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Il disturbo dipendente di personalità

La caratteristica principale e peculiare del disturbo dipendente di personalità è la forte ed impellente necessità di essere accuditi.

Il comportamento dipendente e sottomesso di chi è affetto da questo disturbo è prevalentemente finalizzato a ottenere protezione e nasce da una percezione di sé come incapace di funzionare in maniera adeguata senza l’aiuto di altri.

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Come riconoscere un individuo dipendente

L’individuo con disturbo dipendente di personalità si riconosce facilmente per una serie di comportamenti e sentimenti:

  • La difficoltà di prendere decisioni, anche inerenti a situazioni quotidiane e banali, senza consigli e rassicurazioni da parte degli altri;
  • La necessità, forte ed impellente, di essere accuditi; associata a comportamenti sottomessi e dipendenti e a un eccessivo timore della separazione;
  • Forte ed irrazionale bisogno che altri si assumano la responsabilità per tutti, o quasi, i settori della sua vita;
  • Difficoltà eccessiva ad esprimere disaccordo verso altri e forte timore che l’eventuale disaccordo possa fare perdere il supporto o l’approvazione degli altri;
  • Difficoltà ad avviare nuove iniziative, a fare progetti o a fare cose in maniera autonoma, a causa di mancanza di fiducia nel proprio giudizio, nelle proprie qualità e nelle proprie capacità;
  • Tendenza a giungere a qualsiasi cosa, fino al punto di offrirsi per mansioni e compiti sgradevoli e/o faticosi, pur di ottenere dagli altri supporto e accudimento;
  • Tendenza a sentirsi fortemente a disagio quando si trova da solo, per il timore di non essere in grado di prendersi cura di sé in maniera adeguata.
  • Al termine di una relazione intima – di coppia, di amicizia, ecc. – la necessità impellente di trovare con urgenza un’altra relazione come fonte di accudimento o di supporto.

Gli individui con disturbo dipendente di personalità manifestano quindi un’eccessiva difficoltà nel prendere le decisioni quotidiane, anche quelle più banali, come, ad esempio, quali vestiti indossare o se accettare l’invito di un amico ad uscire. Anche per decisioni su questioni molto semplici hanno bisogno di essere consigliati e rassicurati da parte degli altri.

Questi individui manifestano la tendenza ad essere eccessivamente passivi e a permettere ad altre persone, spesso a una sola persona, di prendere l’iniziativa e di assumersi la responsabilità per la maggior parte dei settori della loro vita.

Gli adulti con questo disturbo spesso sono dipendenti dal coniuge o da un genitore, o da entrambi, per decidere in quale luogo devono vivere, quale lavoro devono fare, ecc.

Gli adolescenti con questo disturbo possono permettere a un genitore, o ad entrambi, di decidere quali vestiti devono indossare, quali amici devono frequentare, ecc.

Gli individui con disturbo dipendente di personalità, temendo di poter perdere l’approvazione e il supporto degli altri, manifestano gravi difficoltà nell’esprimere un disaccordo, anche su questioni banali, verso altre persone, e in modo particolare verso coloro da cui sono dipendenti.

Le cause del disturbo dipendente

Sono stati condotti diversi studi e diverse ricerche per comprendere le cause che producono il disturbo dipendente di personalità. Dai risultati di tali studi e ricerche è emerso che i fattori causali più rilevanti che producono questo disturbo sono, molto probabilmente, specifiche esperienze vissute in età infantile (o, al più tardi, adolescenziale). Come fattore secondario anche una certa predisposizione biologica potrebbe contribuire, in interazione con le esperienze infantili, all’insorgenza del disturbo.

Quando il disturbo dipendente di personalità viene vissuto con disagio e sofferenza dall’individuo che ne è affetto, un trattamento psicologico può essere molto utile. Secondo i risultati di alcune ricerche, i trattamenti di tipo cognitivo comportamentale e i trattamenti di tipo psicodinamico ottengono buoni esiti e determinano una riduzione delle manifestazioni più evidenti del disturbo.

Quanto è consentita l’autonomia nella Coppia?

Trovo sempre meraviglioso il momento in cui due persone si innamorano, sembra tutto semplice.

Ricordate? Ne abbiamo parlato nel precedente articolo La costituzione della coppia: e (forse) vissero felici e contenti.

Durante la magia dell’innamoramento, non è possibile scoprire le differenze individuali, ma c’è un’identificazione nell’altro. All’improvviso ci si scopre parlare nello stesso modo, completarsi le frasi, adorare gli stessi gusti relativi a cucina, letture, musiche.

In questa fase, i nostri protagonisti passano dall’immagine di un “io” ad un “noi”. In questo “noi” si perdono i confini personali e l’altro appare come un altro sé. Le emozioni e le letture di ciò che accade sembrano già conosciute e scontate.

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As time goes by

Adesso immaginate questa coppia dopo un anno.

