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sonno

S come sonno

Sappiamo che dormire è un bisogno irrinunciabile, abbiamo bisogno di riposare riducendo le attività metaboliche e alterando quelle cerebrali e che i processi di memoria sono consolidati durante il sonno ad onde lente.

La scienza ha dimostrato che il sonno non è uno stato di inattività, non è tempo perso ma una condizione durante la quale facciamo tante cose, il cervello lavora.

Il sonno occupa circa un terzo della nostra vita ma non si è ancora capito però con certezza quale sia la sua complessa funzione biologica. Non si è scoperto perché dormiamo.

Secondo alcune teorie con il sonno si consolidano le connessioni neurali, per altri studi invece si indeboliscono, favorendo così la flessibilità del cervello.

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Sonno è benessere

Si è visto che il debito di sonno protratto comporta alterazioni psichiche, cognitive e fisiche importanti.

Le notti bianche – risultato di un intreccio di fattori biologici, psicologici e comportamentali – ci espongono ad un rischio maggiore di incidenti ed errori di giudizio, ci rendono più sensibili al dolore e insofferenti agli altri. Anche meno produttivi.

La mancanza totale di sonno può fare impazzire.

Un lavoro recente ha scoperto che non dormire anche solo per una notte comporta l’aumento di concentrazione di due molecole che si trovano nel sangue a seguito di un danno cerebrale.

I disturbi del sonno sembrano inoltre precedere e prevedere la depressione mentre i risvegli notturni ripetuti risultano correlati a stati d’animo negativi.

La scienza ha anche più volte rilevato che il sonno migliora la capacità di trovare soluzioni innovative ai problemi.

Dormendo diventiamo più creativi. In particolare il cosiddetto sonno R.E.M.,caratterizzato da sogni intensi e movimenti oculari ritmici, migliora il processo creativo più di ogni altro stato di sonno e di veglia.

Già di sera, quando siamo stanchi, comincia ad annebbiarsi la corteccia frontale, una specifica area del cervello che si occupa di attenzione, pianificazione, elaborazione e ordinamento delle informazioni.

E allora si fanno avanti altre aree, libere di proporre cose nuove, diverse. In questi momenti, ma soprattutto dormendo, siamo dunque più creativi, innovativi, originali.

Di studi sul sonno negli ultimi decenni, ne sono iniziati moltissimi, ma rimangono ancora molte incognite su questa misteriosa e affascinante funzione biologica.

Dal punto di vista psicologico dormire è un momento per connettersi con le proprie profondità. Per rivolgersi a se stessi, visto che durante la vita ad occhi aperti non sempre lo facciamo.

Un modo naturale per disconnettersi da ciò che ci circonda. Per fuggire talvolta una realtà complicata e dolorosa.

Abbandonati, indifesi, quando ci stendiamo nel letto ci ritiriamo dalla vita reale, ci avventuriamo in una dimensione del tutto diversa, privi di resistenze e controllo. I sogni sono preziosi e affascinanti messaggi provenienti dal nostro inconscio.

L’insonnia e i disturbi del sonno

La crescita dei disturbi, l’aumento dell’utilizzo di farmaci ipnotici e ansiolitici, la nascita di centri specializzati, rivelano però sempre più difficoltà a dormire.

Secondo alcune stime l’insonnia interessa circa un italiano su cinque.

Il buon sonno rientra nella lista del proprio benessere ma si tenta di manipolarlo, scollandolo dai significati psichici che porta con sé.

Si crede sia necessario chiudere gli occhi e riposare a tutti i costi ma invece non succede niente se alcune notti non ci riusciamo. A volte risultiamo solo troppo attivi, iper-stimolati, eccitati.

Preoccupati, non riusciamo a far dormire le nostre inquietudini. Oppure incapaci di allentare il controllo, non riusciamo a lasciarci andare, a galleggiare nelle acque scure della nostra interiorità, navigare verso se stessi.

In alcuni casi è complicato invece il risveglio, il momento del rientro alla realtà.

Quando passiamo al mondo del sonno abbandoniamo una dimensione conosciuta per entrare in un’altra, senza contorni, popolata di immagini misteriose e stravaganti. In modo estremo identificata con la morte.

