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Quando ci vuole, ci vuole! - La rabbia come fonte di benessere

Ci insegnano fin da bambini ad essere buoni e pacati, perché dare sfogo alla rabbia è qualcosa di sbagliato.

Qualche bambino, crescendo, diventa talmente bravo da imparare perfino a soffocarla. A lasciar perdere.

Tuttavia, la rabbia è una delle emozioni fondamentali degli esseri umani e per quanto possa sembrare controintuitivo è perfino funzionale al nostro benessere.

Alcuni recenti studi, fra cui quello condotto dal Dott. Miguel Kazen e i suoi colleghi della Università di Osnabrück in Germania, dimostrano che esprimere la rabbia abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone prodotto dal corpo durante i periodi di forte stress.

La rabbia, quindi, riduce i potenziali effetti negativi dello stress.

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Perché la rabbia ci fa bene

Probabilmente ciò è dovuto al fatto che la rabbia causa un incremento di attività in alcune aree del cervello, fra cui la corteccia cingolata anteriore e la corteccia frontale dell’emisfero sinistro.

Queste aree del cervello hanno a che fare con la motivazione ed il comportamento e sono presenti in entrambi gli emisferi, ma con ruoli diversi: l’attivazione di queste aree nell’emisfero destro produce reazioni di fuga ed evitamento, mentre la loro attivazione nell’emisfero sinistro produce reazioni di attacco (non necessariamente un attacco in senso fisico, piuttosto un attacco al problema, cioè la predisposizione a tentare di risolverlo).

È come se la rabbia ci dicesse questa situazione non va bene! Trova una soluzione e agisci!

Addirittura, alcuni studi hanno evidenziato che provare rabbia rende le persone un po’ più ottimiste; in questo modo i pericoli anziché essere temuti vengono affrontati con più coraggio.

L’approccio opposto, quello che ci porta a non affrontare di petto il problema, non porta a nessuna soluzione, così il problema potrebbe continuare a persistere anche per lunghi periodi, finendo per procurarci ansia e stress.

Inoltre, in alcuni casi sopprimere la rabbia, o i suoi potenziali sfoghi, si traduce in comportamenti passivo-aggressivi, cioè in atteggiamenti ostili non apertamente dichiarati.

Attenzione però a non confondere la rabbia con l’aggressività: la prima è un’emozione, la seconda una modalità di agire.

Considerato lo stadio evolutivo della specie umana per cui non dobbiamo più litigare per un pezzo di carne o di terra (almeno così si spera!), è consigliabile tenere a bada la seconda!

Ascoltare la propria rabbia, quindi, non vuol dire necessariamente comportarsi in maniera aggressiva. La si può e la si deve esprimere senza prevaricare l’altro.

Per tornare all’educazione dei bambini, quindi, bisognerebbe educarli al riconoscimento delle proprie emozioni, fra le quali appunto la rabbia, e all’espressione delle stesse tramite comportamenti adeguati.

Mindfulness: ridurre lo stress e migliorare il benessere psicofisico

Secondo la definizione di Jon Kabat-Zinn, professore di psicologia presso il Medical Center dell’Università del Massachusetts, Mindfulness significa porre attenzione all’esperienza del momento in maniera intenzionale e non giudicante.

Praticare la Mindfulness significa quindi concentrarsi sull’esperienza che si sta vivendo in quel preciso momento, con un atteggiamento di apertura e accettazione, e porsi in uno stato di consapevolezza costante e profonda.

Gli studi condotti dal Prof. Kabat-Zinn e successivamente da altri psicologi hanno consentito di rilevare le basi biologiche, neurofisiologiche e psicologiche degli stati di Mindfulness e di mettere a punto tecniche per la riduzione dello stress e per il miglioramento del benessere psicofisico.

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Tipologie di intervento

Gli interventi terapeutici basati su questo approccio sono essenzialmente due: la Mindfulness-Based Stress Reduction e la Mindfulness-Based Cognitive Therapy, ma altre tecniche vengono utilizzate anche all’interno di altre psicoterapie di orientamento cognitivo (o cognitivo comportamentale) come, ad esempio, la psicoterapia dialettico-comportamentale.

L’addestramento alla Mindfulness consente di acquisire la capacità di focalizzare ed estendere a più stimoli, sia interni sia esterni, la cosiddetta oggettività della percezione. Conseguentemente quindi di vivere le esperienze momento per momento senza inquinarle con stati emotivi determinati da condizionamenti passati e senza distorcerle con ruminazioni mentali e pensieri invadenti.

