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Blaming the victim:

Attualità e cronaca sono per la psicologia sociale un immenso bacino da cui trarre spunti di riflessione e analisi, e non solo per i fatti in sé, ma anche per l’interessante lettura che si può fare delle reazioni delle persone alle notizie, delle frasi dei personaggi pubblici, delle discussioni sui social network.

Del resto, una vulgata ormai talmente vecchia da rendere impossibile citarne l’autore primo sostiene che lo scienziato sociale sia un po’ come colui, o colei, che va allo stadio e, invece di guardare la partita, passa il tempo a osservare il pubblico.

E, dunque, anche oggi facciamo scorrere il nostro sguardo sulle reazioni suscitate dalla cronaca, soprattutto su quelle che ci lasciano interdetti, o che non riusciamo a comprendere a fondo.

Ti può interessare anche: Perché restiamo testimoni inerti?

Le responsabilità della vittima

Negli ultimi giorni, purtroppo, tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con la tragedia di Orlando, in cui un uomo si è introdotto in un locale aprendo il fuoco e compiendo una strage.

Non era un luogo qualunque, però, bensì un club notturno frequentato da un’alta percentuale di persone appartenenti alla comunità LGBT+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali e altri gruppi di minoranze sessuali e di genere).

Il che, non solo è stato fondamentale per la scelta dell’obiettivo da parte dell’assassino, ma ha anche avuto un effetto enorme sulle reazioni della società.

Dal punto di vista della psicologia sociale ci sarebbe veramente molto da scrivere su quanto è accaduto.

Dalla descrizione che i media hanno dato dell’evento, fino alla peculiarità della condivisione del cordoglio, passando per le dinamiche discriminatorie che hanno influenzato il fatto che proprio la comunità LGBT+ diventasse il bersaglio di un episodio simile.

In questo articolo, però, voglio concentrarmi su un aspetto in particolare: in tanti, nel commentare l’accaduto, hanno aggiunto una riflessione sul fatto che se non si fossero baciati in pubblico; se a baciarsi fossero stati alcuni eterosessuali; se avessero fatto le loro cose a casa la strage non sarebbe accaduta.

Non è, purtroppo, l’unico contesto in cui abbiamo letto di reazioni simili; non molti giorni prima della strage, si è diffusa la notizia dell’ennesima ragazza morta in seguito a violenze fisiche e sessuali.

E, come accade spesso quando una donna subisce un’aggressione simile, un numero considerevole di persone attribuisce alla vittima la responsabilità di quanto accaduto, perché era vestita in modo non consono; frequentava una zona non sicura; o ancora perché seguiva uno stile di vita che la esponeva a troppi rischi.

Così se una cooperante viene rapita durante la sua attività in una zona a rischio, o un ricercatore perde la vita mentre si trova in un qualche Paese straniero, è diffusa la reazione che attribuisce al suo comportamento, e non all’autore del crimine, la responsabilità prima di quanto accaduto.

E, in generale, attribuisce in qualche modo ai comportamenti della vittima una quota di responsabilità.

Blaming the victim

Perché accade? Cosa spinge a questa colpevolizzazione della vittima?

È un fenomeno noto in psicologia sociale come blaming the victim, ed è in realtà una delle tante distorsioni a cui la nostra cognizione provvede per aiutarci a vivere nel nostro mondo sociale e, al tempo stesso, a cercare di crearcene un’immagine quanto più comprensibile.

Una di queste semplificazioni consiste, appunto, nel cercare di percepire il mondo in cui viviamo come caratterizzato, quanto più possibile, da ordine e sicurezza.

Fare i conti, quotidianamente, con i molteplici rischi del vivere nel mondo richiede uno sforzo mentale elevatissimo, e implica, o meglio implicherebbe, un costo enorme in termini di tensione costante, preoccupazioni e stress.

Per questo motivo, alcuni processi ci portano a ridurre questa insicurezza, rendendo il nostro ambiente sociale più familiare e confortevole.

È la ragione per la quale gli esseri umani si trovano molto più a proprio agio se possono coltivare la credenza in un mondo giusto; in un mondo, cioè, nel quale gli eventi positivi sono la norma, e gli accadimenti negativi riguardano solamente coloro che, in qualche modo, se lo meritano o se la sono andati a cercare.

