più disponibile, lo capissi di più…

Ci diciamo che va bene così, tutto sommato, e ci aggrappiamo a quel poco di positivo, mettendo il dolore in un angolo.

Rimanere ci fa sentire più sicuri che andare via. E in effetti gli studi dicono che più della metà delle persone coinvolte in relazioni abusanti vedono comunque il partner come affidabile e affettuoso.

A volte infatti essere violati nelle nostre parti più profonde è qualcosa di tanto familiare che in un certo senso ci fa sentire a casa.

Si può continuare a ricercare inconsciamente i rapporti abusivi del nostro passato, della nostra infanzia. Si cerca l’amore in quella forma, l’unica che conosciamo, ripetendo così il dolore anche nelle relazioni adulte.

L’abuso emozionale è altrettanto distruttivo dell’abuso fisico e nonostante le cicatrici non si vedano può avere conseguenze gravi a lungo termine.

L’antivirus per questo tipo di attacchi lo dobbiamo cercare dentro di noi, nel nostro sistema immunitario emotivo, nel nostro senso del Sé.

Nelle nostre risorse interiori che sempre giacciono sul fondo, anche se provate, compromesse, infettate.

In alcuni casi occorre chiedere un aiuto esterno, bisogna fare il download di nuovi programmi emotivi, eseguire una specie di formattazione, ripristinare contenuti psicologici in forme diverse.

Abbiamo bisogno di fare delle nostre relazioni intime una dimensione dove poter esprimere se stessi e non un luogo dove avere paura. Dove espandersi e non essere schiacciati.

Dobbiamo prendere consapevolezza del diritto di stare con persone che possano celebrare chi siamo, e per nessun motivo denigrarci.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Hackeraggio psicologico: cos'è e come difendersi

È come quando qualcuno riesce ad accedere al nostro account Facebook, oppure ad introdursi nella nostra rete protetta, a violare il nostro sito web.

In termini informatici lo si definisce hacker: qualcuno che tenta di acquisire un’approfondita conoscenza di un sistema per potervi accedere, adattandolo alle proprie esigenze. Se l’obiettivo è la distruzione di quel sistema, è in realtà un cracker.

Anche in termini psicologici si può subire l’attacco di un hacker, di una persona che si intromette nella nostra rete sentimentale protetta per attaccarci da dentro.

Qualcuno che insidiosamente ci viola senza che ce ne rendiamo conto, arrivando ad abusare di noi.

Una persona che è vicina, molto intima, che ci conosce bene e sa come introdursi e arrivare alle nostre parti più fragili. Un partner soprattutto, ma anche un genitore o un figlio.

Qualcuno che riesce a manomettere il nostro sistema operativo psicologico, in molti casi alterando ciò che pensiamo di noi stessi.

Che fa hackeraggio bucando il nostro senso del Sé, l’autostima, l’obiettività.

Si tratta di una persona che è in realtà morbosamente insicura, che sente di valere solo attraverso il dominio e il controllo, che si attacca alle nostre insicurezze e che per ragioni sorprendentemente simili non riusciamo a bloccare.

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L’hackeraggio da parte del partner

In termini tecnici si definisce abuso emotivo. Spesso trova la sua espressione più comune all’interno di una relazione sentimentale, in una coppia dove un membro controlla l’altro ostacolandone l’autonomia e la fiducia in se stesso, facendolo sentire nulla in sua assenza per incatenarlo a sé.

Un partner disconnesso emotivamente. Che ci fa sentire invisibili, inascoltati, intimiditi, poco attraenti.

Nulli, incapaci, inadeguati. Soli e poco importanti.

Che ci tiene in un clima di allerta terroristico: non si sa mai per cosa sbotterà, cosa gli darà fastidio, o per cosa ci punirà.

Che ci spaventa e minaccia. Ci incolpa della sua insoddisfazione dicendo che siamo noi a rendergli la vita difficile. Con il quale bisogna chiedersi ogni volta cosa fare per non disturbarlo, innervosirlo.

Che si imbroncia facilmente, o se ne va, non interessandosi di come ci sentiamo e dei nostri bisogni, che fa quello che lui ritiene sia meglio per noi. Geloso in modo ossessivo. Invadente, incapace di rispettare i confini.