Addentandoci nel sonno realizziamo un distacco da noi stessi. Lasciamo per un po’ i riferimenti, non a caso abbiamo dei rituali al momento di andare a letto, necessari per sentirci sicuri, per rendere presente e disponibile al risveglio il nostro mondo reale.

Ma non abbiamo un interruttore veglia-sonno. La nostra vita psichica si svolge tra stati di coscienza diversi e non passiamo dall’uno all’altro con la stessa disinvoltura.

Inoltre il sonno, oltre all’orologio biologico, si assesta anche sulla nostra realtà psicologica. Per questo darlo per scontato o pretenderlo a tutti i costi non ha molto senso.

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Il sonno: un viaggio nella nostra dimensione solitaria

Buonanotte. Adesso ti lascio. Chiudo gli occhi, posso tenerti con me ripensandoti.

Ma per poco. Ti devo lasciare. Sto per entrare in una dimensione solitaria dove non puoi stare.

Mi immergo nel buio, me ne vado per la notte, abbandonando anche un po’ di me, quella parte diurna che funziona nella razionalità, nella lucidità, che si aggrappa agli orari, agli impegni, ai programmi.

Che si muove alla luce, tesa verso qualcosa o qualcuno.

Adesso sono sola, scivolo nella parte più profonda di me. Quella senza forma e perimetro, che fluttua nel fondo.

Ti può interessare anche: Perché dormire di più ci aiuta a perdere peso?

Il sonno come distacco

E penso che ogni sera tutti noi, addormentandoci, rinnoviamo un distacco. Da ciò che amiamo, dalla nostra vita.

Facciamo la prova ad allontanarci dai nostri riferimenti, per perdere la presenza degli altri. Ci alleniamo a separarci.

Chissà se chi ha difficoltà a trovare sonno abbia solo paura di staccarsi e se i più piccoli faticano ad addormentarsi perché avvertono qualcosa di potente e profondo ancora ingestibile per loro.

I distacchi, le perdite, le separazioni segnano inesorabilmente la nostra vita e sono le esperienze più impegnative che siamo chiamati a compiere. Anche le più dolorose.

Perdiamo chi amiamo, oppure siamo noi ad essere abbandonati, facciamo andare via, cambiamo.

Non ci allontaniamo solo dagli altri ma anche da parti di noi stessi, dai nostri desideri, dalle illusioni.

Da ciò che ci apparteneva in altri momenti, da come eravamo, da quello che pensavamo, avremmo voluto o cercavamo di diventare.

Elaborare i cambiamenti

E ogni volta dobbiamo elaborare questi cambiamenti. In alcuni casi siamo pronti a lasciare e ad essere lasciati, e allora ci emancipiamo, cresciamo un po’.

Ma se non lo siamo, il costo della perdita diventa pesante. Come quando qualcuno se ne va troppo presto e ci lascia indifesi, impauriti, impreparati, anche da adulti.

E’ difficile rivoltare al positivo questa esperienza, immaginare ciò che possiamo acquisire da queste mancanze.

Certe separazioni possono metterci in pericolo. Soprattutto quelle che riguardano le età precoci, i primi attaccamenti.

Quando a mancare – in senso psicologico – sono le figure più significative, quelle dalle quali dipendiamo e alle quali ci attacchiamo, possiamo crescere pensando di non trovare nessuno che possa amarci veramente.

Questa assenza può diventare un gigante vuoto in grado di oscurare tutte le relazioni, quella con i figli, con il partner, con gli amici, con i colleghi.

Un’esperienza che porta ad attaccarsi disperatamente agli altri, avanzando richieste sproporzionate, diventando furiosi se non vengono soddisfatte.

Quando siamo segnati da un distacco precoce viviamo aspettando di essere delusi e ci comportiamo in modo da esserlo, tirandoci addosso quello di cui abbiamo paura.

Per poi sentirci impotenti e soli, disperati e arrabbiati. Disabitati nella nostra interiorità. Così come capita a volte di sentirsi quando siamo svegli nella notte.

La paura del distacco può anche travestirsi di autosufficienza, di ostentata sicurezza.

