I come intimità

I come intimità

Forse abbiamo tutti lacune significative nel nostro modo di amare.

Nella possibilità di fare spazio ad un altro dentro di noi, di accoglierlo, di farlo accomodare, di lasciargli spazio. Offrirgli qualcosa per farlo stare bene. Permettergli di andarsene quando vuole.

Condividere lo spazio mentale. Senza confinarlo in un angolo oppure farsi invadere.

Siamo particolari anche nella modalità di desiderare l’altro: trattenendolo e soffocandolo a volte; facendoci travolgere; dicendo approfitta, muoviti come vuoi, ho bisogno di te, io intanto mi impegno per diventare quello che vuoi tu; ingabbiandoci in rapporti tormentati e abusanti.

Cercando soprattutto appoggio, posando autonomia e indipendenza per cercare conferme continue dall’altro.

Gli lasciamo fare di tutto purché rimanga, aspettiamo che si faccia carico della gestione di bisogni e sentimenti, lo carichiamo di responsabilità, lo assilliamo, spaventandolo solitamente.

A volte gli regaliamo lo scettro della nostra vita, incoronandolo re del nostro affetto, dei nostri pensieri, dei nostri investimenti.

Lo rendiamo il primo interlocutore mentale, in alcuni casi una figura idealizzata, irreale in un certo senso, che non realizza una vera confidenza ma ci permette solo di sognare e impegnare le emozioni.

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La paura dell’intimità

La paura dell’intimità può tracciare disegni complessi anche quando, al contrario, ci porta a relegare l’altro in ambiti ristretti.

Quando lo facciamo arrivare ma gli diciamo entra ma lì non andare, rimani ma tieni la valigia pronta.

Quando siamo sospettosi, temiamo di essere invasi, travolti, inghiottiti, di perdere il nostro spazio vitale, la nostra individualità.

E allora ci ritiriamo, disinvestiamo. Rifuggiamo, teniamo a distanza. A volte evitiamo del tutto.

Non di rado diamo il via a danze incomprensibili e contorte con il partner per allontanarlo e poi ricercarlo: ti voglio ma non così tanto.

Oppure evitiamo di coinvolgerci, non ci addentriamo per non rischiare niente. Con i sentimenti anestetizzati tra desiderio e paura, rimaniamo dietro muri emotivi sfuggendo le occasioni della nostra esistenza.

Molto è stato scritto sull’intimità e la paura del rifiuto. E forse anche essere accettati può essere spaventoso.

La nostra struttura difensiva potrebbe reagire, oltre al rifiuto, anche di fronte alla possibilità di essere approvati e accolti. Essere bloccati nel ricevere.

Possiamo alzare muri per tutelare l’eventualità di essere visti realmente per quello che siamo.

Per l’imbarazzo di occhi puntati sulla nostra esistenza, di attenzioni e interesse, di qualcuno così vicino da scoprire come siamo davvero, un modo che a noi alla fine non piace tanto mostrare.

Anche questo porta ad evitare coinvolgimento, a tenere l’altro lontano perché non ci fidiamo e allo stesso tempo a diventare ambivalenti, concederci per poi spaventarci, con il timore di essere accettati perché noi stessi non lo facciamo.

Probabilmente la paura dell’intimità, nelle sue forme diverse, è un tratto universale.

Intimità e attaccamento

Abbiamo paura di darci, aprire porte, metterci a nudo rischiando il rifiuto, l’abbandono. La scienza dice che siamo programmati ad attaccarci.

Vogliamo essere accolti, compresi e amati. Ma può succedere che la vita ci abbia tenuti a dieta d’amore, siamo stati troppo spesso svalutati, accusati, criticati, imparando che gli altri non sono un posto sicuro e quindi è meglio proteggerci.

Del resto sono le esperienze precoci di attaccamento a definire il modo che facciamo nostro di stare insieme agli altri e di condurre i rapporti.

E’ lì che impariamo se i nostri sentimenti incontrano l’altro, vengono accettati, compresi, accolti e ricambiati.

E’ in questa dimensione che sperimentiamo la partecipazione, impariamo a sentire cosa prova l’altro, a sintonizzarci, a capire il ritmo delle relazioni, quella reciprocità emotiva alla base di ogni forma di amore.

E’ da lì che comincia la nostra prima formazione per stare nelle relazioni, è con questi primi rapporti che ci formiamo l’idea di cosa vuol dire stare accanto ad un altro.

Per questo ognuno ha un proprio modo di legarsi, di rispondere e di vivere il legame.

Le nostre relazioni emotive più significative, da quelle infantili con i genitori a quelle adulte con un partner, sono caratterizzate da uno stile personale che abbiamo formato nelle esperienze precoci.

Sappiamo anche che la mancanza di questo training ha costi altissimi in termini emozionali.

Segna per sempre. Condanna ad una vita disturbata in termini relazionali minando la possibilità di vivere pienamente l’intimità.

Quella particolare vicinanza emotiva con un’altra persona che ci pone in relazione in modo autentico, all’interno della quale circolano emozioni, pensieri, sentimenti profondi.

Quella meravigliosa risonanza positiva all’interno della quale possono essere esposte le nostre parti più intense e nascoste, fragili e vulnerabili.

Che ci nutre, rende i rapporti speciali, ci fa sentire a casa, disinvolti, liberi di essere come siamo.

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Brunella Gasperini
Psicologa clinica, perfezionata in Psicologia cognitiva e reti neurali. Si occupa prevalentemente di relazioni di coppia e rapporto genitori-figli con particolare riguardo alle tematiche: maternità, sessualità, differenze di genere e sessismo. Ha collaborato con la Scuola di Specializzazione in Psicologia della Salute per attività di ricerca sul disagio psichico. Collabora con il Gruppo Espresso (Salute/Repubblica, Repubblica.it, D-Repubblica.it, National Geographic.it, inserto Benessere e Salute dei quotidiani locali del Gruppo, Il Tirreno, R Club Album Uomo) e altre testate giornalistiche.