Un partner che ci controlla, minimizza quello che diciamo, o non ci prende sul serio. Ci svilisce, ridicolizza e critica, perché per sentirsi bene ha bisogno di sentirsi di più rispetto a noi. Così ci fa diventare bersaglio del suo sarcasmo.

E poi ci rende instabili, paurosi. Ci fa sentire in colpa, pensare che qualcosa in noi non va, che siamo noi a portarlo a certi comportamenti, a provocarlo.

Proprio come un hacker, questa persona riesce a rubare la nostra identità, a violare il nostro sistema di fondo, infrangendo il codice di sicurezza.

Ci porta a fare cose che non vorremmo solo per salvare il rapporto, rendendoci diversi da quello che siamo veramente, stravolgendo chi siamo.

Ci porta ad adattarci a quello che lui vuole, a cambiare modo di vestire, ad esempio, ad evitare certe persone, a cambiare lavoro, a metterci a dieta. Facendoci perdere la nostra identità.

Evitare di cadere nella dipendenza

Ci ritroviamo così intrappolati in una dipendenza dove amore e paura sono mescolati in modo potente e pericoloso.

Ci sentiamo svalorizzati ma incapaci di andare via. Pur stando male, continuiamo a pensare che poi l’altro cambierà, che se trovasse il lavoro giusto; se riuscisse in quella cosa; se non fosse stressato; o se io fossi più disponibile, lo capissi di più…

Ci diciamo che va bene così, tutto sommato, e ci aggrappiamo a quel poco di positivo, mettendo il dolore in un angolo.

Rimanere ci fa sentire più sicuri che andare via. E in effetti gli studi dicono che più della metà delle persone coinvolte in relazioni abusanti vedono comunque il partner come affidabile e affettuoso.

A volte infatti essere violati nelle nostre parti più profonde è qualcosa di tanto familiare che in un certo senso ci fa sentire a casa.

Si può continuare a ricercare inconsciamente i rapporti abusivi del nostro passato, della nostra infanzia. Si cerca l’amore in quella forma, l’unica che conosciamo, ripetendo così il dolore anche nelle relazioni adulte.

L’abuso emozionale è altrettanto distruttivo dell’abuso fisico e nonostante le cicatrici non si vedano può avere conseguenze gravi a lungo termine.

L’antivirus per questo tipo di attacchi lo dobbiamo cercare dentro di noi, nel nostro sistema immunitario emotivo, nel nostro senso del Sé.

Nelle nostre risorse interiori che sempre giacciono sul fondo, anche se provate, compromesse, infettate.

In alcuni casi occorre chiedere un aiuto esterno, bisogna fare il download di nuovi programmi emotivi, eseguire una specie di formattazione, ripristinare contenuti psicologici in forme diverse.

Abbiamo bisogno di fare delle nostre relazioni intime una dimensione dove poter esprimere se stessi e non un luogo dove avere paura. Dove espandersi e non essere schiacciati.

Dobbiamo prendere consapevolezza del diritto di stare con persone che possano celebrare chi siamo, e per nessun motivo denigrarci.

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Problemi di comunicazione? Ecco cosa potrebbe esserci dietro

Perché ogni volta che voi e il vostro partner dovete prendere una decisione finite in scontri acerbi?

Perché il vostro capo sembra rifiutare a priori ogni vostra nuova proposta, o comunque sia deve sempre modificare qualcosa?

E come mai i vostri amici finiscono sempre per ribattere a ogni vostra comunicazione, magari deridendovi o svalutandola?

Forse c’è un problema di relazione.

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Comunicazione: contenuto e relazione

Immaginate la scena seguente. Marzia dice a suo marito Franco che le piacerebbe avere più spesso ospiti a casa e Franco concorda.

Un giorno, quando lui scopre per caso che un amico comune che non vedevano da anni sarebbe passato dalle loro parti, lo invita a cena e gli propone di restare a dormire. Ma quando lo comunica a Marzia quest’ultima s’infuria.

Cosa è successo?

Potremmo dirla così: tra i due c’era accordo sul contenuto, ma non sulla relazione.

L’antropologo Gregory Bateson notò una cosa curiosa: in ogni comunicazione esiste un livello di contenuto e un livello di comando.

Il contenuto sappiamo tutti cos’è: né più né meno che l’oggetto del discorso o, ancor più semplicemente, ciò di cui si sta parlando.