Per difendersi dal dolore della separazione, per non subire, per non mettere a rischio la nostra sopravvivenza e non dipendere da nessuno, non investiamo, non chiediamo nulla.

Non ci leghiamo per non doverci poi sciogliere.

Il sonno ci sottrae momentaneamente da ogni relazione con il mondo esterno, riconducendoci a noi. Ci ricorda il nostro destino.

Smuove un’ansia da separazione che per ognuno è diversa, condizionata da come percepiamo la distanza, da quanto siamo preparati, dalle risorse di cui disponiamo, dalla nostra storia di perdita e amore.

Nell’attesa del risveglio

Ora io lo so che domattina aprirò gli occhi e ritroverò quello che ho lasciato. Sarà tutto al proprio posto. Rintraccerò il filo della mia continuità. Anche tu ci sarai di nuovo.

Però so anche che i distacchi, oltre ad essere inevitabili, sono necessari.

Perché siamo predisposti a dover lasciare per crescere. Dividerci per diventare autonomi. Sciogliere legami profondi per individuarci.

Separarci emotivamente da chi è stato parte di noi, con cui un tempo siamo stati fusi per poi fare da soli, pensarci distinti, riconoscere i nostri confini.

Dobbiamo imparare a staccarci dai nostri genitori, a rimanere distinti nella coppia, a lasciar andare via i figli e accettare che loro ci lascino. Ad adattarci alla fine di legami significativi, amicizie importanti.

Alcuni strappi sono dolorosi ma essenziali per crescere e confrontarci con la realtà. Iniziando con il distacco dal corpo di nostra madre quando nasciamo per poi avventurarci in un percorso a stadi diversi.

Questa notte, come ogni altra notte, mi confronterò con questa inquietudine, con la paura di smarrire ciò che amo.

E cercherò di collegare le perdite con ciò che da esse posso acquisire. La scoperta di potercela fare da sola, ad esempio.

Perché è vero che tendiamo a ripetere gli stessi modelli, che i distacchi dolorosi del passato possono condizionare il modo in cui entriamo, stiamo e usciamo dalle relazioni, ma abbiamo anche un struttura flessibile, aperta al cambiamento.

Possiamo rimescolarci e correggerci, rovesciare quello che la vita ha deciso per noi, ritrovare noi stessi nelle separazioni. Trasformarci rinunciando a riparo e sicurezza.

Adesso mi scollego da tutto, ti perdo per queste ore. E sento che il percorso per separarmi da te è ancora lungo, ho bisogno di molte notti per essere pronta a lasciarti per sempre.

Stanotte mi addormento aspettando di darti il buongiorno.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Il sonno: un viaggio nella nostra dimensione solitaria

Buonanotte. Adesso ti lascio. Chiudo gli occhi, posso tenerti con me ripensandoti.

Ma per poco. Ti devo lasciare. Sto per entrare in una dimensione solitaria dove non puoi stare.

Mi immergo nel buio, me ne vado per la notte, abbandonando anche un po’ di me, quella parte diurna che funziona nella razionalità, nella lucidità, che si aggrappa agli orari, agli impegni, ai programmi.

Che si muove alla luce, tesa verso qualcosa o qualcuno.

Adesso sono sola, scivolo nella parte più profonda di me. Quella senza forma e perimetro, che fluttua nel fondo.

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Il sonno come distacco

E penso che ogni sera tutti noi, addormentandoci, rinnoviamo un distacco. Da ciò che amiamo, dalla nostra vita.

Facciamo la prova ad allontanarci dai nostri riferimenti, per perdere la presenza degli altri. Ci alleniamo a separarci.

Chissà se chi ha difficoltà a trovare sonno abbia solo paura di staccarsi e se i più piccoli faticano ad addormentarsi perché avvertono qualcosa di potente e profondo ancora ingestibile per loro.

I distacchi, le perdite, le separazioni segnano inesorabilmente la nostra vita e sono le esperienze più impegnative che siamo chiamati a compiere. Anche le più dolorose.

Perdiamo chi amiamo, oppure siamo noi ad essere abbandonati, facciamo andare via, cambiamo.