I due protagonisti, hanno iniziato a litigare furiosamente, esprimendo con forza i propri bisogni personali. Ci si sente rabbiosi, incompresi e soli.

Le domande che i protagonisti di questa tipologia di coppia mi rivolgono più spesso, in questa specifica fase iniziano tutte con: Le sembra giusto che….?

  • …stia sempre davanti al pc?
  • …stia sempre al cellulare?
  • …stia sempre con gli amici?
  • …stia sempre in palestra?
  • …stia sempre con la sua famiglia d’origine?
  • …stia cosi tanto tempo a lavoro?

Il più fondamentale e cruento momento che la coppia si trova ad affrontare dopo la magica fase della luna di miele riguarda proprio gli spazi di autonomia personale.

Questo perché fisiologicamente la coppia deve passare da un’immagine di un Noi in cui le differenze individuali non esistono, ad un’immagine più realistica, in cui invece le differenze individuali possono completare l’altro.

Questo passaggio non è indolore e la coppia entra in crisi.

Ciò che era normale prima, ora non lo è più. Le esigenze personali diventano più impellenti.

Ma nonostante il dolore e la rabbia con cui si vive questo momento, tutto ciò è normale e sano!

Se i protagonisti della nostra storia non discutono e non trovano una mediazione fra le esigenze del noi e i desideri personali, rischiano di sacrificare passivamente la propria felicità e, a lungo andare, anche quella della coppia stessa.

Autonomia e famiglie di origine

Occorre anche ricordare che la definizione di Autonomia della singola persona all’interno della coppia, riguarda il modo con cui ognuno è cresciuto nella propria famiglia d’origine.

Le modalità con cui i genitori del futuro partner gli hanno consentito libertà di esplorazione dell’ambiente, sarà la stessa che lui/lei trasferiranno nella coppia futura. E’ proprio nella sua famiglia che l’adolescente fa esperienza delle modalità di protezione/controllo e a sua volta creerà una coppia futura considerando normali i medesimi comportamenti.

Ritrovare se stessi per stare bene in coppia

E così, spesso mi ritrovo in stanza di psicoterapia, con coppie che sono già in una profonda crisi disfunzionale e il bisogno fondamentale che mi riportano è legato al mancato soddisfacimento dei propri spazi personali.

Si riconoscono perché sono persone in apnea, insoddisfatte della propria vita coniugale che ha ingoiato tutti i desideri e la libertà personale.

Dai loro racconti, riscopro persone che prima di arrivare a questa coppia – oggi così disidratata –  erano molto solari,  vivaci,  ricchi di interessi,  di viaggi, di passioni. Erano persone colorate e felici.

Come fare per ritrovare quella leggerezza? La soluzione non è difficile.

Il primo passo è: ritrovare al più presto una maggiore autentiticità e sincerità con se stessi.

E già, perché dopo qualche anno in cui la luna di miele è lontana e diventa normale avere una vita di coppia con ritmi stabili, il pericolo maggiore è sopravvivere anziché vivere.

Si sacrifica il soddisfacimento dei propri bisogni per il bene della coppia o dei figli, e man mano questa stabilità diventa pesante e ci si dimentica gradualmente chi si era e quali erano i propri bisogni. Ci si scopre improvvisamente in apnea e infelici.

Questa triste consapevolezza ha un’unico rimedio: Ri-Guardare in fondo a se stessi e Ri-TrovarsiRi-scoprire i propri bisogni, interessi e passioni.

Il secondo passo è: parlare autenticamente con la persona cui cui si vive la coppia e trovare un nuovo patto, che tenga in considerazione il Noi, senza abbandonare il proprio Io.

Ci si può riscoprire con felicità persone diverse!

La felicità della coppia non può realizzarsi se le persone che la compongono sono tristi!

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W come Whatsapp

Ho digitato parole importanti, un tocco e via, le ho sparate nel vuoto dello spazio. Te le ho inviate.

Non c’è contesto, sfondo, sono solo caratteri e parole e una sensazione tremante dietro la luce bianca dello schermo. Ma questa la sento soltanto io, non te la posso inoltrare.

Mi appare subito la doppia spunta blu: hai letto però non rispondi. Passano alcuni minuti, non hai niente da dire, penso, forse ho sbagliato ad espormi.

Ti ho imbarazzato. Lo sono anch’io adesso, nel tuo silenzio.

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Sta scrivendo…

Questo tempo vuoto mi agita un po’, non so cosa ci sta in mezzo, quali sono i tuoi pensieri in questo momento.

Ancora i cellulari non riescono a leggere la mente, posso solo immaginare, lasciando affiorare ipotesi e fantasie.

Sta scrivendo… sta scrivendo… sta scrivendo…

In questo momento sembra di essere veramente connessi, dedicati l’uno all’altro. Mi aspetto una risposta che mi dica tante cose. E arriva, infatti.