Così quando arriva la notizia di una vittima innocente, la nostra credenza in un mondo giusto è messa a rischio, e, insieme a lei, il nostro benessere.

Gli individui, messi davanti alla consapevolezza della propria vulnerabilità, hanno a disposizione due strade: la prima consiste nel concludere che il mondo sia effettivamente un posto ingiusto, in cui le tragedie e le disgrazie accadono anche a chi non se le merita (questo è il percorso più complesso dal punto di vista cognitivo); la seconda consiste nel negare o depotenziare la sofferenza della vittima, attribuendole la responsabilità della propria condizione (strategia che ripristina il nostro equilibrio cognitivo).

Prendere le distanze

La credenza in un mondo giusto non agisce però solo nei casi di violenza, anche se sono, ovviamente, quelli più eclatanti.

Per esempio, nel momento in cui ci si rende conto che alcune persone hanno condizioni di vita peggiori di altre, biasimare la vittima della disuguaglianza, incolpando la sua scarsa voglia di impegnarsi, o la sua tendenza a dedicarsi ad attività poco produttive, ci consente di rimanere al sicuro, nella nostra sfera di (relativo) benessere, senza doverci chiedere quale potrebbe essere il rischio di incappare nella stessa cattiva sorte.

È qui che questo fenomeno psicologico incontra il pregiudizio e lo stereotipo nei confronti dei gruppi sociali, e ci spiega perché la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nei casi in cui essa faccia parte di un gruppo minoritario.

Ci fa anche capire perché, nel caso delle violenze e delle molestie di genere, le reazioni siano influenzate dal genere e dall’orientamento sessuale, e la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nel caso delle donne e degli omosessuali.

Perché incolpare il loro modo di essere (che consideriamo in qualche maniera differente dal nostro) ci consente di sentirci al riparo dai pericoli e di sottostimare la nostra percezione di coinvolgimento, fisico ed emotivo.

Renato Troffa per Psicologia24

Blaming the victim: "In fondo, te la sei andata a cercare!"

Questa rubrica partirà spesso, nel trattare i propri argomenti, non solo dall’attualità e dalla cronaca, ma anche dalla lettura delle reazioni delle persone alle notizie, dalle frasi dei personaggi pubblici, dai media, dalle discussioni sui social network.

Del resto, una vulgata ormai talmente vecchia da rendere impossibile citarne l’autore primo sostiene che lo scienziato sociale sia un po’ come colui, o colei, che va allo stadio e, invece di guardare la partita, passa il tempo a osservare il pubblico.

E, dunque, anche oggi facciamo scorrere il nostro sguardo sulle reazioni suscitate dalla cronaca, soprattutto su quelle che ci lasciano interdetti, o che non riusciamo a comprendere a fondo.

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Le responsabilità della vittima

Negli ultimi giorni, purtroppo, tutti noi abbiamo dovuto confrontarci con la tragedia di Orlando, in cui un uomo si è introdotto in un locale aprendo il fuoco e compiendo una strage.

Non era un luogo qualunque, però, bensì un club notturno frequentato da un’alta percentuale di persone appartenenti alla comunità LGBT+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali e altri gruppi di minoranze sessuali e di genere).

Il che, non solo è stato fondamentale per la scelta dell’obiettivo da parte dell’assassino, ma ha anche avuto un effetto enorme sulle reazioni della società.

Dal punto di vista della psicologia sociale ci sarebbe veramente molto da scrivere su quanto è accaduto.

Dalla descrizione che i media hanno dato dell’evento, fino alla peculiarità della condivisione del cordoglio, passando per le dinamiche discriminatorie che hanno influenzato il fatto che proprio la comunità LGBT+ diventasse il bersaglio di un episodio simile.

In questo articolo, però, voglio concentrarmi su un aspetto in particolare: in tanti, nel commentare l’accaduto, hanno aggiunto una riflessione sul fatto che se non si fossero baciati in pubblico; se a baciarsi fossero stati alcuni eterosessuali; se avessero fatto le loro cose a casa la strage non sarebbe accaduta.

Non è, purtroppo, l’unico contesto in cui abbiamo letto di reazioni simili; non molti giorni prima della strage, si è diffusa la notizia dell’ennesima ragazza morta in seguito a violenze fisiche e sessuali.