Non ci allontaniamo solo dagli altri ma anche da parti di noi stessi, dai nostri desideri, dalle illusioni.

Da ciò che ci apparteneva in altri momenti, da come eravamo, da quello che pensavamo, avremmo voluto o cercavamo di diventare.

Elaborare i cambiamenti

E ogni volta dobbiamo elaborare questi cambiamenti. In alcuni casi siamo pronti a lasciare e ad essere lasciati, e allora ci emancipiamo, cresciamo un po’.

Ma se non lo siamo, il costo della perdita diventa pesante. Come quando qualcuno se ne va troppo presto e ci lascia indifesi, impauriti, impreparati, anche da adulti.

E’ difficile rivoltare al positivo questa esperienza, immaginare ciò che possiamo acquisire da queste mancanze.

Certe separazioni possono metterci in pericolo. Soprattutto quelle che riguardano le età precoci, i primi attaccamenti.

Quando a mancare – in senso psicologico – sono le figure più significative, quelle dalle quali dipendiamo e alle quali ci attacchiamo, possiamo crescere pensando di non trovare nessuno che possa amarci veramente.

Questa assenza può diventare un gigante vuoto in grado di oscurare tutte le relazioni, quella con i figli, con il partner, con gli amici, con i colleghi.

Un’esperienza che porta ad attaccarsi disperatamente agli altri, avanzando richieste sproporzionate, diventando furiosi se non vengono soddisfatte.

Quando siamo segnati da un distacco precoce viviamo aspettando di essere delusi e ci comportiamo in modo da esserlo, tirandoci addosso quello di cui abbiamo paura.

Per poi sentirci impotenti e soli, disperati e arrabbiati. Disabitati nella nostra interiorità. Così come capita a volte di sentirsi quando siamo svegli nella notte.

La paura del distacco può anche travestirsi di autosufficienza, di ostentata sicurezza.

Per difendersi dal dolore della separazione, per non subire, per non mettere a rischio la nostra sopravvivenza e non dipendere da nessuno, non investiamo, non chiediamo nulla.

Non ci leghiamo per non doverci poi sciogliere.

Il sonno ci sottrae momentaneamente da ogni relazione con il mondo esterno, riconducendoci a noi. Ci ricorda il nostro destino.

Smuove un’ansia da separazione che per ognuno è diversa, condizionata da come percepiamo la distanza, da quanto siamo preparati, dalle risorse di cui disponiamo, dalla nostra storia di perdita e amore.

Nell’attesa del risveglio

Ora io lo so che domattina aprirò gli occhi e ritroverò quello che ho lasciato. Sarà tutto al proprio posto. Rintraccerò il filo della mia continuità. Anche tu ci sarai di nuovo.

Però so anche che i distacchi, oltre ad essere inevitabili, sono necessari.

Perché siamo predisposti a dover lasciare per crescere. Dividerci per diventare autonomi. Sciogliere legami profondi per individuarci.

Separarci emotivamente da chi è stato parte di noi, con cui un tempo siamo stati fusi per poi fare da soli, pensarci distinti, riconoscere i nostri confini.

Dobbiamo imparare a staccarci dai nostri genitori, a rimanere distinti nella coppia, a lasciar andare via i figli e accettare che loro ci lascino. Ad adattarci alla fine di legami significativi, amicizie importanti.

Alcuni strappi sono dolorosi ma essenziali per crescere e confrontarci con la realtà. Iniziando con il distacco dal corpo di nostra madre quando nasciamo per poi avventurarci in un percorso a stadi diversi.

Questa notte, come ogni altra notte, mi confronterò con questa inquietudine, con la paura di smarrire ciò che amo.

E cercherò di collegare le perdite con ciò che da esse posso acquisire. La scoperta di potercela fare da sola, ad esempio.

Perché è vero che tendiamo a ripetere gli stessi modelli, che i distacchi dolorosi del passato possono condizionare il modo in cui entriamo, stiamo e usciamo dalle relazioni, ma abbiamo anche un struttura flessibile, aperta al cambiamento.

Possiamo rimescolarci e correggerci, rovesciare quello che la vita ha deciso per noi, ritrovare noi stessi nelle separazioni. Trasformarci rinunciando a riparo e sicurezza.