Poche parole essenziali, contenute, ferme, che mi lasciano appesa nel vuoto: affabilmente allontananti, come sai essere tu.

Messaggi senza voce

La mia vita è complicata e la mia mente altrove.

Questo riff risuonerà ossessivamente per troppo tempo nella mia mente. Forse l’ho cercato inconsciamente, per sbarazzarmi di te ma adesso mi graffia, mi pesa addosso, mi toglie il respiro.

Le parole che ti ho spedito prima, in uno slancio libero, ora mi appaiono così ridicole. Ritorno sugli scambi passati uno, tre, dieci mesi fa, non ho cancellato niente.

Cerco di interpretarli, tracciandone i passaggi. Mi racconto la storia della nostra relazione.

Ricerco smaniosa tra le frasi più ambigue, frugo tra le righe, mi ci aggrappo per non affondare. Ma le sto tirando giù con me, non reggono.

Stanno sbiadendo diluite in mezzo a desideri, dubbi, paure. Quello che ho sentito è solo testo digitale. Si cancella in un clic.

L’amore ai tempi di Whatsapp

E’ strano come la chat abbia permesso di collegarci, scambiare sensazioni profonde pur essendo estranei l’uno all’altra.

Sto pensando che forse Whatsapp – insieme ad altre piattaforme social – sta riconfigurando il modo di amare, di stabilire e mantenere relazioni. Di inventare legami.

Di trovarsi emotivamente coinvolti e vivi, nascosti dallo schermo. Di travisare i sentimenti anche, rendendoli più mistici e inafferrabili.

Ci offre rapporti surrogati che incantano la nostra vita, costringendo a rivedere la visione dell’amore.

In quelle caselle vuote possiamo buttare dentro sensazioni banali, sciocchezze profonde. Tanto poi si cancella tutto, si può lasciare l’altro per sempre, bannarlo come se non esistesse più, oppure sparire noi stessi. Fare ghosting, rendersi fantasmi.

Ma le sensazioni, quelle restano. Sentimenti veri o illusioni, impossibile distinguere.

Contraddizioni e incertezze in chat permettono alle emozioni di giocare alto. Sono coinvolte allo stesso modo rabbia, gelosia, insicurezza e intimità.

Anche il rilascio di endorfine, dopamina e altre sostanze chimiche sono le stesse nei sentimenti agiti dal vero. La distinzione tra reale e virtuale, alla fine, persino in amore sta perdendo importanza.

Esistono applicazioni digitali che costruiscono il partner ideale, personalizzandone aspetto, carattere e interessi.

Film di fantascienza raccontano esperienze sentimentali con algoritmi di intelligenza artificiale, preannunciando mondi sintetici animati da emozioni autentiche.

Scenari che probabilmente tra non molto ci attendono.

Anche la dipendenza da web sta assumendo aspetti controversi. Perdita di controllo, tolleranza e astinenza sono criteri per il disturbo ma anche segni sani di innamoramento: un’infatuazione nel cyberspazio può travolgerci, facendoci trascurare tutto il resto.

Mancanza di contatto

Sappiamo che l’amore in chat è un’esperienza che i nostri sistemi emotivi ancora non sono preparati ad affrontare: online scarseggiano pezzi enormi di informazioni ai quali siamo abituati nella comunicazione diretta, mancano dati essenziali come espressioni, voce, contatto, odori, gesti.

Scambiamo solo parole. Eppure il nostro cervello pare si stia adattando in modo sorprendente a questa nuova forma comunicativa: alcuni studi recenti dimostrano che aree deputate a reagire alle espressioni del viso risuonano allo stesso modo di fronte alle faccine emoticon, ad esempio.

Nelle relazioni on line i nostri meccanismi di difesa funzionano diversamente perché a differenza della realtà, non ci sono conseguenze ai nostri comportamenti.

Idee, sentimenti e pensieri sono buttati nello spazio virtuale in modo confuso, senza sapere bene a chi appartengono.

E’ probabile che perfino la nostra organizzazione psichica sia stimolata a ricalibrarsi su questi modi di relazionarsi.

Così come i sentimenti. Forse oggi amare significa fermarsi con lo sguardo negli occhi dell’altro più tempo rispetto a quello che dedichiamo al cellulare

L’amore si deve misurare sulla possibilità di emozionarsi attraverso caratteri ed emoticon, di comunicare significati profondi in poche battute.

Ansie sentimentali e fragilità emotive in versione digitale si traducono in controllo degli ultimi accessi, notifiche personalizzate, cancellazioni, blocchi di contatto.

Fino alla connessione successiva. Al prossimo emoticon che punta dritto al cuore.

Per ricominciare tutto da capo.

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L'altro come cura: l'importanza del supporto sociale

Numerosi studi di medicina e psicologia hanno provato cose sorprendenti riguardo l’importanza del sostegno sociale: è necessario per mantenere la salute fisica e psicologica; migliora la nostra resistenza allo stress, ci protegge dallo sviluppo di psicopatologie legate ai traumi, riduce la possibilità di ammalarsi e anche la mortalità.

