La sindrome del sopravvissuto

La sindrome del sopravvissuto

Qualche giorno fa è comparsa sul sito dell’Ansa la notizia del suicidio di Guillaume Valette, un superstite dell’attentato avvenuto il 13 Novembre 2015 al Bataclan di Parigi.

A diffondere la notizia inizialmente è stata l’associazione Fraternité et Vérité, associazione nata per supportare le vittime e i familiari di quella serie di attentati parigini. Da una prima ricostruzione dei fatti sembrerebbe che Guillaume sia stato vittima della cosiddetta Sindrome del Sopravvissuto.

Cercheremo ora di capire di che cosa si tratta e cosa si possa fare per evitarla.

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La sindrome del sopravvissuto nel DPTS

Questa particolare sindrome è legata al Disturbo Post Traumatico da Stress – DPTS, un disturbo che si manifesta in conseguenza a un evento gravemente stressante in cui è presente una minaccia di morte reale per se o per altri, o in cui si viene a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un membro della famiglia o a un amico stretto.

Questi eventi possono essere di diversi tipi: gli incidenti; le calamità naturali come i terremoti o gli tsunami; le guerre, di grande risalto sono state ad esempio le storie dei veterani del Vietnam; gli attentati; o i traumi cumulativi massivi come i campi di concentramento o l’Olocausto.

Nel DSM 5, il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, il DPTS è per l’appunto inserito nel capitolo riguardante i disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti.

I sintomi legati al quadro sintomatologico per una diagnosi di DPTS possono essere:

  • Ricordi ricorrenti, involontari e intrusivi, sogni spiacevoli in cui i contenuti e/o le emozioni sono collegati all’evento, reazioni di tipo dissociativo, come ad esempio i flashback, in cui l’individuo sente o agisce come se l’evento traumatico si stesse ripresentando;
  • Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento traumatico;
  • Alterazioni negative di pensieri ed emozioni associati all’evento traumatico;
  • Marcate alterazioni dell’arousal e della reattività, irritabilità, comportamento spericolato, ipervigilanza, esagerate risposte di allarme, problemi di concentrazione o difficoltà riguardanti il sonno.

Che cosa può fare chi soffre di Disturbo Post Traumatico da Stress?

Un individuo che abbia vissuto un’esperienza traumatica del genere dovrebbe innanzitutto prendere consapevolezza che il modo migliore per superare la pervasività di questi sintomi è quello di chiedere aiuto, evitando così l’isolamento.

Si apprende, infatti, dall’associazione Fraternité et Vérité che il trentunenne non aveva voluto farsi assistere né dalla famiglia, né da un’associazione per (il sostegno, ndr) alle vittime. Voleva restare solo. – continua poi l’Associazione – abbiamo il dovere di ricordare quanto sia importante essere consapevoli della necessità di farsi assistere, anzitutto dalla famiglia, da un’associazione, un medico, uno psichiatra, uno psicologo. Il trauma psicologico subito con questi attentati è profondo e duraturo, va considerato e curato.

Quindi è di fondamentale importanza anche potersi rivolgere a psicoterapeuti formati per affrontare un quadro sintomatologico di questo tipo, negli ultimi anni sta guadagnando grande risalto la tecnica dell’EMDR (in inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari), specifica per questo tipo di traumi.

Dal DPTS alla sindrome del sopravvissuto

Ma che cosa caratterizza questa Sindrome del Sopravvissuto?

Gli individui che sopravvivono ad eventi traumatici gravi come quelli menzionati sopra possono arrivare a sperimentare un particolare senso di colpa: il senso di colpa di essere sopravvissuti.

In un’intervista la psicologa Florence Bataille, che assiste coloro che sono scampati all’attentato del Bataclan, ha affermato: …mentre stava scappando un ragazzo ha incrociato lo sguardo di un coetaneo ferito che chiedeva aiuto. Lui non si è fermato ad aiutarlo perché aveva paura di essere ucciso. Adesso non dorme perché pensa a quello che avrebbe potuto fare per salvarlo.

Da questo stralcio di intervista è possibile rilevare come questo senso di colpa del sopravvissuto possa risultare paralizzante e in letteratura sono stati individuati due motivi principali:

  • Per il fatto di vivere una situazione di privilegio a spese di altri o nel confronto con altri che appaiono maggiormente danneggiati (Kubany e Manke, 1995);
  • Per le azioni o inazioni che hanno aumentato il senso di minaccia alla propria sopravvivenza, ossia la percezione di non aver fatto abbastanza per prevenire la catastrofe e le sue conseguenze (Parson, 1986).

Ma in che modo queste esperienze di privilegio possono ritorcersi contro l’individuo che le sperimenta?

L’operazione cognitiva necessaria per provare senso di colpa del sopravvissuto è un semplice confronto tra le fortune del colpevole e quelle della vittima che, per generare senso di colpa, deve dare un risultato sfavorevole alla vittima. Il soggetto pone su un piatto della bilancia le proprie fortune ed i propri meriti e sull’altro quelli della vittima. Se la bilancia pende a favore del primo allora vi è senso di colpa – Poggi, 1994.

Questa operazione cognitiva citata da Poggi potrebbe essere collegata alla credenza in un mondo giusto (The Belief in a Just World, BJW), proposta da Melvin J. Lerner nel 1980.

Secondo questa credenza le persone ritengono che il mondo sia un luogo in cui le persone buone vengono ricompensate e quelle cattive vengono punite. Quindi c’è la convinzione, più o meno consapevole, che nel mondo ci sia una sorta di giustizia che premia i buoni e punisce i cattivi.

Concludendo, abbiamo visto come in presenza di eventi traumatici gravi come un incidente, un attentato o una calamità naturale, sia molto probabile sviluppare la sintomatologia del Disturbo Post Traumatico da Stress e che è di importanza fondamentale farsi aiutare su più fronti, in famiglia, a livello medico/psicologico, dalla comunità, eccetera.

Abbiamo visto anche come si possa sviluppare un particolare senso di colpa, detto del sopravvissuto, che può portare l’individuo all’isolamento che nei casi estremi può portare al suicidio: fondamentale quindi il lavoro di associazioni come quella di Fraternité et Vérité per permettere a coloro che sono vittime di questi traumi di fronteggiarli e superarli per tornare a riappropriarsi della propria vita.

Carlo Romano per Psicologia24