Il comando invece non è altrettanto esplicito. Si tratta di ciò che il contenuto porta con sé, ed è detto comando perché è un ordine implicito dato all’altro. Un ordine che definisce la relazione tra i due interlocutori.

Così, se Franco comunica a Marzia di aver invitato a cena (e a dormire!) il loro comune amico, a livello di comando sta dicendo: Nella nostra relazione io posso invitare chi voglio e quando voglio, senza chiederti il permesso. Apriti cielo.

Detto in altri termini, qualunque cosa facciate, direttamente o indirettamente, nei confronti di qualcun altro, comunicherà a questi il tipo di relazione che c’è tra voi. O meglio, gli comunicherà la vostra personale visione di tale relazione.

Relazioni e accordi

E questo vale in qualunque tipo di relazione, persino in quelle internazionali. Nel momento in cui, alle 4:45 del 1° settembre 1939, la nave da guerra tedesca Schleswig Holstein aprì il fuoco contro il forte polacco di Westerplatte, a tutti gli Stati fu chiara la relazione che la Germania di Hitler aveva appena instaurato con loro – e ovviamente con la povera Polonia.

Non è un caso che ambasciate e ambasciatori siano figure chiave nella politica estera delle nazioni: devono appunto curarne le relazioni.

Sia chiaro: la relazione non viene stabilita a senso unico.

Così la nostra cara Marzia potrebbe rispondere in diversi modi al marito.

Potrebbe accogliere più o meno felicemente l’idea che ha avuto il marito: questa sarebbe una conferma della relazione stabilita da esso, un modo per dirgli: Sì, nella nostra relazione tu puoi invitare chi vuoi, senza chiedermi il permesso.

Oppure potrebbe andare su tutte le furie e addirittura costringere Franco a richiamare l’amico per annullare, il che significherebbe rifiutare la relazione posta da Franco e comunicare qualcosa come: Assolutamente no! Nella nostra relazione tu non fai un bel niente senza averne prima parlato con me, e se ci provi io farò ostracismo con tutte le mie forze.

Risulta chiaro che i problemi di coppia nascono spesso da un mancato accordo su quale sia la natura della relazione.

Ma quali comunicazioni la definiscono?

Potenzialmente tutte le comunicazioni e tutti i comportamenti.

Ad esempio, lo snervante protagonista della serie televisiva Dr. House era bravissimo a definire praticamente con chiunque una relazione del tipo Rispetto a noi due, io faccio un po’ come mi pare.

Frecciatine, freddure, bugie, ma anche punizioni, sgambetti, disobbedienze, scontri con qualunque forma di autorità, erano tutti mezzi comunicativi al servizio di House per definire con gli altri quel tipo di relazione.

Così, quando una coppia di genitori in pena per il figlio moribondo interruppe la sua pausa pranzo chiedendogli: Come fa a stare qui seduto?, House rispose Se mangio in piedi mi sporco. Una disconferma totale della relazione posta dai due.

La soluzione al problema

Da tutto questo ne deriva una conclusione importante: se il problema è la relazione è inutile dialogare sul contenuto.

Franco potrebbe passare l’intera notte a cercare di spiegare alla moglie che: Tu stessa avevi detto che ti avrebbe fatto piacere avere ospiti a casa!, e seppure Marzia effettivamente ha detto così, non servirebbe a nulla.

Non perché lei abbia avuto un’improvvisa amnesia, ma perché il problema, lo ripetiamo, non è il contenuto: è la relazione.

Avrebbe quindi una possibilità di risolvere la questione se dicesse: Scusa, hai ragione: ho preso una decisione che riguarda entrambi (avere un’ospite in casa nostra) senza considerare la tua opinione.

Ed ecco allora la soluzione ai problemi di relazione: parlare della relazione stessa.

Parlare, cioè, di quei comportamenti, e più in generale di quelle comunicazioni, che hanno definito un tipo di relazione che non ci piace, che ci fa sentire scomodi, che ci indispettisce, infastidisce o indispone in qualche modo.

Sia chiaro, qui non vendiamo elisir miracolosi. Se il vostro capo vi ha preso di mira, andare da lui e dirgli: Sai, vorrei che mi trattassi con più rispetto, perché quando stralci le mie idee mi fai sentire male non è sempre la migliore delle idee.