Anche la velocità di guarigione di una ferita è più lenta se viviamo rapporti conflittuali; tensioni e ostilità sono fattori di rischio per malattie cardiovascolari più significativi di fumo, obesità e pressione alta.

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La neurobiologia della resilienza

Esiste una letteratura scientifica emergente sul supporto sociale e le vie neurobiologiche attraverso le quali agisce per favorire resilienza – l’adattamento psicologico efficace di fronte alle avversità – e ridurre il rischio di sviluppare malattia.

Ricerche ben note hanno rilevato che uomini e donne senza legami rischiano fino a tre volte di più la probabilità di morire per malattie ischemiche, cerebrovascolari, cancro e molte altre rispetto a individui con più contatti sociali.

Numerosi studi epidemiologici hanno correlato gli scarsi rapporti all’insorgenza e alla ricaduta di depressione e disturbi dell’umore.

Il meccanismo esatto dell’influenza biopsicosociale positiva del sostegno sociale sulla resilienza allo stress è ancora sconosciuto.

Ma è provato senza dubbio che la connessione e la vicinanza agli altri agiscono da mediatori nelle complesse interazioni tra fattori ambientali e genetici.

Hanno effetti protettivi in grado di moderare il rischio di sviluppare malattia fisica e mentale anche in presenza di consistenti fattori di stress ambientale. Ci rendono meno vulnerabili.

L'altro come cura l'importanza del supporto sociale

Dolore e cura sociale

Le moderne neuroscienze hanno provato che il dolore sociale – come ad esempio un affronto, una parola crudele, essere feriti nei sentimenti, essere rifiutati da una comunità, gruppo – è vera sofferenza, come il dolore fisico.

Dal punto di vista neurobiologico esiste infatti una stretta connessione tra questi due modi di stare male.

Nella nostra cultura ci piace pensare a noi stessi come autonomi, orientati a perseguire il proprio destino personale, immuni da coloro che ci circondano. In gradi di salvarci da soli.

Ma l’esistenza del dolore sociale è il segno che l’evoluzione ha trattato la connessione sociale come necessità, non lusso.

Il nostro sistema operativo è infatti predisposto ad entrare in sintonia, propenso a capire pensieri e sentimenti degli altri, dotato di neuroni specchio per sintonizzarsi emotivamente con le persone intorno.

Abbiamo un cervello sociale sorprendente, programmato per cooperare e collaborare. E i legami hanno poteri straordinari.

Supporto sociale e appartenenza

E’ nel nostro DNA emotivo anche la necessità di appartenere. Non in senso letterale quanto in quello psicologico.

Di riconoscersi in una coppia, in una amicizia, in un gruppo.

In molti casi, come evidenziano alcune ricerche, siamo addirittura riluttanti a sciogliere rapporti distruttivi, pur di mantenere il legame.

Non sentirsi parte di…, insieme a …, ha effetti distruttivi esponendoci ad una ampia gamma di problemi, dagli incidenti stradali alla depressione.

Le relazioni significative sono inoltre la colla che ci tiene interi quando sentiamo di cadere a pezzi. Di fronte ad una crisi le persone vicine sono essenziali.

Secondo alcuni studi, i benefici del sostegno sociale dipendono dall’entità del trauma vissuto. Cioè, più forte è lo shock subito, maggiormente gli altri sono necessari.

La scienza in sostanza ci raccomanda che per stare bene abbiamo bisogno di rapporti. Di connetterci, scambiare, interagire con persone, gruppi, comunità.

Di intessere rapporti di fiducia e di sostegno. Di prenderci cura e sentire che altri lo fanno con noi.

Soprattutto avere relazioni importanti e significative, più che numerose.

L'altro come cura l'importanza del supporto sociale

Perché la connessione affettiva ed emotiva ci appartiene, siamo necessari l’uno all’altro, forse non nei modi che ci hanno caratterizzato evolutivamente ma per un bisogno essenziale di sopravvivenza psicologica.

Nonostante una moltitudine di evidenze scientifiche, poco è stato fatto finora in campo sociale, ma anche psichiatrico o psicologico, per promuovere interventi mirati ad accrescere vicinanza, connessione e senso di appartenenza.

Non solo nei gruppi a rischio, più fragili ma nella popolazione in generale.

In un’epoca in cui si progettano muri, dovremmo riconsiderare l’importanza della connessione psicologica ed emotiva per la nostra sicurezza. Dei poteri straordinari dei legami.

Dell’interdipendenza sociale a livello economico, politico, non soltanto psicologico.

Di come potremmo creare una sorta di prevenzione sanitaria ma anche di promozione della salute semplicemente rivalutando le relazioni.

