Da Goethe a Facebook: quando l’imitazione uccide

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

L’analisi del rapporto tra cause e conseguenze sociali dei comportamenti umani include, necessariamente, una riflessione sugli effetti della copertura mediatica delle notizie più importanti.

Negli ultimi anni, una percentuale consistente di news riguarda eventi che implicano una dimensione violenta, diretta verso gli altri o verso se stessi.

È il caso, per esempio, degli atti criminali che hanno toccato le strade d’Europa, o di suicidi eclatanti che hanno portato le persone a interrogarsi, e parecchio, sulle loro cause e implicazioni.

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Suicidio e imitazione

Episodi come il suicidio del pilota tedesco, compiuto mentre era ai comandi di un aereo colmo di passeggeri, hanno necessariamente un impatto importante su tutti noi, sia perché risuonano tra quelli che sono i timori che più ci colpiscono (quelli incontrollabili, che hanno dimensioni catastrofiche, che implicano un numero di vittime altissimo), sia perché riguardano qualcosa che siamo abituati a considerare come afferente, in prevalenza se non in maniera esclusiva, alla sfera personale e privata della persona.

Nella rappresentazione sociale comune, la decisione di togliersi la vita è frutto di esperienze, traumi, sofferenze e riflessioni individuali, che non ci sembra possano essere facilmente influenzate da informazioni che arrivano dall’esterno, attraverso i media, e riguardano persone sconosciute e lontane.

In realtà una notevole quantità di studi sottolinea come i mezzi di comunicazione siano in grado di influire anche sul numero dei suicidi, in maniera anche significativa; nella stessa maniera in cui sono in grado di influenzare i comportamenti e gli atteggiamenti politici, sociali, economici delle persone.

Nelle zone in cui gli episodi di suicidio hanno avuto una maggiore copertura mediatica, il numero di persone che hanno deciso di togliersi la vita è aumentato.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dei media da questo punto di vista: il numero degli episodi di suicidio è maggiore quanto più è ampio lo spazio che i mezzi di comunicazione hanno dato alla prima notizia.

Dalla letteratura classica al citizen journalist

Quando un suicidio fa notizia da Goethe a Facebook

Non è un fenomeno del tutto nuovo, a dire il vero.

All’epoca in cui Goethe pubblicò il suo capolavoro I dolori del giovane Werther, nel quale il giovane protagonista si toglie la vita per sfuggire alle proprie sofferenze umane e sentimentali, le cronache riportano come un gran numero di persone abbia imitato il protagonista del romanzo, togliendosi la vita con le stesse modalità e facendo riferimento all’opera in maniera esplicita o implicita, portando con sé una copia del libro, vestendosi in maniera simile al protagonista, o citando l’opera nel messaggio di addio.

Ovviamente, nel tardo diciottesimo secolo il controllo statistico dei dati non era accurato come ce lo potremmo aspettare oggi, ma questi eventi furono sufficienti a far richiedere, in varie nazioni d’Europa, la proibizione del libro.

E portarono il sociologo David Phillips, negli anni settanta, a utilizzare il termine effetto Werther per indicare il fenomeno, assolutamente moderno, che stava studiando: il numero dei suicidi tende ad aumentare notevolmente nei due mesi successivi alla notizia di un suicidio da prima pagina; e questo effetto era ulteriormente incrementato, assumendo una dimensione più che doppia, quando la notizia non si limitava ad apparire su uno dei due quotidiani presi in esame (il Times), ma era ripresa anche dal secondo (News).

L’analisi degli effetti della diffusione geografica della notizia rafforzò la scoperta di Phillips: le storie che avevano un’eco mediatica negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, provocavano un aumento dei suicidi solo nella prima nazione; viceversa, i casi che non venivano riportati negli USA ma solo in Regno Unito, causavano un aumento degli episodi di suicidio solo in quest’ultimo Stato.

Dal 1978 a oggi,  l’effetto Werther ha ricevuto una notevole attenzione da parte degli studiosi, che si sono concentrati anche su quanto le persone tendano a imitare maggiormente suicidi commessi da individui a loro simili, per esempio rimanendo più influenzati dal suicidio di un coetaneo o di una celebrità; sottolineando come alcuni fattori tendano ad aumentare il rischio del prodursi dell’effetto Werther: dare notizie riguardanti persone note, o rappresentanti di categorie facilmente identificabili, in cui si divulghi il metodo, si semplifichino le ragioni del gesto riconducendole a una sola (è stato il caso delle notizie riguardanti i cosiddetti suicidi per la crisi) e trascurando tutte le altre variabili (il supporto ricevuto, il pregresso della persona) incluse quelle riferibili alla presenza di possibili disagi mentali.

Numerosi studi recenti hanno dimostrato, per esempio, che la notizia di un suicidio con arma da fuoco commesso da una celebrità aumenta il numero di suicidi con arma da fuoco nella zona; a distanza di quasi duecentocinquant’anni dall’uscita dell’opera, l’effetto Werther giustifica ancora il proprio nome.

Le linee guida dell’OMS

Il ruolo dei media in questo contagio è spesso sottostimato, ma risulta invece tanto rilevante da aver portato l’Organizzazione Mondiale della Sanità a emanare una serie di linee guida che possano limitare la possibilità di un effetto negativo dell’esposizione a notizie simili, per esempio incoraggiando a evitare di sottolineare le notizie di suicidi in maniera sensazionalista, di normalizzare il suicidio, di fornire una descrizione esplicita del metodo utilizzato, o di presentare il suicidio come una soluzione.

L’OMS, consapevole del ruolo dei mezzi di comunicazione, li incoraggia anche a fornire informazioni su come e dove cercare aiuto.

In questo, ci introduce a un fenomeno ancora non studiato quanto l’effetto Werther e che potrebbe essere considerato come il suo complementare: la possibilità che i media possano avere un effetto riduttivo riguardo il numero di suicidi, attraverso la diffusione di notizie riguardanti casi di risoluzioni positive di crisi suicidarie.

Per rimanere in ambito letterario, lo studioso Niederkrotenthaler ha proposto, per questo fenomeno, il nome di Papageno, protagonista del Flauto Magico di Mozart dissuaso all’ultimo momento dal togliersi la vita.

Renato Troffa
Docente di Psicologia Sociale e dei Gruppi, Psicologia della Comunicazione e Comunicazione efficace, Psicologia Ambientale e della Sostenibilità e Metodi di Ricerca Sociale presso le Università di Cagliari, Roma Sapienza e Roma Lumsa | Phd in Psicologia Cognitiva, Psicofisiologia e Personalità | 10+ anni di esperienza in ambito universitario e organizzativo sui temi della gestione e del comportamento dei gruppi, delle tematiche lavorative, della salute e del benessere organizzativo e dell'inclusione delle diversità | Collaborazione con le Università di Barcellona e Friburgo sul tema degli ambienti di vita sostenibili e delle emergenze negli ambienti costruiti e di lavoro