Alcune ricerche empiriche hanno dimostrato l’efficacia degli interventi di Mindfulness-Based Stress Reduction in individui che manifestavano stress cronico, dolore cronico e malattie croniche.

L’efficacia è consistita soprattutto nella riduzione dei sintomi fisici e psicologici e nei cambiamenti positivi (anche profondi) sia nei comportamenti sia nella percezione di sé e degli altri.

Altre ricerche empiriche hanno dimostrato l’efficacia della Mindfulness-Based Cognitive Therapy per alcune forme di depressione e per i disturbi d’ansia.

Ulteriori ricerche empiriche sono comunque necessarie per capire con esattezza per quali disturbi psicologici i trattamenti basati sulla Mindfulness possono essere preferibili ad altri trattamenti e per comprendere più approfonditamente le basi neurofisiologiche e cognitive delle effetti benefici di tale tecnica.

Ad ogni modo, la Mindfuless può utilmente essere applicata non solo in contesti terapeutici e psicoterapeutici, ma anche in altri contesti, come ad esempio quello scolastico e quello lavorativo.

 

Una nuova tecnica per il trattamento di fobie, ricordi dolorosi e disturbo post-traumatico da stress

La prestigiosa e importante rivista scientifica Nature ha di recente avviato la pubblicazione di Nature Human Behavior, dedicata interamente a tematiche inerenti al comportamento umano e alla psicologia.

Nel numero inaugurale di Nature Human Behavior è stato pubblicato un articolo, di un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge, in cui viene presentata una nuova tecnica per trattare le fobie, i ricordi dolorosi e il disturbo post-traumatico da stress – DPTS.

La tecnica, chiamata Decoded Neurofeedback si basa sull’uso di nuovi strumenti di brain scanning e consiste nel rilevare, per un determinato periodo di tempo, la complessa attività neuronale associata a specifiche paure o a specifici ricordi dolorosi e nel far seguire un rinforzo positivo ogniqualvolta tale attività neuronale viene rilevata nel paziente in trattamento.

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L’esperimento sul Decoded Neurodeedback

In un primo esperimento, condotto dal Prof. Ben Seymour e altri ricercatori dell’Università di Cambridge, l’uso della tecnica del Decoded Neurofeedback per un periodo di 3 giorni ha consentito di eliminare, in un gruppo di volontari che si sono sottoposti all’esperimento, la paura associata a un ricordo doloroso (una scossa elettrica che, con il consenso dei volontari, era stata somministrata ripetutamente dai ricercatori prima dell’inizio dell’esperimento).

Nuovi esperimenti saranno ora condotti dal Prof. Seymour e dai suoi colleghi, sia all’Università di Cambridge sia in altre Università che stanno collaborando alla ricerca, per verificare gli effetti della tecnica del Decoded Neurofeedback in pazienti con fobie e disturbo post-traumatico da stress.

Se i risultati saranno positivi, tale tecnica andrà ad affiancarsi alle altre tipologie di trattamento, comportamentali, psicodinamiche e farmacologiche attualmente esistenti.

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Le differenze di genere nell'aiuto al partner in situazioni di stress

In una recente ricerca scientifica condotta dal Prof. Thomas Bradbury, dell’Istituto di Scienze delle Relazioni dell’Università della California – UCLCA, è emerso che in situazioni di reciproco stress uomini e donne si comportano diversamente nei confronti del partner che chiede aiuto e sostegno.

Mentre in situazioni normali, quando non si è stressati, sia gli uomini che le donne tendono a rispondere prontamente e adeguatamente alle richieste del partner; nelle situazioni di stress le donne tendono a rispondere in maniera più rapida e maggiormente adeguata rispetto agli uomini.

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Lo studio sullo stress nelle coppie

Il gruppo di ricercatori diretto dal Prof. Bradbury ha studiato 200 coppie valutando i loro comportamenti in situazioni normali e in situazioni di stress.

Nelle situazioni normali entrambi i partner mostravano attenzione per le difficoltà e le richieste di sostegno dell’altro, mentre in situazioni di stress gli uomini, più delle donne, tendevano a rispondere in maniera negativa, a criticare il partner e a innervosirsi per le richieste di aiuto e sostegno.

La maggior parte delle donne tendeva a rimanere sensibile e attenta alle richieste provenienti dal partner anche nelle situazioni di stress.

Le prossime ricerche del Prof. Bradbury si porranno come obiettivo quello di scoprire i fattori (cognitivi, relazionali, comportamentali ed eventualmente anche biologici) che stanno alla base del diverso comportamento di uomini e donne in situazioni stressanti.

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