Partendo da noi, mettendo mano ai nostri rapporti, influenzando positivamente noi stessi e chi ci circonda anche solo essendo più disponibili, aperti, empatici.

La fine di un amore

Clive Staples Lewis scriveva:

Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi.

Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura con passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo.

Ma in quello scrigno (al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto) esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile

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La fine di una relazione

Cos’è la mancanza?

Cosa accade quando una relazione sia essa amicale, sentimentale, lavorativa cui si è investito in termini di tempo, sentimenti, emozioni e progettualità improvvisamente termina? Una mente matura elabora ed accetta la perdita.

Ma cosa succede quando la mente non è pronta a riferire questo pensiero nella realtà?

Una mente fragile, non pronta cade in impasse, non trova soluzioni.

Iniziano a vacillare aspetti fondamentali del proprio Sé tali da creare nel profondo una frattura, tali da creare dei sospesi.

Sembra essere proprio questa la sensazione percepita prima e riferita poi, la sospensione, restare in attesa di un incontro, di un movimento.

Perché si resta sospesi

La fine di un amore

Questo accade poiché l’evento inaspettato genera uno stato di shock, che solo una mente strutturata può accogliere ed iniziare a rielaborare, perché il dolore c’è e non è possibile annullarlo, ma ciò che è importante rielaborare è l’evento traumatico in se stesso, che ha generato uno stato di blocco.

Quando il pensiero non è elaborato prima a livello cognitivo e rielaborato poi a livello espressivo si crea un sospeso che diventa un legame al quale è difficoltoso dare consapevolezza e movimento.

Questo non permette l’investimento in una nuova relazione poiché si è ancora intimamente legati, si è ancora a credito verso ciò che è stato.

Tra le conseguenze psicologiche che potrebbero dar moto d’angoscia ad una mente più fragile vi sono la depressione, stati d’ansia generalizzata, disturbi somatoformi, disturbi che riguardano il corpo, è come se si iniziasse a dar voce al dolore tramite il corpo piuttosto che la parola.

Tutto questo accade, perché inutile girarci attorno, la fine di un amore è dolore, è dolore lancinante.

Certamente il dolore provato è diverso per tutti, così come sono diverse le strategie utilizzare per farvi fronte, ma la voglia di restare legati al passato, quel legame sospeso, la negazione appartengono a tutti.

Ripartire dopo un addio

La fine di un amore

Si aprono delle possibilità che conducono a camminare con le nostre gambe verso la strada della totale accettazione del dolore.

La prima possibilità è abbandonare l’idea delle avventure facili, il rischio è un ulteriore diminuzione dell’autostima, del senso di autoefficacia, probabilmente la sensazione di piacere prodotta ci darà la sensazione, ma solo a breve termine d’avere superato il dolore, ma non è altro invece, che una veste diversa della negazione di questo dolore.

La seconda possibilità è provare a fare della propria vita un arcobaleno di colori in cui iniziare a fare entrare piccole novità possibili, sciogliendo le nostre passioni, la nostra creatività, queste piccole novità e realizzazioni contribuiscono notevolmente a riconquistare stima e fiducia in noi stessi.

Allontanarsi dall’idea che parlare con parenti ed amici della fine della storia sia funzionale, perché lo sfogo a lungo andare alimenta profondamente il nostro legame sospeso; impariamo invece a dar voce ai nostri sentimenti ed alle nostre emozioni veicolandole verso il nuovo, verso il possibile.

Accettiamo quindi, la nostra vulnerabilità, accettiamo la mancanza come motore verso il desiderio dell’altro, non abbandoniamoci al piacere che ci allontana dal nostro essere rendendoci soggetti pieni che non accolgono l’altro nella loro vita.

Evitiamo di pensare a noi stessi, ma ritorniamo ad amare in modo sano e costruttivo, solo così ciò che è sospeso lascerà posto alla possibilità del nuovo.

Concetta Sortino per Psicologia 24

L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Una buona presa è necessaria per mantenersi saldi.

Lo sanno bene gli scalatori che si arrampicano sulle rocce, ce ne rendiamo conto noi stessi se scivoliamo inavvertitamente in acqua e cerchiamo un appiglio per mantenerci a galla.

Anche a livello psicologico a volte abbiamo bisogno di aggrapparci.

Quando il dolore ci piega e non sentiamo più appoggi o pretesti per continuare a tenere la testa alta.

Quando abbiamo paura e allora rimaniamo stretti a qualcosa o qualcuno, puntellati ad un ricordo, una speranza, un’attesa.

Ci aggrappiamo ad un sacco di cose, pensandoci: oggetti, punti di vista, piaceri, dolori, routine.

Inconsciamente anche a ciò e chi vorremmo spingere via dalla nostra mente, dalla nostra vita.

Perché non lasciare andare via, non riuscire a staccarsi è una forma di attaccamento.

