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Perché spesso la dieta non funziona?

Ricerche recenti hanno verificato che dimagrire non sempre vuol dire migliorare lo stato di salute.

Gli studi indicano inoltre che le diete dimagranti non funzionano per mantenere il peso a lungo termine.

Secondo alcune stime, infatti, i successi di un regime alimentare controllato sono scarsi, riguardano in modo permanente solo il 2% dei casi.

Circa il 95% delle persone che smaltiscono i chili di troppo li recuperano in tre anni.

Eppure le diete ipocaloriche continuano a rappresentare la proposta principale per snellire, per liberarsi della zavorra del peso in eccesso.

Ti può interessare anche: Cibo, sesso, alcol, droga: le vie neurali dei comportamenti sfrenati

Una dieta emotiva

In termini emotivi una dieta non offre, però, ciò che serve per alleggerirsi.

Piuttosto irrigidisce in percorsi obbligati, in posizioni statiche, ingessa in atteggiamenti estranei alla naturalezza e alla spontaneità.

Appesantisce a livello emotivo, anziché liberare aggiunge zavorre ingombranti come dovere, responsabilità, impegno. Presuppone un controllo che inevitabilmente porta a trasgredire, e poi a deludere, dando il via così ad una spirale di tentativi e fallimenti senza fine.

Un piano alimentare controllato del resto mette al centro della vita il cibo, lo rende protagonista di pensieri, discorsi, immagini, qualcosa da pesare, valutare, analizzare. Facendolo diventare oggetto di culto, da amare e odiare, da venerare e per il quale sacrificarsi.

Anche pensare alla perdita di peso come chiave di realizzazione personale, di benessere, è in realtà un carico, una zavorra.

Tutta la nostra cultura soffre di un disturbo alimentare in questo senso, normalizzando l’idea di dover lottare con sé stessi per mangiare poco, rimanere in equilibrio, raggiungere la forma ideale per essere felici.

Eppure la fame, o meglio la voglia di mangiare, non è nello stomaco o nei livelli di zucchero del sangue. Ma nella mente. Ed è lì quindi che bisognerebbe intervenire.

È lì che devono farsi spazio sogni, passioni, desideri al posto di obblighi, impegni, doveri, per sbloccare davvero il metabolismo. Il sovrappeso va letto infatti anche come risultato di bisogni trascurati, di vitalità repressa, di tutto quello che voleva essere e non è stato. Di obblighi, rinunce.

Dell’aver dato solo al cibo la responsabilità di esprimere emozioni, intenti, sentimenti, vuoti, dolori.

Il serbatoio del benessere

La neurofisiologia ha scoperto che nel cervello esiste una zona preposta a mantenere costante il livello di dopamina, il mediatore del benessere.

Se la dose non arriva in un modo, viene procurata in un altro: se siamo svuotati di piaceri, di slanci, tendiamo a compensare mangiando.

Quando circola soddisfazione, eccitazione, passione la voglia di mangiare in effetti viene meno.

Più la vita è circoscritta, limitante, maggiormente l’organismo sviluppa una chimica che accumula anziché elaborare, che allarga e zavorra verso il basso.

Anche la psiche perde le proprie particolarità in questa situazione, finisce per deformarsi diventando statica dal punto di vista esistenziale, paurosa, appesantita nei pensieri, nelle parole, nei comportamenti.

Protetta nei chili di troppo come in un’armatura, una corazza, un airbag tra sé e la vita. Per smaltire peso è necessario far riemergere e ridare vita a tutto quello che è sepolto sotto questa pesante imbottitura.

L’idea della dieta in questo senso va ribaltata. Rinunce, autocontrollo, frustrazione, calcoli devono diventare autonomia, novità, entusiasmo.

I chili di troppo possono essere visti come una riserva da attivare fatta di energie vitali, forze da dispiegare, progetti da realizzare, desideri da comunicare.

Invece di lottare contro sé stessi, torturandosi con cibo e attività fisica, meglio sciogliere la fantasia, la creatività, la spontaneità.

Mettere cambiamenti, imprevisti, novità nel proprio bagaglio di esperienze. Impegnarsi su altri fronti, togliendo il ruolo di protagonisti al cibo e all’aspetto fisico.

Dimagrire è prima di tutto una questione di pensieri e di emozioni. Di metabolismo mentale.

Chissà se sorgeranno centri specializzati nel liberare le energie nascoste delle persone in sovrappeso, insegnando loro ad essere spontanee e autentiche, spostando il centro di interesse dalla circonferenza addominale, da misurare con il metro, a quella relativa ad autenticità, piacere e libertà.

È evidente che il criterio del dimagrimento limitato ad un approccio fisiologico, chimico e metabolico non può funzionare.

Dimagrire è un processo di cambiamento che investe sempre la persona nella sua interezza.

Mangiare non è solo introdurre alimenti nel corpo, piuttosto rispondere ed esprimere complesse e delicate esigenze di natura psicologica. Il piatto non si compone solo di proteine, grassi e carboidrati ma di emozioni, ricordi, pensieri.