E, come accade spesso quando una donna subisce un’aggressione simile, un numero considerevole di persone attribuisce alla vittima la responsabilità di quanto accaduto, perché era vestita in modo non consono; frequentava una zona non sicura; o ancora perché seguiva uno stile di vita che la esponeva a troppi rischi.

Così se una cooperante viene rapita durante la sua attività in una zona a rischio, o un ricercatore perde la vita mentre si trova in un qualche Paese straniero, è diffusa la reazione che attribuisce al suo comportamento, e non all’autore del crimine, la responsabilità prima di quanto accaduto.

E, in generale, attribuisce in qualche modo ai comportamenti della vittima una quota di responsabilità.

Blaming the victim

Perché accade? Cosa spinge a questa colpevolizzazione della vittima?

È un fenomeno noto in psicologia sociale come blaming the victim, ed è in realtà una delle tante distorsioni a cui la nostra cognizione provvede per aiutarci a vivere nel nostro mondo sociale e, al tempo stesso, a cercare di crearcene un’immagine quanto più comprensibile.

Una di queste semplificazioni consiste, appunto, nel cercare di percepire il mondo in cui viviamo come caratterizzato, quanto più possibile, da ordine e sicurezza.

Fare i conti, quotidianamente, con i molteplici rischi del vivere nel mondo richiede uno sforzo mentale elevatissimo, e implica, o meglio implicherebbe, un costo enorme in termini di tensione costante, preoccupazioni e stress.

Per questo motivo, alcuni processi ci portano a ridurre questa insicurezza, rendendo il nostro ambiente sociale più familiare e confortevole.

È la ragione per la quale gli esseri umani si trovano molto più a proprio agio se possono coltivare la credenza in un mondo giusto; in un mondo, cioè, nel quale gli eventi positivi sono la norma, e gli accadimenti negativi riguardano solamente coloro che, in qualche modo, se lo meritano o se la sono andati a cercare.

Così quando arriva la notizia di una vittima innocente, la nostra credenza in un mondo giusto è messa a rischio, e, insieme a lei, il nostro benessere.

Gli individui, messi davanti alla consapevolezza della propria vulnerabilità, hanno a disposizione due strade: la prima consiste nel concludere che il mondo sia effettivamente un posto ingiusto, in cui le tragedie e le disgrazie accadono anche a chi non se le merita (questo è il percorso più complesso dal punto di vista cognitivo); la seconda consiste nel negare o depotenziare la sofferenza della vittima, attribuendole la responsabilità della propria condizione (strategia che ripristina il nostro equilibrio cognitivo).

Prendere le distanze

La credenza in un mondo giusto non agisce però solo nei casi di violenza, anche se sono, ovviamente, quelli più eclatanti.

Per esempio, nel momento in cui ci si rende conto che alcune persone hanno condizioni di vita peggiori di altre, biasimare la vittima della disuguaglianza, incolpando la sua scarsa voglia di impegnarsi, o la sua tendenza a dedicarsi ad attività poco produttive, ci consente di rimanere al sicuro, nella nostra sfera di (relativo) benessere, senza doverci chiedere quale potrebbe essere il rischio di incappare nella stessa cattiva sorte.

È qui che questo fenomeno psicologico incontra il pregiudizio e lo stereotipo nei confronti dei gruppi sociali, e ci spiega perché la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nei casi in cui essa faccia parte di un gruppo minoritario.

Ci fa anche capire perché, nel caso delle violenze e delle molestie di genere, le reazioni siano influenzate dal genere e dall’orientamento sessuale, e la tendenza a colpevolizzare la vittima sia maggiore nel caso delle donne e degli omosessuali.

Perché incolpare il loro modo di essere (che consideriamo in qualche maniera differente dal nostro) ci consente di sentirci al riparo dai pericoli e di sottostimare la nostra percezione di coinvolgimento, fisico ed emotivo.

Perché restiamo testimoni inerti?

Una ragazza è stata uccisa nel pieno centro di una città.

L’omicidio non è stato il frutto di un’azione rapida, ma, al contrario, di un’aggressione durata mezz’ora; interminabili minuti nei quali l’assassino ha inseguito la sua vittima, che era riuscita in un primo tempo a sfuggirgli, per le strade della città e le grida della donna, altissime e prolungate, sono state percepite da un gran numero di persone che vivevano e frequentavano quel quartiere.

