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Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Secondo il Digital in 2017 Global Overview redatto da We Are Social, il 37% della popolazione mondiale utilizza i social media: una platea di quasi 2,8 miliardi di persone. In Italia in media passiamo due ore al giorno sui vari social network.

La maggior parte delle connessioni in rete avviene dai nostri smartphone: con l’accesso ad internet sempre disponibile riusciamo ad essere sempre connessi con gli altri e a condividere emozioni e vissuti con i nostri contatti a distanza.

Il rovescio della medaglia è che più siamo connessi in rete, più tendiamo a disconnetterci da ciò che ci circonda.

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La depressione giovanile: colpa dei social media?

È opinione diffusa che internet e i social media siano dannosi: molti esperti ed opinionisti hanno spesso attribuito un effetto negativo al sempre crescente utilizzo del nostro tempo sui social.

In particolare ad internet viene attribuita l’escalation delle difficoltà psicologiche dei giovani, perché sono coloro che maggiormente fanno uso della tecnologia.

Ma un gruppo di ricercatori della Florence Nightingale Faculty of Nursing and Midwifery del King’s College London ha passato in rassegna undici studi che hanno esaminato il rapporto tra gli adolescenti, la rete e i disturbi psichici.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Adolescent Research Review edita da Springer, ha trovato soltanto una correlazione debole, ma statisticamente significativa, tra le interazioni sociali e l’umore depresso.

I risultati dello studio

Giovani e depressione: quanto influiscono i social media?

Alcune delle ricerche analizzate dagli studiosi del King’s College hanno mostrato una debolezza metodologica: le statistiche sull’utilizzo della rete non sono state misurate ma sono state determinate dalle interviste ai partecipanti.

In altri studi i sintomi psichici non sono stati valutati in maniera rigorosa.

In ogni caso, su un campione complessivo di circa 12.000 soggetti, a nessuno è stata fatta diagnosi di depressione.

In nessuna ricerca è stato poi chiarito se la tendenza alla depressione fosse una causa o un effetto dell’utilizzo dei social media: non è stato dimostrato se uno dei due fenomeni esaminati sia l’effetto dell’altro.

L’unica evidenza emersa è che i giovani con un mood tendente alla depressione cercano un supporto sociale nell’internet.

I social offrono una continua opportunità di interazione sociale, ma l’essere sempre connessi e lo scambio di like non alimentano il pensiero, la creatività e l’empatia.

Il male del progresso tecnologico

La tecnologia non è un male per lo sviluppo delle relazioni umane, soprattutto negli adolescenti.

Esistono sicuramente risvolti patologici nell’utilizzo smodato delle nuove tecnologie, come l’Internet Addiction Disorder, ma nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un delicato periododi cambiamento psicofisico, emotivo e relazionale: per appunto l’adolescenza.

Anche nel diciannovesimo secolo si parlò di una forma di nevrosi nota come railway sickness, attribuita al neonato trasporto ferroviario: attribuire alle nuove tecnologie le problematiche sociali e relazionali dei giovani, che sono di solito i più coinvolti nei processi di innovazione, è una ormai vecchia abitudine.

Per stabilire se esiste una reale connessione tra l’utilizzo dei social media e qualche forma di patologia psichica sarà necessario effettuare nuovi studi che valutino in maniera rigorosa ed accurata nel tempo gli effetti delle nuove tecnologie sulla nostra vita.

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Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

L’analisi del rapporto tra cause e conseguenze sociali dei comportamenti umani include, necessariamente, una riflessione sugli effetti della copertura mediatica delle notizie più importanti.

Negli ultimi anni, una percentuale consistente di news riguarda eventi che implicano una dimensione violenta, diretta verso gli altri o verso se stessi.

È il caso, per esempio, degli atti criminali che hanno toccato le strade d’Europa, o di suicidi eclatanti che hanno portato le persone a interrogarsi, e parecchio, sulle loro cause e implicazioni.

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Suicidio e imitazione

Episodi come il suicidio del pilota tedesco, compiuto mentre era ai comandi di un aereo colmo di passeggeri, hanno necessariamente un impatto importante su tutti noi, sia perché risuonano tra quelli che sono i timori che più ci colpiscono (quelli incontrollabili, che hanno dimensioni catastrofiche, che implicano un numero di vittime altissimo), sia perché riguardano qualcosa che siamo abituati a considerare come afferente, in prevalenza se non in maniera esclusiva, alla sfera personale e privata della persona.