Eppure, anche qui, vi assicuriamo – per esperienza professionale – che un intervento riuscito è quello che opera sulla relazione.

Così ci viene in mente il caso di un giovane apprendista che s’impegnava talmente tanto per mostrare le sue capacità al capo da non rendersi conto di aver definito una relazione del tipo: Io so fare le cose meglio di te.

Non che fosse sua intenzione, ovviamente, ma a volte intendiamo una cosa e gli altri ne afferrano un’altra: è un errore insito in qualunque scambio comunicativo.

Fu allora necessario suggerirgli di continuare a impegnarsi, certo, ma di tartassare il superiore con affermazioni del tipo: Non credo che ti piacerà questo lavoro: dimmi tu – Puoi darci un’occhiata? Credo sia pessimo – Non ci ho capito proprio niente: ho bisogno di un tuo parere.

Dopo poche settimane, all’ennesima richiesta, il capo lo stoppò: Per favore, smettila con tutte queste richieste di rassicurazione: te la cavi benissimo da solo!

Flavio Cannistrà per Psicologia24

Chi sta sopra e chi sta sotto

Cos’è successo tra Russia e Turchia? Perché nessuno dei due molla davvero?

Le analisi politiche hanno naturalmente proposto diversi scenari approfonditi, ma c’è una domanda di vitale importanza da porsi: che tipo di relazione emergere tra due Paesi, se uno dei due cede?

Se prendiamo i precedenti articoli di questa rubrica scopriamo due cose:

E se ogni relazione può essere definita in tanti modi, ci sono sicuramente due tipologie generiche da considerare.

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Relazioni simmetriche e complementari

Da un lato abbiamo le relazioni simmetriche (sarebbe più corretto parlare di interazioni, ma dato che una relazione non è altro che un’insieme di interazioni qui useremo i termini in modo equivalente), dove sostanzialmente i due soggetti si considerano alla pari.

Dall’altro lato abbiamo le relazioni complementari, dove un soggetto è in posizione superiore (one-up) e l’altro è subordinato (one-down).

Nel primo caso potremmo pensare a degli amici, nel secondo al rapporto mamma-bambino.

Il bello è che questo vale anche per le Nazioni.

Se volessimo riassumere una serie di critiche fatte alla Merkel dagli altri leader europei potremmo metterla in termini di Non è giusto che tu stai sopra e noi sotto: cioè la Germania one-up rende tutti gli altri Paesi one-down.

E a non tutti piace stare sotto. A qualcuno sì, e in quei casi la coppia è felice e contenta: basti pensare al rapporto tra un sadico e un masochista, sebbene anche questi potrebbero finire nella paradossale condizione in cui il masochista dice Fammi del male! e il sadico risponde No!. Tutto per continuare a mantenere la propria posizione one-up.

Il quinto assioma della comunicazione umana dice proprio questo: esistono due grandi tipologie di interazioni, quelle che evidenziano un rapporto di parità tra gli interlocutori (interazioni simmetriche) e quelle che evidenziano la disparità tra i due (interazioni complementari), dove uno è sopra e l’altro è sotto.

Putin ed Erdoğan non potevano certo permettersi di farsi vedere one-down di fronte al loro popolo e alla comunità internazionale.

Ma poi stare one-down è davvero peggio? In certe relazioni no.

Pensiamo all’esempio madre-bambino, citato poco fa. Il bambino potrebbe fare i suoi occhioni grandi e lucidi (in stile Gattoconglistivali di Shrek) e dire: Mammina cara, ho tanta voglia di gelato.

È indubbio che lui stia sfruttando, più o meno inconsapevolmente, la sua posizione di subordinazione (Sei tu, mammina, che hai i soldi per comprarmi il gelato: io sono un povero bimbo nullatenente che dipende dalle tue grazie) per ottenere ciò che desidera.

In termini geopolitici potremmo dire che la Grecia stessa ha tentato qualcosa di simile. O l’Islanda, quando ha affermato: Signori, i soldi non ce li abbiamo, è vero, quindi dichiariamo bancarotta e tanti saluti.