Ciononostante, nessuno dei testimoni – sembra dodici, ma un quotidiano riporta che siano stati addirittura trentotto a seconda delle versioni – è intervenuto per aiutare la ragazza.

Ti può interessare anche: L’altro come cura: l’importanza del supporto sociale

L’omicidio di Kitty Genovese

Non è un episodio di cronaca recente, ma un episodio accaduto a New York il 13 marzo del 1964, e che è costato la vita a Catherine Susan Kitty Genovese.

Allora, come adesso, l’episodio, oltre alla costernazione in cui ha gettato la morte violenta di una ragazza di 28 anni, è stato accompagnato da una reazione fortissima dell’opinione pubblica che si chiedeva perché, per dirla con le parole del giornalista del New York Times Martin Gansbergper più di mezz’ora 38 rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un assassino perseguitare e accoltellare una donna in tre attacchi separati nel Kew Gardens”.

Quello che emerse dal dibattito successivo fu una condanna che accomunò i testimoni e la società in cui viviamo, divenuti ormai talmente insensibili e concentrati su sé stessi da esibire una totale freddezza davanti alla richiesta di aiuto di una ragazza disperata.

Ma perché restiamo inerti di fronte a una situazione di bisogno?

È un sintomo di disinteresse, un segno di cattiveria umana, o di complicità con l’aggressore?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, e concentrarci su ciò che accade nella nostra mente in quegli istanti.

L’effetto testimone

Perché, come fa notare lo studioso Robert Cialdini in un paragrafo intitolato causa della morte: dubbio, il punto cruciale della decisione (o, meglio, della non-decisione) di intervenire o ignorare un evento del genere, sta proprio in quella frazione di secondo in cui la nostra mente deve analizzare la situazione, comprendere cosa stia succedendo davvero, e portarci all’azione o alla non azione.

Il nome di Kitty Genovese è diventato infatti tristemente noto tra gli studiosi sociali proprio perché, a partire dal clamore suscitato da quell’episodio, gli scienziati iniziarono a chiedersi quali fossero davvero le cause che portano una moltitudine di persone a ignorare una richiesta di aiuto così, apparentemente, chiara ed evidente.

E, quindi, li mossero anche a cercare di capire come intervenire per ridurre il rischio del ripetersi di questi episodi.

In particolare, Bibb Latané e John Darley, due psicologi sociali che all’epoca dell’aggressione erano proprio all’Università di New York , furono i primi a studiare il cosiddetto effetto testimone.

La prima cosa che emerse fu proprio l’importanza del dubbio.

Accorgersi di un evento non vuol dire, automaticamente, rendersi conto che questo rappresenti una reale emergenza.

L’attenzione umana è, infatti, spesso assorbita da altre occupazioni, e tende a ignorare gli elementi che rappresentano lo sfondo o il contorno delle nostre attività.

E, anche nel momento in cui non la si ignori, la decisione su come valutare l’episodio deve basarsi su una serie di informazioni spesso superficiali e non approfondite che traiamo dalla situazione stessa.

Da questo punto di vista, dobbiamo accettare il fatto che quello che riteniamo istintivamente un fattore a favore della sicurezza, vale a dire il fatto di trovarci in un luogo affollato, sia in realtà uno degli elementi che più ci espongono al rischio di un mancato intervento.

La persona che è a terra lungo il marciapiede ha bisogno di un aiuto a causa di un malore o sta solo dormendo nella postazione in cui svolge la propria attività di questua?

Le urla che una coppia si lancia addosso in mezzo a una piazza sono sintomo di un’aggressione o di una discussione ineducata e oltre le righe?

L’uomo che si sbraccia lungo la strada ha bisogno di un soccorso o rappresenta un pericolo?

L’impatto negativo della riprova sociale

Nel momento in cui il dubbio ci assale, una delle scorciatoie che il nostro cervello prende per risolvere l’ambiguità è quella di guardarsi intorno e capire cosa fanno gli altri.

Perché durante tutta la nostra esistenza abbiamo avuto continuamente riprove di quanto la riprova sociale sia, nella maggior parte dei casi, un indice di affidabilità: se entriamo in una stanza e tutti parlano sottovoce, se le auto davanti a noi rallentano parecchio al di sotto del limite, siamo portati anche noi, nell’immediato, a fare lo stesso, almeno fino a quando la realtà non ci consenta di acquisire ulteriori elementi.