Adesso mi scollego da tutto, ti perdo per queste ore. E sento che il percorso per separarmi da te è ancora lungo, ho bisogno di molte notti per essere pronta a lasciarti per sempre.

Stanotte mi addormento aspettando di darti il buongiorno.

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La caffeina ci rende più onesti?

In una ricerca scientifica recentemente condotta negli Stati Uniti da due psicologi, il Prof. Michael Christian della University of North Carolina e il Prof. Aleksander Ellis della University of Arizona, è stato scoperto che la deprivazione di sonno durante la notte rende più probabili i comportamenti poco onesti il giorno successivo e che tali effetti negativi possono essere in parte limitati con l’assunzione di caffeina.

Alcuni studi precedenti avevano già messo in evidenza che la deprivazione di sonno fa aumentare la presenza di adenosina, una molecola con funzioni di neuromodulatore, in diverse aree del cervello.

Quando si dorme meno di 6 ore i livelli di adenosina aumentano e livelli alti di adenosina fanno diminuire l’attività delle cellule cerebrali.

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Lo studio su adenosina e caffeina

Nell’esperimento di Michael Christian e Aleksander Ellis è stato messo a confronto il comportamento di due gruppi di persone, costituiti ciascuno da 100 studenti universitari che si erano offerti come volontari per partecipare all’esperimento.

Al primo gruppo di persone era stato consentito di dormire normalmente la notte prima dell’esperimento.

Al secondo gruppo di persone invece era stato impedito di dormire (le persone del secondo gruppo avevano passato la notte guardando la televisione).

L’esperimento consisteva nel mettere i due gruppi di fronte a scelte in cui potevano comportarsi sia in maniera onesta sia in maniera disonesta.

I risultati dell’esperimento hanno mostrato che il gruppo di persone che non aveva dormito si comportava in maniera meno onesta rispetto al gruppo di persone che invece aveva dormito.

Ad un piccolo sottogruppo di persone del gruppo che non aveva dormito gli sperimentatori avevano però fatto masticare, durante l’esperimento, un chewing gum a base di caffeina, corrispondente a due tazzine di caffè.

La caffeina ci rende più onesti?

È emerso che il sottogruppo di persone che aveva assunto la caffeina si comportava in maniera più onesta rispetto a chi non aveva assunto la caffeina.

Uno degli effetti neurofisiologici della caffeina è proprio quello di bloccare i recettori dell’adenosina nel cervello.

Secondo gli sperimentatori, i risultati della loro ricerca mostrano che la deprivazione di sonno tende ad allentare i comportamenti morali e che l’assunzione di caffeina può in parte attenuare tali effetti negativi.

Anche nei luoghi di lavoro, secondo i prof. Michael Christian e Aleksander Ellis i dipendenti che la notte prima hanno dormito poco potrebbero avere maggiori probabilità di mettere in atto comportamenti disonesti rispetto ai dipendenti che invece la notte prima hanno dormito almeno 6 ore e anche nei luoghi di lavoro bere qualche caffè potrebbe ridurre gli effetti negativi della deprivazione sensoriale.

Naturalmente, nel lungo termine, la caffeina non può essere la soluzione per i problemi derivanti dal dormire poco: dormire ogni notte un sufficiente numero di ore è importante per mantenersi in salute fisica e mentale.

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Perché dormire di più ci aiuta a perdere peso?

Si sa, non è semplice resistere alla bontà di una barretta di cioccolato fondente o alla croccantezza delle chips appena spacchettate e, a meno che non si voglia perdere qualche chilo di troppo, non è nemmeno indispensabile.

Ma se l’intenzione fosse proprio quella di ridurne il consumo per motivi estetici o di salute, una ricerca appena condotta alla University of Chicago ci spiega perché dormire di più può aiutarci a perdere peso.

Potremmo quindi prendere due piccioni con una fava: riposare di più  e dimagrire!

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Sonno ed alimentazione: lo studio

Lo studio, pubblicato il mese scorso sulla rivista scientifica SLEEP, ha spiegato il perché della relazione fra le ore di sonno notturno e la sensazione di fame durante la giornata.