Nella rappresentazione sociale comune, la decisione di togliersi la vita è frutto di esperienze, traumi, sofferenze e riflessioni individuali, che non ci sembra possano essere facilmente influenzate da informazioni che arrivano dall’esterno, attraverso i media, e riguardano persone sconosciute e lontane.

In realtà una notevole quantità di studi sottolinea come i mezzi di comunicazione siano in grado di influire anche sul numero dei suicidi, in maniera anche significativa; nella stessa maniera in cui sono in grado di influenzare i comportamenti e gli atteggiamenti politici, sociali, economici delle persone.

Nelle zone in cui gli episodi di suicidio hanno avuto una maggiore copertura mediatica, il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita è aumentato.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dei media da questo punto di vista: il numero degli episodi di suicidio è maggiore quanto più è ampio lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno dato alla prima notizia.

Dalla letteratura classica al citizen journalist

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

Non è un fenomeno del tutto nuovo, a dire il vero.

All’epoca in cui Goethe pubblicò il suo capolavoro I dolori del giovane Werther, nel quale il giovane protagonista si toglie la vita per sfuggire alle proprie sofferenze umane e sentimentali, le cronache riportano come un gran numero di persone abbia imitato il protagonista del romanzo, togliendosi la vita con le stesse modalità e facendo riferimento all’opera in maniera esplicita o implicita, portando con sé una copia del libro, vestendosi in maniera simile al protagonista, o citando l’opera nel messaggio di addio.

Ovviamente, nel tardo diciottesimo secolo il controllo statistico dei dati non era accurato come ce lo potremmo aspettare oggi, ma questi eventi furono sufficienti a far richiedere, in varie nazioni d’Europa, la proibizione del libro.

E portarono il sociologo David Phillips, negli anni settanta, a utilizzare il termine effetto Werther per indicare il fenomeno, assolutamente moderno, che stava studiando: il numero dei suicidi tende ad aumentare notevolmente nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio da prima pagina; e questo effetto era ulteriormente incrementato, assumendo una dimensione più che doppia, quando la notizia non si limitava ad apparire su uno dei due quotidiani presi in esame (il Times), ma era ripresa anche dal secondo (News).

L’analisi degli effetti della diffusione geografica della notizia rafforzò la scoperta di Phillips: le storie che avevano un’eco mediatica negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, provocavano un aumento dei suicidi solo nella prima nazione; viceversa, i casi che non venivano riportati negli USA ma solo in Regno Unito, causavano un aumento degli episodi di suicidio solo in quest’ultimo Stato.

Dal 1978 a oggi,  l’effetto Werther ha ricevuto una notevole attenzione da parte degli studiosi, che si sono concentrati anche su quanto le persone tendano a imitare maggiormente suicidi commessi da individui a loro simili, per esempio rimanendo più influenzati dal suicidio di un coetaneo o di una celebrità; sottolineando come alcuni fattori tendano ad aumentare il rischio del prodursi dell’effetto Werther: dare notizie riguardanti persone note, o rappresentanti di categorie facilmente identificabili, in cui si divulghi il metodo, si semplifichino le ragioni del gesto riconducendole a una sola (è stato il caso delle notizie riguardanti i cosiddetti suicidi per la crisi) e trascurando tutte le altre variabili (il supporto ricevuto, il pregresso della persona) incluse quelle riferibili alla presenza di possibili disagi mentali.

Numerosi studi recenti hanno dimostrato, per esempio, che la notizia di un suicidio con arma da fuoco commesso da una celebrità aumenta il numero di suicidi con arma da fuoco nella zona; a distanza di quasi duecentocinquant’anni dall’uscita dell’opera, l’effetto Werther giustifica ancora il proprio nome.

Le linee guida dell’OMS

Il ruolo dei media in questo contagio è spesso sottostimato, ma risulta invece tanto rilevante da aver portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a emanare una serie di linee guida che possano limitare la possibilità di un effetto negativo dell’esposizione a notizie simili, per esempio incoraggiando a evitare di sottolineare le notizie di suicidi in maniera sensazionalista, di normalizzare il suicidio, di fornire una descrizione esplicita del metodo utilizzato, o di presentare il suicidio come una soluzione.

L’OMS, consapevole del ruolo dei mezzi di comunicazione, li incoraggia anche a fornire informazioni su come e dove cercare aiuto.