Quindi, se tutti passano lungo il marciapiede come se niente fosse, la nostra mente trae la conclusione che ci sarà pure un motivo.

Il problema è che, mentre ciascuno prova a capire, osservando gli altri, quale sia il comportamento giusto da mettere in atto, rimarrà inattivo, ostentando quanta più impassibilità e naturalezza possibili.

Il che lo porterà a risultare tranquillo agli occhi degli altri, che a loro volta lo staranno osservando.

È questa concatenazione di eventi che crea la cosiddetta ignoranza collettiva, nella quale ognuno dei presenti è portato a reputare che tutto vada bene proprio a causa del fatto che nessuno sembri preoccuparsi.

Da questo punto di vista, quindi, l’alto numero di testimoni rappresenta, paradossalmente, un fattore di rischio ulteriore.

La responsabilità diffusa

Ma c’è un altro motivo per cui la numerosità dei testimoni aumenta la probabilità che nessuno intervenga, ed è connesso alla percezione di responsabilità.

Se, infatti, un singolo osservatore si sente maggiormente coinvolto, in virtù del fatto gli appare chiaro che nessun altro potrà intervenire al suo posto, l’abbondanza di testimoni può portare a pensare che qualcun altro interverrà.

Gli stessi Latané e Darley, riproposero in uno studio le condizioni in cui si erano trovati, presumibilmente, i vicini di Catherine Genovese che avevano sentito le invocazioni di aiuto.

Nella condizione in cui i testimoni pensavano di essere l’unica risorsa possibile per un compagno che chiedeva aiuto attraverso un interfono, la maggior parte di loro (circa l’85%) interveniva a prestare soccorso entro i primi sessanta secondi; nel caso invece in cui i testimoni fossero convinti che la richiesta di aiuto fosse udita da altre quattro persone, la percentuale scendeva al 31%.

Altri fattori contribuiscono ad aumentare il rischio di inerzia collettiva, tutti presenti in un contesto urbano: la fretta (in un famoso studio condotto da Darkey e Batson la percentuale di coloro che prestavano aiuto a una persona in difficoltà, mentre erano costretti a muoversi di fretta scendeva al 10%, e gran parte di loro non si accorse neanche dell’uomo che chiedeva aiuto); il caos e la scarsa conoscenza tra le persone, che aumentano l’ambiguità, rendendo più difficile il compito di interpretare gli eventi; l’affollamento, che aumenta il rischio che a un evento assista una moltitudine di persone, aumentando il rischio di ignoranza collettiva.

Insomma, per citare ancora Robert Cialdini, dopo anni di ricerche del genere, abbiamo le idee abbastanza chiare sull’argomento. Primo, contrariamente all’idea che la nostra sia diventata una società egoista e indifferente, i soccorsi sono molto frequenti non appena gli spettatori si convincono che c’è davvero un’emergenza. La situazione cambia quando, come succede spesso, gli astanti non sanno con certezza che cosa succede”.

In questi casi, le probabilità di ricevere soccorso aumentano quando si ha a che fare con un passante isolato.

Renato Troffa per Psicologia24

Perché restiamo testimoni inerti?

Una ragazza è stata uccisa nel pieno centro di una città.

L’omicidio non è stato il frutto di un’azione rapida, ma, al contrario, di un’aggressione durata mezz’ora; interminabili minuti nei quali l’assassino ha inseguito la sua vittima, che era riuscita in un primo tempo a sfuggirgli, per le strade della città e le grida della donna, altissime e prolungate, sono state percepite da un gran numero di persone che vivevano e frequentavano quel quartiere.

Ciononostante, nessuno dei testimoni – sembra dodici, ma un quotidiano riporta che siano stati addirittura trentotto a seconda delle versioni – è intervenuto per aiutare la ragazza.

Ti può interessare anche: L’altro come cura: l’importanza del supporto sociale

L’omicidio di Kitty Genovese

Non è un episodio di cronaca recente, ma un episodio accaduto a New York il 13 marzo del 1964, e che è costato la vita a Catherine Susan Kitty Genovese.