Si sa da tempo che la deprivazione del sonno è associata a una maggiore assunzione di cibo, alla scelta di cibi maggiormente calorici e conseguentemente all’aumento di peso, ma non si sapeva ancora in che modo il processo venisse innescato.

Erin Hanlon, ricercatore di endocrinologia, diabete e metabolismo presso l’Università di Chicago, e il suo team hanno monitorato la sensazione di fame, le scelte alimentari e i livelli di alcuni trasmettitori chimici di 14 soggetti volontari (giovani uomini e donne in perfetta salute) in due periodi diversi: uno in cui i soggetti venivano lasciati dormire circa 4 ore a notte e un altro in cui dormivano mediamente 8 ore.

Perché dormire di più ci aiuta a perdere peso?

I risultati hanno mostrato che, data ai soggetti la disponibilità di cibi diversi da consumare, nei giorni in cui avevano alle spalle solo 4 ore di sonno sceglievano alimenti del 50% più calorici e assumevano in media 300 calorie in più durante l’arco della giornata.

La spiegazione del fenomeno ci arriva dall’analisi dei livelli di endocannabinoide2-arachidonoilglicerolo (2-AG), un mediatore lipidico responsabile dell’appetito e della sensazione di piacere associata al cibo.

I livelli di 2-AG sono solitamente molto bassi la notte e aumentano gradualmente durante il giorno raggiungendo il picco intorno alle 12:30 per poi decrescere nuovamente.

Nei periodi in cui i soggetti dormivano 4 ore a notte, si registravano livelli di 2-AG del 33% più alti rispetto ai periodi in cui dormivano 8 ore.

Inoltre, il picco di 2-AG veniva raggiunto mediamente 2 ore più tardi e il livello rimaneva alto fino alle 21:00 circa.

I soggetti, pertanto, avvertivano un senso di fame maggiore ed erano maggiormente inclini a fare spuntini gustosi e molto calorici anche dopo poco tempo dal pranzo e durante tutto il pomeriggio e la sera.

Il numero di spuntini e l’assunzione giornaliera di calorie diminuiva negli stessi soggetti nei giorni in cui dormivano regolarmente.

La ricerca mostra quindi come la perdita di sonno possa accrescere l’aspetto edonistico dell’assunzione di cibo e condurre a lungo andare ad un aumento di peso.

Ovviamente esistono molti altri fattori che incidono sul comportamento alimentare e sull’aumento di peso, ma come ci spiega il dott. Hanlon: lo studio, nonostante alcuni limiti, ci dice che se hai una barretta di cioccolato in tasca, e hai dormito abbastanza, è più probabile che tu riesca a resisterle!.

Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

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La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

Brunella Gasperini per Psicologia24

Cosleeping: la nanna nel lettone

C’è un momento particolare nella nostra giornata, delicato e intimo, in cui ci sentiamo più vulnerabili. Quello della sera, quando stiamo per addormentarci e prendiamo distacco dal mondo reale.

In cui è necessario allentare il controllo, abbandonarci al nulla per avventurarci in una dimensione senza contorni. Un passaggio non sempre disinvolto. Entrare e rimanere nel sonno può risultare complicato.

Ed è così anche per i più piccoli. Il momento della nanna è impegnativo, spesso faticoso.

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La nanna dei neonati

Si tratta di un distacco difficile da gestire, durante il quale sono più forti i bisogni di contenimento, rassicurazione, protezione, contatto.

Soprattutto per il neonato che vive una forte dipendenza materna. Non c’è niente di automatico e naturale per i più piccoli nel calmarsi da soli, addormentarsi in un lettino senza nessuno e dormire molte ore di seguito.

Il loro modello di sonno è diverso dal nostro, nei primi mesi dormono per periodi più brevi intervallati da piccole veglie, hanno più cicli REM.

Ma soprattutto la vita psichica non ha interruttori on-off e la genitorialità non ha sconti notturni.

Il mito del lettino da solo ad ogni costo è una costruzione culturale di una società a cui piace spingere l’indipendenza precoce, l’efficienza e la solitudine.

Che riconosce i bisogni di contatto, vicinanza, intimità alla coppia ma non al cucciolo, nel letto.