In questo, ci introduce a un fenomeno ancora non studiato quanto l’effetto Werther e che potrebbe essere considerato come il suo complementare: la possibilità che i media possano avere un effetto riduttivo riguardo il numero di suicidi, attraverso la diffusione di notizie riguardanti casi di risoluzioni positive di crisi suicidarie.

Per rimanere in ambito letterario, lo studioso Niederkrotenthaler ha proposto, per questo fenomeno, il nome di Papageno, protagonista del Flauto Magico di Mozart dissuaso all’ultimo momento dal togliersi la vita.

Renato Troffa per Psicologia24

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

L’analisi del rapporto tra cause e conseguenze sociali dei comportamenti umani include, necessariamente, una riflessione sugli effetti della copertura mediatica delle notizie più importanti.

Negli ultimi anni, una percentuale consistente di news riguarda eventi che implicano una dimensione violenta, diretta verso gli altri o verso se stessi.

È il caso, per esempio, degli atti criminali che hanno toccato le strade d’Europa, o di suicidi eclatanti che hanno portato le persone a interrogarsi, e parecchio, sulle loro cause e implicazioni.

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Suicidio e imitazione

Episodi come il suicidio del pilota tedesco, compiuto mentre era ai comandi di un aereo colmo di passeggeri, hanno necessariamente un impatto importante su tutti noi, sia perché risuonano tra quelli che sono i timori che più ci colpiscono (quelli incontrollabili, che hanno dimensioni catastrofiche, che implicano un numero di vittime altissimo), sia perché riguardano qualcosa che siamo abituati a considerare come afferente, in prevalenza se non in maniera esclusiva, alla sfera personale e privata della persona.

Nella rappresentazione sociale comune, la decisione di togliersi la vita è frutto di esperienze, traumi, sofferenze e riflessioni individuali, che non ci sembra possano essere facilmente influenzate da informazioni che arrivano dall’esterno, attraverso i media, e riguardano persone sconosciute e lontane.

In realtà una notevole quantità di studi sottolinea come i mezzi di comunicazione siano in grado di influire anche sul numero dei suicidi, in maniera anche significativa; nella stessa maniera in cui sono in grado di influenzare i comportamenti e gli atteggiamenti politici, sociali, economici delle persone.

Nelle zone in cui gli episodi di suicidio hanno avuto una maggiore copertura mediatica, il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita è aumentato.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dei media da questo punto di vista: il numero degli episodi di suicidio è maggiore quanto più è ampio lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno dato alla prima notizia.

Dalla letteratura classica al citizen journalist

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

Non è un fenomeno del tutto nuovo, a dire il vero.

All’epoca in cui Goethe pubblicò il suo capolavoro I dolori del giovane Werther, nel quale il giovane protagonista si toglie la vita per sfuggire alle proprie sofferenze umane e sentimentali, le cronache riportano come un gran numero di persone abbia imitato il protagonista del romanzo, togliendosi la vita con le stesse modalità e facendo riferimento all’opera in maniera esplicita o implicita, portando con sé una copia del libro, vestendosi in maniera simile al protagonista, o citando l’opera nel messaggio di addio.

Ovviamente, nel tardo diciottesimo secolo il controllo statistico dei dati non era accurato come ce lo potremmo aspettare oggi, ma questi eventi furono sufficienti a far richiedere, in varie nazioni d’Europa, la proibizione del libro.

E portarono il sociologo David Phillips, negli anni settanta, a utilizzare il termine effetto Werther per indicare il fenomeno, assolutamente moderno, che stava studiando: il numero dei suicidi tende ad aumentare notevolmente nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio da prima pagina; e questo effetto era ulteriormente incrementato, assumendo una dimensione più che doppia, quando la notizia non si limitava ad apparire su uno dei due quotidiani presi in esame (il Times), ma era ripresa anche dal secondo (News).

L’analisi degli effetti della diffusione geografica della notizia rafforzò la scoperta di Phillips: le storie che avevano un’eco mediatica negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, provocavano un aumento dei suicidi solo nella prima nazione; viceversa, i casi che non venivano riportati negli USA ma solo in Regno Unito, causavano un aumento degli episodi di suicidio solo in quest’ultimo Stato.