Molte volte sembriamo saldati irrimediabilmente a persone vicine che ci fanno stare male, e che forse addirittura odiamo.

Alcuni tipi di attaccamento invece sono necessari.

Nei primi mesi di vita il nostro corredo genetico dispone del riflesso innato di afferrare e aggrapparsi quando il palmo della mano viene stimolato (grasping reflex) e nasciamo con il bisogno di attaccarci psicologicamente ad una figura di accudimento, di costruire una relazione speciale, profonda e fondante.

Il modo in cui la viviamo determina il nostro stile di attaccamento anche verso altre persone, il modo in cui staremo nei rapporti più significativi durante l’intero corso della vita.

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Aderire all’altro o restare sospesi

L’attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Aggrapparsi è in realtà diverso da attaccarsi, e sempre molto costoso in termini emotivi.

Ci tiene in tensione, richiede fatica, può portare sensazioni sgradevoli fino al disagio, esponendoci al rischio di affondare se perdiamo la presa.

Stare aggrappati ad una relazione è inoltre sfavorevole alla nostra esigenza di evolvere. Significa con facilità diventare insistenti, opprimenti, ossessivi.

Controllanti. Impegnarsi tanto ma contemporaneamente demolire la coppia.

Farsi abbandonare in poco tempo, molte volte.

Dare vita ad un attaccamento ansioso, insicuro, divenendo suscettibili ad ogni segnale del partner, terrorizzati dal rifiuto.

È come dare un giro in più, avanzare nel tentativo di tenere a sé l’altro e la relazione.

Fare un passo di troppo nel desiderio di agguantare e mantenere ciò che ci piace, che vogliamo.

Afferrare, spingere, resistere sono in effetti i segni di una presa esagerata, non di attaccamento solido e sereno.

Forse ci aggrappiamo molto se ci sentiamo in emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico. Quando non siamo realizzati, centrati individualmente.

A volte invece ci fissiamo sulla fantasia dell’amore.

Alla quale abbiamo iniziato a lavorare presto, ascoltando le fiabe da piccoli, tra principi in armature scintillanti e donzelle docili e accomodanti.

Un’illusione cresciuta nel tempo che ci fa muovere alla ricerca del nostro pezzo mancante, dell’anima gemella. Di qualcuno che ci completi perché ci sentiamo indefiniti.

Non siamo interi da soli e in una relazione diventiamo totalizzanti, esclusivi. Abbiamo bisogno dell’altro, della storia.

Ci sosteniamo ad un’idea ristretta, confinata tra quattro mura, dove c’è poco spazio vitale.

E quando l’altro denuncia il disagio allora ci aggrappiamo ancora più ferocemente, nel tentativo illusorio di avere tutto come vogliamo.

E se questa persona ci fa soffrire, abusando di noi, paradossalmente ci saldiamo ancora di più.

Perché ci sembra che il rapporto sia comunque accettabile, ne abbiamo disperato bisogno per sopravvivere.

Realizzata la presa, risulta impossibile allentare ma solo affondare, insistere, irrigidirsi.

In altri casi interpretiamo la coppia come mezzo per realizzarci e salvarci.

Una zattera sulla quale investire tutte le nostre forze, pensando di essere in un posto sicuro, immodificabile, perfetto che ci traghetterà verso la felicità. Mi basterà, pensiamo. Dimenticando e trascurando noi stessi.

Mollare la presa è invece necessario per non affondare. Anche nella nostra mente.

Lasciare fluire i sentimenti in modo naturale, allentarci dall’altro per vedere poi cosa rimane senza costrizione o vincolo.

Dovremmo adottare la visuale di un drone che ci fa vedere le cose dall’alto per scoprire che ci aggrappiamo in genere a qualcosa di piccolo su uno sfondo grande.

Che a volte diventiamo spietati e ci accaniamo su particolari. Non stringendo troppo l’altro invece possiamo stargli vicino senza pressarlo, evitando motivi di scontro.

Alleggerire il navigare della relazione, mettere in prospettiva le cose.

L’amore, quando non si aggrappa, può affiorare in modo straordinario.

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L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Una buona presa è necessaria per mantenersi saldi.

Lo sanno bene gli scalatori che si arrampicano sulle rocce, ce ne rendiamo conto noi stessi se scivoliamo inavvertitamente in acqua e cerchiamo un appiglio per mantenerci a galla.

Anche a livello psicologico a volte abbiamo bisogno di aggrapparci.

Quando il dolore ci piega e non sentiamo più appoggi o pretesti per continuare a tenere la testa alta.

Quando abbiamo paura e allora rimaniamo stretti a qualcosa o qualcuno, puntellati ad un ricordo, una speranza, un’attesa.

Ci aggrappiamo ad un sacco di cose, pensandoci: oggetti, punti di vista, piaceri, dolori, routine.

Inconsciamente anche a ciò e chi vorremmo spingere via dalla nostra mente, dalla nostra vita.