Trascura che per diventare autonomi è necessario passare da un’infanzia di accettazione, accudimento, contenimento, dipendenza.

Che più si ha modo di sperimentare queste condizioni, meglio ci equipaggiamo di strumenti emotivi necessari per emanciparsi, svincolarsi, rendersi indipendenti. Che è importante consolare, accogliere e coccolare il nostro cucciolo per un attaccamento sicuro, di giorno come di notte.

Lasciarlo solo forzatamente per la nanna – come alcune pratiche di addormentamento repressive, militari e dannose propongono, – può essere angosciante, provocare ansie e paure.

Le ideologie culturali e i valori condivisi occidentali si preoccupano più di ciò che vogliamo che i bambini diventino piuttosto che capire chi sono veramente e di cosa hanno bisogno – osserva il Dottor James McKenna, professore di antropologia e direttore del Laboratorio di Ricerca sul Sonno Materno-infantile dell’Università di Notre Dame negli Stati Uniti, esperto di fama mondiale per gli studi sul sonno condiviso in relazione all’allattamento.

Grazie al suo accurato lavoro la nanna nel lettone è stata rivalutata dal punto di vista scientifico.

I vantaggi del cosleeping

Numerose evidenze sono infatti a favore del sonno condiviso:

  • è più sicuro che lasciare dormire il neonato da solo. Se praticato secondo le dovute norme di sicurezza, statisticamente diminuisce il rischio di mortalità infantile tra cui la sindrome di morte improvvisa del lattante (SIDS).
  • i piccoli dormono più tranquillamente con indici fisiologici stabili – temperatura, ritmo cardiaco, respirazione, livelli dell’ormone dello stress – e si svegliano e piangono meno frequentemente durante la notte. Madre e bambino che dormono insieme sono fisiologicamente sincronizzati: movimenti e respirazione di uno influenzano l’altro.
  • è correlato ad una maggiore autostima e indipendenza, minore ansia, riduzione delle paure notturne. Anche meno problemi psichiatrici.
  • facilita l’allattamento al seno e il sonno della mamma, rendendo più agevoli le diverse poppate notturne.
  • aumenta la produzione di ossitocina, l’ormone della felicità.
  • insieme all’allattamento al seno senza restrizioni, è una condotta coerente con le teorie dell’attaccamento sicuro.

E poi realizza quella vicinanza, quell’intimità che fa bene a tutti, compresi i genitori.

Il sonno infantile solitario del resto è una pratica occidentale relativamente giovane. In tempi passati era normale dormire tutti insieme. E oggi continua ad esserlo in molte altre culture.

Secondo studi antropologici, il cosleeping (termine inglese per indicare il sonno condiviso) è la norma culturale della maggioranza della popolazione mondiale.

Più della metà dei bambini nelle varie culture dorme nella stessa stanza o nel letto dei genitori. In Giappone succede solitamente fino all’adolescenza, ad esempio.

Addormentarsi nel letto con mamma e papà non è necessario per crescere bene, non esistono regole o ricette, si tratta semplicemente di una scelta, un’opportunità. Che deve però liberarsi di connotazioni insensate e mitologiche.

Il cosleeping non è pericoloso, non è un rimedio per disturbi del sonno. Le famiglie che scelgono di condividere il letto, così come si fa per la tavola da pranzo, non sono iperprotettive, promiscue o disturbate.

Non danneggiano la crescita dei loro figli dal punto di vista cognitivo, sociale o comportamentale, come indica la scienza. Le ricerche dicono che tra i cinque e i dieci anni comunque tutti imparano a dormire da soli. Nessun dato ha mai confermato invece che lasciar piangere i bambini nel letto faccia loro bene.

E la realtà notturna delle camere da letto alla fine è più confusa di quanto si pensi.

Non sono rare situazioni di cosleeping part time, con bimbi che arrivano nel lettone alle tre di notte, papà usurpati del loro posto, intrecci di corpi sotto le lenzuola.

Perché ci si cerca anche di notte e quando le nostre difese sono abbassate siamo per fortuna più propensi a fare spazio all’altro, nonostante il giorno si creda che ognuno debba stare al proprio posto.

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