Allora, come adesso, l’episodio, oltre alla costernazione in cui ha gettato la morte violenta di una ragazza di 28 anni, è stato accompagnato da una reazione fortissima dell’opinione pubblica che si chiedeva perché, per dirla con le parole del giornalista del New York Times Martin Gansbergper più di mezz’ora 38 rispettabili cittadini, rispettosi della legge, hanno osservato un assassino perseguitare e accoltellare una donna in tre attacchi separati nel Kew Gardens”.

Quello che emerse dal dibattito successivo fu una condanna che accomunò i testimoni e la società in cui viviamo, divenuti ormai talmente insensibili e concentrati su sé stessi da esibire una totale freddezza davanti alla richiesta di aiuto di una ragazza disperata.

Ma perché restiamo inerti di fronte a una situazione di bisogno?

È un sintomo di disinteresse, un segno di cattiveria umana, o di complicità con l’aggressore?

Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, e concentrarci su ciò che accade nella nostra mente in quegli istanti.

L’effetto testimone

Perché, come fa notare lo studioso Robert Cialdini in un paragrafo intitolato causa della morte: dubbio, il punto cruciale della decisione (o, meglio, della non-decisione) di intervenire o ignorare un evento del genere, sta proprio in quella frazione di secondo in cui la nostra mente deve analizzare la situazione, comprendere cosa stia succedendo davvero, e portarci all’azione o alla non azione.

Il nome di Kitty Genovese è diventato infatti tristemente noto tra gli studiosi sociali proprio perché, a partire dal clamore suscitato da quell’episodio, gli scienziati iniziarono a chiedersi quali fossero davvero le cause che portano una moltitudine di persone a ignorare una richiesta di aiuto così, apparentemente, chiara ed evidente.

E, quindi, li mossero anche a cercare di capire come intervenire per ridurre il rischio del ripetersi di questi episodi.

In particolare, Bibb Latané e John Darley, due psicologi sociali che all’epoca dell’aggressione erano proprio all’Università di New York , furono i primi a studiare il cosiddetto effetto testimone.

La prima cosa che emerse fu proprio l’importanza del dubbio.

Accorgersi di un evento non vuol dire, automaticamente, rendersi conto che questo rappresenti una reale emergenza.

L’attenzione umana è, infatti, spesso assorbita da altre occupazioni, e tende a ignorare gli elementi che rappresentano lo sfondo o il contorno delle nostre attività.

E, anche nel momento in cui non la si ignori, la decisione su come valutare l’episodio deve basarsi su una serie di informazioni spesso superficiali e non approfondite che traiamo dalla situazione stessa.

Da questo punto di vista, dobbiamo accettare il fatto che quello che riteniamo istintivamente un fattore a favore della sicurezza, vale a dire il fatto di trovarci in un luogo affollato, sia in realtà uno degli elementi che più ci espongono al rischio di un mancato intervento.

La persona che è a terra lungo il marciapiede ha bisogno di un aiuto a causa di un malore o sta solo dormendo nella postazione in cui svolge la propria attività di questua?

Le urla che una coppia si lancia addosso in mezzo a una piazza sono sintomo di un’aggressione o di una discussione ineducata e oltre le righe?

L’uomo che si sbraccia lungo la strada ha bisogno di un soccorso o rappresenta un pericolo?

L’impatto negativo della riprova sociale

Nel momento in cui il dubbio ci assale, una delle scorciatoie che il nostro cervello prende per risolvere l’ambiguità è quella di guardarsi intorno e capire cosa fanno gli altri.

Perché durante tutta la nostra esistenza abbiamo avuto continuamente riprove di quanto la riprova sociale sia, nella maggior parte dei casi, un indice di affidabilità: se entriamo in una stanza e tutti parlano sottovoce, se le auto davanti a noi rallentano parecchio al di sotto del limite, siamo portati anche noi, nell’immediato, a fare lo stesso, almeno fino a quando la realtà non ci consenta di acquisire ulteriori elementi.

Quindi, se tutti passano lungo il marciapiede come se niente fosse, la nostra mente trae la conclusione che ci sarà pure un motivo.

Il problema è che, mentre ciascuno prova a capire, osservando gli altri, quale sia il comportamento giusto da mettere in atto, rimarrà inattivo, ostentando quanta più impassibilità e naturalezza possibili.

Il che lo porterà a risultare tranquillo agli occhi degli altri, che a loro volta lo staranno osservando.