Perché non lasciare andare via, non riuscire a staccarsi è una forma di attaccamento.

Molte volte sembriamo saldati irrimediabilmente a persone vicine che ci fanno stare male, e che forse addirittura odiamo.

Alcuni tipi di attaccamento invece sono necessari.

Nei primi mesi di vita il nostro corredo genetico dispone del riflesso innato di afferrare e aggrapparsi quando il palmo della mano viene stimolato (grasping reflex) e nasciamo con il bisogno di attaccarci psicologicamente ad una figura di accudimento, di costruire una relazione speciale, profonda e fondante.

Il modo in cui la viviamo determina il nostro stile di attaccamento anche verso altre persone, il modo in cui staremo nei rapporti più significativi durante l’intero corso della vita.

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L'attaccamento psicologico e le sue sfaccettature

Aggrapparsi è in realtà diverso da attaccarsi, e sempre molto costoso in termini emotivi.

Ci tiene in tensione, richiede fatica, può portare sensazioni sgradevoli fino al disagio, esponendoci al rischio di affondare se perdiamo la presa.

Stare aggrappati ad una relazione è inoltre sfavorevole alla nostra esigenza di evolvere. Significa con facilità diventare insistenti, opprimenti, ossessivi.

Controllanti. Impegnarsi tanto ma contemporaneamente demolire la coppia.

Farsi abbandonare in poco tempo, molte volte.

Dare vita ad un attaccamento ansioso, insicuro, divenendo suscettibili ad ogni segnale del partner, terrorizzati dal rifiuto.

È come dare un giro in più, avanzare nel tentativo di tenere a sé l’altro e la relazione.

Fare un passo di troppo nel desiderio di agguantare e mantenere ciò che ci piace, che vogliamo.

Afferrare, spingere, resistere sono in effetti i segni di una presa esagerata, non di attaccamento solido e sereno.

Forse ci aggrappiamo molto se ci sentiamo in emergenza dal punto di vista emotivo, psicologico. Quando non siamo realizzati, centrati individualmente.

A volte invece ci fissiamo sulla fantasia dell’amore.

Alla quale abbiamo iniziato a lavorare presto, ascoltando le fiabe da piccoli, tra principi in armature scintillanti e donzelle docili e accomodanti.

Un’illusione cresciuta nel tempo che ci fa muovere alla ricerca del nostro pezzo mancante, dell’anima gemella. Di qualcuno che ci completi perché ci sentiamo indefiniti.

Non siamo interi da soli e in una relazione diventiamo totalizzanti, esclusivi. Abbiamo bisogno dell’altro, della storia.

Ci sosteniamo ad un’idea ristretta, confinata tra quattro mura, dove c’è poco spazio vitale.

E quando l’altro denuncia il disagio allora ci aggrappiamo ancora più ferocemente, nel tentativo illusorio di avere tutto come vogliamo.

E se questa persona ci fa soffrire, abusando di noi, paradossalmente ci saldiamo ancora di più.

Perché ci sembra che il rapporto sia comunque accettabile, ne abbiamo disperato bisogno per sopravvivere.

Realizzata la presa, risulta impossibile allentare ma solo affondare, insistere, irrigidirsi.

In altri casi interpretiamo la coppia come mezzo per realizzarci e salvarci.

Una zattera sulla quale investire tutte le nostre forze, pensando di essere in un posto sicuro, immodificabile, perfetto che ci traghetterà verso la felicità. Mi basterà, pensiamo. Dimenticando e trascurando noi stessi.

Mollare la presa è invece necessario per non affondare. Anche nella nostra mente.

Lasciare fluire i sentimenti in modo naturale, allentarci dall’altro per vedere poi cosa rimane senza costrizione o vincolo.

Dovremmo adottare la visuale di un drone che ci fa vedere le cose dall’alto per scoprire che ci aggrappiamo in genere a qualcosa di piccolo su uno sfondo grande.

Che a volte diventiamo spietati e ci accaniamo su particolari. Non stringendo troppo l’altro invece possiamo stargli vicino senza pressarlo, evitando motivi di scontro.

Alleggerire il navigare della relazione, mettere in prospettiva le cose.

L’amore, quando non si aggrappa, può affiorare in modo straordinario.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il collegamento tra malattie fisiche e vita emotiva è conosciuto da sempre, basti pensare che le prime formulazioni sul rapporto mente-corpo sono state poste a cominciare da Platone.

La psicosomatica si afferma nel mondo occidentale con l’imporsi della medicina scientifica, nella seconda metà dell’Ottocento, con i primissimi studi sul rapporto tra eventi di vita e insorgenza di patologie.

In diversi studi è stata riscontrata una connessione tra infarto e rottura di relazioni. L’associazione, in alcuni casi, si è evidenziata anche in rapporto all’anniversario della rottura.