Semplicistico, ma chiarificatore. E l’Italia? Ahimè, l’Italia sembra troppo spesso capace di percepirsi one-down rispetto a tutti, cosa che in realtà non è, poiché vanta numerosi settori e occasioni in cui dimostra di esser alla pari degli altri se non addirittura superiore. A riconoscerselo…

One-up o one-down? Complementarità o simmetria?

La verità è che, nella vita di tutti i giorni, sia che si parli di coppie, di amicizie o di colleganza, sia che si parli di relazioni diplomatiche, un po’ di simmetria e un po’ di complementarità dovrebbero esserci sempre.

Infatti, come nei più turbolenti matrimoni, a voler essere sempre alla pari si rischia di non cogliere i momenti in cui è meglio cedere o in cui è meglio prendere le redini: Andiamo al cinema stasera? – Non lo so, a che ti va di fare? – Non lo so, e a te? – Non lo so, tu? – verso l’infinito.

E a voler mantenere sempre e solamente una posizione di superiorità o di inferiorità rispetto agli altri, mantenendosi in una rigida complementarità, beh, le conseguenze ci sembrano evidenti, no?

Problemi di comunicazione? Ecco cosa potrebbe esserci dietro

Perché ogni volta che voi e il vostro partner dovete prendere una decisione finite in scontri acerbi?

Perché il vostro capo sembra rifiutare a priori ogni vostra nuova proposta, o comunque sia deve sempre modificare qualcosa?

E come mai i vostri amici finiscono sempre per ribattere a ogni vostra comunicazione, magari deridendovi o svalutandola?

Forse c’è un problema di relazione.

Ti può interessare anche: Il tuo collega al lavoro è un impiegato modello o un sociopatico?

Comunicazione: contenuto e relazione

Immaginate la scena seguente. Marzia dice a suo marito Franco che le piacerebbe avere più spesso ospiti a casa e Franco concorda.

Un giorno, quando lui scopre per caso che un amico comune che non vedevano da anni sarebbe passato dalle loro parti, lo invita a cena e gli propone di restare a dormire. Ma quando lo comunica a Marzia quest’ultima s’infuria.

Cosa è successo?

Potremmo dirla così: tra i due c’era accordo sul contenuto, ma non sulla relazione.

L’antropologo Gregory Bateson notò una cosa curiosa: in ogni comunicazione esiste un livello di contenuto e un livello di comando.

Il contenuto sappiamo tutti cos’è: né più né meno che l’oggetto del discorso o, ancor più semplicemente, ciò di cui si sta parlando.

Il comando invece non è altrettanto esplicito. Si tratta di ciò che il contenuto porta con sé, ed è detto comando perché è un ordine implicito dato all’altro. Un ordine che definisce la relazione tra i due interlocutori.

Così, se Franco comunica a Marzia di aver invitato a cena (e a dormire!) il loro comune amico, a livello di comando sta dicendo: Nella nostra relazione io posso invitare chi voglio e quando voglio, senza chiederti il permesso. Apriti cielo.

Detto in altri termini, qualunque cosa facciate, direttamente o indirettamente, nei confronti di qualcun altro, comunicherà a questi il tipo di relazione che c’è tra voi. O meglio, gli comunicherà la vostra personale visione di tale relazione.

Relazioni e accordi

E questo vale in qualunque tipo di relazione, persino in quelle internazionali. Nel momento in cui, alle 4:45 del 1° settembre 1939, la nave da guerra tedesca Schleswig Holstein aprì il fuoco contro il forte polacco di Westerplatte, a tutti gli Stati fu chiara la relazione che la Germania di Hitler aveva appena instaurato con loro – e ovviamente con la povera Polonia.

Non è un caso che ambasciate e ambasciatori siano figure chiave nella politica estera delle nazioni: devono appunto curarne le relazioni.

Sia chiaro: la relazione non viene stabilita a senso unico.

Così la nostra cara Marzia potrebbe rispondere in diversi modi al marito.

Potrebbe accogliere più o meno felicemente l’idea che ha avuto il marito: questa sarebbe una conferma della relazione stabilita da esso, un modo per dirgli: Sì, nella nostra relazione tu puoi invitare chi vuoi, senza chiedermi il permesso.