È questa concatenazione di eventi che crea la cosiddetta ignoranza collettiva, nella quale ognuno dei presenti è portato a reputare che tutto vada bene proprio a causa del fatto che nessuno sembri preoccuparsi.

Da questo punto di vista, quindi, l’alto numero di testimoni rappresenta, paradossalmente, un fattore di rischio ulteriore.

La responsabilità diffusa

Ma c’è un altro motivo per cui la numerosità dei testimoni aumenta la probabilità che nessuno intervenga, ed è connesso alla percezione di responsabilità.

Se, infatti, un singolo osservatore si sente maggiormente coinvolto, in virtù del fatto gli appare chiaro che nessun altro potrà intervenire al suo posto, l’abbondanza di testimoni può portare a pensare che qualcun altro interverrà.

Gli stessi Latané e Darley, riproposero in uno studio le condizioni in cui si erano trovati, presumibilmente, i vicini di Catherine Genovese che avevano sentito le invocazioni di aiuto.

Nella condizione in cui i testimoni pensavano di essere l’unica risorsa possibile per un compagno che chiedeva aiuto attraverso un interfono, la maggior parte di loro (circa l’85%) interveniva a prestare soccorso entro i primi sessanta secondi; nel caso invece in cui i testimoni fossero convinti che la richiesta di aiuto fosse udita da altre quattro persone, la percentuale scendeva al 31%.

Altri fattori contribuiscono ad aumentare il rischio di inerzia collettiva, tutti presenti in un contesto urbano: la fretta (in un famoso studio condotto da Darkey e Batson la percentuale di coloro che prestavano aiuto a una persona in difficoltà, mentre erano costretti a muoversi di fretta scendeva al 10%, e gran parte di loro non si accorse neanche dell’uomo che chiedeva aiuto); il caos e la scarsa conoscenza tra le persone, che aumentano l’ambiguità, rendendo più difficile il compito di interpretare gli eventi; l’affollamento, che aumenta il rischio che a un evento assista una moltitudine di persone, aumentando il rischio di ignoranza collettiva.

Insomma, per citare ancora Robert Cialdini, dopo anni di ricerche del genere, abbiamo le idee abbastanza chiare sull’argomento. Primo, contrariamente all’idea che la nostra sia diventata una società egoista e indifferente, i soccorsi sono molto frequenti non appena gli spettatori si convincono che c’è davvero un’emergenza. La situazione cambia quando, come succede spesso, gli astanti non sanno con certezza che cosa succede”.

In questi casi, le probabilità di ricevere soccorso aumentano quando si ha a che fare con un passante isolato.

Responsabilizzare troppo un bambino, lo renderà in futuro un genitore inadeguato?

In una ricerca condotta dalla Prof.ssa Amy K. Nuttall presso il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia della Famiglia alla Michigan State University (ricerca in fase di pubblicazione sulla rivista scientifica Journal of Family Psychology) è emerso che i bambini a cui vengono affidate costantemente troppe responsabilità (ad esempio, prendersi cura di un fratello minore o gestire alcune incombenze domestiche) da grandi tenderanno ad essere genitori che si prendono poca cura (o che non riescono a prendersi cura in maniera adeguata) dei propri figli.

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Sembra quindi che l’eccessiva responsabilizzazione dei bambini (soprattutto quella relativa al prendersi cura di altri), anziché contribuire a sviluppare in loro senso di responsabilità e capacità di accudimento tende a sviluppare in loro qualità opposte.

Chi da bambino è stato indotto a prendersi cura costantemente di un fratello minore, o a svolgere un ruolo di supporto emotivo degli adulti, da grande tenderà ad essere un genitore meno capace di comprendere i bisogni emotivi e le esigenze affettive dei propri figli.

Secondo la Prof.ssa Nuttal, quindi, non si dovrebbero responsabilizzare troppo i bambini, né affidando loro eccessivi compiti di cura dei fratelli minori, né affidando loro in maniera costante la gestione di incombenze domestiche. I bambini dovrebbero poter vivere la propria infanzia da bambini e non da piccoli adulti.

Saranno comunque probabilmente necessari ulteriori studi per capire esattamente come l’eccessiva responsabilizzazione da bambini influisce sulle future capacità genitoriali e per capire anche se in alcuni casi tale fenomeno non si manifesta.

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