Dal 1978 a oggi,  l’effetto Werther ha ricevuto una notevole attenzione da parte degli studiosi, che si sono concentrati anche su quanto le persone tendano a imitare maggiormente suicidi commessi da individui a loro simili, per esempio rimanendo più influenzati dal suicidio di un coetaneo o di una celebrità; sottolineando come alcuni fattori tendano ad aumentare il rischio del prodursi dell’effetto Werther: dare notizie riguardanti persone note, o rappresentanti di categorie facilmente identificabili, in cui si divulghi il metodo, si semplifichino le ragioni del gesto riconducendole a una sola (è stato il caso delle notizie riguardanti i cosiddetti suicidi per la crisi) e trascurando tutte le altre variabili (il supporto ricevuto, il pregresso della persona) incluse quelle riferibili alla presenza di possibili disagi mentali.

Numerosi studi recenti hanno dimostrato, per esempio, che la notizia di un suicidio con arma da fuoco commesso da una celebrità aumenta il numero di suicidi con arma da fuoco nella zona; a distanza di quasi duecentocinquant’anni dall’uscita dell’opera, l’effetto Werther giustifica ancora il proprio nome.

Le linee guida dell’OMS

Il ruolo dei media in questo contagio è spesso sottostimato, ma risulta invece tanto rilevante da aver portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a emanare una serie di linee guida che possano limitare la possibilità di un effetto negativo dell’esposizione a notizie simili, per esempio incoraggiando a evitare di sottolineare le notizie di suicidi in maniera sensazionalista, di normalizzare il suicidio, di fornire una descrizione esplicita del metodo utilizzato, o di presentare il suicidio come una soluzione.

L’OMS, consapevole del ruolo dei mezzi di comunicazione, li incoraggia anche a fornire informazioni su come e dove cercare aiuto.

In questo, ci introduce a un fenomeno ancora non studiato quanto l’effetto Werther e che potrebbe essere considerato come il suo complementare: la possibilità che i media possano avere un effetto riduttivo riguardo il numero di suicidi, attraverso la diffusione di notizie riguardanti casi di risoluzioni positive di crisi suicidarie.

Per rimanere in ambito letterario, lo studioso Niederkrotenthaler ha proposto, per questo fenomeno, il nome di Papageno, protagonista del Flauto Magico di Mozart dissuaso all’ultimo momento dal togliersi la vita.

I social media ci fanno sentire meno soli?

Negli ultimi anni il numero di persone iscritte ai social media è cresciuto a ritmi vertiginosi.

Oggi in Italia si contano circa 28 milioni di utenti attivi solo su Facebook.

Questo fenomeno ha dato vita a un acceso dibattito sugli effetti che la socializzazione 2.0 produce sul benessere delle persone.

C’è chi sostiene che i social media abbiano allargato la nostra rete di amicizie, e chi, invece, li ritiene responsabili della fine dei rapporti umani veri.

Per questa seconda corrente di pensiero i social media ci hanno reso in definitiva più soli. Ma è davvero così?

Anni di ricerche scientifiche ci hanno insegnato che in molti casi, ma non tutti, il senso di solitudine è provocato dalla mancanza di tre ingredienti: senso di appartenenza, supporto emotivo e sociale, intelligenza emotiva e sociale. Di cosa si tratta? E soprattutto, sono ingredienti che vendono anche online?

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Senso di appartenenza

Ci si sente meno soli quando si appartiene a una comunità (di qualsiasi tipo e ampiezza).

Si condividono valori e obiettivi, si percepiscono confini entro i quali ci si sente sicuri, fiduciosi e solidali.

Quando ci si sente presi in considerazione, ascoltati e stimati. Ripagati (non in termini economici) e appagati per aver dato il proprio contributo.

Quando le memorie dei momenti più duri o più belli diventano collanti emotivi. Quando anche l’identità viene forgiata e l’io solitario si trasforma in noi.

Supporto emotivo e sociale

Ci si sente meno soli quando si sa di poter contare sul sostegno di un’altra persona.

Esistono quattro tipi di supporto emotivo e sociale che possiamo dare o ricevere: il supporto emotivo in senso stretto implica sentimenti di cura, affetto, fiducia e rispetto; il supporto strumentale riguarda le situazioni in cui si mettono a disposizione degli altri i propri beni o il proprio tempo, ad esempio quando si presta la macchina a un amico, o lo si aiuta durante un trasloco; il supporto informativo consiste nel dare informazioni utili o consigli; e infine il supporto alla valutazione si da attraverso feedback che permettono all’altra persona di auto-valutarsi (attraverso gli altri conosciamo e valutiamo anche noi stessi).

Intelligenza emotiva e sociale

Ci si sente meno soli se si ha intelligenza emotiva e sociale.