Oppure potrebbe andare su tutte le furie e addirittura costringere Franco a richiamare l’amico per annullare, il che significherebbe rifiutare la relazione posta da Franco e comunicare qualcosa come: Assolutamente no! Nella nostra relazione tu non fai un bel niente senza averne prima parlato con me, e se ci provi io farò ostracismo con tutte le mie forze.

Risulta chiaro che i problemi di coppia nascono spesso da un mancato accordo su quale sia la natura della relazione.

Ma quali comunicazioni la definiscono?

Potenzialmente tutte le comunicazioni e tutti i comportamenti.

Ad esempio, lo snervante protagonista della serie televisiva Dr. House era bravissimo a definire praticamente con chiunque una relazione del tipo Rispetto a noi due, io faccio un po’ come mi pare.

Frecciatine, freddure, bugie, ma anche punizioni, sgambetti, disobbedienze, scontri con qualunque forma di autorità, erano tutti mezzi comunicativi al servizio di House per definire con gli altri quel tipo di relazione.

Così, quando una coppia di genitori in pena per il figlio moribondo interruppe la sua pausa pranzo chiedendogli: Come fa a stare qui seduto?, House rispose Se mangio in piedi mi sporco. Una disconferma totale della relazione posta dai due.

La soluzione al problema

Da tutto questo ne deriva una conclusione importante: se il problema è la relazione è inutile dialogare sul contenuto.

Franco potrebbe passare l’intera notte a cercare di spiegare alla moglie che: Tu stessa avevi detto che ti avrebbe fatto piacere avere ospiti a casa!, e seppure Marzia effettivamente ha detto così, non servirebbe a nulla.

Non perché lei abbia avuto un’improvvisa amnesia, ma perché il problema, lo ripetiamo, non è il contenuto: è la relazione.

Avrebbe quindi una possibilità di risolvere la questione se dicesse: Scusa, hai ragione: ho preso una decisione che riguarda entrambi (avere un’ospite in casa nostra) senza considerare la tua opinione.

Ed ecco allora la soluzione ai problemi di relazione: parlare della relazione stessa.

Parlare, cioè, di quei comportamenti, e più in generale di quelle comunicazioni, che hanno definito un tipo di relazione che non ci piace, che ci fa sentire scomodi, che ci indispettisce, infastidisce o indispone in qualche modo.

Sia chiaro, qui non vendiamo elisir miracolosi. Se il vostro capo vi ha preso di mira, andare da lui e dirgli: Sai, vorrei che mi trattassi con più rispetto, perché quando stralci le mie idee mi fai sentire male non è sempre la migliore delle idee.

Eppure, anche qui, vi assicuriamo – per esperienza professionale – che un intervento riuscito è quello che opera sulla relazione.

Così ci viene in mente il caso di un giovane apprendista che s’impegnava talmente tanto per mostrare le sue capacità al capo da non rendersi conto di aver definito una relazione del tipo: Io so fare le cose meglio di te.

Non che fosse sua intenzione, ovviamente, ma a volte intendiamo una cosa e gli altri ne afferrano un’altra: è un errore insito in qualunque scambio comunicativo.

Fu allora necessario suggerirgli di continuare a impegnarsi, certo, ma di tartassare il superiore con affermazioni del tipo: Non credo che ti piacerà questo lavoro: dimmi tu – Puoi darci un’occhiata? Credo sia pessimo – Non ci ho capito proprio niente: ho bisogno di un tuo parere.

Dopo poche settimane, all’ennesima richiesta, il capo lo stoppò: Per favore, smettila con tutte queste richieste di rassicurazione: te la cavi benissimo da solo!

La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

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La gelosia: differenze tra donne e uomini

La gelosia è un’emozione comune e naturale,nel senso che è biologicamente fondata, ma a volte può assumere caratteristiche tali da farla diventare una vera e propria patologia.

In termini evolutivi della specie umana, la gelosia nella relazione sentimentale di coppia si è sviluppata perché determina importanti vantaggi riproduttivi: è un comportamento che assicura il possesso esclusivo del partner e consente la propagazione dei propri geni a dispetto di quelli di un potenziale rivale.

Benché abbia un’evidente valenza come comportamento utile in termini evolutivi, il sentimento di gelosia può trasformarsi, in alcuni individui, in un sentimento distruttivo che può sfociare anche in comportamenti aggressivi.

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Qual è il confine tra gelosia normale e patologica?