Una signora di 40 anni, senza precedenti cardiaci, si sveglia una mattina alle 7 con un forte dolore al petto. Viene ricoverata in ospedale con una diagnosi di infarto miocardico.

Durante una consulenza la signora racconta che, esattamente un anno prima, l’ex marito alle 7 del mattino prepara le valigie e la lascia per un’altra donna. Da quel giorno, la signora era stata affetta da ansia e depressione e si svegliava spesso alle 7, rivivendo la scena dell’abbandono.

Il suo attacco cardiaco si era manifestato nel primo anniversario dalla rottura del matrimonio.

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Il cuore come motore della vita

Il cuore è il centro che sostiene la vita poiché ha la funzione, attraverso la parte muscolare, la parte arteriosa e la parte intracardiaca, di pompare il sangue nell’albero circolatorio che a sua volta lo distribuisce a tutte le porzioni corporee attraverso la vascolarizzazione dei tessuti organici.

Batte ottantamila volte al giorno, più di 35 milioni di volte all’anno; attraversando tutti gli organi il sangue compie un viaggio di oltre 96.000 chilometri.

In tutte le culture, il cuore rappresenta il centro dell’affettività e nel comune linguaggio metaforico lo utilizziamo frequentemente: Grazie di cuore; Ho il cuore pieno di gioia; Ti amo con tutto il cuore; Ho avvertito una stretta al cuore; Mi hai spezzato il cuore.

Tutte espressioni che rivelano il simbolismo emotivo racchiuso in quest’organo e nella motilità cardiaca: ad esso vengono associati sia concetti positivi, legati all’amore, all’amicizia, alla bontà, sia concetti negativi, legati al dolore, alla separazione, alla tristezza.

La sindrome del cuore infranto

Mi hai spezzato il cuore: psicosomatica del cuore e dei suoi dolori

Il legame tra separazioni e cuore coinvolge strettamente gli ormoni e lo stress: abbandoni e separazioni provocano emozioni intense come dolore, preoccupazione, angoscia, tristezza, sensi di colpa, vergogna.

La difesa che si sviluppa in risposta a tali emozioni, come l’immobilità o la disperazione, ha un effetto immediato sul sistema nervoso autonomo e di conseguenza su quello ormonale e immunitario.

La sindrome dal cuore infranto è una patologia che si manifesta con una disfunzione del ventricolo sinistro come conseguenza a un evento di vita emotivamente stressante e doloroso.

Mi hai spezzato il cuore non diventa più metafora di un dolore ma la reale conseguenza di una forte sofferenza psichica legata alla separazione.

Il dolore vissuto porta a conseguenze fisiche che condizionano negativamente le funzioni vegetative ed endocrine tanto da provocare vere e proprie lesioni organiche.

Il cuore spezzato diventa espressione del conflitto conseguente alla perdita subita e il corpo diviene il mezzo attraverso cui scaricare il dolore.

C’è una crepa in ogni cosa

Inversamente, anche la guarigione risulta essere collegata a una dimensione relazionale: alcuni casi di regressione spontanea da malattie sono apparsi associati a miglioramenti nelle relazioni interpersonali.

In altri termini, il cuore batte, si può rompere e può guarire.

In fondo, come scrive Leonard Cohen:

C’è una crepa in ogni cosa.

Ed è da lì che entra la luce.

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Ipersessualità e Narcisismo

L’ipersessualità, spesso definita con l’espressione sex addiction, è un disturbo psicologico nel quale il soggetto avverte una necessità, ossessiva e patologica, di avere rapporti sessuali o comunque di pensare continuamente al sesso, e che conduce quindi ad una vera e propria dipendenza dall’attività sessuale.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le ricerche scientifiche per cercare di scoprire i fattori biologici, in particolare ormonali, e psicologici che determinano questo disturbo.

In una ricerca condotta recentemente da un team di psicologi dell’Università di Liverpool è emerso che i soggetti con tratti di personalità narcisistici hanno una probabilità più alta di sviluppare comportanti tendenti all’ipersessualità.

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Narcisismo e coercitività

Questa ricerca ha inoltre messo in evidenza che i soggetti narcisisti tendono ad essere coercitivi nei confronti delle persone per cui provano attrazione sessuale: tendono cioè, nei casi in cui le persone per cui provano attrazione rifiutano i loro approcci sessuali, a mettere in atto comportamenti insistenti ed aggressivi per indurre queste persone ad avere un rapporto sessuale.

L’insistenza e l’aggressività per indurre gli altri a un rapporto sessuale assume però forme diverse nei narcisisti uomini e nelle narcisiste donne.

Dalla ricerca condotta dagli psicologi dell’Università di Liverpool è chiaramente emerso che gli uomini narcisisti tendono ad utilizzare l’aggressività verbale e fisica, mentre le donne narcisiste tendono ad utilizzare strategie di seduzione spinta, o a fare ricorso a bugie, promesse o minacce.

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