N come i no dei bambini

I No che aiutano a crescere

NO è una parola meravigliosa. Che a volte però fatichiamo a fare nostra.

Consigli e manuali ne sottolineano spesso l’importanza nella vita adulta, perché sapersi appropriare della possibilità di negare, così come di concedere, è senza dubbio un passo di evoluzione personale.

I No si addicono solitamente anche a una genitorialità salda e responsabile.

L’importanza dei limiti come strumento di crescita è, infatti, particolarmente considerata nella pedagogia comune, così come viene ribadito in uno dei best seller più popolari nel mondo dei genitori, I No che aiutano a crescere della psicoterapeuta Asha Phillips.

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Il No e i bambini

Le possibilità trasformative legate all’uso dei No non sembrano però riguardare i bambini.

Sembra che loro debbano prenderli i rifiuti, piuttosto che utilizzarli.

Il periodo dei No – che compare sui due anni – e i contrasti adolescenziali sono quasi sempre temuti più che interpretati come segno di emancipazione e di crescita. In genere le opposizioni dei figli vengono considerate disagi e ostacoli da fermare.

Eppure il No è uno strumento di affermazione anche per i più piccoli. È un modo di gestire il proprio potere, dichiarare indipendenza, differenziarsi, sperimentare la possibilità di decidere per sé e assumersi responsabilità, nelle età più grandi. Dicendo No anche a quello che vorrebbero fare, talvolta.

Per questo le proteste infantili vanno normalizzate e rivalutate. Anche i bambini devono potersi rifiutare di fare, dire, comportare come noi adulti vorremmo.

A volte dicono che ci stiamo intrufolando troppo nella loro vita, li gestiamo e controlliamo. Non li lasciamo liberi, li critichiamo e ammaestriamo.

Inibendoli o ponendoli sulla difensiva, pronti a opporsi. Fai così, vieni qui, smetti, mangia, gioca, dormi, non piangere, sorridi.

In questo senso, anche i No detti dai bambini aiutano a crescere. Perfino noi genitori.

Lo spazio del No

Fanno capire che ci sono confini, che non siamo la stessa cosa, che hanno esigenze e desideri diversi.

Che bisogna rispettare i loro tempi e modi, lasciarli liberi di comportarsi male delle volte. Permettere loro di contrariarci.

Ricordando che opporsi ha sempre valore di affermazione e di autonomia. Perché al contrario è preoccupante quando i No scarseggiano.

Un bimbo iperadattato, remissivo, compiacente, è sicuramente più comodo ma è schiacciato dagli adulti.

I Sì per paura, dovere o accettazione passiva sono pericolosi.

Evidenze scientifiche dicono che un atteggiamento oppositivo e ostinato è tanto più spiccato quanto più oppressivi e intransigenti sono i genitori.

Come dire che il piccolo impara a impuntarsi per far fronte alle ostinazioni degli adulti. Più No riceve, più ne dirà.

Interessanti studi basati sulle interazioni linguistiche tra genitori e figli hanno permesso inoltre di evidenziare che in genere, in una giornata, i rifiuti degli adulti sono notevolmente più abbondanti dei consensi. Qualche centinaio come media.

Anche se il discorso su rinforzi positivi e negativi è complesso, la ricerca mostra come un uso ridotto di negazioni da parte dei genitori provochi una conseguente diminuzione dei No nei bambini.

Una relazione equilibrata

Certo è che la relazione genitori-figli non può reggersi su dinamiche di forza-potere-resistenza. Deve contare sulla vicinanza emotiva.

Sappiamo dalla psicologia dello sviluppo e dalla teoria dell’attaccamento che la qualità del legame tra genitori e figli è il fattore più importante per lo sviluppo. Che un attaccamento profondo e significativo rende più sicuri e meno oppositivi.

Una genitorialità salda non vuol dire imporre, restare fermi qualunque cosa accada, esercitare autorità. Ma rimanere connessi emotivamente al proprio bambino, saper trovare la strategia migliore sul momento, essere comprensivi ed empatici.

Riflettendo su ogni problema con atteggiamento versatile e creativo, non affidandosi a regole e disciplina.

Più invece si fa resistenza ai loro No, più siamo disconnessi emotivamente, più forte sarà l’ostinazione.

Tutto funziona meglio quando i bambini vogliono prestare attenzione e non quando si sentono costretti ad ascoltare.

Punizioni e frustrazioni sono solo perdite di tempo, se non danni, rispetto a momenti tonificanti: fare qualcosa con loro, farli sentire apprezzati, amati e rassicurati.

Mostrare empatia, far capire che capiamo quando non vogliono fare certe cose, a volte, basta per ottenere la loro collaborazione.

Affrontare le emozioni, dare informazioni e consigli, offrire possibilità di scelta, più che richieste e ordini, si traduce generalmente in ascolto.

Formulare frasi ribaltandole al positivo (cammina per favore, invece di non correre) in modo che non sembrino critiche è una possibilità per risultare più efficaci.

Ma anche è una parola meravigliosa. E rivolta ai nostri figli ha uno straordinario potere nutriente.

Non è il Sì che concede cose ma quello che sostiene, che dice Sì a come sei; Sì ti capisco; Sì mi piaci; Sì ti voglio bene anche se non mi piace sempre quello che fai; Sì mi fido di te anche se in alcuni momenti non ti sopporto.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico.Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.

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