La gelosia patologica è distruttiva, molto intensa e sempre associata a sentimenti di rabbia nei confronti del partner e nei confronti dei potenziali, a volte solo immaginari, rivali.

La gelosia patologica è spesso associata a comportamenti svalutanti quali l’esigenza di controllare e di punire il partner oppure di evitarlo.

Ha un andamento altalenante, legato alle emozioni contingenti, tende a placarsi temporaneamente quando la percezione di vicinanza con il partner è più intensa, per poi riesplodere potentemente quando questa percezione di vicinanza diminuisce.

La gelosia patologica può essere la conseguenza di determinate esperienze infantili, di distorsioni cognitive o della mancanza di una sufficiente autostima.

Chi ha poca autostima tende a ritenere di non essere degno d’amore e a temere che il partner, prima o poi, si innamorerà di qualcun altro.

In alcuni casi la gelosia eccessiva può anche sconfinare in pensieri ossessivi. La gelosia ossessiva è caratterizzata dal verificarsi persistente di immagini, pensieri e dubbi riguardanti l’infedeltà del partner.

Chi soffre di gelosia ossessiva cerca continuamente informazioni che possano smentire o confermare il dubbio, senza riuscire mai a ridurre il numero di pensieri persistenti.

La sindrome di Otello

Nei casi più gravi, la gelosia patologica può assumere la forma di Sindrome di Otello: la persona è fermamente convinta dell’infedeltà del partner e ricerca continuamente conferme del tradimento.

Cerca di strappare la confessione al partner e utilizza tutte le strategie possibili per far confessare il tradimento. Comportamenti innocui del partner o di sospettati rivali vengono male interpretati ed erroneamente considerati come prova della relazione, in realtà inesistente, tra il partner e il rivale immaginario.

La Sindrome di Otello può sfociare in attacchi di rabbia verso il partner o il sospettato rivale, con conseguente aggressività verbale e violenza fisica.

Uomini, donne e gelosia

Alcuni studi scientifici recenti hanno cercato di rilevare le cause più frequenti della gelosia patologica.

Vi è un consenso quasi unanime, tra i diversi studiosi, sul fatto che fattori biologici, psicologici e culturali interagiscono nel determinare i casi più gravi di gelosia patologica.

Un altro dato emerso in recenti ricerche scientifiche sull’argomento mostra che tra uomini e donne vi sono alcune differenze negli elementi scatenanti la gelosia: mentre per gli uomini è il tradimento, o il sospettato tradimento, sessuale a scatenare le reazioni più forti; nelle donne è il tradimento, o il sospettato tradimento, emotivo ed affettivo a scatenare le reazioni più forti.

Gli uomini tendono a reagire negativamente al tradimento fisico sessuale, anche nei casi in cui la sfera emotiva non è coinvolta.

Le donne invece tendono a reagire negativamente al tradimento emotivo ed affettivo, anche se non c’è alcun coinvolgimento sessuale tra il partner e la rivale.

Un team di psicologi della Norwegian University of Science and Technology ha recentemente condotto una ricerca scientifica dalla quale sono emerse le suddette differenze tra uomini e donne.

 

La dipendenza affettiva

Affamati emotivi. Vampiri, in un certo senso, alla ricerca di considerazione, sostegno, approvazione.

La dipendenza affettiva rende così, morbosi e bisognosi dell’altro.

Attaccati in modo fantasioso ad una persona con una smania profonda di essere accuditi, accolti, amati.

Con necessità che vengono dal profondo e riecheggiano di nostalgie e dolori primitivi.

Di vuoti, assenze, perdite passate che disperatamente tentiamo di colmare aggrappandoci all’illusione di avere un legame.

Perché immaginare di appartenere ad un altro placa l’ansia. Seda quel dolore sordo ma potente che porta ad utilizzare l’altra persona come appoggio e anestetico.

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La dipendenza affettiva nella coppia

Interpretata come segno di affetto profondo, la dipendenza in realtà tende a realizzare coppie dove partner complici si usano reciprocamente, più che amarsi.

In una sorta di licenza a distruggersi i due credono di appartenersi, concordano implicitamente che il loro rapporto durerà per sempre.

Si diventa dipendenti in amore perché siamo carenti nell’equipaggiamento emotivo di base, la nostra storia evolutiva non ci ha fornito le risorse necessarie, il nostro sviluppo è insoddisfatto.