Brunella Gasperini per Psicologia 24

Perché spesso la dieta non funziona?

Ricerche recenti hanno verificato che dimagrire non sempre vuol dire migliorare lo stato di salute.

Gli studi indicano inoltre che le diete dimagranti non funzionano per mantenere il peso a lungo termine.

Secondo alcune stime, infatti, i successi di un regime alimentare controllato sono scarsi, riguardano in modo permanente solo il 2% dei casi.

Circa il 95% delle persone che smaltiscono i chili di troppo li recuperano in tre anni.

Eppure le diete ipocaloriche continuano a rappresentare la proposta principale per snellire, per liberarsi della zavorra del peso in eccesso.

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Una dieta emotiva

In termini emotivi una dieta non offre, però, ciò che serve per alleggerirsi.

Piuttosto irrigidisce in percorsi obbligati, in posizioni statiche, ingessa in atteggiamenti estranei alla naturalezza e alla spontaneità.

Appesantisce a livello emotivo, anziché liberare aggiunge zavorre ingombranti come dovere, responsabilità, impegno. Presuppone un controllo che inevitabilmente porta a trasgredire, e poi a deludere, dando il via così ad una spirale di tentativi e fallimenti senza fine.

Un piano alimentare controllato del resto mette al centro della vita il cibo, lo rende protagonista di pensieri, discorsi, immagini, qualcosa da pesare, valutare, analizzare. Facendolo diventare oggetto di culto, da amare e odiare, da venerare e per il quale sacrificarsi.

Anche pensare alla perdita di peso come chiave di realizzazione personale, di benessere, è in realtà un carico, una zavorra.

Tutta la nostra cultura soffre di un disturbo alimentare in questo senso, normalizzando l’idea di dover lottare con sé stessi per mangiare poco, rimanere in equilibrio, raggiungere la forma ideale per essere felici.

Eppure la fame, o meglio la voglia di mangiare, non è nello stomaco o nei livelli di zucchero del sangue. Ma nella mente. Ed è lì quindi che bisognerebbe intervenire.

È lì che devono farsi spazio sogni, passioni, desideri al posto di obblighi, impegni, doveri, per sbloccare davvero il metabolismo. Il sovrappeso va letto infatti anche come risultato di bisogni trascurati, di vitalità repressa, di tutto quello che voleva essere e non è stato. Di obblighi, rinunce.

Dell’aver dato solo al cibo la responsabilità di esprimere emozioni, intenti, sentimenti, vuoti, dolori.

Il serbatoio del benessere

La neurofisiologia ha scoperto che nel cervello esiste una zona preposta a mantenere costante il livello di dopamina, il mediatore del benessere.

Se la dose non arriva in un modo, viene procurata in un altro: se siamo svuotati di piaceri, di slanci, tendiamo a compensare mangiando.

Quando circola soddisfazione, eccitazione, passione la voglia di mangiare in effetti viene meno.

Più la vita è circoscritta, limitante, maggiormente l’organismo sviluppa una chimica che accumula anziché elaborare, che allarga e zavorra verso il basso.

Anche la psiche perde le proprie particolarità in questa situazione, finisce per deformarsi diventando statica dal punto di vista esistenziale, paurosa, appesantita nei pensieri, nelle parole, nei comportamenti.

Protetta nei chili di troppo come in un’armatura, una corazza, un airbag tra sé e la vita. Per smaltire peso è necessario far riemergere e ridare vita a tutto quello che è sepolto sotto questa pesante imbottitura.

L’idea della dieta in questo senso va ribaltata. Rinunce, autocontrollo, frustrazione, calcoli devono diventare autonomia, novità, entusiasmo.

I chili di troppo possono essere visti come una riserva da attivare fatta di energie vitali, forze da dispiegare, progetti da realizzare, desideri da comunicare.

Invece di lottare contro sé stessi, torturandosi con cibo e attività fisica, meglio sciogliere la fantasia, la creatività, la spontaneità.

Mettere cambiamenti, imprevisti, novità nel proprio bagaglio di esperienze. Impegnarsi su altri fronti, togliendo il ruolo di protagonisti al cibo e all’aspetto fisico.

Dimagrire è prima di tutto una questione di pensieri e di emozioni. Di metabolismo mentale.

Chissà se sorgeranno centri specializzati nel liberare le energie nascoste delle persone in sovrappeso, insegnando loro ad essere spontanee e autentiche, spostando il centro di interesse dalla circonferenza addominale, da misurare con il metro, a quella relativa ad autenticità, piacere e libertà.

È evidente che il criterio del dimagrimento limitato ad un approccio fisiologico, chimico e metabolico non può funzionare.

Dimagrire è un processo di cambiamento che investe sempre la persona nella sua interezza.

Mangiare non è solo introdurre alimenti nel corpo, piuttosto rispondere ed esprimere complesse e delicate esigenze di natura psicologica. Il piatto non si compone solo di proteine, grassi e carboidrati ma di emozioni, ricordi, pensieri.

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