Questa forma di intelligenza può essere pensata come una scaletta con cinque gradini. Più si sale, più si riesce a vedere e capire.

Per raggiungere il livello più alto non si possono saltare gli step, ma vanno percorsi uno ad uno.

  • Autoconsapevolezza: ci si sente meno soli se prima di tutto si è con sé stessi, se si riconoscono le proprie emozioni e gli effetti che provocano, i punti di forza e debolezza, i limiti e le capacità, i desideri e le aspirazioni.
  • Autoregolazione: ci si sente meno soli se si possono stabilire relazioni sane con gli altri, quindi se si ha il controllo delle proprie emozioni, soprattutto quelle negative, se si mantengono standard di onestà e integrità morale, se ci si assume la responsabilità delle proprie azioni.
  • Motivazione: ci si sente meno soli se si fortificano le proprie ossa, se ci si impegna per migliorarsi e raggiungere standard di eccellenza, se si colgono le opportunità e si persiste nei propri obiettivi nonostante le difficoltà.
  • Empatia: ci si sente meno soli se ci si mette nei panni degli altri, si comprendono le loro emozioni, i punti di vista e i vissuti.
  • Social Skills: ci si sente meno soli se si comunica con gli altri nel modo giusto, se si ascolta apertamente e se i disaccordi vengono risolti nel rispetto delle opinioni di tutti, se si lavora insieme verso obiettivi e ideali comuni.

Se le interazioni sui social media riescano o meno a soddisfare questi criteri è qualcosa che ognuno di noi può valutare nella propria e intima consapevolezza di sé.

E se nonostante le ore spese a interagire sui social network ci si sente comunque un po’ soli, forse è il caso di alzare gli occhi dallo schermo e guardarsi intorno.

di -
Narcisismo e Nuove Generazioni

Negli ultimi dieci anni, la generazione dei millennial, orientativamente i nati dal 1980 al 2000, è stata rappresentata come eccezionalmente egocentrica e narcisista.

La me, me, me Generation come l’hanno definita in molti.

Secondo il Dott. Joshua Grubbs, candidato al dottorato in psicologia clinica alla Case Western Reserve University, questa è la prima generazione a cui viene detto in maniera frequente ed esplicita di essere narcisista ed è importante cominciare a interrogarsi, spiega Grubbs, sugli effetti che ciò avrà nel tempo sulla salute mentale dei millennial e sugli atteggiamenti che essi hanno verso sé stessi e l’intera generazione.

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Le ricerche del Dott. Grubbs sono volte a misurare le caratteristiche e gli effetti del fenomeno, che finora è stato approcciato in maniera aneddotica, assumendo come prove di un maggiore narcisismo i comportamenti egocentrici di alcuni giovani sui social media, quale ad esempio la pubblicazione di selfie, (autoscatto di sé realizzato per essere condiviso su piattaforme social).

I primi risultati delle ricerche di Grubbs, presentati al congresso annuale della Society for Personality and Social Psychology a San Diego, mostrano che generalmente i millennial riconoscono di essere una generazione più narcisista delle precedenti, ma anche di provare emozioni fortemente negative quando vengono etichettati come tali.

Il narcisismo è associato ad atteggiamenti di arroganza, egocentrismo e vanità. Rispetto alle generazioni precedenti i millennial provano più rabbia, frustrazione e tristezza quando vengono descritti come narcisisti.

Le ricerche di Grubbs forniscono uno spaccato anche su quello che le generazioni precedenti pensano a riguardo.

I “grandi” ritengono fondata l’ammissione dei millennial di essere una generazione ossessionata dal sé, ma pensano che il loro narcisismo vada ben oltre ciò che sono disposti ad ammettere e, talvolta, ciò di cui sono consapevoli.

Ovviamente questo non vuol dire che ogni millennial sia narcisista – ha commentato il dott. Grubbs, lui stesso millennial – ma che mediamente la mia generazione è più narcisista delle precedenti.

I risultati della ricerca fanno emergere anche una distinzione chiave: quelli che possono sembrare segni di narcisismo o egocentrismo per una persona, possono essere interpretati da qualcun altro come segni di individualismo – un tratto considerato positivo dai millennial.

Le ricerche del dott. Grubbs aprono le porte a un interessante filone di studi sul narcisismo, che monitorerà le differenze generazionali e l’impatto che le nuove forme di comunicazione e i contenuti da queste veicolati avranno sugli individui e la società.

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