Così andiamo in giro con serbatoi vuoti alla ricerca di qualcuno che li possa riempire, pronti a subire, sopportare, mettersi nella posizione di chi deve fare di tutto per meritare amore.

Ci attacchiamo disperatamente all’altro per bisogno.

Ci si sottomette, si cede, si accetta piuttosto che rischiare di perdere il nostro ancoraggio, il punto di riferimento.

Ci infiliamo in relazioni ambivalenti ponendoci in modo passivo, disposti ad umiliarsi, a perdersi progressivamente pur di avere supporto e approvazione.

La dipendenza affettiva

Rimaniamo in legami logoranti, totalizzanti, distruttivi diventando possessivi e controllanti per tenere stretto il nostro caregiver, colui che si prende cura di noi, siamo terrorizzati all’idea di perderlo.

E quando avvertiamo qualcosa che somiglia al rifiuto monta la rabbia per poi pentirci e tornare a tollerare tutto pur di recuperare il nostro amore.

Diventa nel tempo un modello persistente e ripetuto di legarsi, pensarsi e stare accanto.

L’altro deve salvarci, senza di lui non siamo niente.

Forse la sensazione di amare si fa intensa proprio quando sono più forti le esigenze di rassicurazione, cura, sostegno.

L’amore di coppia come risposta a tutto è del resto un’ossessione della nostra cultura popolare. Che idealizza, drammatizza e sostiene modelli di dipendenza.

Dicendo che senza l’altro non siamo niente, non si può vivere. Che amare vuol dire soffrire.

Che l’amore può tutto, anche diventare arrogante e aggressivo.

Donna e dipendenza

La dipendenza affettiva

In particolare per le donne sembrano valere questi messaggi. Sono loro le elette al sacrificio e alla dipendenza, a rivestire il ruolo di donatrici di amore, a fare dei rapporti di amore l’unica ragione di vita.

Intraprendenza, vivacità e successo femminile nel lavoro e nella vita di relazione si sbriciolano facilmente nei coinvolgimenti intimi.

La dipendenza appartiene ad ogni legame, in parte.

Anche all’amore, questa esperienza straordinaria che ci fa legare in modo forte, puntellare la nostra esistenza ad un’altra persona.

Molte parole associate alla dipendenza, del resto, come ossessione, attaccamento, irrazionalità, si addicono anche al sentimento amoroso.

La neurochimica che scatena l’innamoramento ci rende vulnerabili, le sensazioni di piacere legate a questo sentimento sono tra le più potenti, ci fanno stare bene, può essere difficile rinunciarvi.

Ma diverso è sottoporsi per sentirsi al sicuro, dare all’altro il dominio totale della nostra vita, averne bisogno come una droga.

Secondo la scienza ci sono evidenti corrispondenze tra le dinamiche psicologiche relative alla dipendenza affettiva e da sostanze.

Come l’ossessione, la preoccupazione, la sensazione di perdere il controllo su se stessi, il non riuscire a fermarsi nonostante le conseguenze fisiche e psicologiche negative.

La visione svalutata di sé e la versione idealizzata dell’altro, la compromissione del resto della vita, il fatto che si viva solo per l’oggetto d’amore, si tende ad aumentare la dose volendo stare sempre di più vicino alla persona amata.

L’astinenza, quando l’altro è assente. La dipendenza affettiva rientra in effetti nella più ampia categoria delle Nuove Dipendenze (New Addictions).

Nutrirsi affettivamente in maniera sana

Come per tutte queste forme di disagio c’è bisogno di guarire le ferite del passato, imparare ad amarsi, perdonare. Recuperarsi.

Attingendo da modelli sani, lontani da miti di coppia.

Non c’è bisogno di rivolgersi ad un altro per completarci e salvarci.

Si ha bisogno di abbandonare idee di fragilità su se stessi, cominciando a cercare dentro, e non più al di fuori di noi, apprezzamento e sicurezza.

Rovistare tra le nostre risorse interiori, tirare fuori autostima, assertività, rispetto e buttare certe convinzioni passive.

Imparare a nutrirsi affettivamente da soli, senza elemosinare da altri.

Brunella Gasperini per Psicologia24

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